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Gromo, Mario

4 Maggio 2019

I bugiardi

I bugiardi, 1930

Fuori nevica. Alcuni alpini entrano in un albergo di montagna per rifocillarsi. Ci sono delle ragazze e si dà il via ad una piccola festicciola.  Anche Aldo Renda, “quasi avvocato”, ventitré anni, sta raggiungendo l’albergo scendendo con ai piedi gli sci. È un ospite venuto apposta per corteggiare una ragazza, Giulia Franzi. Di modeste condizioni, è ambizioso e vuole farsi largo nella vita. Ma non è il solo personaggio che si affaccia all’inizio della storia. Incontriamo un pittore, Arturo Dall’Argine, che ha dello charme e frequenta ambienti altolocati. Incontriamo lo psichiatra cinquantenne Enrico Nodàri, “alto un metro e ottanta”, il quale si è stancato della sua professione e decide di dedicarsi alla pubblicità. Il figlio del dottor Nodàri, Luca, coinvolto nella nuova impresa, è amico di Aldo. E Arturo lavora per il Nodàri, allorché questi vuole fondare un giornale della sera, da utilizzare come veicolo pubblicitario.

La scrittura è beffarda e canzonatoria, divertita. Ben presto lo scenario si allarga per seguire la storia dei personaggi, con le loro ingenuità e le loro illusioni: Nodàri e Arturo tra i primi, ai quali se ne aggiungeranno altri, come l’impresario sognatore Rigo, “un omaccione tozzo e sanguigno”; “era molto se il Rigo, ogni sera, riusciva a chiudere i suoi conti con un centinaio di lire di guadagno.”, e anche Manlio Paíva, “un giovane piccolo, magro, con due baffetti sottili”. Sono personaggi intrecciati tra loro, la cui presenza, quando manca, è indiretta. Essi compaiono e scompaiono per un po’, ma lasciando negli avvenimenti seguenti le loro tracce. Aldo, che abbiamo incontrato all’inizio in quell’albergo di montagna, riappare in un altro luogo mentre, appostato in strada, fissa le finestre da cui può vedere la figura di una giovane soubrette, Marga Gedda, amante del Paíva, che lui crede “Vedova da poco, ricca, una vera signora.”.

L’autore agisce come il direttore di un teatrino che regola tempi e presenze dei suoi burattini, facendo in modo però che essi abbiamo sempre un punto di unione tra loro. Quasi un gioco. Anche Aldo è affaccendato nel combinare qualche imbroglio. Ora si vede col professor Viola che disegna dei pannelli cinesi e li porta ad un certo Demarchi, “un ometto calvo e panciuto, dal calmo sguardo bovino, dal testone infossato tra le spalle”, soprannominato da Aldo come “lustrascarpe”, il quale li invecchia e li fa apparire oggetti di antiquariato. Arriveranno a fare da sé l’intero ciclo di questo lavoro: “tutta Cina nuova di zecca, che col cemento e la cera e la stufa, e la terrazza, renderemo più che venerabile.”. La terrazza è il luogo, esposto alla luce e al sole, dove i pannelli sono messi ad asciugare.

Come si capisce, la bugia, essenza del titolo del romanzo, sta in questi sotterfugi e in queste illusioni che circuiscono i protagonisti.

Ricordate Giulia Franzi? Il corteggiamento di Aldo è stato inutile. Invece sta andando a segno quello di Arturo (si sposeranno, con delusione poi di entrambi), che le sta facendo un ritratto: “Con Giulia era riuscito a giungere a quella dimestichezza amichevole che non è nulla per tante fanciulle, ma che per lei già era un fiducioso abbandono.”. È un altro filo che collega i personaggi. Questi fili sono numerosi e sparsi dappertutto. Ogni quadretto ne è attraversato, in un modo o nell’altro.

Giulia, orfana, è nipote di Carlo Franzi, “temuto, riverito e potente commendator Franzi”, che acconsentirà, infine, al matrimonio della nipote con Arturo, il quale è riuscito dunque a darsi una ottima sistemazione. Giulia entra così nella storia con una migliore definizione: è piuttosto remissiva e sognatrice, ma si avvede presto della vera natura di Arturo: “Sentiva un acre desiderio, una violenta necessità di vedere, chiaro e per sempre, lei bambina, nell’animo di Arturo, dell’uomo che aveva creduto, che credeva d’amare.”. La sensibilità di Giulia, con il suo contrasto nei confronti delle ambiguità e delle ambizioni che la circondano, apporta come una delicata macchia di colore tra le tinte forti che sprigionano dagli altri protagonisti. I quali sono soggetti, a volte, di bozzetti divertentissimi; è il caso del Nodàri che si presenta, nel capitolo XV, davanti al giudice istruttore Vaglienti che lo ha convocato come imputato di una bancarotta fraudolenta (ne uscirà indenne grazie all’aiuto del figlio Luca e del Paíva); e, nel capitolo successivo, il corteggiamento nell’incontro tra Aldo e Marga nella casa di lei: “Marga respirava profondo, perché le punte dei piccoli seni le tendessero la tunica sul petto. Poi diede in un trillo, che voleva essere un po’ provocante, e che invece le riuscì un po’ stridulo.”, e più avanti, sempre riferendosi a Marga: “Così, dopo tutto quel camminare, s’era trovata un buco in una calza, una delle migliori”. Marga, paventando l’imminente abbandono del suo amante Paíva (che invece la sposerà) e avendo poca fiducia in Aldo, si recherà per un consiglio da Teresa, la tenutaria di una casa di tolleranza, dove aveva lavorato due anni prima, e anche qui il bozzetto che ne scaturisce è di finissima fattura: “Voglio avere la sicurezza, io, un po’ di tranquillità. Ho bisogno di un vecchio. Ma che sia sicuro.”. Il lettore ne troverà altri, che lo faranno sorridere e apprezzare. L’autore dimostra, infatti, di avere una penna felice, in grado di sostenere, amalgamandovisi, ogni circostanza.

Aldo, pur lavorando nella stessa fabbrica di Luca (un personaggio buono e generoso), si riduce a fare qualche furtarello per soddisfare i suoi vizi; la madre vive di stenti ed è malata. Vorrebbe fare qualcosa per lei, ma sono propositi momentanei. Arturo ha inviato un suo quadro alla Biennale di Venezia, che lo ha respinto, lasciandolo deluso. Lo zio di Giulia sta morendo. L’universo del romanzo è attraversato da un filo di dolore. Si avvicina per i “bugiardi” la resa dei conti.


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Bart