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Ghilarducci, Pietro

7 novembre 2007

L’ombra degli ippocastani  

“L’ombra degli ippocastani”

Rizzoli, 1974, pagg. 168

Si legge di via dell’Arcivescovato, del giardino di palazzo Micheletti, di piazza san Martino, della fontana del Nottolini, delle Mura, ma non si dice il nome della città. Sembra quasi che l’autore desideri aprire un colloquio confidenziale destinato solo ai Lucchesi, poiché non v’è dubbio che solo un Lucchese non ha bisogno che sia mentovato il nome di Lucca. Essa è riconoscibile sin da quell’incipit asciutto: “Via dell’Arcivescovato, numero 25.”

Ghilarducci si appresta a narrare, sul filo dei ricordi, un brano della sua vita, legato all’amicizia con un coetaneo, Andrea, il cui padre, prof. Giulio Mannoni, era “direttore dell’ospedale psichiatrico provinciale” e persona assai influente e stimata. Palazzo Mannoni, situato in via degli Asili, altro non è che lo stupendo palazzo Pfanner (prima Moriconi, poi Controni), del 1667, meta di tanti visitatori, e di cui alcuni registi cinematografici si sono innamorati e continuano a innamorarsi, girandovi suggestive scene, come quelle che compaiono nel film “Il marchese del Grillo” (1981) di Mario Monicelli (regista nato a Viareggio, come Mario Tobino, come il compianto Cesare Garboli recentemente scomparso) e interpretato dall’indimenticabile Alberto Sordi, o nel “Ritratto di Signora” di Jane Campion del 1996, tratto dall’omonimo capolavoro di Henry James. Dalle Mura la veduta del giardino all’italiana, ricco di statue settecentesche, e del palazzo, è di una bellezza mozzafiato.

Andrea “Era leggermente più alto del normale, snello e ben proporzionato, mani lunghe e delicate se pure decisamente maschili, occhi chiari e grandi, labbra appena tumide e capelli castano chiari, tendenti al biondo e leggermente ondulati… come avrei voluto essere io.”

Siamo negli anni dell’immediato dopoguerra; Andrea e il protagonista senza nome, riferibile all’autore, sono stretti da una grande amicizia e passano molte ore insieme. Nel palazzo Mannoni, al piano superiore, esponenti del partito cattolico si riuniscono ogni tanto per parlare di politica, designare candidature, stabilire programmi ed indirizzi. I ragazzi, invece, stanno al piano di sotto e discutono soprattutto di letteratura e di cinema, sebbene anche la politica faccia capolino nei loro discorsi. Con loro, quasi sempre don Eugenio, un prete dal grande fascino.

Rietta è la sorella di Andrea; si trova in quell’età indefinita in cui ancora non è sbocciata la sua femminilità, e perfino il corpo mostra la goffaggine di uno sviluppo non ancora compiuto. Il protagonista crede di esserne innamorato, e fa di tutto per tenere segreta questa passione.

Il modo di raccontare di Ghilarducci non riserva sorprese, è lineare e procede come nella scrittura di un diario, con una struttura semplice e un linguaggio nitido.

Quando entra in scena Giulia, con cui si fidanza Andrea, ecco che il timore che l’amicizia si interrompa coglie l’io narrante, fino a quel momento mai preso da alcuna seria preoccupazione o turbamento, che teme questa volta di perdere l’amico e di ritrovarsi solo. Si tratta di un risvolto psicologico assai significativo nel romanzo, che fino a quel momento ha avuto ritmi veloci, tali da non darci il tempo di cogliere il flusso dei sentimenti che si stanno radicando nei personaggi. Questo è un passaggio, invece, in cui entriamo nel cuore di uno dei protagonisti, che, ricordiamolo, non ha un nome, come un nome non ha la città di Lucca, che Ghilarducci fa di tutto per rendere teatro di una storia che potrebbe accadere, ed evolversi allo stesso modo, in una città qualsiasi. Lucca è comunque presente col suo particolare fascino e la dovizia dei suoi tesori, indimenticata e amata: “La città si chiudeva entro le sue Mura, ci avvolgeva nella calda intimità delle sue vie e viuzze, dei vicoli stretti e tortuosi che di colpo sboccavano nel largo di una piazza, intima e familiare come una stanza di casa nostra, con la sua chiesa a ridosso del muro perimetrale di un palazzo o di un cortile.”

Giulia è una ragazza esuberante, ha passato dei brutti momenti, ma sembrano superati. Lei e Andrea formano una coppia di fidanzati che tutti ammirano: “Fatalmente ognuno di noi era portato a stabilire un raffronto tra la propria situazione sentimentale e quella di Andrea e Giulia. E le conseguenze erano prevedibili. Quello che era accaduto a me con Rietta, accadeva più o meno velatamente ad altri.” La loro felicità, dunque, suscita nei compagni un raffronto negativo con la propria vita, e l’autore evidenzia con questo passaggio uno degli ingranaggi vili della nostra esistenza, che è quello di trasformare la felicità degli altri in un nostro personale turbamento destinato a deformare e avvilire il nostro rapporto soprattutto con le persone care, quasi sempre ignare e incolpevoli di ciò che ci sta accadendo.

Il romanzo, fermata la sua corsa, mette a fuoco il tema e ci prepara al suo svolgimento con una scrittura che si arricchisce di sfumature e di significati. “Mentre Giulia non chiedeva che di vivere all’ombra dell’uomo che si era scelto, allentando amicizie, trascurando tutto ciò che non aveva direttamente attinenza col suo Andrea, questi aveva conservato tutti i suoi interessi, legami, amicizie precedenti al suo fidanzamento.”

Sono, ossia, due modi diversi di vivere un rapporto d’amore. Ghilarducci, dopo averlo sottolineato, ci invita a tenerne conto e a non perdere di vista i due innamorati. Il suo modo di raccontare è esplicito. Egli marca il suo percorso di segni in grado di illuminarlo. Da una parte c’è l’io narrante che li osserva con una messa a fuoco che non è mai neutra e si riflette puntualmente sui suoi sentimenti, dall’altra ci sono i due innamorati alle prese con un passaggio importante della loro vita, quando ancora sono impreparati e sono assistiti soltanto dalla loro fragile personalità.

Uno dei legami che Andrea coltiva più a fondo è quello con don Eugenio, sacerdote colto e carismatico: “Questa era la virtù di quell’uomo: infondere in tutti il convincimento che quali che fossero le proprie capacità, ognuno poteva, individuata la sua via, messe a frutto le proprie risorse, giungere a mete insperate.”

L’occasione di un ritiro spirituale, frequente in quegli anni del dopoguerra, a cui partecipa anche l’io narrante, “agnostico in materia di religione”, che si tiene in uno dei tanti monasteri nei dintorni della città (“vecchi monasteri che rivelavano dal gran numero di sale e celle vuote lo splendore monastico di un tempo e la sconfortante penuria di vocazioni del presente.”) offre ad Andrea l’opportunità di riflessioni inaspettate. La sua vita, così metodica e programmata, si trova, ad un tratto, a fare i conti per la prima volta col mistero che è racchiuso in ciascuno di noi.

Il romanzo trova ora il suo punto di forza, entra in quello spazio buio che sta dentro di noi e che è la ragione più vera e feconda della nostra esistenza. È qui infatti, e solo qui, che noi possiamo, negli anni della nostra crescita, passare dal buio alla luce, almeno quel tanto che le nostre forze, le nostre capacità, le nostre attitudini, ci consentiranno.

Dirà l’io narrante ad Andrea, riferendosi alla vita monastica: “Chi altri ha potuto disporre della propria esistenza con altrettanta libertà, disponibilità?”

“Sai quanti folli sono usciti da questi luoghi?” gli risponderà Andrea, che sta seduto su uno dei molti scranni disposti in fila uno accanto all’altro sulle due pareti principali dell’oratorio. La conversazione tra i due, non dissimile da quella che molti giovani hanno avuto in quegli anni, e probabilmente continuano ad avere anche oggi coi propri compagni in materia di religione e di fede, trova Andrea molto “reattivo”.

Dopo qualche tempo, ci si accorge che egli è mutato. Trascorre parecchie ore chiuso nella sua camera e le poche volte che ne esce è per passeggiare da solo in giardino. Giulia soffre e teme che Andrea non l’ami più.

L’autore crea una suspence che ci attanaglia. Ci lascia intuire che qualcosa nella sfera dei sentimenti sta per accadere. Ne avvertiamo l’intensità già prima di sapere, ed è proprio il 13 settembre, il giorno più importante della città, in cui si tiene, la sera, la millenaria processione del Volto Santo, che gli eventi precipitano. Ghilarducci fonde insieme il complicato percorso dei sentimenti con l’intrigo di strade che percorrono i due innamorati Andrea e Giulia; li segue per le stradine della città, ne disegna le traiettorie con quella precisione che solo un Lucchese può apprezzare. Sentiamo vivere e palpitare la città attraverso le pulsazioni delle sue viuzze, dei suoi vicoli, delle sue corti, e ci diventano chiare tanto la definizione quanto la scelta di una città che era rimasta anonima, quasi fredda osservatrice degli eventi, e che ora, invece, si scuote, si anima, e accompagna ansiosa e trepidante i due innamorati, poiché essi recano con sé, ancora non del tutto consapevoli (“parole nuove, e terribili”), il germe di un solenne e drammatico mutamento che riguarderà la loro vita: giunti sulle Mura, “Di fronte, e sopra di loro, gli ippocastani spandono la loro ombra non più amica su selci e bugnati”. Ecco, dunque, che un rapporto che pareva perfetto, non lo è più. La sensibilità complessa di Andrea lo porta a considerare come insuperabili, e apportatori di infelicità per gli altri, i propri umori, i propri turbamenti, le proprie insicurezze: “Appartengo ad una categoria di persone destinate a far soffrire chi sta loro vicino”. Ciò, gli rimprovera l’io narrante, non è altro che la conseguenza di un egoismo violento e sconsiderato, che non tiene conto dei sentimenti degli altri; Giulia, istintiva, spontanea, generosa, ne sta facendo le spese: è giusto tutto ciò? Le perplessità dell’io narrante sorte da qualche tempo nei confronti di Rietta, nel momento in cui misurava tutta la felicità di Giulia accanto ad Andrea, sembrano, sulla triste lezione impartita dalla coppia di amici che si sono lasciati, superate da un atteggiamento che è una risposta ed una rivalsa: “Allora scoprii che il suo corpo di adolescente mi piaceva e dimenticai tutto il resto, i tanti ragionamenti che ero solito fare chiedendomi se era lei la ragazza che faceva per me.” Dunque, un’amicizia che si trasforma, in realtà, in un impietoso confronto e sottopone ad una spietata lezione due personalità in formazione, che non hanno modo, proprio per questo, di definirsi una volta per tutte e cercano di costruirsi continuamente: scegliendo, modificando e provocando, inconsapevoli o meno, gioia e dolore negli altri.

Ma l’incertezza è un carattere distintivo di quell’età, è ineludibile e colpirà anche l’io narrante. Il romanzo si fa, sul finire, intenso e doloroso, e ci riserverà delle sorprese. Il personaggio di Giulia si eleverà inesorabilmente a simbolo di una tragicità che ci rende tutti colpevoli, poiché nessuno, per mancanza di amore, di dedizione e di coraggio, farà qualcosa per salvarla. Perfino l’espiazione di Andrea non riuscirà a placare il nostro sgomento e il nostro dolore.


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Bart