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Giallo: I coniugi Materazzo #10/13

9 gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #10

Il commissario Renzi brancolava nel buio più nero. Non per la tragedia accaduta in Prefettura, per la quale oramai appariva chiaro che il Prefetto aveva ucciso l’amante e il marito, e poi si era tolto la vita. L’arma era la stessa, e tutto faceva credere che fosse scoppiata una lite fra i tre. Brancolava nel buio, invece, per l’omicidio del povero onorevole. Era facile immaginare il perché lo avessero ucciso. Si trattava di politica. E la politica, come diceva ora la gente, era diventata assassina. Ma a lui interessava conoscere nome e cognome di chi aveva sparato quel colpo preciso, col silenziatore, ed era riuscito a fuggire senza dare nell’occhio. Un killer spietato. Un professionista. E gli interessava anche mettere le mani sui mandanti. Ma questo era quasi impossibile.
  «Non ce la faremo mai, commissario.»
  «Bell’incoraggiamento che mi dài, Jacopetti.»
  «Dico solo la verità. E cioè, che ci troviamo di fronte a uno di quei tanti casi già rivisti, in cui non si scoprirà un bel niente. Destinati all’archiviazione, purtroppo. Quanti attentati ci sono stati in Italia, rimasti impuniti? Questo sarà uno di quelli, con tutto il rispetto per le sue eccellenti qualità, commissario.»
  Anche il Questore non lo tempestava più di domande. Sembrava quasi disinteressarsi delle sue indagini. Ogni tanto lo incontrava e gli chiedeva quasi per cortesia.
  «Vede, nemmeno il Questore ci crede, che si possa arrivare a risolvere il caso. Per lui è bell’archiviato» commentava Jacopetti.
  Una mattina, tra la corrispondenza, trovò una busta intestata personalmente a lui. Era una grossa busta gialla e nell’angolo, in alto a destra, portava scritto: urgente. Le lettere erano state vergate in stampatello, a caratteri grandi, con una specie di pantografo, almeno così sembrava, e questo lo insospettì. Per prima cosa aprì quella busta. Non si sbagliava. Conteneva un foglio su cui era scritto con gli stessi caratteri anonimi questo messaggio: «Voglio risparmiarle tempo, commissario. Non stia a cercare l’assassino dell’onorevole. L’assassino è già al camposanto. Cerchi i mandanti, invece, se ci riesce.» La busta portava il timbro postale del giorno prima ed era stata imbucata in città. C’era qualcuno, quindi, che sapeva, e conosceva, oltre il nome dell’assassino, anche quello dei mandanti. Almeno così lasciava credere. Ma quel messaggio, in realtà, era una confidenza o una sfida? E perché diceva che l’assassino era al camposanto? Era già morto, allora? E chi l’aveva ucciso? E dove era morto? A Lucca? Chiamò Jacopetti. Gli fece leggere il messaggio. Rimase senza parole.
  «Ma chi è che può conoscere queste cose?»
  «Deve saperla lunga.»
  «Secondo me, vuole aiutarci.»
  «E invece vuole confonderci le idee, con quel discorso del camposanto. Per me è una sfida.»
  «E se fosse vero che l’assassino è stato ucciso?»
  «Ma ucciso da chi? E quando è stato ucciso? E perché noi non sappiamo nulla?»
  «Hanno avuto paura che parlasse. Ecco perché l’hanno ucciso. Oppure avevano paura che parlasse l’onorevole. Si ricordi, commissario, che l’onorevole poteva anche sopravvivere, e questa eventualità deve aver terrorizzato i mandanti, e allora hanno fatto terra bruciata. Io ci credo in quel messaggio. Può essere anche una sfida, però contiene una parte di verità.»
  «Ma da dove cominciare? Si sa che il colpo è stato sparato di fronte, e probabilmente da uno dei palchetti di terza fila. Però non si è presentato nessun testimone. Nessuno ha sentito e visto nulla. Abbiamo perfino fatto mettere una ricompensa, ma non si è presentato nessuno. Solo dei mitomani. I soliti che conosciamo.»
  «E allora che si fa?»
  «Non possiamo certo stare con le mani in mano. Corri in Comune, e fatti dare l’elenco di tutti i morti di questi giorni. Cominceremo da lì. Forse hai ragione tu, la persona che ci ha mandato il messaggio potrebbe volerci aiutare.»
  «Uno che è dalla parte dell’onorevole, forse.»
  «Può darsi. Uno che ha paura di mostrarsi, però. In ogni caso, dobbiamo augurarci che non si tratti di un tentativo di depistaggio. Ora va.»
  Jacopetti lasciò di corsa l’ufficio. Ci sperava nella possibilità di risolvere il caso. E cominciava a sperarci anche il commissario. 

  A mezzogiorno telefonò ai suoi perché venissero a prenderlo per il desinare. Jacopetti non era ancora tornato dal suo giro, e lui non aveva voglia di prendere l’auto di servizio.
  Giunse Alberto, in un baleno. Udì la frenata e lo vide scendere di corsa. In men che non si dica, era già lì nel suo ufficio.
  Come sempre, quando rientrava a casa, gli toccava subire le solite domande su quell’omicidio. La prima a farsi avanti fu sua moglie che non gli lasciò nemmeno il tempo di levarsi la giacca.
  «Allora?»
  «Allora che?» Faceva finta di non capire.
  «Ci sono novità?»
  Si sedette a tavola. Aveva una gran voglia di dirglielo del biglietto anonimo. Lo dico? Non glielo dico? Infine pensò che non faceva niente di male. Ma si preoccupò di avvertire che tutto ciò che diceva doveva restare tra le quattro mura di casa. Parlò quindi del messaggio ricevuto.
  «E chi l’ha ammazzato l’assassino?» domandò Alberto.
  «Ma lo sai che sei proprio scemo» Era Manuela che si rivolgeva al fratello. «Se lo sapesse, il caso sarebbe bell’e risolto.»
  «Allora quel messaggio non ti è servito a niente?»
  «Jacopetti sta facendo delle indagini. Verificheremo.»
  «Ma non è detto che l’abbiano ucciso a Lucca, babbo. Il killer potrebbe essere venuto da fuori. E allora come lo trovi? Mica puoi fare le indagini su tutto il territorio nazionale. E poi, potrebbe anche essere venuto dall’estero, e allora, addio Carolina.» Già, qualche speranza c’era solo se si fosse trattato di un individuo morto e sepolto a Lucca. Altrimenti bisognava metterci proprio una croce sopra. Ammazzare una persona è sempre stata, da che mondo è mondo, una cosa facile, e se uno ha esperienza, può anche farlo impunemente. Può uccidere tutte le persone che desidera, e nessuno lo scoprirà mai.
  «Gli studenti sono in subbuglio, babbo. E anche gli operai.» Era di nuovo Manuela. «Non vogliono che il caso sia uno di quelli che finiscono archiviati. Lo sanno che sei tu a condurre le indagini, e tutte le volte che vado a Pisa mi tempestano di domande. Guarda che il tuo babbo ce lo deve trovare l’assassino. E anche i mandanti. Perché tutti sono convinti che questo omicidio viene da Roma, dai palazzi del potere. Anche se si sono serviti di un killer, i veri assassini stanno a Roma. Tu hai gli occhi dei giovani addosso, babbo, e si vorrebbe anche aiutarti, se ce lo chiedessi.»
  «Tutti si aspettano che io scopra non solo l’assassino, ma anche il complotto che ci sta dietro, ma tu dimmi come posso farcela. Se è vera la tua ipotesi, mi spazzano via prima che possa aprire bocca. Sì, questa volta non si tratta di un omicidio da poco. I giornali si sono quietati, dopo i primi resoconti. Perché si sono quietati? Non ve lo chiedete perché?»
  «Se il delitto resta impunito, è un duro colpo per le nostre speranze.» Era Alberto.
  «Voglio che vostro padre non rischi la vita. Ma che discorsi sono questi! Noi vogliamo vivere in pace. Se lo godano loro questo marciume.» Maria non ce l’aveva fatta a trattenersi.
  «Quell’onorevole aveva del coraggio.» Era Manuela.
  «Volete che finisca così anche vostro padre?»
  «Se il babbo risolvesse il caso, sarebbe un modo di dimostrare che anche la polizia sta dalla parte del popolo.»
  «Sono solo bei discorsi. Nemmeno i santi hanno mai cambiato niente in questa società, e in nessuna società sulla faccia della Terra.» Maria si arrabbiava con i figli. Ci teneva alla vita del suo Luciano, e se lo avesse perso che cosa le restava a questo mondo? I figli se ne sarebbero andati per la loro strada, com’era giusto del resto. E l’avrebbero lasciata sola. E lei senza Luciano come avrebbe potuto trascorrere i giorni?  Si fa presto a dire che ci si può abituare a vivere anche soli, ma vivere soli da vecchi è peggio che morire. Lo potevano capire loro, che erano ancora così giovani, e non ci pensavano alle offese della solitudine? La solitudine entra nell’anima come entra nel corpo l’aria che si respira, e dovunque si posa produce ferite che sanguinano e dànno e moltiplicano dolore.
  «Ti è capitato di fare un brutto mestiere, eh, babbo?» disse Alberto, quasi per sdrammatizzare.
  «Bada di non cascarci anche tu in questo lavoro da cani. E il peggio è che nessuno ti dimostra un minimo di riconoscenza. Nemmeno lo Stato, che ti paga una miseria, anche se sa che ogni giorno rischi la vita.»
  «Invece, sai che ti dico, che io vorrei farlo il tuo lavoro.» Renzi lo guardò incredulo. «Sì, caro babbino, vorrei proprio farlo il tuo lavoro. Non mi interessa la paga. Vedrai che prima o poi ci sarà finalmente uno Stato che riconosce la fatica e il rischio di questo mestiere, ma lo voglio fare perché nella polizia si dovrà essere in tanti come te. In modo da schiacciare gli assassini e i disonesti, e fare terra bruciata intorno a loro. Tutto il male che c’è in Italia, anche la disoccupazione, nasce dalla loro violenza, dai loro miserabili intrighi, dal gioco al massacro che li riempie di piacere.»
  «E di soldi.» Era Manuela.
  «Dimmi come posso smascherare, io, gente di questo tipo.»
  «Non lo so, babbo, ma ti chiediamo di mettercela tutta.»
  «Questa poi no. Non li stare a sentire, Luciano.» Era Maria, che non si era più mossa da tavola, e non perdeva niente di quella conversazione che conteneva una minaccia per lei. «Tu devi pensare anche a me, a quello che mi succederebbe se ti accadesse qualcosa.»
  «Dovete stare in guardia tutti, invece. Ecco quello che vi raccomando.»
  «Che vuoi dire, babbo?»
  «Che siamo in pericolo un po’ tutti, noialtri.»
  «Noi noi, vuoi dire?»
  «Sì, noi della famiglia.»
  «E perché?»
  «Perché se vado vicino alla verità, quelli non guardano tanto per il sottile, e se non possono fare la festa a me, potrebbero farla a voi.» Ci fu silenzio. Maria guardò i figli. Avrebbe imparato a sparare un cannone, se qualcuno avesse osato toccare i suoi figli. Lei l’avrebbe trovato l’assassino dei suoi figli, non sapeva come, ma l’avrebbe scovato anche in capo al mondo. Il cuore le batteva forte forte, però.
  Giunsero le tre e suonò il campanello. Era Jacopetti. Il commissario glielo domandò subito al citofono, tanta era la sua curiosità, se aveva buone notizie per lui.
  «Hai trovato niente?»
  «Pochi nomi, commissario.»
  «Scendo subito.» Maria gli porse la giacca e Luciano le diede un bacio. I figli erano venuti anche loro nell’ingresso a vedere uscire il padre.
  «Qualche buona notizia, babbo?»
  «Non so dirlo ancora. Ciao.»


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart