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Gli indiscreti referendum

25 luglio 2013

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 25 luglio 2013)

Agli esordi pareva un’avventura temeraria. Senza spettatori, con un manipolo d’attori, e nello scetticismo degli stessi promotori. Poi il pubblico si è via via gonfiato. Le tv hanno mandato qualche troupe a filmare lo spettacolo. E infine sul palco sono salite anche le star. Ok da Berlusconi, la new entry più pesante. Sì da Grillo, poi no (dopo uno scambio d’amorosi sensi con Di Pietro), ma a quanto sembra la risposta per adesso è nì. Un sì parziale anche da Sel e altre forze politiche minori. Pieno consenso dall’Organismo unitario dell’avvocatura. Oltre che dal Codacons, dall’Associazione per la tutela dei diritti del malato, da vari gruppi che difendono i consumatori.

Sono i referendum radicali: 12, come gli apostoli. Solo che in questo caso a benedirli non c’è un Cristo bensì piuttosto un Anticristo (Marco Pannella). Che infatti scaglia i suoi fulmini contro l’otto per mille destinato alle casse vaticane. Tuttavia non è la questione religiosa a occupare il centro della scena. No, è la giustizia. Dieci quesiti su 12 toccano – direttamente o di straforo – la materia giudiziaria. Lasciata prudentemente (pavidamente?) fuori dalla revisione costituzionale che il Parlamento sta intessendo, eccola sbucare nelle piazze da una via referendaria. Per forza: sui referendum si scarica un’energia riformatrice che i partiti sono incapaci di raccogliere. Loro semmai v’oppongono una strategia paralizzante, usando l’arma dello scioglimento anticipato delle Camere pur di rinviarli alle calende greche (è successo nel 1972, nel 1976, nel 1987, nel 1994), organizzando l’astensione, o male che vada frodando il voto popolare.

Sicché in ultimo l’oggetto di questi referendum è lo stesso referendum, la sua immagine riflessa in uno specchio. È la seconda scheda, quella che dovrebbe servirci per decidere, non per delegare. Se otterrà 500 mila firme entro settembre, la useremo nuovamente sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti (approvata nel 1993 dal 90,3% degli elettori, ripristinata sotto mentite spoglie dai partiti, sommersa in questi giorni da 150 emendamenti, poiché il governo Letta ha osato proporre una mezza abolizione). Per la seconda volta sulla responsabilità dei magistrati (nel 1987 i sì furono l’80,2%, nel 1988 una legge li ha trasformati in boh ). E dopotutto è un secondo tempo pure il divorzio breve, dato che il referendum del 1974 ci ha recato in sorte un divorzio lungo da 10 a 12 anni (in Francia e in Spagna bastano 3 mesi). Vedremo se almeno in questo caso repetita iuvant .

Poi, naturalmente, c’è dell’altro. Dalla cancellazione dell’ergastolo a limiti stringenti per la custodia cautelare, dall’immigrazione alle droghe leggere, dai magistrati fuori ruolo alla separazione delle carriere giudiziarie. Questioni variegate, su cui ciascuno può nutrire opinioni variegate. O altrimenti, fin qui, nessuna opinione. Ma in ogni caso dovremmo sforzarci d’approfondire i temi che ci vengono proposti: senza conoscenze siamo sudditi, non cittadini. C’è un dato, tuttavia, che è impossibile conoscere, e non per colpa nostra. Mettiamo pure da parte Scelta civica, o quel che ne rimane; ma qual è la posizione del Pd, che ne pensa il maggiore partito di governo? Come diceva Oscar Wilde, le domande non sono mai indiscrete; però talvolta suonano indiscrete le risposte.


Finanziamento ai partiti: una commedia
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 25 luglio 2013)

Da tanti anni seguo la politica, ma mai mi era capitato di assistere a una commedia come quella che, sotto i nostri occhi distratti, si sta svolgendo in questi ultimi giorni di luglio. Breve riassunto della commedia.

La posta in gioco, innanzitutto. C’è un disegno di legge governativo che non abolisce affatto il finanziamento pubblico dei partiti, ma si limita a ridurne progressivamente l’entità (mantenendolo in piedi fino al 2017) e ad affiancarlo già a partire dal 2015 sia con un nuovo meccanismo, il cosiddetto 2 per mille (il contribuente può decidere di destinare a un partito una parte delle tasse che paga), sia con una serie di agevolazioni (detrazioni sulle donazioni) e benefici «in natura» (spazi in tv, locali, etc.).

Difficile prevedere, finché non saranno noti tutti i dettagli, se il nuovo meccanismo porterà ai partiti più o meno risorse di oggi (probabilmente qualcosa di meno), ma tutto si può dire tranne che la legge preveda l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, visto che questi ultimi continueranno ad assorbire considerevoli risorse pubbliche, anche se in forme diverse che in passato.

Ed ecco le parti in commedia. Il governo, abbastanza spudoratamente, finge che il suo disegno di legge abolisca il finanziamento pubblico dei partiti (il primo articolo del disegno di legge recita proprio così: «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti»). Nonostante il disegno di legge sia molto «comprensivo» verso le esigenze di cassa dei partiti, questi ultimi non ci stanno e si mettono di traverso, inondando il Parlamento di emendamenti per lo più rivolti a meglio tutelare le esigenze di sopravvivenza dei partiti stessi, e che per ora hanno già ottenuto l’effetto di far saltare il percorso parlamentare previsto (notizia di queste ore). Ma anche i partiti, e in particolar modo i rispettivi tesorieri, recitano la loro parte in commedia: secondo loro gli emendamenti non servirebbero a difendere i privilegi dei partiti, bensì a salvare la democrazia (nientemeno!).

Ed ecco il colpo di scena: il disegno di legge governativo, che fino a ieri pareva fin troppo generoso con i partiti, diventa improvvisamente un baluardo anti-partitocratico, e il presidente del Consiglio Enrico Letta, con i suoi appelli (pardon: tweet) a non ritardare l’approvazione del disegno di legge, può ergersi come una sorta di Quintino Sella, austero e rigoroso difensore della cosa pubblica.

Non è tutto, però. Nel marasma si inseriscono le parti in commedia minori. C’è chi, non pago che i partiti abbiano ancora almeno quattro anni di introiti generosi e garantiti, ha il coraggio di proporre la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti, in un Paese in cui i lavoratori che non possono ricorrervi sono milioni e milioni. C’è chi, dentro Pd e Pdl, sembra essere davvero per l’abolizione (anziché per la riduzione) del finanziamento pubblico dei partiti, ma non osa fare una battaglia vera, a viso aperto e a muso duro, contro l’apparato del suo partito. E c’è chi, come il neo-segretario della Lega Maroni, rinuncia al finanziamento pubblico, ma non ora, se ne riparlerà nel 2014.

Insomma, nessuno fa quello che dice, e nessuno dice quello che fa. Con una sola eccezione, a quel che vedo: gli estremisti, anzi gli «opposti estremismi» dei talebani della partitocrazia e dei suoi nemici irriducibili. Solo loro non parlano con lingua biforcuta. Talebani della partitocrazia sono innanzitutto i tesorieri dei partiti, che hanno le idee chiarissime e difendono a spada tratta, senza imbarazzo e senza vergogna, sia il principio del finanziamento pubblico, sia l’idea che non debba essere solo simbolico. Nemici irriducibili della partitocrazia sono il movimento Cinque Stelle e i Radicali, che il finanziamento pubblico hanno dimostrato di volerlo abolire sul serio, non solo a parole. Il movimento Cinque Stelle ha già restituito 42 milioni di rimborsi elettorali, i radicali hanno già promosso due referendum (l’ultimo vinto nel 1993, ma aggirato dai partiti con il trucco dei «rimborsi»), e quanto al terzo stanno raccogliendo le firme.

Il lettore che mi ha seguito fin qui potrebbe pensare che io sia contrario al finanziamento pubblico dei partiti e sia per la sua piena e totale abolizione. In realtà, per quel poco che può interessare quel che penso io, la mia posizione è un po’ diversa, e si potrebbe riassumere in tre punti.

Primo. Quello cui sono fermamente contrario non è il finanziamento pubblico, ma è lo stravolgimento della lingua italiana. Ho il massimo rispetto per tutte le posizioni, ma preferirei che venissero presentate per quello che sono, anziché essere mascherate dietro formule verbali volte a occultarne la sostanza. Il disegno di legge del governo è difendibilissimo, salvo il primo articolo, che io riformulerei così: anziché «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti», scriverei «E’ mantenuto il finanziamento pubblico dei partiti, ma ne vengono modificati importi e meccanismi di erogazione».

Secondo. Mi piacerebbe che chi appartiene a Pd e Pdl (i due partiti da cui dipende la sorte del governo) e dice di essere contrario al finanziamento pubblico, facesse una battaglia vera entro il suo partito, e dicesse in modo chiaro che non condivide il disegno di legge governativo. Mi incuriosisce, in particolare, la posizione di Matteo Renzi e dei suoi: avevo capito che fossero per una vera abolizione del finanziamento pubblico (un punto importante di dissenso con Bersani), ora pare invece che non siano contrari al disegno di legge governativo, e che si accontenterebbero di alcuni ritocchi, previsti in appositi emendamenti. Che cosa dobbiamo pensare? Renzi ha cambiato idea? O anche lui, semplicemente, non vuole disturbare il manovratore?

Infine, ultimo punto. Io sarei favorevole a un (modesto) finanziamento pubblico ai partiti. Ma non a questi partiti, e non in spregio a un referendum. Perciò avrei fatto l’esatto contrario del governo Letta. Anziché mantenere il finanziamento per qualche anno, promettendo una sua più o meno nebulosa rimodulazione futura, avrei invertito i tempi: azzeramento subito, ed eventuale reintroduzione se e quando avremo dei partiti decenti, e i cittadini avranno avuto modo di cambiare il loro giudizio su di essi, magari certificandolo con un nuovo referendum. Perché è vero che il finanziamento pubblico esiste in (quasi) tutta Europa, ma è anche vero che in nessun Paese europeo che si rispetti i partiti sono corrotti e clientelari come qui. Va bene essere europei, ma non va bene esserlo solo a metà.


Il governo in attesa di giudizio (Mediaset) dà fiato alle opposizioni
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 25 luglio 2013)

Di fronte ai deputati del Pd, con il suo garbo orientale Enrico Letta ha una parola buona per ciascuna delle anime agitate del suo agitato partito. E la natura intima del lettismo è tutta nello sguardo e nelle parole morbide con le quali il presidente del Consiglio si rivolge ai parlamentari democratici che lo cercano e lo incontrano, nei modi con i quali conforta questa platea esulcerata dai tormenti e dalle polemiche interne. Ha parlato all’assemlea del gruppo, il presidente del Consiglio, e poi tenterà la medesima operazione avvolgente anche di fronte agli uomini del Pdl, ai deputati del Cavaliere che per la verità non aspettano altro che il 30 di luglio, la sentenza Mediaset, il giorno del giudizio, quando si stabilirà il destino di Silvio Berlusconi.

Così in tanti, tra gli osservatori interessati, nei corridoi del Palazzo, si chiedono se davvero possa bastare la diplomazia delle buone maniere lettiane per tenere in piedi l’architettura delle larghe intese. Possono bastare le maniere carezzevoli del premier, in assenza di riforme di sistema, di scelte coraggiose, di grandi interventi che riempiano di senso l’operazione voluta da Giorgio Napolitano? Imu e Iva sono state rinviate a settembre, mentre il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, silenzioso, chiuso negli uffici del Tesoro a compulsare numeri, alimenta una cert’aria di drammatico mistero sui conti pubblici, e il governo sembra consegnarsi così all’inedia, alla palude, al galleggiamento che pure sin dall’inizio anche Letta, nei primi ambiziosi giorni a Palazzo Chigi, temeva come “una malattia degenerativa e letale”. E difatti tra i banchi dell’opposizione, tra gli scranni del Movimento cinque stelle e di Sel, il partito di Nichi Vendola, tra gli uomini che si contrappongono alla convivenza promiscua tra il centrosinistra e il centrodestra, in questi ultimi giorni si assiste a un’improvvisa esplosione di vitalità. Pur scombiccherata com’è, l’opposizione ha riacquistato vigore e, nella palude del governo, da qualche settimana è l’opposizione ad aver imposto l’agenda: la mozione di sfiducia ad Angelino Alfano, che ha azzoppato il vicepremier e debilitato il Pd; il dibattito sull’omofobia che divide Pd e il Pdl; la legge sul voto di scambio; l’ostruzionismo parlamentare.

Persino il capo dello stato, financo Giorgio Napolitano, il contrafforte della grande coalizione, ieri si è assestato su una posizione difensiva, di sostanziale debolezza, rispondendo sul Corriere della Sera alle critiche che martedì gli aveva rivolto, da quelle stesse colonne, Fausto Bertinotti. Il vecchio leader di Rifondazione comunista accusa Napolitano di aver congelato il sistema democratico, bloccato il quadro politico, sfidato nientemeno che la Costituzione e le regole della fisiologia parlamentare. “Lei non può congelare d’autorità una delle possibili soluzioni al problema del governo del paese, quella in atto, come se fosse l’unica possibile”, ha scritto Bertinotti, “come se fosse prescritta da una volontà superiore o come se fosse oggettivata dalla realtà storica. Lei non può, perché altrimenti la democrazia verrebbe sospesa”. Nella sua replica, non obbligata da nessuna particolare regola d’etichetta istituzionale (nemmeno nei confronti di un ex presidente della Camera come Bertinotti), Napolitano ha sostenuto che l’alternativa non esiste, che “il voto anticipato è una patologia italiana”, e ha dipinto scenari inquietanti nel caso in cui il governo dovesse crollare, ha alluso a conseguenze catastrofiche, rafforzate sul Corriere da un editoriale del direttore Ferruccio de Bortoli: il crac, il default, l’Apocalisse economica.

E così a cinque giorni dalla sentenza sul caso Mediaset, mentre il Giornale di Alessandro Sallusti ha cominciato un minaccioso conto alla rovescia, il governo, sperso, è in balia dei gruppi di opposizione. E’ una banale dinamica fisica: se c’è un vuoto (il governo inerte), questo viene riempito. L’ostruzionismo parlamentare di grillini, vendoliani e leghisti denuncia la scarsa fantasia d’un’opposizione che non è in grado di farsi alternativa di governo, eppure è anche questo un altro successo tattico dopo gli schiaffi ad Alfano e pure a Emma Bonino, il ministro degli Esteri e il vicepremier, su cui affonda bene la lama degli avversari di Letta e Napolitano. L’opposizione balla mentre il premier galleggia, prende tempo, rinvia, rincorre e tenta di spegnere i malumori, tampona e ritesse come se governare fosse soltanto una questione di galateo, un affare di relazioni e buone maniere. Come se anche lui, il presidente del Consiglio, in precario equilibrio, aspetti la fatale decisione della Cassazione su Berlusconi. Un governo in attesa di giudizio.


Agrama, l’uomo chiave mai interrogato dai giudici
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 25 luglio 2013)

È un po’ come nel processo a Berlusconi per il caso Ruby: dove la presunta vittima (ma anche, secondo i giudici, presunta complice) non è mai stata interrogata. Anche nel processo per i diritti tv, quello che martedì prossimo porterà Berlusconi al redde rationem davanti alla Cassazione, c’è un grande assente.

È l’uomo che nella ricostruzione dell’accusa svolge un ruolo centrale. Si chiama Frank Agrama, ottantuno anni malportati, alle spalle una vita colorita da regista di film di serie B, poi diventato grossista di pellicole hollywoodiane. Per la Procura, Agrama era né più né meno che il socio occulto di Berlusconi. Detto brutalmente: facevano la cresta sui film, e poi facevano la mezza. Mediaset pagava ad Agrama cento dollari ciò che ne valeva quaranta o cinquanta, e la differenza andava un po’ a ingrassare l’ex regista, un po’ a rimpinguare i conti esteri del Cavaliere e dei suoi figli maggiori.

Insomma, si può immaginare che sentire la versione di Agrama – anche per non credergli, anche per contestarla – potesse essere utile all’accertamento della verità. Ma Agrama non è mai stato interrogato: né in primo grado né in appello. Unica traccia concreta della sua esistenza, un interrogatorio difensivo fatto da Niccolò Ghedini. Certo, il vecchio Frank vive in America, sta male o forse malissimo e questo rende tutto più complicato. Ma la tecnologia moderna può risolvere molti problemi. Bastava volerlo: non solo secondo gli avvocati di Berlusconi, ma anche secondo quelli di Agrama, che è stato condannato a tre anni di carcere e ha fatto anche lui ricorso in Cassazione.

Secondo i due ricorsi, e su questo martedì i giudici romani saranno chiamati a esprimersi, portare fino a sentenza i processi di primo e secondo grado senza sentire la versione di Agrama ha leso i diritti alla difesa. E soprattutto ha impedito di acquisire un tassello essenziale a capire come andassero davvero le cose.

Nelle motivazioni della condanna in secondo grado, a pagina 119, si legge che la richiesta di Agrama di essere interrogato via videoconferenza non è stata accolta perché «non vi è prova della reale provenienza dell’istanza dall’imputato non essendovi alcuna autentica della firma, e non vi è alcuna prova di autenticità neppure della certificazione medica e comunque non si consente a questo giudice di verificare il reale stato di salute dell’imputato con apposita visita fiscale». Cavilli di forma, insomma.

La cosa singolare è che sulla base degli stessi identici certificati un altro tribunale, chiamato a giudicare uno degli innumerevoli processi scaturiti da questo filone, ha ritenuto giusto e necessario disporre la videoconferenza, e ha interrogato Agrama via satellite. Ma di questo interrogatorio nel processo che approda martedì in Cassazione non si potrà tenere conto.

Cosa ha detto Agrama agli altri giudici? Ha escluso di essere mai stato socio di Berlusconi e di avere mai spartito con lui un dollaro. Verità interessate? Può darsi. Ma che vanno a quagliare con quello che non solo Berlusconi ma anche altri testimoni hanno raccontato nel processo per i diritti tv. In particolare, e con particolare crudezza, da Guido Barbieri, capo dell’ufficio acquisti di Mediaset, che racconta di uno scontro furibondo con Agrama, inferocito per il taglio dei budget, che scriveva lettere di protesta a destra e manca, mentre «Pier Silvio Berlusconi non voleva avere nulla a che fare con Agrama disistimandolo e a cui non rispondeva neppure al telefono»; andò a finire, secondo Barbieri, che Agrama gli offrì una bustarella, e lui fece finta di non capire. Tutte balle? O un quadro inconciliabile, come sostengono Niccolò Ghedini e Franco Coppi, con quello di un Agrama socio occulto del Cavaliere? Di sicuro, per le difese, non si poteva fare il processo senza sentire l’ex regista. E anche questo, per i legali di Berlusconi, è un motivo di nullità del processo.


Il Cav mantiene le promesse: pronta la casa di Lampedusa
di Fabrizio De Feo
(da “il Giornale”, 25 luglio 2013)

Il conto alla rovescia è finito. E a Lampedusa il passaparola ormai è sempre più insistente, così come la curiosità per il «varo» della nuova residenza di Silvio Berlusconi, un acquisto figlio di una promessa che tanto fece discutere (e malignare) sulle reali intenzioni del Cavaliere.

Qualcuno gridò al bluff, a una operazione di marketing politico, a un patto violato con gli isolani, al tradimento della parola data. Voci sempre smentite dal diretto interessato e dall’avvocato Niccolò Ghedini. E ora spazzate via dai fatti.
I lavori ormai sono ufficialmente conclusi. Una settimana fa è stato effettuato il collaudo degli impianti energetici da parte della ditta Alpiq. E ora Villa Due Palme – dopo la «ristrutturazione-ricostruzione» curata dall’architetto Gianni Gamondi che da anni tramuta disegni e richieste di Berlusconi in progetti concreti – è pronta per l’utilizzo. Il restyling è stato estremamente accurato, così come l’incremento delle zone di verde, con un prato all’inglese che la fa somigliare – raccontano – alle meraviglie di Villa Certosa e di cui lo stesso ex premier va molto orgoglioso, osservandone gli sviluppi tramite documentazione fotografica. Certo stiamo parlando di una residenza non faraonica rispetto agli standard berlusconiani ma comunque di gran lusso.

La metratura è di 190 metri quadri coperti commerciali, di circa 140 mq di terrazze più 1.500 metri quadri di giardino. La Villa si trova a Cala Francese, non lontano dall’aeroporto che serve la maggiore delle isole Pelagie. Dal giardino con le bouganville – ora arricchito con palme, oleandri e piante rare coerenti con i parametri climatici locali – un accesso privato porta direttamente sulla spiaggia bianca affacciata sul mare caraibico. La casa bianca e blu – comprata per un milione e mezzo di euro – aveva, al momento dell’acquisto, una cucina, un salotto col camino, due stanze da letto, un bagno e un gazebo nel giardino, più una stanza da letto grande, un terrazzo e un bagno al piano di sopra. È nata per ospitare otto persone, ma col restyling, a quanto pare, ne potrà ospitare di più.

Il sindaco di Lampedusa, l’ambientalista Giusi Nicolini, parlando con agrigentooggi.it assicura che il restyling della villa è autorizzato da regolare concessione edilizia. Di questa residenza lo stesso Berlusconi ne fece un simbolo: «Sono diventato lampedusano anch’io – disse l’ex premier alla fine del suo discorso nell’isola il 30 marzo 2011 in piena emergenza immigrazione – Mi sono collegato a internet, ho cercato una villa e l’ho comprata (la compravendita avvenne il 28 giugno 2011). Domani i giornali – aggiunse il Cavaliere – scriveranno che c’è un altro conflitto d’interessi e tutto quello che faccio a Lampedusa lo faccio per alzare il valore della mia proprietà». Poi scherzò ancora: «Se i lampedusani saranno insoddisfatti potranno riversare su questa casa il loro scontento. La potranno imbrattare, sono autorizzati».

I lavori di ristrutturazione della residenza – che prende il nome dalle due palme che svettano in giardino – sono stati effettuati da una ditta bergamasca, la Costruzioni edili Bergamelli di Nembro. La villa, costruita da un aristocratico siciliano, Berlusconi la acquistò dietro consiglio di Angelino Alfano come segnale di attenzione verso un’isola danneggiata nella sua immagine turistica dal dramma degli sbarchi. Immobile stile anni ’70, composta da dieci vani con affaccio su una spiaggia pubblica, tetti in cannucciato, considerata uno dei gioielli di Lampedusa, dopo un periodo di splendore con il trascorrere del tempo ha conosciuto una stagione di decadenza. La salsedine del mare, infatti, dopo aver eroso il cancello in legno, aveva iniziato a intaccare i muri perimetrali. Da qui la decisione di Berlusconi di dare il via ai lavori di ristrutturazione per regalare nuova linfa alla villa e al giardino che la circonda.

Una curiosità: i materiali utilizzati dall’azienda di Nembro sono soltanto ed esclusivamente lampedusani. Una scelta compiuta con un obiettivo preciso: mantenere l’identità storica della magione e ancorarla al territorio circostante.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart