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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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Giorgi, Mario

7 novembre 2007

Codice  

“Codice”

Bollati Boringhieri, pagg. 96.Euro 9,30

Il protagonista si riconosce come una persona debole: “ho sempre avuto la tendenza ad attribuirmi immediatamente, a considerare come mia, l’eventuale debolezza di una situazione. Tendo ad attribuirmi il lato debole, il lato debole delle cose.” E tuttavia si presentano da lui due belle ragazze con l’incarico di assumerlo per uno strano lavoro ben retribuito: si tratta di un impegno a “rimanere segregato cinque mesi per studiare nient’altro che un’incognita, una falla, una lacuna, che si proponeva, fin dall’inizio, come un enigma.”

Giorgi, classe 1956, ordisce il suo romanzo, uscito nel 1994 (nel 1993 era stato vincitore del Premio Calvino), come una specie di seduta psicoanalitica a cui è sottoposto il protagonista affinché si riesca a comprendere “Quando hai cominciato ad accorgerti che i tuoi dati potevano corrispondere al codice?” La persona con cui dialoga è una donna, ed è per lui tanto importante che arriva ad affermare: “E invece ora ci sei tu. Tu e niente altro. Ormai tu sei l’unico pensiero per me, non riesco ad interessarmi ad altro.” Si capisce da qui che le persone fisiche non avranno rilievo in questa storia, lasceranno la loro impronta sopra la quinta come ombre evanescenti, né sarà rilevante che noi si possa credere all’esistenza fisica di esse. Il colloquio tra i due, che sarà ricerca e rivelazione, può essere anche letto come un confronto di puro pensiero, e addirittura un confronto all’interno della stessa mente che li genera entrambi: “a volte mi sento come un bicchiere che tu stai tenendo in mano… e ti guardi intorno… e non sai dove appoggiarmi…”

L’esperienza che viene narrata è quella di uno strano lavoro che è svolto in un altrettanto strano e misterioso laboratorio, dove si trovano in tutto cinque uomini, non vi sono donne e nessuno parla mai di loro. Le mansioni assegnate a ciascuno sono così minute e inspiegabili, “insensate”, che al protagonista manca la visione d’insieme di ciò che sta facendo, di cui non riesce a comprendere nulla, nonostante l’impegno che vi mette. Tra i cinque non ci sono scambi di impressioni, domande, curiosità, dubbi, ma solo freddi rapporti di formale cortesia. C’è il cuoco, invece, incaricato di provvedere ai pasti composti solo di verdure cotte, che si avvicina spesso a loro con frasi sarcastiche e sibilline, e pare che solo lui abbia la visione d’insieme di quel lavoro collettivo.

Con una scrittura precisa, essenziale, l’autore ci sta disegnando un ambiente di alienazione nel quale l’individuo, apparentemente libero, viene spogliato della propria personalità e reso strumento passivo di un disegno altrui appartenente ad una entità invisibile, dominatrice e tirannica. Vengono in mente autori importanti come George Orwell e Franz Kafka, ma anche il celebre “Tempi moderni” di Charlie Chaplin, del 1936. Nonostante che nel laboratorio tutto sia rigidamente organizzato e controllato, un giorno il nostro protagonista scopre “nel contenitore dei costumi da ginnastica” un paio di “mutandine nere” da donna. Si rende conto che la sua scoperta non può essere sfuggita a coloro che, nascosti da qualche parte, provvedono a controllarlo. Perciò “l’episodio sarebbe stato comunque rivisto e analizzato minuziosamente, come accade sempre in questi casi. Dunque, non avevo alcuna possibilità di mantenere segreta la mia scoperta – ammesso che il cuoco, con il suo vizio delle allusioni, non avesse già provveduto a divulgarla.” Nasce il sospetto che quelle mutandine non appartengano, in realtà, a nessuno ma siano state messe lì “solo per me, per osservare il mio comportamento, e dunque per indurmi a reagire.”

Da questo timore, da questo spavento anche, un altro episodio a sorpresa lo conduce all’indifferenza nei confronti del proprio lavoro. Improvvisamente, mentre sta mangiando con alcuni colleghi, avverte un dolore fortissimo, crede che si tratti di un dente cariato, ed invece si è bloccata la mascella. Deve portare un apparecchio per molto tempo, a causa del quale non riesce a pronunciare con chiarezza le parole, così che evita di parlare se non nei soli casi necessari. L’autore fa in modo che la situazione alienante in cui il protagonista è immerso non si allenti mai e la tensione addirittura cresca, coinvolgendoci. Ci domandiamo, infatti, come mai non sia possibile al protagonista chiarire la propria posizione e ribellarsi. Lui stesso tenta di darcene una spiegazione: “Allontanarmi è sempre stata, per me, l’unica possibilità di salvezza, salvezza anche nel senso di «salute», oppure anche di «stato di quiete». Ma certo questo non era possibile per tutto ciò che riguardava il laboratorio, perché, tra l’altro, avevo firmato un contratto, e quindi avevo rinunciato a priori alla possibilità di allontanarmi. D’altronde, se non avessi firmato quel contratto, penso che dovrei trovarmi comunque in una situazione analoga.”

Ci torna il convincimento che questa lotta che egli sta facendo abbia ben poco a che fare con la materialità e sia piuttosto un conflitto all’interno della mente, che l’autore, che ha al suo attivo testi di teatro, ha voluto esemplificare in un confronto tra uomo e donna, tra due psicologie complementari, ossia, e tuttavia diverse.

Dall’indifferenza si passa ad “una forte distrazione”. È a causa della dottoressa che ha preso in cura la sua mascella e che viene in laboratorio a visitarlo ogni due giorni. Si è creato tra loro un buon rapporto e parlano molto, di cose di poca importanza, ma questo non conta. Conta la novità di una conversazione possibile con qualcuno che viene da fuori. I colleghi gli invidiano un tale privilegio, che permette al protagonista di avere finalmente qualche pensiero diverso da quelli suggeriti dal suo lavoro. Sogna anche, la notte, e sogna una donna bellissima, bellissima come la dottoressa ma è più che sicuro che non si tratti di lei.

Poi subentra l’ansia, comincia a pensare che tutto quel lavoro che viene sbrigato insieme con gli altri quattro colleghi e che deve portare alla scoperta di un codice, sia destinato a lui: “ero io, era per me il codice, se c’era un codice non potevo che essere io, era destinato a me.”

Il misterioso codice, quindi, può non essere più qualcosa di estraneo, ma può identificarsi con la sua stessa persona. Egli non solo può conoscerlo, ma lo possiede, fa parte di sé. La precisione e la intelligenza nel procedere per dettagli dell’autore fanno ricordare il romanzo di Paolo Maurensing, “La variante di Lüneburg”, del 1993.

Mentre il protagonista si trova in isolamento per eseguire il suo lavoro intuisce “il risultato definitivo”, ma esso gli passa così velocemente nel pensiero che non riesce a fermarlo e a memorizzarlo: “Avevo improvvisamente scoperto la ragione del nostro essere lì, ma non avevo avuto il tempo di comprenderla, di impossessarmene, per comunicarla agli altri, o anche solo a me stesso, ma comunque per comunicarla.”

È l’occasione per una riflessione importante, e meglio ancora, inquietante: “Non appena proviamo a pronunciare la verità, quello che abbiamo visto o sentito o intuito solo noi, e di cui siamo sicuri, in realtà non facciamo che distruggerla, non porta più a niente, non ha niente di definitivo, non c’è più alcuna sicurezza.”

Di lì a poco il lavoro, prima condotto da ciascuno isolatamente, raggiunge la fase in cui è richiesta la collaborazione tra i cinque e così: “ci lasciammo prendere tutti insieme da una specie di euforia”. È il momento in cui emozioni e capacità di ciascuno vengono fuse insieme in “un affiatamento di gesti e di intenti” prima impensabile. Non dura molto, tuttavia; la particolare combinazione dei rapporti e il carattere difficile del protagonista conducono presto ad una difficoltà di comunicazione e di intesa, ad un “guasto tra noi, e non semplicemente tra ognuno di noi, ma tra ognuno di noi e i rispettivi oggetti di ricerca, comprese le lettere personali e le posizioni preliminari in merito agli obiettivi.” Ha di nuovo la sensazione di un risultato che tutti gli altri attendono nei suoi confronti. Si accorge che a poco a poco lo emarginano. Cerca di capirne le ragioni, ma non ci riesce; non c’è una sola delle sue azioni – pensa – che possa avere ispirato il comportamento degli altri. Gli sembra di rimanere indietro nel lavoro. Vorrebbe rifugiarsi nell’odio, indirizzarlo verso uno qualsiasi dei compagni, ma “non avevo odio, mi mancava, ne ero, per così dire, sprovvisto. Me l’hanno già detto in passato, per altri motivi: tu non odi nessuno, e quindi non ami nessuno.” L’autore sta disegnando, così, in un ambiente di alienazione, una personalità esternamente immobile, i cui sentimenti “rimangono dentro, a uno stato prelarvale, e non si dischiudono, non prendono consistenza”. Gli accadono cose strane, come quella di essere prelevato e rinchiuso altrove ed infine di provare la sensazione di regredire nel tempo fino a ritornare bambino e “camminare a quattro zampe”. Succede così che gli altri compagni finiscono la ricerca ed uno di essi si presenta al protagonista per rivelargli che si rende necessario, per convalidare il risultato raggiunto, che provveda, attraverso una specifica prova, ad annullare il proprio lavoro. Il debole carattere del protagonista lo rende rassegnato e disponibile. Non cerca complicazioni e tanto meno confronti e scontri. Conosce bene la natura fragile del suo carattere. La prova deve essere condotta proprio davanti alla donna che lo sta interrogando. Chi è questa donna, non si sa, si intuisce, così come s’intuisce che anche l’altra, il medico specialista, non è affatto una donna come possiamo immaginarla, ma una ruota dell’ingranaggio che si muove attorno e in funzione del laboratorio, in cui una qualsiasi anomalia viene registrata e debellata, con la conseguenza che l’individuo si disintegra e si disperde.

Il romanzo è tutto espresso e rinchiuso nell’ambito di questa condizione alienante, in cui è possibile individuare il laboratorio come la complessa realtà in cui può trovare posto colui che si normalizza alle sue regole, mentre una qualsiasi debolezza rappresenta il codice, “una falla”, e viene emarginata e distrutta. È un confronto, peraltro, che può interpretarsi partorito dalla stessa mente, che si interroga e si risponde sui valori e sui rischi dell’esistenza.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart