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Giallo: Giulia/A detective story: Giulia (Trad. Helen Askham)#20/24

16 giugno 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

GIULIA #20

 

Francesco s’era messo a urlare contro la sorella, perché non ci voleva andare al funerale.
«Ma che cosa penserà la gente?»
«Che vuoi che me ne importi della gente. È falsa, la gente. A nessuno importa della morte di Giulia, salvo che a noi.»
«È appunto per questo che devi venire. Siamo i soli a cui Giulia si sentiva legata. Se tu credi nei sentimenti, dovresti capire che sarebbe contenta di vederti al suo funerale.»
«Giulia non vede né te né me. Quando si è morti, abbiamo chiuso con questa vita. Chissà dov’è ora Giulia, se davvero esiste un altro mondo.» Francesco viveva quel periodo della vita, in cui si nutrono anche delle grandi illusioni, e si costruiscono progetti che riescono a infondere una grande felicità, e dànno ragione della propria esistenza, e ci colmano di volontà e di superbo coraggio. Ma è l’età in cui si è più vulnerabili, pur in mezzo a tanta esultanza e spavalderia. Il padre Alfredo, durante le conversazioni che tenevano a tavola, cercava di insegnare ai figli che non dovevano credere tutto il bene possibile della vita, e che, se era un dono essere nati, era un duro viaggio l’avventura del vivere, che li avrebbe portati non davanti al castello fatato, dove stava ad attenderli il principe o la principessa dei loro sogni, bensì davanti alla nera e squallida morte. Il dono che ci era stato offerto, noi lo si doveva restituire, eccola la verità, proprio con la nostra morte, che non è mai bella per nessuno, neanche per chi soffre, e neanche per chi crede nell’aldilà. Ma per Francesco, una cosa era udire le parole del padre, una cosa era stata la morte della madre, che sembrava confermare quel triste pedaggio, un’altra cosa era invece la morte di Giulia, che aveva una violenza evidente dentro di sé. E quella violenza si era trasferita in lui, sbattendo la porta ai sogni della sua età. Anna si era accorta del mutamento. Era diventato musone, irascibile, intollerante. Sembrava sentirsi a disagio tra le quattro pareti domestiche; anche quando si sedeva accanto a loro, pareva non sopportarli più. Parlava poco, rispondeva malvolentieri. Da quel venerdì non sembravano passati soltanto tre giorni, ma tre lunghi anni, tanto appariva forte il cambiamento avvenuto nel ragazzo.
«Sta crescendo» aveva risposto Alfredo alla figlia. «E questa disgrazia ha accelerato i passaggi della sua età.»
«Non mi piace più Francesco. Ho paura che accada qualcosa. Mi risponde male, quasi con cattiveria.»
Infine, Anna aveva chiuso la lite col fratello.
«Se non vuoi venire al funerale, peggio per te. Pensala un po’ come ti pare, ma non devi dirci che a Giulia le volevi bene. Perché io non ti credo più.»
«Non mi interessa niente di quello che credi. Io a Giulia ero legato più di te. E ora lasciami in pace.»
Alfredo non si era messo in mezzo. Udiva tutto dalla camera. Il suo cervello mulinava per capire le ragioni del figlio.
Dette una sbirciata alla foto di Bianca: «Ha preso da te anche lui, sarai contenta.»
Fattosi il nodo alla cravatta, infilata la giacca, si presentò in salotto:
«Allora, siamo pronti? È tempo di andare.»
«Francesco non vuol venire con noi. Non viene al funerale, babbo.»
«Se è così che desidera, sia fatta la sua volontà. Andremo noi due.»
«Ma che cosa dirà la gente?»
«Vuoi trascinarcelo tu, al funerale? Vuoi trascinarcelo con la forza?»
«Ma non gli dici niente?»
«È grande. Sa quello che fa. Andiamo. Non perdiamo tempo.»
Il commissario Renzi e Jacopetti si trovavano già in chiesa, quando fu introdotta la bara di Giulia.
«Non c’è il ragazzo» osservò subito Jacopetti, sussurrando le parole all’orecchio di Renzi.
«L’ho visto da me, Jacopetti, mi credi cieco?» Jacopetti si chetò. Stavano in piedi in fondo alla chiesa, appoggiati al muro. Alfredo ed Anna andarono a sedersi sulla prima panca, a destra della bara. Era venuta molta gente. Parecchi li conosceva, il commissario, perché erano noti imprenditori della città. Altri erano arrivati dalla provincia. Passarono anche gli ingegneri Stefano Brandoni e Mauro Gavazzi, che si accomodarono proprio dietro ad Alfredo e Anna.
«Quella poveretta ha finito di soffrire» bisbigliò Jacopetti.
«E chi te lo dice che soffriva?»
«A questo mondo si soffre sempre. Me ne trovi uno che sia contento della vita. Eppoi, mi son fatto l’idea che non fosse felice.»
«Ah, tu le idee te le fai così, senza una ragione.»
«Sa, io sono all’antica. Se una donna inganna un uomo, al quale ha fatto credere di voler bene, e va a letto con un altro, e forse chissà con quanti, c’è qualcosa che non va. Perché solo se i sentimenti sono sani, limpidi, si può essere felici. Non è d’accordo con me, commissario?»
«No, nel modo più assoluto. E ora chetati, che il tuo brontolìo dà fastidio alla gente.» Infatti, alcuni delle ultime file si erano girati verso di loro, a lasciare intendere un rimprovero. Furono cantati i salmi, e benedetta la bara. Quattro portantini vestiti di nero la caricarono infine sulle spalle e si avviarono verso l’uscita. Dietro di loro, su due file, s’incamminò la folla. Deposta la bara nel carro funebre, si formò il corteo di auto, che si diresse verso il cimitero di Sant’Anna. Qualche passante di una certa età, scorgendo il carro, si toglieva il cappello in segno di rispetto. 

Mercoledì mattina, Alfredo ricevette una telefonata dalla banca. Era il direttore. Desiderava parlare con lui.
«Devo venire subito?»
«Quando crede lei. Con comodo, anche domani.»
«Vedrò se posso passare in mattinata. Altrimenti, sarò senz’altro da lei domani.»
Quella telefonata gli guastò il sangue. Pensava che se il direttore gli aveva telefonato, ci doveva essere una ragione, e quando telefona il direttore di una banca, le ragioni sono sempre dalla sua parte, e mai da quella del cliente. Dunque, gli entrò un tarlo nella mente, e cominciò a rodere. Alle dieci e mezzo aveva un appuntamento in tribunale per due cause che andavano avanti da chissà quanti anni. Non gli avrebbero portato via molto tempo, perché era d’accordo coi suoi colleghi, difensori della parte avversa, di prorogarle in attesa di alcune certificazioni e di alcune perizie che non erano ancora arrivate. In tribunale, come al solito, c’era ressa di gente, tra avvocati, che si riconoscevano per l’immancabile borsa che portavano a mano, e i loro clienti, che si muovevano smarriti nei corridoi, in attesa di essere convocati dai giudici. Era proprio una pena, ed anche un’umiliazione, assistere all’amministrazione della giustizia fatta in quel modo squallido e primitivo. Gli avvocati, incrociandosi nelle stanze delle segreterie, si salutavano sempre con larghi sorrisi, abituati a quel sordido tran tran, che mortificava anche il loro valore.
Poco dopo mezzogiorno, Alfredo si trovò libero da quei primi impegni ed uscendo dal tribunale si avviò verso la banca. Per istinto, associò quella telefonata alla morte di Giulia, e rimproverò il destino di avere messo sulla sua strada quella donna. Non era bastato infierire su di lui con la moglie Bianca? Si sentì vittima di una congiura che era tramata dalla stessa Provvidenza, e lungo la via non vedeva altro che nemici che ridevano di lui, invece che innocui ed ignari passanti. La mente andava per conto suo, ora, e si incupiva la ragione.
Quando giunse, il direttore era occupato. Attese. Davanti a lui passavano impiegati e clienti che entravano ed uscivano da altre stanze. Non alzava la testa, e vedeva soltanto i loro piedi. Si distraeva ad osservare i vari modelli di calzatura che andavano di moda. Lui, invece, era rimasto all’antica e portava da anni sempre lo stesso tipo di scarpa, dal disegno semplice, senza fronzoli.
Aprendo la porta, il direttore lo vide, lo salutò, e dopo essersi congedato dall’altro cliente, lo invitò ad entrare.
«È stata propria una brutta disgrazia. Ma come può essere accaduto? Una donna così piena di vita…»
«Non so ancora capacitarmene, direttore.»
«Soffriva di qualche cosa?» Pensava forse ad un male incurabile, il direttore.
«Assolutamente no. Me ne avrebbe parlato, altrimenti.»
«Chissà perché, allora.»
«C’è qualcosa che non va, direttore?»
«Lei ricorderà che abbiamo acceso un prestito a nome della signora Giulia Lazzarini.»
«Credo che non sia più necessario. Né io né i miei figli abbiamo intenzione di sostituirci alla signora Giulia in questo affare. Non ne avremmo nemmeno le capacità, mi creda.»
«Non si tratta di questo» disse il direttore.
«Di che si tratta, allora?»
«Ma lei davvero non immagina? Ma lei non sa niente?»
«Che cosa dovrei sapere?» Il direttore si accorse che Alfredo davvero cascava dalle nuvole. Fece una pausa e lo guardò in viso.
«La signora Lazzarini, i soldi li ha già ritirati dalla banca.» E aggiunse:
«Li ha ritirati tutti, salvo pochi spiccioli.»
Ad Alfredo si oscurarono la vista e la ragione.
«Non è possibile. Me ne avrebbe parlato…»
Il direttore fece un’altra pausa, molto più lunga questa volta.
«Evidentemente ha ritenuto di non doverle dire niente.»
«E ora?» Eccolo, il tarlo che si era messo a rodere sin da quando aveva ricevuto quella telefonata.
«Il conto è scoperto di circa 195 milioni. Praticamente, il fido che abbiamo messo a disposizione della signora Lazzarini. Lei comprende che il problema della banca, ora, è di sapere chi ci restituirà questi soldi. Lei ricorderà di essersi prestato come garante della povera signora…» Povera?  Povero era lui, che non sapeva dove andarli a trovare quei soldi.
«Prima di chiederli a me, agirete sui beni della defunta, suppongo.»
«Non è così. Lei capirà che la banca non è una sorta di ufficio di vendite giudiziarie. Ecco perché chiediamo, per certe operazioni, firme di garanzia subito solvibili, come appunto la sua. Eppoi, lei sa meglio di me che la signora Lazzarini non possedeva alcuna proprietà immobiliare, su cui poter agire.»
«Come, non possedeva alcuna proprietà immobiliare! E la casa dove abitava?»
«Ma davvero non lo sa?»
«Ma sapere che cosa!» Si rendeva conto che non sapeva niente di niente, e chiunque lo avrebbe potuto mettere nel sacco. Anche un bambino. Il direttore si accorse della sorpresa.
«Non era sua, la casa. Non lo era mai stata, credevo che lo sapesse. Appartiene ad una vecchia zia che vive a Bologna, ricoverata in una casa di riposo. La signora Lazzarini non possedeva niente, salvo che del denaro contante: quei trecento milioni, e i duecento versati da lei, oltre ai duecento prestati, su sua firma di garanzia, dalla banca. E tutto questo denaro, ossia settecento milioni, come le ho già detto, è stato prelevato.»
«Quando sarebbe stato prelevato?»
«Giovedì pomeriggio, poco prima della chiusura degli sportelli. Forse intorno alle tre e un quarto, tre e mezzo.»
«Tutti i settecento milioni?»
«Tutti, pressappoco.»
«Ma com’è possibile che una si porti dietro settecento milioni in contanti?»
«Veramente non li ha portati via tutti in contanti, ma su questo punto mi permetta di tacere. Sa, per via del segreto bancario. Ad ogni modo, ecco l’assegno di settecento milioni con il quale è stato effettuato il prelevamento.» Aprì uno dei cassetti della scrivania, ed estrasse l’assegno, che mostrò all’avvocato.
«Come vede è stato incassato dalla signora Lazzarini.» Voltò l’assegno e indicò col dito la firma di Giulia.
«Riconosce la sua firma?»
«Sì, è proprio quella di Giulia. E ora, che dovrei fare io?» Ritornò alla domanda di prima.
«Noi, li dobbiamo chiedere a lei i 195 milioni prestati.»
«Ma io non li ho!» Si vergognava. Forse il direttore lo reputava più ricco. Invece, sembrò preparato a ricevere quella risposta. Infatti:
«Ma non li vogliamo mica subito. Soltanto una parte, quello che può. Stia tranquillo, non le caviamo il sangue. Lei è una persona che gode della nostra piena fiducia. Altrimenti, non le avremmo richiesto quella firma di garanzia.»
«Quella firma mi mette sul lastrico.»
«Non dica così. C’è rimedio a tutto, fuorché alla morte. Si lasci guidare da me. È andata peggio alla signora Lazzarini, non le pare?»
«No, va peggio a me. Dove li trovo quei soldi?»
«Intanto, ha con noi dei risparmi, non è così? A quanto ammontano?» Era una domanda retorica, perché il direttore conosceva bene l’ammontare del suo deposito. «Immagino che abbia dei risparmi anche presso la concorrenza.»
«No, solo da voi. Lei mi fa troppo ricco, direttore. Io possiedo soltanto gli ultimi quaranta milioni investiti nei fondi, lei lo sa meglio di me.»
«Allora, ascolti ciò che le suggerisco, per venirle incontro.» Venirgli incontro! Che ipocrisia!  Non lo capiva che lui aveva già perso duecento milioni dei suoi, ed ora doveva tirarne fuori altrettanti?, e tutto questo in cambio di niente! Lasciarlo in pace, ecco che cosa dovevano fare, e rispettare la sua disgrazia.
«Mi dica» farfugliò, invece.
«Lei, non dico subito, domani magari, dà disposizione a noi di vendere la quota che ha investito nei fondi. E così il debito si riduce a 155 milioni circa, perché bisognerà tenere conto degli interessi che sono già maturati a partire da giovedì, il giorno del prelevamento, e di quelli che matureranno fino alla completa estinzione del suo debito.» Ecco, ora il debito non era più di Giulia, ma con quelle semplici parole del direttore, si era trasferito su di lui. Covava una rabbia tale, Alfredo, che avrebbe potuto incenerire l’intera città.
«E come glieli restituisco questi 155 milioni? Io non vedo come. Non sono mica bazzecole.» Sapeva che avrebbe potuto disporre anche dei risparmi dei figli, circa cinquanta milioni, ma quelli non voleva proprio toccarli. Quando avrebbe potuto metterli di nuovo da parte?
«Mi ascolti, e abbia fiducia in noi.» Sì, fiducia! Ecco un’altra bella parola, in bocca a uno che ti sta succhiando il sangue, e che avrebbe potuto metterlo in guardia prima, su queste cose. Perché non glielo aveva fatto capire al momento della firma della fidejussione, che Giulia non possedeva un bel niente, e che la casa che lui credeva di Giulia, era invece della zia? Come poteva lui sospettarlo, se Giulia gli aveva sempre lasciato intendere che era sua? Un privato non ci pensa a certe cose, al contrario delle banche, che sono abituate al sospetto e alla diffidenza.
«Che dovrei fare?» Si abbandonava, ora.
«Mi ascolti. Noi iscriviamo ipoteca consensuale sulla sua casa…»
«No!» Era la casa dei suoi avi. Mai nei secoli l’aveva sfiorata l’ombra di un’ipoteca. «Questo non può farlo!»
«Non si può evitare, visto l’ammontare del debito.»
«Non mi faccia questo affronto, direttore, la prego.» Era all’antica, e considerava l’ipoteca sulla proprietà un oltraggio.
«Non la prenda in questo modo. Oggi, l’ipoteca è diventata una cosa di tutti i giorni. Eppoi, si saprà presto che non è un debito suo, ma della signora Lazzarini, e che lei vi fa fronte da galantuomo.»
«Da imbecille, vorrà dire.»
«Non la prenda così. Si faccia animo.»
«E una volta iscritta l’ipoteca?»
«Noi le concediamo due anni per restituire il debito, con versamenti mensili.»
«Di quanto?» Il direttore avvicinò a sé una piccola calcolatrice, e si mise a battere delle cifre.
«Dunque, vediamo. Ora io, s’intende, le dirò una cifra approssimativa. Saranno fatti i conti esatti dai nostri uffici, e lei avrà tanto di conferma scritta, così  che non possa avere dubbi sulle nostre intenzioni di aiutarla. Dunque, vediamo. Circa sette milioni, sette milioni e mezzo. Al mese, naturalmente.»
«Ma è una cifra impossibile! Come faccio a pagarla? Al mese, guadagno sì e no proprio quella somma, e ci devo mantenere la famiglia. Lei non lo sa che ho due figli, e che studiano?»
«E in tre anni, invece, ce la farebbe? Devo chiedere l’autorizzazione, però. Anche se, trattandosi di lei, confido che me la concederanno. Ad ogni modo le prometto il mio massimo interessamento. Ce la farebbe in tre anni?»
«Quanto verrebbe la rata mensile.» Il direttore ritornò a battere sulla calcolatrice.
«Circa cinque milioni.»
«Ma sono ancora troppi!»
«Mi creda, non posso proprio fare di più.» Si lasciarono che Alfredo aveva la tempesta nel cervello. Cinque milioni al mese buttati al vento, per una sciocchezza che aveva compiuto, quella di fidarsi di Giulia. Come faceva a tirare avanti con soli tre milioni al mese? Sarebbe cambiata tutta la sua vita.
A casa rivelò ai figli ciò che stava accadendo.
«Vendi i nostri Bot.»
«Non lo farò mai.»
«Sono nostri o no? Allora noi vogliamo che li vendi[1]. Quando saremo più grandi, ci penseremo da noi a mettere da parte qualche risparmio. Tu non devi preoccuparti. Ce ne sono tanti al mondo, di figli che non hanno nessun risparmio in banca, ed affrontano la vita con le proprie sole forze.» Era vero anche questo. Ma Alfredo si sentiva uno sconfitto, un perdente per il resto della sua vita, se avesse rinunciato a conservare quei risparmi, che racchiudevano tanti sogni per i suoi figli, sogni suoi e di Bianca.
«Ci darai un dolore, babbo, se rifiuterai il nostro aiuto.» Era Anna, che non li voleva tenere quei soldi e, come Francesco, sentiva che si era arrivati ad un punto della vita in cui si doveva ripartire da zero, non solo nelle cose materiali. Così, Alfredo accettò.
«Domani tornerò in banca, e avvertirò il direttore. Mi farà un nuovo conteggio e speriamo di potercela fare, questa volta.»
Dopo cena, pensò di telefonare a Ludovico, il fratello di Bianca, che viveva a Firenze.
«È un imbroglio, Alfredo. Aspetta, prima di impegnarti con la banca. Voglio venirci a parlare anch’io col direttore. Non mi pare giusto che ti mettano con le spalle al muro a questo modo.»
«Quando vuoi venire?»
«Domattina alle dieci sono da te. Ci troviamo nel tuo ufficio.» Il cognato era di carattere testardo, tenace; avrebbe fatto comodo, ad Alfredo, uno come lui, che era anche perspicace, e col pensiero andava molto più in là della ragione. Si sentì un po’ sollevato, anche se sapeva che alla fine, alla banca, i soldi qualcuno avrebbe dovuto restituirli, e il più esposto era lui.
Rifletteva stando rinchiuso nel suo studiolo, seduto sulla poltrona, con davanti, poggiata sulla piccola scrivania, la foto di Bianca. Non aveva voglia di parlarci, però, perché in quel momento odiava tutte le donne del mondo, tranne Anna, la figlia adorata, che però non era una donna, ma sua figlia. Tutta un’altra cosa, i figli. Sentì la voglia di andare ad affacciarsi alla porta delle loro camerette, dove, forse, studiavano. Anna stava invece in salotto, davanti al televisore. Era serena, e come spesso accadeva, quando aveva momenti di quiete, stava sdraiata bocconi sul tappeto, e teneva il viso appoggiato alle braccia, le mani aperte sulle guance, e, dietro, i piedi sollevati, scalzi, che si muovevano, dondolando di qua e di là. Era stato fortunato coi figli, era il solo bel regalo che restava di Bianca.
«E Francesco?»
«Lo sgobbone, dev’essere in camera sua a studiare.»
Alfredo si mosse quasi in punta di piedi, per non far rumore. Aprì piano piano la porta. Si affacciò appena, per timore di disturbare. Francesco non studiava. Era sdraiato supino nel letto, e aveva il viso rivolto proprio verso la porta. Alfredo vide che stava piangendo. Il ragazzo si accorse di lui. Si voltò subito dall’altra parte, ma ad Alfredo era già cascato addosso il mondo. Sentì che quel dolore era anche suo, perché il dolore di un figlio appartiene al padre, sempre, e li incatena. Non disse nulla. Entrò nella stanza. Si sedette su di una sedia e stette muto accanto al figlio per molto tempo, muto finché Francesco non si addormentò.

[1]L’uso dell’indicativo è tipico del parlare lucchese. Lo registra anche il grande filologo tedesco Gerhard Rohlfs nella sua Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti, a pag. 69 del volume terzo (Piccola Biblioteca Einaudi, 1969)

GIULIA #20

 Francesco didn’t want to go to the funeral.
“But what will people think?” Anna asked.
“Why should what they think matter to me? People are false. Giulia’s death doesn’t matter to anyone except us.” Francesco was shouting.
“That’s why you have to go. We’re the only ones Giulia cared about. If you believe in feelings, you should understand that she’d be happy to see you at her funeral.”
“Giulia won’t see either you or me. When we’re dead, we’re finished with this life. And if there really is another world, I wonder where Giulia is.”
Francesco was going through that stage of life when we feed on grand illusions and construct plans that inspire great happiness and give life meaning, when we overflow with good will and high courage. It’s also the age, however, when we are most vulnerable despite the exultation and arrogance. Alfredo had tried to teach his children that they shouldn’t expect everything in life to be wonderful. Birth might be a gift, but life was a difficult journey, not one that would lead them to an enchanted castle where the prince or princess of their dreams was waiting for them, but to dark, bleak death. We have to pay for the gift with our death which is a fine thing for no one, not even for those who are suffering, not even for those who believe in a hereafter.
For Francesco it was one thing to listen to his father’s words and feel that his mother’s death confirmed the sad price that had to be paid. But Giulia’s violent death, was quite another thing. That violence had transferred itself to him, knocking at the door of his youthful dreams. Anna had seen the change in him. He’d become sulky, irritable and intolerant. He was uneasy at home and when he was sitting with them, it seemed he couldn’t bear to be with them. He scarcely spoke and answered them reluctantly. Three days had passed since Giulia’s death, but they seemed like three long years, so great was the change that had taken place in the boy.
“He’s growing up,” Alfredo said to his daughter. “What’s happened has accelerated the changes that take place at his age.”
“I don’t like Francesco any more. I’m afraid something’s going to happen. When he speaks me, he’s rude, spiteful almost.”
Anna had brought their quarrel to an end. “If you don’t want to come to the funeral, it’s your look-out. Think about her a little if you want, but don’t tell me you were fond of her because I won’t believe you.”
 “I don’t care what you think. I was closer to Giulia than you were. Go away and leave me in peace.”
Alfredo had heard it all from his study but hadn’t interfered. He’d tried to understand his son’s reasoning but couldn’t. He glanced at Bianca’s photo. “He takes after you, you’ll be pleased to know.”
He knotted his tie, put on his jacket and went into the sitting room. “Are you ready? It’s time to go.”
“Francesco doesn’t want to come with us. He’s not coming to the funeral, dad.”
“If that what he wants, so be it. You and I will go.”
“But what will people say?”
“Do you want me to drag him there? By force?”
“Aren’t you going to say something to him?”
“He’s grown up. He knows what he’s doing. Let’s go. Don’t let’s waste time.”
Renzi and Jacopetti were already in church when Giulia’s coffin was carried in.
“The boy’s not here,” said Jacopetti, whispering the words in Renzi’s ear.
“I can that see for myself, Jacopetti.”
Jacopetti said nothing. They were standing at the back of the church, leaning against the wall. Alfredo and Anna sat down in the front pew, to the right of the coffin. A lot of people were there. Renzi knew a number of them, businessmen and women who were well known in Lucca. Others had come from outside the town. Stefano Brandoni and Mauro Gavazzi walked past and sat down behind Alfredo and Anna.
“The poor woman’s sufferings are over,” murmured Jacopetti.
“Who told you she suffered?”
“We all suffer in this world. Find me someone who’s happy with their life. Anyway, I have this idea she wasn’t happy.”
“You, you’re always having ideas, for no reason.”
“I’m old-fashioned. If a woman makes a man believe she loves him and then deceives him and goes to bed with someone else, maybe with more than one, there’s something wrong. You can only be happy if your feelings are good and transparent. Don’t you agree with me, sir?”
Some people sitting at the back of the church turned round and frowned at them “No, absolutely not. Now shut up. Your muttering’s annoying people.”
Psalms were sung and the coffin was blessed. Four bearers dressed in black lifted it on to their shoulders and moved towards the doors. The congregation followed in two lines. When the coffin had been placed in the hearse, the cars formed a procession and began the journey to the Sant’Anna cemetery. Some elderly men at the roadside removed their hats as a sign of respect. 

On Wednesday morning, Alfredo had a phone call from the bank. It was the manager. He wanted to see to him.
“Shall I come at once?”
“Whenever you can. When it suits you, tomorrow even.”
“I’ll try and drop in this morning. If not, I’ll definitely come tomorrow.”
The phone call made him uneasy. The bank manager had phoned him for a reason, and when  a bank manager phones, the reasons are the bank’s, not the customer’s. A worrying thought crept into his mind and wouldn’t go away. He had to be in court at ten o’clock for two cases that had been going on for a number of years. They wouldn’t take up much time because he and the lawyers acting for the other side had agreed to adjourn the case pending the arrival of some certificates and opinions.
As usual, there was a crowd of people, the lawyers recognisable by the briefcases they always carried, and their clients, walking along the corridors as if they were lost, waiting to be called into court. It was unpleasant, embarrassing even, to be part of the administration of justice when it was done in this shabby, badly organised way. Lawyers meeting each other in the offices greeted each other with wide grins. They were accustomed to the squalid routine but somehow it made them less honourable.
Alfredo found himself free of his commitments a little after twelve o’clock. He left the court building and set off for the bank. Something made him connect the phone call with Giulia’s death and he cursed fate for bringing the two of them together. Hadn’t it been enough to make him suffer because of Bianca? He felt he was a victim, that fate had plotted against him and, as he walked along the road, he saw only enemies laughing at him, instead of innocent passers-by who knew nothing about him.
The manager was busy when he arrived. He waited. Staff and customers went into rooms and came out again. His head was bowed and he saw only their feet. He amused himself by observing the various kinds of modish shoes people were wearing. He was old-fashioned. He’d worn the same kind of plain, unadorned shoes for years.
The bank manager opened his door, saw Alfredo and raised his hand in recognition. When he’d taken leave of his other customer, he showed Alfredo into his office.
“This is a dreadful thing,” the bank manager began. “How did it happen? A woman so full of life…” 
“I still can’t believe it.”
“Was she suffering from something?” Perhaps the bank manager was thinking of an incurable illness.
“I’m sure she wasn’t. She would’ve told me.”
“Then I wonder what happened.”
“Is there something the matter?” asked Alfredo.
“You remember we set up a loan in the name of Giulia Lazzarini.”
“I believe it’s no longer necessary. Neither I nor my children have any intention of taking Giulia’s place in this venture. We wouldn’t be capable of it.”
“That’s not what this is about,” said the bank manager.
“What is it about then?”
“You really don’t have any idea? You know nothing about it?”
“What should I know?”
The bank manager could see that Alfredo was in for a rude awakening. He paused and looked directly at him.
“Signora Lazzarini had already withdrawn all the money from the bank. She withdrew everything apart from some small change.”
Alfredo felt his eyes and mind cloud over. “She can’t have done. She would’ve told me.”
The bank manager paused again, for much longer this time.
“Clearly she felt no need tell you anything.”
“What are you getting at?”
This was it, the reason for the anxiety that had been gnawing at him since the phone call.
“The account is overdrawn by 195 million lire. In short, all the credit we made available to Signora Lazzarini. You understand the bank’s problem now is to know if you can repay the money. You remember you agreed to be guarantor for that poor woman…”
Poor? He was the poor one, with no idea where to find the money. “I presume you’ll apply the deceased’s assets,” he said, “before you ask me for the money.”
“It doesn’t work like that. You’ll understand that the bank doesn’t have judicial powers of sale. That’s why, in certain cases, we require signatures guaranteeing immediate repayment. In any case, you know better than I do that Signora Lazzarini had no property that might be realised.”
“No property! What about her flat?”
“You don’t know?”
“Know what?” Alfredo was beginning to realise he knew nothing, nothing at all, and that anyone could have duped him. A child even.
The bank manager saw his surprise. “The flat wasn’t hers,” he said. “It was never hers. I thought you would’ve known that. It belongs to an old aunt who lives in Bologna, in a home. Signora Lazzarini had nothing apart from cash – the three hundred million of her own, the two hundred lodged by yourself plus the two hundred borrowed from the bank with you as guarantor. And all this money, seven hundred million in other words, was withdrawn.”
“When was it withdrawn?”
“Thursday afternoon, just before the counter closed. Perhaps about quarter past, half past three.”
“The entire seven hundred million?”
“All of it except, as I said, some small change.”
“But how can anyone possibly carry away seven hundred million in cash?”
“Of course she didn’t take it all away in cash but on this point you must allow me to be silent. Because of bank confidentiality you understand. In any case, here’s the cheque for seven hundred million with which the withdrawal was made.”
    He opened a drawer in his desk, took out the cheque and showed it to the lawyer. “As you see, it was drawn by Signora Lazzarini.” He turned the cheque over and pointed. “Is this her signature?”
“Yes, it’s Giulia’s.” Returning to the earlier question, he asked, “What do I have to do?”
“We must ask you to repay 195 million.”
“But I don’t have it!”
Alfredo was deeply embarrassed. Perhaps the bank manager had supposed he was richer. However, he seemed to have expected this answer.
“We certainly don’t want it all at once. Just some of it, what you can manage. Don’t worry, we’re not bloodsuckers. We have complete confidence in you. If we hadn’t, we wouldn’t have accepted your signature as guarantor.”
“That signature has made me a pauper.”
“Don’t say that. Where there’s life there’s hope. It turned out worse for Signora Lazzarini, don’t you think?”
“No, I don’t. It’s worse for me. Where can I find money like that?”
“First of all, you have savings with us, don’t you? How much do they amount to?” The question was rhetorical since the bank manager knew very well how much he had. “I suppose you also have savings with other banks.”
“No, only with you. You think me wealthier than I am. All I have is the last forty million invested in the asset fund, as you well know.”
“Very well. Listen to what I have to suggest so we can meet you halfway.”
“Meet me halfway!” thought Alfredo. “What a hypocrite! He knows I’ve already lost two hundred million. Now he wants to get the same again out of me. And all for nothing. Why don’t they understand how much trouble I’m in and leave me alone?”
Instead he muttered, “Go on.”
“You’ll give us instructions – not immediately, tomorrow maybe – to sell what you have invested in funds. The debt will then be reduced to about 155 million. We have to take account of the interest that’s already accrued since Thursday, the day when the money was withdrawn, and which will continue to accrue until your debt is extinguished.”
So that was that. The debt was no longer Giulia’s but his. Alfredo was burning with a rage so fierce he felt he might set something on fire.
“And how am I supposed to give you 155 million? I can’t see how. This is a lot of money.”
He knew he could use his children’s savings, about fifty million, but he really didn’t want to touch them. When would he be able to set aside such a sum again?
“Listen to me and trust us.”
Oh yes, trust! Another fine word, spoken by someone who was squeezing him dry, someone who should have put him on his guard about these things in the first place. Why hadn’t he made him aware when he was signing the guarantee that Giulia had nothing of her own and that the house he believed was Giulia’s was actually her aunt’s? Giulia had always led him to believe it was her own. Why should he have thought it wasn’t? Ordinary people don’t think that way but banks are accustomed to be suspicious and distrustful.
“What do I have to do?”
“Listen to me. We’ll take a security over your house…”
“No!” It was the house of his forefathers. In all those centuries, no part of it had ever been mortgaged. “You can’t do that!”
“Given the size of the debt, we can’t avoid it.”
“Don’t insult me like this, please.” Alfredo was of the old school and a mortgage on one’s property was an affront.
“Don’t take it like that. Nowadays a security on property is normal. In any case, people will soon get to know the debt isn’t yours but Signor Lazzarini’s and that you’re dealing with it like a gentleman.”
“Like an imbecile, you mean.”
“Don’t think like that. Take heart.”
“What happens once the security has been taken out?”
“We’ll allow you two years to pay off the debt in monthly instalments.”
“Of how much?”
The bank manager pulled a calculator towards him and began to key in the numbers. “Let’s see. You understand I’m going to give you an approximate figure at the moment. The exact calculations will be done in our offices and you’ll have written confirmation of this so that you won’t have any doubts about our intention to help you. So let’s see. About seven, seven and a half million. Per month, of course.”
“That’s impossible! How can I pay that? That’s more or less what I earn in a month and I have to support my family. Don’t you know I have two children, one at school and one at university?”
“What would it be over three years then? Mind you, I’ll have to ask for authorisation, but since it’s you I’m sure it’ll be granted. I promise to do my utmost for you. Could you repay over three years?”
“How much would it be per month?”
The bank manager went back to his calculator. “About five million.”
“But that’s still too much!”
“I’m sorry, that’s the best I can do for you.”
Alfredo was in turmoil. Five million lire a month thrown away, all on account of the folly he had committed in trusting Giulia. How could he manage on three million a month? He would have to change his way of life.
When he got home, he told his children what was happening.
“Sell our bonds,” they said.
“I’ll never do that.”
“They’re ours, aren’t they? And we want you to sell them. When we’re older, we’ll be able to save money for ourselves. You don’t have to worry. There are plenty of young people who don’t have any savings in the bank and they get on in life through their own efforts.”
This was true but Alfredo felt he would regard himself as a failure for the rest of his life if he surrendered these savings in which there were so many of his dreams for his children, his dreams and Bianca’s.
“Dad, we’ll be hurt if you don’t let us help you,” said Anna. She didn’t want to keep the money and, like Francesco, she felt she’d reached a point in her life where she had to start again from the beginning, not only as regards material things.
So Alfredo agreed. “I’ll go back to the bank tomorrow and tell the bank manager. He’ll do a new calculation for me and let’s hope it’s one we can cope with this time.”
After dinner, it occurred to him to phone Ludovico.
“This is a mess, Alfredo. Don’t commit yourself to the bank right away. I’m going to come and speak to the bank manager myself. It doesn’t seem right they’ve got you over a barrel like this.”
“When can you come?”
“I’ll be there tomorrow morning at ten. I’ll come to your office.”
Ludovico was a stubborn, determined person. Alfredo was glad he was coming because he had a lot of common sense and could think things through. He knew the money would have to be repaid to the bank by someone in the end and that he was the most vulnerable but he felt slightly relieved.
He was shut up in his study, thinking, sitting in the armchair with the photo of Bianca in front of him on the little desk. He had no wish to speak to her, however, because at that moment, he hated all the women in the world, except his beloved Anna, who wasn’t a woman, but his daughter. One’s children are different. He felt a need to go and stand at the door of their bedrooms where perhaps they were at their books. Anna was in the sitting room, however, in front of the television. She seemed quite calm and, as often happened when she was having a few quiet moments, she was lying on the rug supported by her elbows, her hands on her cheeks and her bare feet waving in the air. He’d been lucky with his children, the only good thing that remained of Bianca.
“Where’s Francesco?”
“Big swot, he must be in his room, working.”
 Alfredo went upstairs on tiptoe. He opened the door very slowly and peeped in, for fear of disturbing Francesco but he wasn’t working. He was lying on his bed on his back, his face turned towards the door. Alfredo could see he was crying. The boy saw him and immediately turned away but for Alfredo the world had already fallen around him. He felt that this grief was also his because the child’s grief is the father’s and it binds them together. He said nothing but went into the room, sat down and stayed silent there for a long time, until Francesco had fallen asleep.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart