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Giallo: Gigolò/A detective story: Gigolo (Trad. Helen Askham) #21/22

31 agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Gigolò #21

«Ha mai visto questo portaritratti?» Lo domandavano alla signora Giulia.
«Dovrei conoscerlo?»
«Mi risponda.»
«Mai visto.»
«Invece sì.»
«E perché, mi scusi, dovrei conoscerlo?»
«È stato trovato nella camera del suo bel gigolò, e ce lo ha messo lei.»
«Ma che dice, commissario!»
«Non lo neghi, ce lo ha messo lei, per incolpare suo marito dell’omicidio di Alberto Santini. Lei ha un buco dalle 20 alle 21, ricorda? E dal suo parrucchiere ci vuole giusto meno di mezz’ora per raggiungere l’appartamento della vittima.»
Giulia cominciò ad agitarsi sulla poltrona.
«È una follia sospettare di me. Ma come avrei fatto?»
«Semplice. È salita da lui. Gli ha regalato il portaritratti, ci ha fatto all’amore, e poi lo ha ucciso.»
«Ma per quale ragione?»
«Me lo deve dire lei.»
«Ma non c’era nessuna ragione. Non l’ho ucciso! Come devo farglielo capire, commissario?»
«Avevate litigato. Lei era diventata possessiva. Alberto non lo tollerava. Abituato a frequentare molte donne, non sopportava la sua gelosia. Così cercava di liberarsi di lei. Le ha fatto capire che la vostra relazione si avviava alla fine. Lei si è spaventata, ha perso il controllo della situazione, e così, quando da suo marito ha visto il portaritratti con l’iniziale di Alberto, ha pensato di impossessarsene e di uccidere il suo amante, scaricando i sospetti su suo marito. Vede come torna tutto?»
Giulia aveva cominciato a sudare, non riusciva a spiccicare più una parola. Jacopetti non riusciva a contenere la sua soddisfazione.
«Devo arrestarla, signora. Sono venuto per questo.»
La signora non parlò più. Chiese il permesso di andare a cambiarsi. Si allontanò in fretta. Renzi e Jacopetti si alzarono e attesero. Quando all’improvviso sentirono uno sparo proveniente dalla camera. Accorsero, e trovarono Giulia distesa sul pavimento. Si era uccisa.
«E ora commissario?»
«Il caso è chiuso, Jacopetti.» 

Giorgio non la pensava così. Aveva letto l’articolo sul giornale. Non era convinto. Si era accostato alla finestra. Era una grigia domenica di novembre, il cielo era coperto di nuvole scure, che si spostavano lentamente da occidente a oriente. Venivano dal mare, gravide d’acqua. Passavano, ma non pioveva, sembrava che dovesse accadere da un momento all’altro. Tirava un forte vento, che scuoteva le antenne sui tetti rossi delle case. Giorgio guardava il cielo e guardava la fontana. Quella donna che lui nemmeno conosceva si era uccisa. La polizia aveva interpretato il suicidio come una confessione di colpevolezza. Non riusciva ad andare oltre. Giorgio intuiva che quello della donna era stato invece un atto scellerato di disperazione, di impotenza, di umiliazione.
Tornò a sedere sulla sua poltrona, riprese i giornali, tornò a leggere. Su uno di questi, un settimanale cattolico[1], nella cronaca locale lesse una lettera che lo colpì. Veniva da una missionaria: “Ho appena fatto in tempo a rientrare in Congo, a Kinshasa, per ritrovarmi ancora una volta in mezzo ai disordini politici, che questa volta sono guerra vera e propria.
Credo che le televisioni vi abbiano mostrato per lungo e per largo quello che è successo, e vi abbiano spiegato chi sono i ribelli, cosa vogliono, ecc. Fortunatamente non abitiamo in quei quartieri, dove hanno abbondantemente bombardato per snidare i ribelli e dove la gente ha aiutato a snidarli denunciando, uccidendone tanti con quel supplizio orribile del pneumatico attorno al collo. Da qui abbiamo sentito gli spari, visto gli aerei, sentito le bombe che cadevano sulle case dei civili. Abbiamo visto migliaia e migliaia di persone in fuga da quei luoghi, donne, uomini, bambini, con fagotti sulla testa, nelle mani quello che avevano potuto racimolare in fretta nelle loro povere case. Sfilavano in silenzio verso qualche parente, verso un po’ di spazio dove accamparsi.
Una moltitudine. Fortunatamente questo esodo è durato pochi giorni, dal mercoledì al sabato, dopo li hanno fatti rientrare, ma per tanti non c’era più la casa e peggio ancora per tutti quelli che sono rimasti sotto le bombe, perché non avevano voluto lasciare le loro case. La settimana successiva è toccato ad un altro quartiere la stessa esperienza.
Hanno evacuato in fretta la popolazione e questa volta è toccato anche ad una nostra comunità: ci hanno avvertito che erano in cammino e sono arrivate nel primo pomeriggio anche loro come i profughi, con una borsa nella mano. Ci siamo accomodate nella nostra casetta, con stuoie e coperte. Erano spaventate, certo in pochi minuti dover fuggire, lasciare tutto e non sapere se poi si ritrova quello che si lascia. Anche a loro è andata bene. Dopo una settimana sono potute tornare nella loro casa, che hanno ritrovato intatta. Questi gli avvenimenti più forti, poi c’è la quotidianità, un mese e più senza elettricità; per i più poveri meno disagio, la corrente non ce l’hanno mai; per noi abituate male, niente luce, niente frigo, niente acqua fresca né calda. Cucinare sul fuoco o con il carbone, legna e carbone oggetti rari da non sprecare. La notte al lume di candela, file lunghissime alle pompe di carburante, i magazzini semivuoti, affari d’oro per quelli che fanno il mercato nero. Non so dirvi la gioia quando è tornata la luce: hanno cantato e ballato tutta la notte, nonostante il coprifuoco. Adesso almeno qui la vita sta riprendendo, ma siamo tutti più poveri, i prezzi sono triplicati, tanta gente ha perso il lavoro per l’esodo degli stranieri, si vivono le conseguenze della guerra, e non è finita qui, forse è solo l’inizio. A Kisangani dove abbiamo un’altra comunità, sono in piena zona di combattimento. Kabila vuole riprendere la città caduta in mano ai ribelli. Ancora più a nord, dove abbiamo altre comunità, sono in attesa dei ribelli, perché le truppe del governo si stanno ritirando. Fino a quando durerà questa situazione, non si sa. Siamo nelle mani del Signore, cerchiamo di fare la sua volontà. Pregate e fate pregare per noi, per la gente che soffre ingiustamente, per coloro che si sono macchiati di gravi peccati contro gli stessi fratelli. Spero che quanto vi ho raccontato possa esservi utile per far pregare di più.

Kinshasa, 17 settembre 1998. Maria“.

Dunque Maria ora si era trasferita nel Congo, dove oltre alla miseria, si combatteva una guerra spietata.
Sofferenze, guerre dappertutto, dentro le coscienze e fuori nel mondo. La cattiveria è il cancro della coscienza.
Elio Vittorini si domanda: “Nella grande sala del primo piano si stavano scegliendo, sopra una lista di trecento nomi, quaranta nominativi di uomini da tirar fuori di cella quella stessa notte, condurre in due camion all’Arena, mettere contro un muro e fucilare. Senza interrogatorio, senza difesa, senza nemmeno una concreta accusa, sulla base semplicemente di carte fornite dagli ufficiali di polizia… si stava decidendo di toglier la vita a quaranta su trecento uomini vivi di cui non si avevano davanti che i nomi scritti sulle carte, non occhi, non facce, non loro stessi uomini vivi, e nessuno, giù nel corpo di guardia, né biondo ragazzo tedesco, né giovane o vecchio militare italiano, pensava un momento a quello che la riunione del primo piano significava, e al significato che tra poco avrebbe avuto in san Vittore, poi sopra un camion lanciato attraverso la notte della città deserta, infine sul grigio terreno dove un tempo balzava verso il cielo la felice palla delle partite di calcio, all’Arena.“[2]
In un modo o nell’altro si continuava a morire. 

[1] Toscana oggi, del 1 novembre 1998. La lettera è stata riportata pressoché integralmente. È stato mutato il nome della missionaria, che sul settimanale è Rita.
[2] In Uomini e no.

 

Gigolo #21

“Do you recognise this picture frame?” Renzi asked the signora Giulia.
“Should I?”
“Just answer the question.”
“I’ve never seen it.”
“I think you have.”
“And why should I recognise it?”
“It was found in your handsome gigolo’s bedroom of and it was you who put it there.”
“What are you saying, superintendent?”
“Don’t deny that you put it there to inculpate your husband in the murder of Alberto Santini. There’s a gap in your alibi between 8.00 and 9.00 p.m., remember? It takes just half-an-hour to get from your hairdresser to the dead man’s flat.”
Giulia was beginning to fidget in her chair. “It’s crazy to suspect me. How would I have done it?”
“Simple. You went up to see him. You gave him the picture frame and then you killed him.” 
“But whatever for?”
“You tell us.”
“But there was no reason for me to do any such thing. I didn’t kill him! How can I make you understand that?”
“You quarrelled. You had become too possessive. Alberto couldn’t stand that. He was accustomed to going with many women and he couldn’t bear your jealousy. So he tried to break up with you. He told you the relationship was at an end. You were frightened, you lost control of the situation and so, when you saw the frame with the letter A for Alberto, you thought of taking it, killing Alberto and shifting suspicion on to your husband. You see how it all fits?”
Giulia had started to sweat and she couldn’t utter a word. Jacopetti couldn’t contain his satisfaction.
“I have to arrest you, signora. That’s what I came here for.”
The woman said nothing then asked if she could go and change. She quickly left the room. Renzi and Jacopetti stood up and waited. Then they heard a shot coming from the bedroom. They ran upstairs and found Giulia lying on the floor. She had killed herself.
“What now, sir?”
“The case is closed, Jacopetti.”

Giorgio didn’t think so. He’d read the report in the paper and he wasn’t convinced. He’d gone over to the window. It was a grey Sunday morning in November, the sky covered by dark clouds moving slowly from west to east. They were coming from the sea and were heavy with rain. They were passing overhead but it didn’t rain though it seemed as if it might at any moment. There was a strong wind blowing, shaking the TV aerials on the red roofs. Giorgio looked at the sky and then at the fountain. That woman he hadn’t even known had killed herself. The police had taken her suicide as an admission of guilt. They hadn’t been able to see beyond that but Giorgio felt sure that her suicide had in fact been a terrible act of desperation, helplessness and humiliation.
He went back to his armchair, picked up the newspapers again and started to read. In the local news in one of them, a Catholic weekly,[1] he read a letter that made a deep impression on him. It was from a missionary, a nun.
I have just returned to the Congo, to Kinshasa, and find myself once more in the midst of political disorder which this time is out and out war.
I believe television programmes have shown you the details of what has happened and explained who the rebels are and what they want, etc. Fortunately, we don’t live in those parts where there has been widespread bombing to drive the rebels out of their hiding places, and where people have helped to oust them by reporting them, then killing many of them with the savage death penalty of putting a burning tyre round their necks. From here, we’ve heard the gunshots, seen the planes, heard the bombs fall on the houses of civilians. We’ve seen thousands and thousands of people fleeing from these places, women, men, children, carrying bundles on their head and in their hands the few things they’d managed to collect from their poor houses. They were walking in silence to some relative’s house, to some small place where they could put up a tent.
“A huge number. Fortunately, this exodus lasted just a few days, from Wednesday to Saturday, and then they made them come back but for many of them their house was gone and things were even worse for those who had stayed during the bombing because they didn’t want to leave their home. The following week the same thing happened in another district.
They quickly evacuated the people who lived there and this time our community was affected. They told us they were on the road and they arrived in the early afternoon, carrying bags like the refugees. We took them into our little house and provided them with mats and blankets. They had been scared, they’d had to flee in just a few minutes, not knowing if they’d find what they’d left when they got back. Things turned out well for them too. After a week, they were able to go back and they found their houses intact.
These were the most dramatic events but there were also the daily problems and a month and more without electricity. This was less of a problem for the poorest who’d never had electricity than for us who weren’t used to it. It meant no light, no fridge, no fresh or hot water, and cooking on a wood or coal fire, wood and coal that were hard to come by and not to be wasted. Candles at night, long queues at the petrol pumps, the shops half empty and highly profitable business for those selling on the black market. I can’t tell you the joy when the lights came back on. We danced and sang the whole night, despite the curfew.
Now life is at least beginning again but we’re all poor, prices have tripled, many people have lost their jobs because the foreigners have all left. We’re living in the consequences of war and it’s not finished here, perhaps it’s only the beginning. In Kisangani where we have another community, they’re right in the middle of the fighting. Kabila wants to retake the town that has fallen into the hands of the rebels. Further north, where we have other communities, they’re waiting for the rebels to arrive because the government troops are retreating. How long this situation will last, no one knows. We are in the hands of the Lord and we seek to do His will. Pray for us, ask others to pray for us, for the people who are suffering unjustly and for those who have who are stained by the terrible sins they have committed against their brothers.
I hope what I’ve told you will help you to encourage people to pray more.

Kinshasa, 17 September 1998, Maria

So Maria had been transferred to the Congo where there was a relentless war as well as poverty. Suffering, wars above all, in people’s souls and outside in the world. Wickedness is the cancer of the soul.
Elio Vittorini wrote, “In the large room on the first floor they were choosing the names of forty men, from a list of three hundred, who were to be taken from the cell that night, put in two lorries and driven to the Arena, put against a wall and shot. Without any questions, without hearing defences, without even a concrete accusation, simply on the basis of documents supplied by the police… they were deciding to take the lives of forty men out of three hundred for whom they had only the names written on the documents, not eyes, not faces, nor these living men, and no one down in the guardhouse, neither the blonde young German nor a young or old Italian soldier, thought for a moment of what the meeting on the first floor meant or of the significance of what would shortly take place in San Vittore, then on a lorry sent across the night in the deserted town, finally on the grey field where once the happy ball of football matches leapt towards the sky.”[2]
People go on dying, one way or another.   

[1] Toscana Oggi, 1 November 1998. The letter is quoted almost in its entirety. The missionary’s name (Rita in the newspaper) has been changed.
[2] In Men and Not Men

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart