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Giallo: Giulia/A detective story: Giulia (Trad. Helen Askham)#11/24

7 giugno 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

GIULIA #11

Il commissario Luciano Renzi stava coi suoi piedi larghi come barche sulla soglia del bar davanti a piazza Grande. Si arricciolava i baffi mentre sbirciava i passanti. Indugiava sulle belle donne, che a Lucca sono numerose.
«Ha ragione quel fottuto di Jacopetti. Le donne ce le abbiamo nel sangue, noi uomini.» Ne stava passando una, da mozzare il fiato. Tacchi alti, seno prorompente, bocca grande con labbra carnose. Jacopetti non era con lui. Renzi aveva lasciato l’ufficio per prendere una boccata d’aria, così diceva tutte le volte che non era in giornata buona. Dietro, alcuni avventori discutevano delle ultime elezioni, che erano avvenute poche settimane prima. Renzi, mentre guardava in strada, le gambe leggermente divaricate, non poteva fare a meno di ascoltare. Era bene tenersi aggiornati sugli umori della gente. Una sua regola che aveva trasmesso anche al fedele Jacopetti. Conoscere il pensiero degli altri, è conoscere un po’ di noi stessi, perché c’è dell’affinità tra noi e gli altri, e discendiamo dallo stesso progenitore.
«Ti dico che l’Italia andrà in peggio.» Era basso il tono della voce, ma Renzi sentiva molto bene ciò che dicevano.
«Peggio di così non potremo stare. Noi che abbiamo ancora il lavoro, siamo gli ultimi fortunati in questo Paese, ma non durerà per molto. L’hai sentite le cifre del dissesto? Il debito aumenta di quasi un miliardo di lire al giorno. Roba da infarto.»
«E tra poco non ci pagheranno più nemmeno le pensioni. Sarà mai possibile uscire da questa palude?»
«I nuovi almeno ci proveranno.»
«Ma anche i vecchi dicevano che stavano facendo di tutto, e invece si peggiorava sempre di più.»
«Hai ragione. La storia degli ultimi governi è una storia di buchi continui, e di menzogne. Mancano i soldi, iolai, e a chi li si chiede?  A noi disgraziati, che abbiamo pagato anche le loro ville e le loro ganze, a quei ladri.»
«Hai visto quante fabbriche, quanti ospedali, quante strade, quanti ponti, costruiti qua e là per l’Italia e non finiti, ed ora abbandonati al degrado? Soldi buttati al vento, e siamo noi a pagare, non loro.»
Quelli che chiacchieravano alle sue spalle, dovevano essere due impiegati, che erano usciti per il caffè.
«Stamani non so da che parte rigirarmi. Son dovuto venire qui, se no mi scoppiava la testa. Non vedo l’ora di andare in pensione, così potrò deciderlo io quel che devo o non devo fare.»
«Se ci andremo in pensione…»
«Guarda che si può fare sempre la rivoluzione.»
«È finito il tempo delle rivoluzioni. Ora si deve chinare la testa e dire grazie a chi ci dà un lavoro. Anche se ci pagano poco e ci sfruttano, si deve ringraziare. Perché il nostro Paese è in miseria nera, e anche con la rivoluzione, i quattrini se non ci sono, nessuno li crea dal nulla.»
«Vedrai che i nuovi qualcosa di buono riusciranno a fare. Abbiamo raggiunto il fondo, ed ora non si può che risalire.»
«Per me, non ho fiducia. La politica è una brutta bestia, e li cambia gli uomini. Anche quelli che hanno le migliori intenzioni, prima o poi battono la testa contro il muro della politica, che non è fatta solo di idee, ma anche di apparati e di burocrazia, purtroppo. Appena nate le idee, esse fanno poca strada, perché vengono avvelenate.»
Chiesero a Renzi, che stava proprio in mezzo all’ingresso, di farli passare. Si spostò, mettendosi di fianco. Osservò il barista che serviva il caffè ad un cliente. Aveva movimenti svelti. Servire in fretta per accontentare gli avventori era una sua regola. Sarebbero ritornati, così, se anche il caffè era ben fatto. Arrivava alle sue narici l’aroma inconfondibile.
«Quasi quasi, ne prendo un altro. Meglio di no. Altrimenti, chi la sta a sentire Maria, se stanotte non dormo.» A volte il caffè gli faceva di questi scherzi.
In fondo, in un angolo, due erano seduti al tavolino davanti a due bicchieri di birra, e giocavano a carte. Uno era mingherlino, secco secco, col viso tutto spigoli. L’altro era grosso, con una folta barba nera e i capelli lunghi sulle spalle. Renzi si avvicinò. Il giocatore barbuto alzò per un attimo lo sguardo su di lui. L’altro non si accorse di niente, perché il commissario stava alle sue spalle. Renzi vide che erano due vere schiappe, e lui ci avrebbe giocato ad occhi chiusi. Tornò sulla porta; poco dopo salutò e uscì. Prese la direzione per tornare in ufficio, ma fatti pochi passi cambiò idea, si voltò, vide là in fondo il campanile della chiesa di San Michele e decise di arrivare su quella piazza. La giornata era tiepida. I giorni precedenti aveva un po’ piovuto, come succedeva ormai da anni in primavera. Non era più come quand’era ragazzo. L’estate arrivava sempre in ritardo, ora; nella seconda metà di luglio. In compenso si prolungava a volte sino a ottobre. Aprile, maggio e giugno erano diventati i mesi più brutti. In piazza San Michele, sotto il tepore del sole, si erano formati, come sempre, capannelli di uomini anziani, intenti al chiacchiericcio. Più in là, appartate, stavano alcune mamme con le carrozzine. Intorno a loro i piccioni. Sugli scalini della chiesa sedeva qualche disoccupato. Renzi abbracciò tutto questo con un’occhiata. Gli sembrava, a rivedere le stesse scene che lui conosceva sin da ragazzo, che la vita fosse rimasta come prima, e che non tutto era andato perduto. Si poteva ancora rimediare, si era a tempo, se si sapeva usare il cervello.
Si appoggiò ad una delle colonnette di marmo. Dietro aveva la statua del Burlamacchi.
Vide passare il direttore della banca, che aveva la sede centrale in piazza San Giusto. Erano tempi di grandi trasformazioni nelle banche. Molti istituti di credito si erano coordinati tra loro dando vita a concentrazioni poderose. I clienti erano diventati numeri, e non guardavano in faccia a nessuno, e spostavano i loro capitali da una banca all’altra, tesi solo ad impiegarli presso il maggior offerente. Il denaro entrava ed usciva a fiumi.
Il direttore si accorse di Renzi, che era conosciuto un po’ da tutti. Si fermò a salutarlo.
« I nostri mestieri sono molto simili, sa? Anche noi dobbiamo prestare attenzione alle chiacchiere della gente, raccogliere il pettegolezzo, proprio come fa lei, commissario.»
«Io però raccolgo solo chiacchiere, solo quelle mi restano in mano. Lei, invece, acchiappa i milioni, se non addirittura i miliardi.»
«Ma io, i soldi, non li prendo soltanto, li offro anche.»
Renzi si ricordava della storia della macchina nuova[1], quando per un miracolo era riuscito a non ricorrere al prestito in banca.
«Ma a che tassi! Come fa un poveraccio a restituirveli, i soldi?» Erano diventati numerosi i crediti che le banche non riuscivano a riscuotere, ma non dai poveracci, che facevano di tutto, anche digiunavano, per pagare la rata della macchina o della cucina nuova, ma dalle aziende più grandi, le quali subivano la grave crisi del Paese, ed avevano dovuto ridurre la produzione. Meno merce venduta, meno guadagno. Meno guadagno, meno denaro per pagare i debiti. E tra i debiti sceglievano di pagare prima quelli verso i fornitori, che così continuavano in qualche modo a provvederli delle materie prime, poi, se avanzava qualcosa, pagavano anche gli interessi alla banca, la quale doveva sopportare, poiché non c’erano molte alternative, e se alzava la voce più di tanto, poteva causare la chiusura dell’azienda, che era una cosa delicata, dato che, con il licenziamento, si mandavano a casa dei lavoratori, e quindi si creava più disoccupazione, che era la piaga da cui non si riusciva a guarire.
«Lei, commissario, in banca ci capita raramente. Ecco perché parla così. Non le stia a sentire le chiacchiere, e venga piuttosto a trovarci. Sa a quanti riusciamo a risolvere i problemi? Ci chieda un prestito, magari, e vedrà che muterà opinione.»
Si salutarono, e Renzi lo accompagnò con lo sguardo finché non lo vide voltare verso via Veneto. L’orologio in cima a palazzo Pretorio segnava le undici e mezzo. Lo controllò con il suo che aveva al polso. Undici e ventinove. In Italia non ci sono due orologi che segnano la stessa ora.
Giunto in ufficio, s’affacciò da Jacopetti. Batteva a macchina la relazione che gli doveva consegnare nel pomeriggio.
«Mi ha cercato nessuno, Jacopetti?»
«No, commissario.»
«Meglio così. Stamani non carburo. Meno male che è venerdì, e dopodomani faccio una sorpresa a Maria. La porto a mangiare un po’ di pesce a Viareggio.»
«Bravo commissario. L’accontenti quella povera donna, che se ne sta sempre chiusa in casa.»
«Soldi ce n’è pochi, Jacopetti. C’ho Manuela e Alberto che studiano, io. Tu figli non ne hai. È una fortuna, coi tempi che corrono.»
Non era d’accordo, Jacopetti, e non rispose. I figli sono tutto per una coppia, e lui sentiva che nella sua vita non c’era più sapore, da quando aveva saputo che non ne avrebbe avuti.
Renzi si accorse di averlo ferito. «Pensa alle donne, Jacopetti. Ne ho viste certune stamani, da mozzare il fiato.»
Gli si illuminarono gli occhi, a Jacopetti.
«Certo che noi siamo stati sfortunati, commissario. Ci sono capitate due mogli… beh, la sua è ancora carina, ma la mia… »
«Le devi voler bene, invece, a tua moglie, perché se lo merita. Una donna come la vorresti tu, va bene nel letto, ricordalo, ma non in casa per sempre.»
«Se la rammenta la signora Materazzo[2]?»
«Certo, e chi se la dimentica, quella.»
«Ecco, una donna così, dovrebbe toccare a tutti almeno una volta nella vita.»
«Ti avvelenano il sangue.»
«Ma senza di quelle, la vita è una vera schifezza.» Pensava al rapporto che stava battendo, che riguardava un omicidio, e il colpevole aveva confessato la sera prima, dopo un penoso e struggente interrogatorio, al quale aveva partecipato il commissario. Si trattava di un padre che aveva ucciso il figlio drogato, dopo che non gli erano riusciti i molti tentativi di recuperarlo ad una vita normale.
Bussarono alla porta. Un appuntato si rivolse al commissario. «La stanno cercando al telefono.»
«Fai passare qua la comunicazione.» Il telefono nella stanza di Jacopetti trillò poco dopo.
«Sono Renzi.» Si mise in ascolto.
«Dammi l’indirizzo. E non toccate nulla, mi raccomando.» Abbassò e si voltò verso il suo collaboratore, che stava ancora seduto davanti alla macchina per scrivere, ma con il busto girato verso il commissario.
«Qualche brutta notizia, commissario?»
«Forse un suicidio. Una donna è stata trovata avvelenata.»

[1]Episodio narrato nel giallo “I coniugi Materazzo”.
[2]Personaggio descritto nel giallo “I coniugi Materazzo”.

 

GIULIA #11

Detective-Superintendent Luciano Renzi was standing on his very big feet just outside the bar in Piazza Grande. He twirled his moustache as he watched the passers-by from the corner of his eye, his glance lingering on pretty women. There are plenty of good-looking women in Lucca.
“That bastard Jacopetti is right,” he thought. “We men have women in our blood.”
A woman to take your breath away was walking past. High heels, plenty of cleavage, a wide mouth with full lips. Jacopetti wasn’t with him. Renzi had left the office for a breath of air, as he always did when the day wasn’t going well. Behind him some customers were discussing the elections that had taken place a few weeks earlier. As he stood watching the street, he couldn’t help listening. It was a good thing to keep up-to-date with the mood of the people. It was a rule of his that he’d passed on to Jacopetti. Knowing the thoughts of others is a part of knowing ourselves because there’s an affinity between ourselves and others and we all have the same forefather.
“Italy’s going from bad to worse, I tell you.”
They were speaking in low voices but Renzi could hear them quite clearly.
“Things can’t get any worse than they are now. We’re the lucky ones because we’re still in work, but it may not last much longer. Have you heard the latest financial figures? Debt’s increasing by almost a billion lire a day. Enough to give you a heart attack.”
“And it won’t be long before they won’t pay pensions any more. How’re we supposed to get out of this mess?”
“At least these new people will try.”
“The last lot said they were doing everything that had to be done but things just kept getting worse.”
“You’re right. The story of the last few governments is a story of debt, debt and lies. They don’t have money so who do they ask for it? Poor bastards like us when we’ve already paid for their villas and fancy women. Thieves, that’s what they are.”
“And what about all the factories and hospitals and roads and bridges that were built all over the place and never finished? They’ve just been left to rot. Money thrown away and we’re the ones who pay, not them.”
The men chatting behind him must have been office workers who’d come out for a coffee.
“I don’t know whether I’m coming or going this morning this morning. I had to get out and come here, otherwise my head would have burst. I can’t wait to retire and get my pension. Then I’ll be able to decide for myself what I should or shouldn’t do.”
“If you get a pension…”
“There could still be a revolution.”
“That time’s past. Now we have to bend the head and say thank you to whoever gives us a job. They may pay us next to nothing and make us work too hard but we have to say thank you very much because Italy’s in a very bad way. Even if there was a revolution, there wouldn’t be any money. You can’t make money out of nothing.”
“This new government will manage to do something about it. We’ve reached the bottom and the only way is up.”
“I’ve got no faith in them. Politics is a dirty business and it changes people, even the ones with the best intentions. Sooner or later they start banging their heads against the wall of politics because politics isn’t just about ideas. Unfortunately it’s also about party machinery and bureaucracy. People with ideas don’t get very far. They’re shot down”.
Renzi was standing in the middle of the doorway and the men asked if they could get past. He stepped to one side. For a moment, he watched the barman’s rapid movements as he made coffee for a customer. The barman made it a rule to serve coffee quickly because he thought that was the best way to satisfy customers. In fact, they would come back as long as the coffee was good.
The unmistakable aroma wafted towards Renzi. “I fancy another,” he thought, “but better not. Maria’ll have plenty to say if I can’t sleep tonight.” Coffee sometimes did that to him.
He went into the café to pay. At the end of the bar, two men were sitting at a table with two beers in front of them. They were playing cards. One of them was small and thin with a bony, angular face. The other was a big man with a thick black beard and hair that came down to his shoulders. Renzi went and looked over their shoulders. The one with the beard looked up at him for a moment. Renzi could see neither of them knew anything about cards and that he could have played them with his eyes shut. He went back to the doorway, stood there for a moment or two, called goodbye and went out.
He started to go in the direction of his office but then changed his mind, turned, saw the campanile of the Church of San Michele at the end of the street and decided to go to the piazza. It was a mild day. The last few days it had rained as was now usual in spring. It wasn’t like it used to be, when he was a boy. Summer came later now, in the second half of July but, by way of compensation, it sometimes lingered until October. April, May and June now had the worst weather of the whole year.
In Piazza San Michele, small groups of old men stood chatting in the gentle sunshine. Further away, standing apart, were some mothers with prams, with pigeons round them. A few men, probably unemployed, were sitting on the church steps. Renzi took it all in at a glance. He’d seen such scenes since he was a boy, and looking at them now, it seemed to him that life was as it used to be and not everything had been lost. If there was time, if people would use their heads, things could still be put right.
He leaned against one of the little marble bollards, the statue of Burlamacchi behind him. The bank manager of the branch in Piazza San Giusto was passing by. These were times of great changes for banks. Many of them had amalgamated, creating powerful units where customers had become faceless numbers. They moved their cash from one bank to another, intent only on lodging it where they got the highest interest. Rivers of money flowed in and out.
The bank manager noticed Renzi, whose face was familiar to everyone, and stopped to talk.
“Our jobs are very similar, you know. We have to pay heed to what people are saying and what the gossip is, just as you do, superintendent.”
“Gossip’s all I collect, though. That’s all I ever come by. But you get your hands on millions, billions even.”
“I don’t just take money, however, I also offer it.”
Renzi was remembering when they’d bought the new car[1]. By some miracle, he’d managed to avoid having to apply for a bank loan.
“But the rates you charge! How can a poor man ever pay you back?”
It had become quite commonplace for banks to be unable to recover the money they loaned but the problem was not the poor. They did all they could to pay the next instalment on the car or the new kitchen, going without food even. Some of the biggest companies in the country, however, were affected by the serious crisis that the country was in and had had to cut production. The fewer goods sold, the less money earned. The less money earned, the less there was to pay debts. And amongst those debts, they chose to pay those to their suppliers first so that they could continue to have the raw materials they needed and so hope to carry on. They paid interest on the loans and the banks had to be content with that because there was no alternative. If they insisted on repayment, they could close the factory’s doors. It was a delicate matter because workers would be paid off and sent home, thus creating more unemployment and a running sore that would never heal.
“You hardly ever go into a bank, superintendent. That’s why you say these things. Don’t hang about listening to gossip but come and see us. You don’t realise how often we solve people’s problems. Ask us for a loan sometime, and you’ll change your opinion.”
They said goodbye and Renzi watched him until he turned into Via Veneto. He looked at the clock on Palazzo Pretorio – it was 11.30. He looked at is watch – 11.29. No two clocks in Italy tell the same time.
When he got to the office, he looked in on Jacopetti who was typing up a report that was due in that afternoon.
“Has anyone been looking for me, Jacopetti?”
“No sir.”
“Just as well. I can’t seem to get going this morning. Thank goodness it’s Friday. I’m going to surprise Maria on Sunday. I’m going to take her to a seafood restaurant in Viareggio.”
“Good for you, sir. You should keep that poor woman happy. She’s stuck at home all day, every day.”
“We don’t have much money, Jacopetti. We’ve got Manuela and Alberto at school. You don’t have any children. That’s a good thing in times like these.
Jacopetti didn’t agree and made no reply. Children are everything for a couple and ever since he’d found out he’d never have any, life had lost some of its savour.
Renzi saw he’d hurt him. “Think about women, Jacopetti. I saw a few beauties this morning.”
Jacopetti’s eyes lit up. “We’ve been unlucky, sir, that’s for sure. We’ve got ourselves two wives that… well, yours is still pretty but mine…”
“Come on, you’ve got to love your wife because she deserves it. Remember, the kind of woman you fancy is fine in bed, but not in the house all the time.”
“Do you remember the Materazzo[2] woman?”
“Of course. Who could forget a woman like that?”
“A woman like that! Every man should have the chance of one like that at least once in his life.”
“They poison your blood.”
“But without women like that, life’s not worth much.”
He was thinking of the murder report he was typing. The murderer had confessed the previous evening after a difficult, painful interview in which Renzi had taken part. A father had killed his drug-addict son after numerous attempts at rehabilitation had failed.
There was a knock at the door. An officer came in looking for Renzi. “You’re wanted on the phone.”
“Get them to transfer the call here.”
The phone in Jacopetti’s room rang after a moment or two.
“Renzi here.” He listened. “Give me the address. And don’t touch a thing.”
He put the phone down and turned to his colleague who was still at the typewriter but looking at Renzi.
“Bad news, sir?”
“Looks like a suicide. A woman’s been found poisoned.”

[1] An episode in the detective novel I coniugi Materazzo.
[2] One of the characters in I coniugi Materazzo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart