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Ginzburg, Natalia

7 novembre 2007

Lessico Famigliare

“Lessico Famigliare”

Einaudi, pagg. 214. Euro 13,43

È il romanzo più famoso della Ginzburg, uscito nel 1963 e vincitore del Premio Strega di quello stesso anno. Nata Levi, sposò in prime nozze Leone Ginzburg, di origine russa, critico letterario e docente di letteratura russa all’università di Torino, che fu tra gli organizzatori della Casa editrice Einaudi, e fervente antifascista: morì, a soli 35 anni, in prigione, a causa delle torture subite. L’autrice si unì in seconde nozze con Gabriele Baldini, insigne anglista, autore di importanti saggi shakespeariani. Personalità di spicco nell’ambiente culturale italiano, amica di Moravia e Pasolini, morì a Roma nel 1991.

La Ginzburg nell’avvertenza dichiara subito che racconta la storia della sua famiglia e che i fatti e i nomi delle persone sono autentici, realmente accaduti e esistiti. Francesca Duranti farà molti anni dopo un’operazione simile nel suo romanzo del 2004: “L’ultimo viaggio della Canaria”.

In “Lessico famigliare” la storia è raccontata in prima persona dalla stessa autrice.

Si susseguono uno dietro l’altro alcuni primi ritratti, quello del padre e della madre soprattutto. Il padre, Giuseppe (Beppino), “rosso di capelli e lentigginoso”, professore universitario, biologo, è molto esigente nell’educazione dei figli, brontolone e iracondo anche, e incontentabile. La madre, Lidia, gli è sottoposta, ma cerca a volte di fare di testa sua, ricevendone qualche rimbrotto. Il padre ha la passione per la montagna e non passa estate che non vi porti la famiglia, equipaggiata di tutto punto. Le amicizie sono poche e scelte, due soprattutto le famiglie che possono frequentare la loro casa: i Lopez e i Terni, questi ultimi molto ricchi. Sono la madre e il padre due personaggi maiuscoli per il loro carattere bizzarro e per gli opposti punti di vista che esprimono spesso sugli avvenimenti, mettendo in mostra la “burberìa” del professore di contro alla furba remissività della moglie.

I ritratti si susseguono a cascata: il Barbison, sua moglie la Barite (tutti soprannomi), i nonni materni, di condizione economica molto modesta, al contrario dei nonni paterni, lo zio Silvio, lo zio Cesare, critico teatrale, il Demente, zio della madre (“uomo di grande intelligenza, colto e ironico”, medico di manicomio), la domestica Natalina, la nana Rina, l’amico Lucio (“era fascista”), tutti ricordati per alcune loro stravaganze, e i familiari soprattutto per alcune frasi eccentriche che li hanno consegnati alla memoria della protagonista. Il nonno, avvocato socialista, negli ultimi anni della sua vita aveva preso l’abitudine di dormire fino alle cinque del pomeriggio “e quando venivano i clienti diceva: ‘Cosa vengono a fare? mandateli via!'” Siccome poi portava in casa molti socialisti, la nonna Pina “usava dire, con rammarico, della figlia: ‘Quela tosa lì la sposerà un gasista’.”

Le frasi ascoltate in quegli anni da questi personaggi diventano a tal punto significative da costituire nel tempo un forte legame familiare. Scrive l’autrice: “Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. […] Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo”. Elogio più bello non poteva essere fatto alla parola, capace di costruire tra le persone un legame di affetto e di conoscenza destinato a durare nel tempo. I fratelli, tutti più grandi di lei, sono: Alberto, Mario, Gino, Paola.

La Ginzburg ha una scrittura fatta di semplici parole, ordinate da una intrinseca serenità che rivela, nel ricordo, amore, divertimento e anche una garbata ironia: “Come mai da quella stirpe di banchieri, che erano gli antenati e i parenti di mio padre, siano usciti fuori mio padre e suo fratello Cesare, del tutto destituiti d’ogni senso degli affari, non so.”

La protagonista è grande osservatrice e coglie, dall’andirivieni dei personaggi nella sua casa, talune sensazioni destinate a maturarla e a segnarla. Alcune di queste riguardano la poesia. L’amico del fratello Gino, Franco Rasetti, ne scrive una al ritorno da una gita in montagna. Così che, la giovane ragazza riflette: “prati verdi, rocce nere, ne avevo visti tante volte anch’io, in montagna. E non m’era venuto in testa che si potesse farne niente: li avevo guardati, e basta. Le poesie erano dunque così: semplici, fatte di niente; fatte delle cose che si guardavano.” Conosce per la prima volta anche la morte, quando di un amico del padre, che frequenta la sua casa, Galeotti, un giorno sente dire: “È morto Galeotti”, “La morte si sposò indissolubilmente, nel mio pensiero, a quella forma vestita di lana grigia, allegra, e che spesso veniva a trovarci in montagna d’estate.” Guardando gli interessi dei suoi fratelli, cerca di individuare anche il proprio. Gino con l’amico Franco Rasetti (che lavorerà con Fermi e diventerà uno scienziato famoso) ama lo studio della natura, Paola e Mario, con l’amico Terni, amano la pittura e il romanzo. Alberto (che diventerà un bravo medico), invece, è estraneo a queste cose, e ha interesse solo per il foot-ball. Da suo padre, che ha stima soltanto per Zola, quando la moglie gli racconta delle eccentriche abitudini di Proust (“siccome non sopportava i rumori, aveva foderato di sughero le pareti della sua stanza.”) sente fare di lui questo apprezzamento: “Doveva essere un tanghero!”, o anche, mentre lo osserva sfogliare qualche pagina della “Recherche”: “Dev’essere roba noiosa”. Allorché la sorella Paola frequenta un compagno di università “piccolo, delicato, gentile, con la voce suadente”, “il primo che avesse scritto di Proust in Italia.”, il padre va su tutte le furie “perché per lui un letterato, un critico, uno scrittore, rappresentava qualcosa di spregevole, di frivolo, e anche di equivoco: era un mondo che gli ripugnava.” E di Petrolini sente dire, sempre dal burbero padre, sospettoso di ogni novità: “M’importa assai a me di Petrolini! Un pagliaccio!” Il padre non può sopportare la musica e, a riguardo del teatro, fa un’eccezione solo per Molière. Alla moglie, che lo rimprovera di non uscire mai con lei, risponde: “non t’ho mica sposato per tenerti compagnia!” Sempre indaffarato a correggere le bozze dei suoi libri, si diletta a leggere solo romanzi polizieschi, anche “in inglese o in tedesco”, e quando comincia a uscire Simenon “ne divenne un lettore assiduo.”

Gli occhi della protagonista non cessano mai di osservare, dunque, specialmente le persone che gravitano intorno alla casa (talune importanti: il nonno era amico di Bissolati, di Turati e della Kuliscioff, Alberto era compagno di scuola di Pajetta, Gino era amico di Adriano Olivetti), e i fratelli in modo particolare, un po’ alla maniera di Edmond e Jules Huot de Goncourt nel loro celebre “Diario” (edizione parziale 1887/1896; edizione integrale 1956/1959). Della sorella Paola scrive: “Avrebbe voluto avere poca salute, un aspetto fragile, e il viso d’un pallore lunare, come hanno le donne nei quadri di Casorati.” Di lei s’innamora Adriano Olivetti, timido e malinconico: “Terminato il servizio militare, Adriano continuò a venire da noi la sera; e divenne ancora più malinconico, più timido e più silenzioso, perché si era innamorato di mia sorella Paola, che allora non gli badava.”

Della famiglia Olivetti racconta: “quando andavano in automobile per la città, e vedevano un vecchio camminare con passo un po’ stanco, fermavano e lo invitavano a salire; e mia madre non faceva che dire com’eran buoni e gentili.” Di Adriano traccerà più avanti un bel ricordo, quando, arrestato Leone Ginzburg dai tedeschi, egli l’aiuterà a fuggire da Roma: “Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno.”

Attraverso questi ricordi, la scrittura, così limpida, si mantiene gradevole e ci apre un mondo tutto in fermento come quello dei primi anni del secolo scorso, in cui si stava formando un universo nuovo, quello industriale, che avrebbe tanto inciso nella società e nell’arte. Viene in mente un’altro scrittore francese, quel Paul Léautaud che, con il suo “Journal Littéraire et intime”, composto da ben diciannove volumi e pubblicato postumo negli anni 1956 -1966, ritrasse i fermenti della Francia del suo tempo, così come avevano fatto anni prima i fratelli Goncourt.

Si deve ricordare che Torino ai primi del secolo XX con le sue molte industrie, tra le quali la FIAT, era un po’ la capitale dell’Italia nuova e moderna che si veniva sviluppando. Erano anche gli anni in cui in Italia si formava il socialismo e in casa Levi viene ospitato, con il finto nome di Paolo Ferrari, Filippo Turati “stanco, vecchio, malato, aveva la tosse, e non bisognava fargli tante domande.”; “era grande come un orso, e con la barba grigia, tagliata in tondo. Aveva il collo della camicia molto largo, e la cravatta legata come una corda. Aveva mani piccole e bianche; e sfogliava una raccolta delle poesie di Carducci, rilegata in rosso.” Restò presso di loro per qualche tempo (“otto o dieci giorni”), per nascondersi, in attesa di fuggire dall’Italia, e “Sembravano, mio padre e mia madre, contentissimi che lui fosse lì.” Sarà Adriano Olivetti, come si è già scritto, insieme con altri, che indossavano un impermeabile, ad aiutarlo a fuggire: “Uscì con Adriano e gli altri dall’impermeabile, e non lo rividi mai, perché morì a Parigi qualche anno più tardi.” Che è una frase, questa, che fa anche da spia circa l’attenzione che l’autrice mette nella sua scrittura, che pare nascere spontanea, mentre è assai vigilata. Qui, infatti, viene sacrificato un “mai più”, che starebbe benissimo, se non si scontrasse con il successivo e vicino “più tardi”. Anche la seguente costruzione sintattica non è casuale, ma scelta: “Mia madre, i bambini piccoli le piacevano tutti.”, come quest’altra: “Leone, la sua capacità d’ascoltare era incommensurabile e infinita”. Una scelta che incontreremo ancora. Gli uomini con l’impermeabile sono Rosselli e Parri e saranno arrestati per aver aiutato Turati. Anche Adriano Olivetti è in pericolo, ma “rimase nascosto da noi diversi mesi”. Prima di fuggire all’estero, si fidanza con Paola, la sorella della protagonista: “Venne il vecchio Olivetti dai miei genitori, a chiedere, per suo figlio, la mano di mia sorella; venne da Ivrea in motocicletta, con un berretto a visiera, e con molti giornali sul petto: perché usava tappezzarsi il petto di giornali, quando andava in motocicletta, per il vento. Chiese la mano di mia sorella in un attimo; e poi però rimase ancora un pezzo in poltrona nel nostro salotto, trastullandosi con la sua barba, e raccontando di sé: come aveva tirato su la sua fabbrica, con pochi soldi, e come aveva educato i suoi figli, e come leggeva ogni sera, prima d’addormentarsi, la Bibbia.” Nella casa dei Levi, come si vede, passa un po’ della storia d’Italia di quegli anni, in cui la dittatura aveva stretto le maglie intorno ai dissidenti, costretti in molti casi a fuggire all’estero, nella vicina Francia soprattutto, per non cadere prigionieri dei fascisti.

Il padre, accanito antifascista, si rallegra ogni volta che sente dire che qualcuno la pensa come lui, poiché è convinto che gli antifascisti in Italia si contino sulle dita di una mano. Lui e la moglie frequentano la casa di Paola Carrara, dove incontrano altri che sono schierati contro il regime, tra cui lo storico Luigi Salvatorelli, e discutono di politica e in quelle occasioni “si sentivano un po’ confortati.”, “Stare in compagnia di queste persone significava, per mio padre, respirare un sorso d’aria pura.”

Anche sulla durata del fascismo i genitori la pensano diversamente. Mentre secondo il professore “non c’era, contro il fascismo, nulla, assolutamente nulla da fare”, la moglie “aspettava qualche bel colpo di scena. Aspettava che qualcuno un giorno, in qualche modo, ‘buttasse giù’ Mussolini.” Il professore è così preso dalle sue convinzioni che non si accorge neppure che i suoi figli hanno amicizie tra gli antifascisti più noti e sono diventati anch’essi dei “cospiratori”. Finiranno tutti in carcere, anche il professore. L’autrice ci narra dal di dentro, dunque, attraverso le frequentazioni dei suoi familiari, una piccola storia dell’antifascismo, di come ci si organizzava, ci si nascondeva, si fuggiva, si veniva arrestati e condotti in prigione senza avere nemmeno la possibilità di far avvertire la propria famiglia. La povera Lidia, la madre della protagonista, non sa come muoversi ora che il marito è in prigione e cerca qualcuno che la consigli e l’aiuti. Trova disponibile lo scrittore Pitigrilli (nom de plume di Dino Segre), che era stato arrestato pure lui anni prima, “alto, grosso, con lunghe basette nere e grigie”. A Roma, dove si reca condottavi da Adriano, si rivolge, per mezzo di due persone che lo conoscono, a “un certo dottor Veratti, medico personale di Mussolini, il quale era antifascista e disposto ad aiutare gli antifascisti.” Quando viene liberato, il marito “era tutto contento d’essere stato in prigione.” Andò peggio a Sion Segre, condannato a due anni di carcere, e a Leone Ginzburg, condannato a quattro anni, pene poi dimezzate per una amnistia. È arrestato anche Vittorio Foa, amico di Alberto. “E anche Carlo Levi è dentro!”, “Erano stati arrestati anche Giulio Einaudi e Pavese”. Il fratello Mario è riuscito a fuggire rocambolescamente, ed ora è riparato a Parigi, e vive in una soffitta; ha ricevuto un po’ di denaro da Carlo Rosselli, ma ora non è più tanto d’accordo con il suo movimento “Giustizia e libertà”, come anche Nicola Chiaromonte, con cui invece va d’accordo. Chiaromonte “era grasso, tarchiato, con i riccioli neri.”, “aveva una moglie molto malata, ed era molto povero”, “Vivevano così, in stretta amicizia, dividendosi il poco che avevano, e senza appoggiarsi a nessun gruppo, senza fare progetti per il futuro, perché non c’era nessun futuro possibile”. Come si vede, tra i fuoriusciti, non v’era molta speranza di riuscire a sconfiggere il fascismo. Si sentiva nell’aria odore di guerra e, anche se timidamente, si confidava piuttosto in essa per far cadere il regime. Uscito di prigione, Leone Ginzburg “Passava le serate con Pavese; erano amici da molti anni. Pavese era tornato da poco dal confino; ed era, allora, molto malinconico, avendo sofferto una delusione d’amore. Veniva da Leone ogni sera”.

È assai bella e tenerissima questa immagine di Pavese, allorché lascia la sera la casa di Ginzburg: “A mezzanotte, Pavese agguantava dall’attaccapanni la sua sciarpa, se la buttava svelto intorno al collo; e agguantava il paltò. Se ne andava giù per il corso Francia, alto, pallido, col bavero alzato, la pipa spenta fra i denti bianchi e robusti. Il passo lungo e rapido, la spalla scontrosa.” Nella parte finale, l’autrice si lascerà andare ad un altro affettuoso ricordo dello scrittore: “a volte, quando ora io penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso.” Le pagine dedicate lungo tutto il libro a Pavese, ivi incluse quelle sulla sua morte, sono tra le più belle e commoventi, pur nella loro asciuttezza e sobrietà.

Pavese va da Leone perché non sopporta di “passar le serate in solitudine.”

Con Leone Ginzburg, Giulio Einaudi e Cesare Pavese nasce una piccola casa editrice, che avrà presto un prestigio che si accrescerà negli anni.

L’autrice si dilunga con amore su Pavese e Ginzburg, nel tempo in cui lavoravano con Einaudi, tratteggiandone gli aspetti umanissimi: Pavese “veniva presto, e se ne andava all’una precisa: perché all’una, la sorella con la quale viveva metteva la minestra in tavola.”; Ginzburg: “Leone, la sua passione vera era la politica. Tuttavia aveva, oltre a questa vocazione essenziale, altre appassionate vocazioni, la poesia, la filologia e la storia. Essendo venuto in Italia bambino, parlava l’italiano come il russo. Parlava tuttavia sempre il russo in casa, con la sorella e la madre. Loro uscivano poco, e non vedevano mai nessuno; e lui raccontava, nei più minuti particolari, di ogni cosa che aveva fatto e di ogni persona che aveva incontrato.” E ancora su Leone: “quando ritornò dal carcere, non lo invitarono più nei salotti, e anzi la gente lo sfuggiva: perché era ormai noto a Torino come un pericoloso cospiratore. Non gliene importava niente; sembrava, quei salotti, averli totalmente dimenticati. Ci sposammo, Leone ed io; e andammo a vivere nella casa di via Pallamaglio.”

È il momento in cui l’autrice comincia a parlare di sé. Fa amicizia con due sorelle povere, soprannominate in casa Levi “le squinzie”, perché vestite di fronzoli e smorfiose, e le frequenta: “Il fascino di quella casa sempre aperta a tutti, con lo stretto e buio corridoio in cui s’inciampava nella bicicletta del padre, col salottino ingombro di mobili fastosi e consunti, di lumi ebraici e di piccole mele rosse della proprietà di Sassi, stese a terra sui logori tappeti, era su di me profondo e costante.” Un’altra amica squinzia è Marisa e tutte e tre “erano ebree. Cominciò in Italia la campagna razziale; ma loro, frequentando quegli ebrei stranieri, si erano inconsciamente preparate ad un futuro incerto.”

Ci accorgiamo così che l’autrice nel raccontarci la storia della sua famiglia, ha in realtà un altro obiettivo, quello di narrarci la Storia che passa attraverso la sua famiglia. Il suo posto di osservazione è privilegiato, essendo la famiglia Levi in contatto con personalità di rilievo nella Torino di quegli anni, e la scelta dell’autrice di servirsi di quell’esperienza familiare per mostrarci lo scorrere delle vicende che segnarono così profondamente l’Italia, è non solo consapevole, bensì molto determinata. Sia la protagonista che il marito Leone Ginzburg, cominciata la campagna razziale, vengono privati del passaporto. Il pensiero corre ai fuoriusciti rifugiatisi in Francia: “Garosci, Lussu, Chiaromonte, Cafi” e al fratello Mario. Pensano agli amici finiti in carcere: “Bauer e Rossi, Vinciguerra, Vittorio.” Di Vittorio Foa ricorda: “Possibile che in un passato ancora così prossimo, Vittorio camminasse nel corso re Umberto, col suo mento prominente?” Tocca anche al padre: “Mio padre, anche lui aveva perso la cattedra. Fu invitato a Liegi, a lavorare in un istituto. Partì, e lo accompagnò mia madre.” La madre rientra in Italia dopo qualche mese, scontenta del clima che faceva in Belgio. Il padre vi rimane invece per due anni. Il libro tocca ora uno dei periodi più tragici e neri del ventennio fascista, quello della promulgazione delle leggi razziali e della orribile persecuzione contro gli ebrei. L’autrice non muta per questo il tono disteso e ordinato della sua narrazione, e affida ai fatti il senso e la crudeltà di quegli avvenimenti con una disciplina ed un autocontrollo degni di ammirazione. Quando i tedeschi invadono il Belgio, dove ancora si trova il padre, la protagonista scrive: “Noi eravamo, al momento dell’invasione del Belgio, spaventati ma ancora fiduciosi che l’avanzata tedesca si fermasse; e la sera ascoltavamo la radio francese, sempre sperando in qualche notizia rassicurante. La nostra angoscia cresceva a misura che i tedeschi avanzavano. Venivano da noi, la sera, Pavese e Rognetta […] Rognetta diceva che la Germania avrebbe invaso tra poco non solo la Francia e anche certo l’Italia, ma tutto il mondo, per cui non sarebbe rimasto al mondo un palmo di terra dove sopravvivere.” Mussolini dichiara anche lui la guerra. Sono giorni per i Levi di saluti e di separazione dagli amici: “Venne a trovarci Pavese. Lo salutammo con l’idea che per un pezzo non l’avremmo rivisto. Pavese odiava gli addii e nell’andarsene salutò come sempre, porgendo appena due dita della sua mano scontrosa. Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliege. Amava le prime ciliege, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, ‘sapore di cielo’. Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliege e scagliava i nòccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo. La sconfitta della Francia, per me, rimase legata per sempre a quelle sue ciliege, che arrivando ci faceva assaggiare, traendole a una a una di tasca con la mano parsimoniosa e scontrosa.” Come si può vedere da questa lunga citazione, nell’autrice prevalgono, nel ricordo di quei lugubri giorni, piuttosto le immagini di vita che quelle di morte. Una grande lezione, dunque. La guerra si fa presto sentire: “di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra.” Sono, queste, alcune delle poche parole che l’autrice dedica alla guerra, lasciandone trasparire tutto l’orrore dalla reiterazione di quel “non c’era”, che sta a significare che essa era penetrata con la sua violenza nell’intimità degli uomini. Evita di parlare della morte del marito per arrivare al 1945 e ricordare il ritorno, limitato a poco tempo, del fratello Mario dalla Francia dove si era sposato (e quasi subito aveva divorziato; poi si risposerà. Divorzieranno anche Adriano e Paola) con Jeanne, la figlia di Amedeo Modigliani. Mario può rappresentare l’immagine di ciò che cagiona la guerra in un uomo che era stato vivo e pieno di ideali: “non sembrava disposto a parlare di nulla che gli fosse accaduto in quegli anni. Se aveva avuto privazioni o spaventi, delusioni o mortificazioni, non lo disse. Ma apparivano a volte sul suo volto indurito solchi malinconici, quand’era in riposo, con le mani unite e strette fra le ginocchia in un atteggiamento che gli era sempre stato consueto, il bronzo cranio appoggiato al dorso della poltrona, le labbra incurvate in una piega delusa, una sorta di sorriso amaro e mite.” Mario è diventato “tutto calvo, col cranio nudo e lucido e come di bronzo”. Quando il padre gli domanda del perché non vada a trovare gli amici di un tempo, risponde: “Non sapremmo più cosa dirci”. Le immagini di una lenta rinascita vengono affidate al ricordo della Casa editrice Einaudi, “diventata grande e importante”, e a quella di Pavese “che aveva ora una stanza da solo, e sulla sua porta c’era un cartellino con scritto ‘Direzione editoriale’. Pavese stava al tavolo, con la pipa, e rivedeva bozze con la rapidità d’un fulmine. Leggeva l’Iliade in greco, nelle ore d’ozio, salmodiando i versi ad alta voce con triste cantilena. Oppure scriveva, cancellando con rapidità e con violenza, i suoi romanzi. Era diventato uno scrittore famoso.” In casa editrice lavora anche Felice Balbo, che diventerà un noto filosofo: “piccolo, col naso rosso. Balbo doveva diventare, tanti anni dopo, il mio migliore amico”. La guerra con i suoi lutti e le sue miserie è passata. Riprende la vita, si rinnova la speranza. Anche Giulio Einaudi ne è un simbolo: “Quella timidezza era diventata una forza, contro la quale gli estranei venivano a sbattere come farfalle sbattono abbagliate su un lume”. È attraverso di lui che ricorda il marito: “L’editore aveva appeso, nella sua stanza, un ritrattino di Leone, col capo un po’ chino, gli occhiali bassi sul naso, la folta capigliatura nera, la profonda fossetta nella guancia, la mano femminea. Leone era morto in carcere, nel braccio tedesco delle carceri di Regina Coeli, a Roma durante l’occupazione tedesca, un gelido febbraio.” Lo ricorda ancora, un po’ più avanti, quando, dopo il confino in Abruzzo, si trasferì a Roma, e lei lo raggiunse più tardi: “Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori di casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più.”

Le conseguenze della guerra vengono ben rappresentate dallo smarrimento della madre, che allorché le parlano di paesi stranieri, li ricorda attraverso le persone amiche che vi soggiornano. Il ricordo di esse, prima della guerra, riusciva a trasformare in lei “quei paesi lontani e ignoti in qualcosa di domestico, di usuale e lieto, di fare del mondo come un borgo o una strada che si poteva percorrere in un attimo col pensiero, sulla traccia di quei pochi nomi usuali e rassicuranti! Il mondo appariva, invece, dopo la guerra, enorme, inconoscibile e senza confini.” Ma così come sta accadendo intorno a lei, anche la madre sa risollevarsi, simbolo familiare di quel riscatto dell’umanità tradita di fronte agli orrori della guerra. Nel mondo culturale, intanto, si destano speranze e entusiasmi e cominciano ad arrivare alla Casa editrice Einaudi molti manoscritti, anche di poesia: “Nel tempo del fascismo, i poeti s’erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. E la vendemmia fu generale, perché tutti ebbero l’idea di prendervi parte”. Non durò molto questo clima, perché c’era la fame e molti “si appartarono e si isolarono di nuovo o nel mondo dei loro sogni, o in un lavoro qualsiasi che fruttasse da vivere, un lavoro assunto a caso e in fretta, e che sembrava piccolo e grigio dopo tanto clamore; e comunque tutti scordarono quella breve, illusoria compartecipazione alla vita del prossimo.” Nel tracciare il ritratto della vita intellettuale subito dopo la guerra, e nel sottolineare la sua altalenante parabola, l’autrice marca il segno della tragedia che ognuno ha alle sue spalle e che lo ha ferito profondamente. In questo romanzo non si odono, ossia, i colpi di cannone né le contraeree che sparano, né gli aerei che sorvolano con il loro carico di morte le città, ma si tiene lo sguardo sulla vita degli uomini che quegli avvenimenti vivono e da cui sono indelebilmente segnati: è, quella qui rappresentata, la guerra che penetra ed agisce dentro ciascuno di noi. Perfino nelle straordinarie e simpaticissime discussioni tra i coniugi Levi, quello che emerge quasi sempre, allorché parlano dei figli o degli amici, è, non tanto la guerra trascorsa, ma l’assetto che la nuova Italia va configurando. La madre non ha simpatia per i comunisti e ai socialisti di Nenni preferisce quelli di Saragat, al contrario del marito, che le risponde: “Saragat è di destra! Il socialismo vero è quello di Nenni, non quello di Saragat!” E la moglie: “Nenni non mi piace! Nenni è come se fosse comunista! dà sempre ragione a Togliatti! Io quel Togliatti non lo posso soffrire!” Il marito: “Perché sei di destra!” La moglie: “Io non sono né di destra, né di sinistra. Io sono per la pace!” Davvero mirabile questa scrittrice che ha saputo con questo romanzo rappresentare il moto della vita, che continua a scorrere, nonostante i terribili momenti generati dalle feroci ideologie e dagli orrori della guerra.

Non è un caso che alla fine della storia, molte persone sono scomparse, ma non i genitori dell’autrice, la quale conclude il suo libro ricordando, ancora una volta, uno dei loro deliziosi battibecchi. È questa, sembra dirci, la parte della vita che non muore mai, giacché sostenuta dal forte legame generato dall’amore. Un legame che è capace di rimanere giovane e intatto anche dopo le prove più severe, e andare perfino oltre, perché quei genitori sono diventati per noi il simbolo perenne della gioia e della speranza.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart