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Giorgieri Contri, Cosimo

1 settembre 2016

Felicità del sonno

“Felicità del sonno”

Come del Carneade di manzoniana memoria, così si potrebbe dire di questo scrittore nato a Lucca il 16 agosto 1870 e morto a Viareggio (dove risiedette gran parte della sua la vita) il 14 febbraio 1943. Fu autore molto fecondo sia nel campo della poesia che del teatro e del romanzo. Pubblicò con le maggiori case editrici del tempo, tra cui Rizzoli. Questi alcuni titoli delle sue opere di narrativa, limitandoci ai romanzi, poiché scrisse anche raccolte di novelle: Felicità del sonno, 1904; L’amore oltre l’argine, 1919, Le orme del satiro, 1920; Il profumo della cognata, 1920; Stefana, 1927; Argilla, 1928; Serenella delle fonti, 1930; Peccati contro l’amore, 1931; L’innamorato dei giardini, 1933; Infida come l’onda, 1934; L’amore sotto le stelle, 1938; Elena ragazza povera, 1941; Vertigine della montagna, 1942; La madre sola, 1943.

Prenderemo in considerazione Felicità del sonno, il cui l’incipit: “Sotto un cielo basso, stanco e pur gonfio di pioggia, comparvero i baluardi che cingono Lucca.“, lancia al lettore la sfida di una storia che non potrà non tener conto del misterioso fascino di una delle più belle città del mondo, la quale, a mano a mano che il tempo trascorre, ancor più si fa maga e conquistatrice.

Siamo a settembre. Ferdinando Trisoli è un giovane (“co’ suoi capelli neri e folti, col suo viso bruno e regolare, e col suo personale di alpigiano”) di ventidue anni che arriva Lucca sul treno proveniente da Viareggio. È nato a Biella e a Lucca viene per occupare un posto nell’amministrazione provinciale come segretario di Prefettura. Non è allegro, la città gli pare triste: solo la bellezza di alcune ragazze lo allieta: “Erano belle realmente, alcune. Pallide, brune, con occhi profondi, con bocche voluttuose, con quel molle corpo del sangue toscano che par fatto per l’alcova e non pel marciapiede.”. A poco a poco, però, la città lo conquista, con la sua antica e nobile modestia ed umiltà. L’autore ne approfitta per tracciare alcune caratteristica di Lucca, che ancora son rimaste, sebbene ancor più nascoste dalla modernità. Pare più un salotto piuttosto che una città, e le sue vie sembrano corridoi di un’unica dimora. E “Lucca? Dio buono, quante campane!”. Il forestiero viene irretito dall’incanto. Nell’Albergo della Corona entra anche un gruppo di ufficiali di cavalleria di stanza in città. Avverte lo sferragliare degli speroni e delle sciabole. Ne è preso. Soprattutto quando uno degli ufficiali parla con l’accento subalpino, in questa città “dove tutti parlavano troppo bene”. Quando l’autore decide di entrare nell’intimo di un personaggio lo fa qualche volta con espressioni che ci riportano indietro nel tempo: “Una gran bontà gli pareva però dagli occhi azzurri” (ci si riferisce al ritratto dello scrivano Varzoni, ossequioso e timido), oppure: “Che gli voleva Penelope?” o “quel piccolo brivido che le diceva un dolore” o, ancora, “rimaneva a ginocchi per delle mezze ore”; addirittura troviamo parole che si sono perse, come lucco – lunga veste militare del XIV secolo – o calcinello – un’arsella -, o amuerro (“cangiante come un amuerro”: capitolo XVIII), il cui significato non si è riusciti a scovare nemmeno nel famoso Battaglia-Squarotti; però la scrittura è nitida, anche se il romanticismo di fine Ottocento la permea tutta. Una scrittura capace di esprimere in modo semplice concetti che si prestano assai poco ad essere tradotti: “Simonetta conobbe per la prima volta, quella notte, l’insonnia dolorosa: non quella che è come una riluttanza del pensiero ad abbandonarsi all’oblìo; ma quella che è come una resistenza dell’oblìo ad impadronirsi del pensiero.”. La stessa trama sviluppa temi già affrontati nella letteratura del tempo. Ma Giorgieri li affronta anche con qualche delicatezza (si veda il capitolo III, con una Penelope che sprizza tenerezza). Nel romanzo l’interesse sta nella cornice tutta speciale di una Lucca disegnata in talune architetture, costumi e ambientazioni che non esistono più. Ne risulta una fotografia storica di Lucca e degli uomini che a quel tempo l’abitarono. Nonostante la città venga qualche volta descritta come chiusa e bigotta (l’autore sarà più generoso con Pisa, nel capitolo XV), il palcoscenico che offre ai protagonisti resta di alta suggestione e le sue bellezze che appaiono a costoro nascoste, vengono in risalto agli occhi del lettore: “Paese di palazzi chiusi e di chiese sempre aperte; come a significare, con sintesi elegante, poca vita di società e molto bigottismo…”. Ma quando si entra, per varie ragioni, all’interno dei suoi tesori ecco che il Duomo di San Martino, con il sarcofago di Ilaria del Carretto, di cui ci offre una delicata descrizione nel capitolo XIX, le Mura, con le passeggiate in carrozza o a cavallo, i giardini del collegio di San Ponziano, la piazza San Michele, dominata dalla chiesa omonima bianca di marmi, si espande nel romanzo il profumo di una città che ha saputo conservare integre nel tempo la sua grandezza e la sua eccellenza, come in un prezioso scrigno gelosamente custodito. Questo romanziere, che descrive Lucca monotona e grigia, in realtà ne fa trasparire le gemme agli occhi dell’attento lettore. Ottime, in ogni caso, per dar vita al passato, le descrizioni non solo di Lucca ma altresì di Pisa e Viareggio.

Ferdinando è a tutto tondo un uomo dell’Ottocento, come Giorgieri è un autore figlio per intero di quel secolo. Le novità che si segnalano possono richiamare in qualche caso Gabriele D’Annunzio, che fu un po’ la guida dei romanzieri tra fine Ottocento e inizi Novecento.

Attraverso le confidenze di Varzoni, una sera che lo ha invitato a cena, Ferdinando viene a sapere dell’esistenza di una bellissima donna, ancora giovane, sui trent’anni, andata sposa al Prefetto, molto più anziano di lei. Si tratta di una conversazione talentuosa, che prosegue, i due usciti dall’albergo, con una descrizione di squisita sensibilità: “La sera festiva traeva ancora passanti per le vie; e l’ultimo tepore d’autunno metteva intorno una carezza singolare, simile al palpito di un desiderio non ancora desto o che si stesse allora spegnendo.”.

Sarà lo stesso Prefetto a fornire a Ferdinando l’occasione di conoscere la propria moglie, contessa Simonetta Alderinghi, invitandolo a casa sua, dove il nostro protagonista incontrerà altri personaggi, che insieme rimandano il ritratto di una società annoiata e spenta. Simonetta è alta e longilinea, ma non bella come l’aveva descritta Varzoni. E soprattutto è una donna fredda e vanesia, restia a dare confidenza; “dimostrava quasi sempre quarant’anni”, penserà più avanti. Eccoci arrivati dunque a conoscere presto tre figure femminili che apparentemente si contrappongono e con le quali Ferdinando ha da confrontare le proprie ambizioni e la propria personalità: la dolce Penelope che, invaghita di lui, si sottomette ad un amore triste e fuggevole; la contessa Sabina Savelli, prorompente e civettuola, che si diverte a giocare con gli uomini, e la superba e noiosa Simonetta, che sprizza, al momento, antipatia, anche se un lettore accorto già si avvede del ruolo determinante che assolverà nel romanzo. L’autore riserva le parole più tenere a Penelope, personaggio che appare subito a lui caro: “Ella lo circondava mutamente del suo amore, come un cane fedele, che guarda sempre il padrone anche quando il padrone ha gli occhi altrove.”, ma già apre uno spiraglio sulla figura di Simonetta: “Per la prima volta, Ferdinando notò la grazia di questi rossori che le ringiovanivano il viso. Sino alla radice dei capelli si stendeva quel colore di aurora; e anche gli occhi, ch’ella aveva grandissimi quando li teneva aperti, ne apparivano illuminati.”, così che a poco a poco nella mente del lettore principia ad aleggiare la figura stendhaliana di Madame de Rênal (“Il Rosso e il Nero”, 1830): “E tutt’ a un tratto Ferdinando trasalì. Gli occhi di lei, che non si credeva veduta, erano di nuovo fissi su di lui: grandi, aperti, ardenti e tristi, come sorpresi essi stessi dal fiorire di un sogno improvviso.”.

L’amore dei sensi è più forte di ogni, seppur minima, ragionevolezza. A Villa Gigliola, la residenza di campagna di Simonetta, collocata appena fuori città, a Vallebuia, la donna non resiste alle tenerezze e agli sguardi di Ferdinando e gli cede. Un romanticismo decadente, tipico dell’epoca, invade d’ora in poi il romanzo. Le atmosfere sono disegnate con un contrasto di colori, tra oscurità e luci, che ci rimandano ad un modo di vivere il sentimento del tutto scomparso.

Alla colpa segue il rimorso e Simonetta non si dà pace: “Prendendola un minuto, quell’uomo, quel fanciullo, l’aveva presa per sempre…”. Però quella nuova sensazione di tenerezza che aveva provato per Ferdinando permane in lei e ancora la turba: “Perché non l’aveva avvinto con le sue braccia appassionatamente ond’egli comprendesse quanto ella era lieta di dannarsi per lui?”. Comincia così una drammatica lotta interiore, combattuta tra pentimento e passione, in forza della quale l’autore cerca di ripetere la tensione di altre situazioni narrate dal romanticismo dell’epoca, come quelle, ad esempio, di Stendhal, forse ben presente a Giorgieri, che in Ferdinando lascia tracce dell’ambizioso, avido e cinico Jean Sorel. Del resto anche in Penelope troviamo i segni di un umile e delicato personaggio di Thomas Hardy, in “Via della pazza folla”, quella Fanny Robin che, abbandonata dal suo amante, il sergente Francis Troy (anche lui cinico come Ferdinando), morirà nel dare alla luce un bambino nato dalla loro relazione. Ecco qui la sensazione che Penelope ispira a Ferdinando, quando gli annuncia la sua gravidanza: “Egli neppure avvertì sotto la degradazione apparente la inconsapevole dignità della donna feconda. Ebbe soltanto, invece, la sensazione come di un frutto ormai fradicio che si staccasse dall’albero della sua giovine vita egoista.”.

Ferdinando e Simonetta al momento stanno trascorrendo le ore più belle del loro idillio. La donna si è liberata della sua pudicizia e trascorre le ore che la separano dal giovane amante nel continue ricordo delle delicatezze che le offre l’amore e nell’attesa di un nuovo incontro. L’intreccio dei sentimenti generati dalla relazione vede più partecipe la donna piuttosto che il giovane e sono le sue emozioni a tratteggiare la sua dipendenza imprudente nei confronti dell’uomo, il quale “dava, anticipatamente, con molta tranquillità, un anno di vita al suo amore.”.

Simonetta ne è invece pervasa, tuttavia le sue riflessioni non mancano di essere velate dal sentimento del peccato che sta commettendo. Felicità e rimorso si intrecciano e penetrano a poco a poco nella sua carne come un veleno. Il romanzo sta disegnando le forme della tragedia. La donna che si è abbandonata alla calamita dei sensi, comincia ad accusare la sua debolezza; si aggrappa all’amante nei momenti in cui si sente triste. La stessa atmosfera di voluttà, sia pure velata, che sin qui si è respirata nel romanzo si attenua; manda bagliori sempre più deboli e radi. Il romanticismo decadente è facile a trasformare i sentimenti umani in un dramma. Il passaggio che qui si ha è quello di una Simonetta, la quale, presa da inquietudine, insicurezza e gelosia (“di tutte le donne più belle”), diventa come una bambina (“infantile fiducia”) e non chiede a Ferdinando altro che se lui l’ami, mentre Ferdinando avverte in quel legame una specie di ingabbiamento da cui non riesce a liberarsi. Assillante lei, annoiato lui. Il disegno del dramma che coinvolge i due personaggi è tracciato con molta evidenza e al lettore non manca che di indovinarne l’esito, tenendo conto del titolo e della “bianca dormente dei secoli”, Ilaria del Carretto.


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Bart