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Green, Julien

7 Novembre 2007

Leviatan  

“Leviatan”

Corbaccio, pagg. 274. Euro 14,46 (Trad. Vittorio Sereni)

Chi sa perch√© √® la stessa atmosfera di attesa che ho incontrato nel bel film di Ingmar Bergman: “Il posto delle fragole” (1957) quella che percepisco nell’avvio di questo romanzo del 1929, considerato una delle opere maggiori dello scrittore francese; sar√† forse perch√© anche qui l’orologio e il significato delle ore che rintoccano e scorrono hanno parte non affatto secondaria. L’attesa, che ci accompagner√† poi per tutta la storia, non √® per niente tranquilla, placida, bens√¨ irrequieta, nervosa, irritante, insicura. Uomini e cose paiono immersi in un’ombra di solitudine e di torpore che non consente mai quel momento di conoscenza definitiva e di gioia che nella vita si attende come una liberazione. Per poter dare una tale sensazione occorre sminuzzare il tempo e i gesti, ridurli a frammenti che non ci appartengono pi√Ļ. La signora Londe, la padrona del ristorante dove, nel paesino di Lorges, si ferma lo sconosciuto, ancora per poco senza nome, con il quale si √® aperto il romanzo, √® divorata e divisa a sua volta dal frenetico, vano e disperato impulso di radunare come una calamita e ricomporre brani di esistenze che brancolano intorno a lei: “Nello sconosciuto che pranzava in fondo alla sala ella aveva indovinato un essere debole e infelice in fuga davanti a qualcuno o a qualche cosa; e lei si accingeva a farlo venire a s√© con la sola forza dell’autorit√†.” Quel signore si chiama Paul Gu√©ret, e il sentimento che riesce a suscitare in noi √® quello di un passeggero, di un viandante della vita, che si smarrisce nello stupore di ci√≤ che lo circonda, e nel timore di una impossibilit√† contorta, perfida e inafferrabile di dargli un senso. Vi √® un destino gi√† scritto dentro le nostre insicurezze perenni e le nostre paure? √ą ci√≤ che comincia a credere il nostro personaggio, che √® un essere infelice a cui fin allora tutto √® andato storto: “da soli, gli avvenimenti, buoni o cattivi, si sarebbero maturati.” √ą sposato a “una donna che non amava”, Marie, non bella, ma quieta, rassegnata, ed ha conosciuto una ragazza, Ang√®le, che lavora in una lavanderia, di cui crede di essersi innamorato. D√† lezioni ad un bambino presso una famiglia benestante, e odia quel bambino per la sua ricchezza, contrapposta alla sua povert√†. √ą uno di quegli esseri, insomma, talmente tristi e sensibili che ogni piccolo avvenimento crea in lui delle vere e proprie tempeste spirituali: “Il pensiero che la felicit√†, la sua felicit√† era da qualche parte nel mondo e che egli non ne sapeva niente, lo faceva andare fuori di s√©.” Si avverte, cos√¨, che la dimensione del personaggio √® destinata ad allungarsi verso il buio, dove stanno annidate e in agguato le ombre che ci tolgono il respiro e ci smarriscono. Il confronto che l’autore ci pone dinanzi tra la sua debolezza e il carattere apparentemente forte di alcune donne che incontra, quali la signora Londe e la madre di Andr√©, il bambino di cui √® precettore, la signora Eva Grosgeorge, non sono indifferenti nell’appesantire le complessit√† e le tortuosit√† di questo deluso e disgustato personaggio. Anche nei riguardi della natura che lo circonda il suo sguardo √® torvo e sempre contrapposto. Gli stessi personaggi che incontra, siano essi uomini o donne, leggono dentro di lui in modo da suscitargli ancor pi√Ļ rancore ed insicurezza. Pare, cio√®, che non vi sia niente al mondo che corra per il verso giusto nei suoi confronti. La felicit√† √® sempre altrove, la si deve rincorrere e non se ne ha la forza, e forse nemmeno la volont√†. Si √® rinchiusi e stretti dentro una prigione e il bello, il buono, tutto ci√≤, ossia, che sia positivo, se ne resta l√† fuori, irraggiungibile. I rapporti con la stessa Ang√®le, ragazza frivola assai compiacente che “non amava la solitudine”, e che sar√† alla fine la migliore tra tutti, sono impacciati e contorti: “girava via gli occhi quand’ella lo guardava”. Si ha la sensazione che tutti i personaggi di questa storia, non importa se principali o secondari, siano osservati da una forza che li costringa entro confini e volont√† angusti. A poco a poco, anche quelli ritenuti forti, come la signora Londe o la signora Grosgeorge, ad esempio, si aprono come spaccati da una prepotenza dominatrice che ne mette a nudo nient’altro che la miseria e la vulnerabilit√†.

Ang√®le non ha mai incontrato un uomo come Paul, tremebondo e insicuro davanti a lei; gli altri uomini le offrono subito del denaro, vanno per le spicce. Chi √® mai questo singolare individuo venuto da fuori? Cos√¨ “Ora che non ne provava pi√Ļ spavento, voleva giocare con lui”. Vengono a contatto, ossia, due solitudini, due disperazioni (“Era la donna che nessuno voleva”) che non sono simili; tuttavia, ancora una volta per mano del destino, sono votate ad incontrarsi e a fondersi, come se niente di diverso dall’umiliazione possa mai accadere nella nostra esistenza, ove tutti siamo contaminati dalla medesima ineluttabilit√† dominatrice e padrona (“la volont√† misteriosa che regola i nostri destini”), che vanifica a poco a poco ogni distinzione.

Paul conosce la verit√† su Ang√®le, la sua debolezza per gli uomini, il giorno che ritorna dalla Londe e si trova a consumare il pasto alla tavola comune. La conversazione sapida tra i rudi commensali presto s’indirizza sull’abitudine che hanno di prenotare la ragazza presso la signora Londe, che, ricevuto il denaro, pensa a fissare l’incontro. Si avvita su di lui, allora, quella insidiosa spirale di odio amore che, una volta precipitata in un essere gi√† disfatto dalla sua stessa complessit√†, pu√≤ pi√Ļ facilmente scovare e ridestare le sotterranee radici di un malessere tanto feroce e devastante da riassumere e contenere in s√© tutta la perfidia del mondo. La penna di Green scava ed accompagna una tale spirale con una spietatezza che suscita nel lettore lo sgomento di una maledizione irrevocabile assegnata alla nostra specie, al punto che si intravede nell’autore una specie di compiacimento nell’affliggerci con la stessa perfidia, la stessa ossessione, la mancanza di comprensione e di carit√† che nella storia raccontata fanno violenza all’animo di Paul, come quel muro che non gli offre appiglio allorch√©, sconvolto dalla brutalit√† della sua passione, cerca di raggiungere la finestra della camera dove dorme Ang√®le. La vita √® impazzimento, solo cos√¨ la si pu√≤ vivere, e soltanto con la morte si pu√≤ conquistare la pace. Il gesto compiuto da Paul √®, dunque, fuori da ogni ragionevolezza, fuori perfino dallo stesso furore di una passione cieca e violenta, ed entra nell’ordine delle azioni impossibili che stanno rintanate dentro di noi (“una vita dentro la sua vita”), in agguato, pronte a smascherare e a denunciare la nostra impotenza e la nostra vilt√†. Che cosa √®, infatti, l’ira con la quale si scaglia contro la poveretta, se non la manifestazione di una incredibile inettitudine, di una insofferenza alla vita, di cui si serve il Leviatano del titolo per umiliarci?: “Tutto ci√≤ assomigliava troppo poco al resto della sua vita per essere vero”. √ą la storia di una paura, questo romanzo, della paura, del terrore di conoscere chi siamo. Non siamo mai noi a comandare noi stessi. Qualcosa ad un certo punto si scatena e trasforma la realt√† in cui eravamo abituati a vivere, la sovrappone, la confonde, la rende impalpabile e irriconoscibile. Ci√≤ che la scatena spesso √® una minima cosa, un granello, un puntolino a cui non si d√† importanza. Ma ha dato il via ad un terremoto della coscienza, ad un’alterazione che mostra un’altra verit√†, e una nostra identit√† diversa: “Immagini assurde gli si presentavano senza ch’egli potesse riordinarle, improntarle a un aspetto reale.” E un tale puntolino esce perfino da noi stessi e si mescola a quello degli altri, contagiando e contagiandosi. Si pu√≤ tornare indietro? S’incarica di rispondere a questa domanda la bella seconda parte del romanzo, che ha un avvio superbo e ci riserver√† delle sorprese, tra le quali, non ultima, quella che riguarda la ricca signora Grosgeorge, afflitta pure lei da un male che abbiamo gi√† conosciuto in Paul. Anzi, questo male √® gi√† consapevolezza in lei da lungo tempo, non √® vago come lo √® ancora nel precettore di suo figlio Andr√©. Tuttavia, pur vago, ha segni inconfondibili che lo manifestano chiaramente a chi gi√† lo conosca: “Ardeva dalla voglia di fargli un giorno domande sulla sua vita, di sapere come facesse, lui, a combinarsi un domani.” La sua “anima un po’ scellerata” comincia cos√¨ a sospettare che le crudelt√† che si erano commesse nel paesino di Lorges erano da attribuirsi a quell’uomo che sin da quando era entrato in casa sua, nella villa MON ID√ČE, l’aveva incuriosita, ed ora provava per lui una stupita ammirazione, giacch√© era stato pi√Ļ coraggioso di lei, che egualmente aveva in odio il mondo, ma si era sforzata di nasconderlo per conservare “quella ridicola parata di rispettabilit√†.” Si delinea, dopo quella che aveva avvicinato Gu√©ret ad Ang√®le, un’altra misteriosa attrazione, quella tra la Grosgeorge e lo stesso Gu√©ret, di cui nessuno in paese √® sicuro, come lo √® lei, che sia il colpevole che tutti ricercano: “Quale curiosit√† la spingeva, quale speranza nutriva?” Si assiste ad una severa, cruda, sovrapposizione di domini, della Londe su Ang√®le, di Ang√®le su Gu√©ret, di Gu√©ret di nuovo su Ang√®le, della Grosgeorge su Gu√©ret, in cui, tuttavia, la vittima di quel momento ha a sua volta una fascinazione scatenante. Il romanzo attraversa in questa successione e in questi repentini rovesciamenti uno dei suoi passaggi pi√Ļ alti, sottolineando come un potere assoluto si compiaccia di ferirci nelle nostre ipocrisie, nel nostro perbenismo, nei nostri sentimenti, perfino e soprattutto nell’amore, scatenando all’improvviso una follia, anche sotto la forma, a volte, di “una spaventosa gaiezza”, come accadr√† a Ang√®le, o per un improvviso desiderio di dominio, come accadr√† alla signora Grosgeorge, presentita ma sconosciuta, che √® sempre stata in noi come l’altra parte della nostra anima. In tutti i protagonisti coinvolti nello scoprimento di s√©, infatti, da Gu√©ret, alla Grosgeorge, alla Londe, ad Ang√®le, vi √® una specie di audacia, di piacere, di gioia stupita e malsana, di andare fino in fondo alla conoscenza della propria sventura e della propria perfidia: “Avrebbe ritrovato la pace nella disperazione”. Dir√† ad un certo punto l’autore: “Non esiste, il caso. Esiste solo la malvagit√† del destino. E le sue perfidie, preparate di lunga mano, hanno un’apparenza fortuita solo perch√© ce ne sfugge la parte segreta.”


Letto 1880 volte.
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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart