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Gulli, Giovanna

4 maggio 2019

Caterina Marasca

Caterina Marasca, 1940

È il suo primo e unico romanzo, che ha la prefazione di Leonida Répaci (da cui abbiamo cercato di ricostruire le date di nascita e di morte), il quale ci fa sapere che l’autrice è morta prima che il libro fosse dato alle stampe, e soprattutto che “Giovanna Gulli è morta di stenti. In una città grande e generosa come Milano una ragazza di quel talento non ha trovato il minimo necessario per campare.”.

L’ambiente, una “strada fetida” di Napoli, in cui vive la giovane Caterina Marasca, di “ventun anni”, “coi riccioli biondi”, insieme con la mamma Alfonsia De Marchi (il padre, Massimo, si è ucciso), i fratelli e le sorelle (Rachele, la più bella e la sola che lavora, Elisabetta, Maria, Nicola e Paolo), riflette una grande miseria: “La carta di Francia che rivestiva le pareti era sbiadita e macchiata dalle cimici, il letto matrimoniale era basso e grande, sverniciato dai calci di Nicola; la biancheria del letto sudicia.”. Quando tutto va bene riescono a mangiare “zuppa d’orzo col pane”.

Viene in mente “La miseria in bocca”, il bel romanzo di Flann O’Brien, quasi contemporaneo, essendo del 1941.

La povertà ha incrudito il cuore e la mente di Caterina, che stenta a credere in Dio, come invece fa la madre. Di fronte alle ingiustizie e alla miseria, Caterina dice alla sorella più piccola, Elisabetta: “Dio avrebbe dovuto interessarsi di noi…”. Ma ancora di più: “In alcuni momenti essa sentiva un’avversione profonda contro tutti; ed in certi attimi, anche un rancore indefinito contro mammà e i fratelli.”; “era una donna di nervi e di sangue e avrebbe in un istante di terribile violenza, potuto uccidere un uomo.”.

Con la descrizione del carattere della protagonista e con la descrizione dell’ambiente “miserabile già pregno di fame, già passato dai limiti della povertà a quelli dell’indigenza”, l’autrice ha delineato il fosco quadro in cui si snoderà la storia, quasi un avvertimento per il lettore che sta per inoltrarvisi: “tutti nel mondo erano crudeli e perversi.”.

Per farci entrare nella psicologia dei personaggi, si serve, ogni tanto, dello strumento del diario. Lo tiene Caterina, lo tiene Rachele e anche Elisabetta. Certi particolari della loro vita familiare emergono attraverso di essi.

Già il prefatore Rèpaci ci ha messo sull’avviso circa una punteggiatura disordinata presente nella scrittura, la quale volutamente non è stata corretta dall’editore, quasi un omaggio all’autrice. A questo peccato veniale, infatti, essa risponde con la sua bravura, di cui diamo questo saggio: ci troviamo in una sala d’aspetto, dove Caterina si trova per incontrare “Sua Signoria Gardi” e chiedergli un aiuto. In attesa si trovano altri due visitatori, tra cui un monaco:  “Il monaco si alzò. Egli era talmente alto e grasso, così imponente e magnifico e fece i pochi passi con tanta bonomia come, ecco, se il corridoio conducesse al refettorio, che Caterina rimase immobile, infiacchita, a contemplarlo e le parve che qualche cosa di gaio e di confortevole sparisse insieme al fruscio della veste color caffè, del monaco.”. E anche questo, descrivendo più avanti il quartiere dove si trova l’abitazione dei Marasca: “per la strada smantellata in pendio scendevano rigagnoli d’acqua sudicia che le donne gettavano quotidianamente, appena insaponata la biancheria, e qua e là si formavano pozze spumeggianti; la mendicante Antonia, poco prima aveva gettato tra quei rigagnoli, il contenuto del suo vaso da notte, davanti a tutti, serenamente, perché ella non ci vedeva, e nei suoi occhi s’era formato un altro mondo.”.

È una scrittura in continua crescita, anche se avremo qualche piccola caduta, come vedremo nella figura della prostituta Graziella Amendola. I quadri che via via vengono a comporsi acquistano nitidezza e s’impregnano dello stato d’animo della protagonista, mai rassegnata, e tuttavia ferita e impotente di fronte alle ingiustizie del mondo.

Il fratello del padre defunto, lo zio Nicola, vecchio e ubriacone pure lui, ma con “rendite discrete”, decide di trasferirsi per qualche tempo, con l’amante Virginia Larocchi, “dal sorriso sdentato e lezioso”, nella casa dei Marasca, portandovi delle provviste onde alleviare le sofferenze di quella famiglia. L’abbondanza dei viveri che reca con sé crea gioia e sbalordimento, ma Caterina non è contenta della nuova e confusa situazione, e tutti la credono cattiva.

Quando i Ferri, la madre Rosa, che soffre di epilessia (efficace la descrizione nel capitolo VII di un attacco che la colpisce), e i figli Alessio e Maurizio, entrambi studenti, vengono ad abitare accanto a loro, il contatto soprattutto coi due giovani porta qualche turbamento e qualche scompiglio.

È in occasione dell’attacco epilettico di Rosa che Maurizio e Caterina s’incontrano e ciò da modo all’autrice, sempre nel capitolo VII, di farci conoscere il ritratto fisico e psicologico di Caterina attraverso gli occhi indagatori del giovane studente. Un quadro puntiglioso, con pennellate che a mano a mano la delineano e ce la consegnano. Di Caterina sapremo dell’altro, ma questo ritratto sarà la base che darà pulsione a tutto quanta seguirà: “Caterina rise, con la bocca rossa, rovesciando indietro la testa, con quell’espressione accentuata di crudeltà, ma che questa volta nel riso un po’ largo e umido prendeva una certa grazia torbida e sensuale.”.

La condizione miserabile in cui la famiglia Marasca si trova a vivere si ripercuote sulla personalità delle ragazze. Incrudisce Caterina, angustia Rachele (il padrone Bruno Carrara le ha fatto delle avances), e comincia a turbare anche l’anima innocente di Elisabetta, nella quale in particolare la veduta dell’attacco epilettico ha suscitato il pensiero della morte, “che non l’aveva sfiorata mai”, nemmeno in occasione del suicidio del padre: “Credi Cate, che non sia meglio sopportare tutto anziché la morte?”.

Caterina non è una giovane arida. Sebbene appaia crudele e cinica qualche volta è turbata dal pensiero di Dio e dal senso della esistenza umana. Di fronte a casi di miseria ha malinconici ma teneri sentimenti, come avviene per il mendicante malato Remigio Verra, la cui moglie Antonia è cieca.

Penserà Maurizio di lei: “ella appariva quale essa era: giovanissima e dotata di una grazia mutevole fra aspra e dolce; ciò costituiva un fascino singolare.”.

Nella descrizione degli ambienti e della condizione umana più reietti, l’autrice dimostra di possedere una superba valentia: un usciere “batteva amichevolmente, con la mano, le esili spalle di una fanciulla pallida, con due enormi occhi scuri, mobilissimi, in cui si scorgeva una sofferenza piena di ribellione. Ella era poveramente vestita, con i segni della tisi sugli zigomi aguzzi, nel petto arido e scavato e nelle clavicole che sporgevano gialle e nude dalla scollatura sfilacciata della camicetta.”. Come pure è abile a rappresentarci le scaramucce amorose (ma nella convinzione che le fanciulle “si perderanno”, vista la loro miseria) tra Maurizio e Alessio nei confronti soprattutto delle sorelle Rachele ed Elisabetta, ma che coinvolgono anche Caterina, la quale pensa di se stessa: “Io sono brutta… certo non sono affatto desiderabile… ma un comodino? Mai.”.

Anche suo padre Massimo la considerava brutta e a lei preferiva Rachele, superbamente bella, e Elisabetta. A proposito del suicidio di Massimo, l’autrice ci consegna questa riflessione: “Ma dare a tal gesto un tono eroico, e uno spirito di elevazione morale è assurdo. Con l’atto criminoso (è sempre un atto criminoso consumato senza conseguenze penali sulla propria persona) si spezza il magnifico dono datoci dalla natura; si finisce di soffrire, di espiare, di portare la pena del fallo, di umiliarsi e di rigenerarsi. Si oblia ogni responsabilità.”.

Il tema che va delineandosi con maggiore accentuazione è dunque il rapporto dell’individuo con la società, partendo dalla condizione in cui ci si trova a vivere. Massimo Marasca, vinto dalla miseria, ha ceduto ed è stato definitivamente sconfitto. E le sue figlie? Maurizio, più di Alessio che è tormentato dal dubbio, è convinto che esse cadranno: “Alessio nel coricarsi ripensò a tutto ciò che gli aveva detto Maurizio e alla penosa situazione delle fanciulle.”. Da ciò fa seguire un’amara considerazione: “gli uomini non potevano essere fratelli! Perché ognuno è governato da un cervello che è suo, da un animo che è suo, da un interesse che è suo.”.

Caterina sta cercando lavoro, ma non riesce a trovarlo, pur bussando a molte porte. È stata dai ricchi signori Dermundi, considerati da tutti dei filantropi, ma ha raccolto solo vaghe promesse, che l’hanno turbata ed indispettita. Anche lo zio Nicola ha lasciato la casa insieme con la sua amante Virginia, promettendo che avrebbe inviato loro duecento lire, ma sta passando troppo tempo e del denaro c’è estremo bisogno per non patire la fame (lo invierà, ma sarà l’ultima volta; morirà infatti troppo presto, consumato dall’alcool). Caterina “Si accorgeva di essere sempre più debole, che la sua volontà era nulla, la sua intelligenza nulla, che essi non potevano far niente, non potevano inveire contro nessuno, non potevano mendicare, ché sarebbe stato ridicolo; rubare: la cosa sarebbe stata vergognosa e poi le prigioni sono spalancate appunto per quelli che rubano, e allora?”. Caterina si rende conto che, a seguito dei continui assalti di Maurizio (“Non dovete negarvi Cate…”), ella potrebbe non resistergli più. Il personaggio è lacerato e l’autrice sa trasmetterci incisivamente tale drammatica situazione, rinnovando nel lettore l’interrogativo circa la resistenza morale di chi è in povertà contro le insidie del mondo. Anche la bella Rachele, infatti, vive lo stesso dramma e si pone gli stessi terribili interrogativi, ripensando al suo datore di lavoro Bruno Carrara al quale potrebbe chiedere del denaro, ma a quali condizioni?: “La miseria di Rachele Marasca faceva esaltare quell’uomo.”. Elisabetta, invece, è aggredita dalla voluttà  del fratello di Maurizio, Alessio (che ha un’amante, Graziella), il quale la bacia più volte e le dice di amarla. Si illude: “Ella aveva un fidanzato. Questo l’inorgoglì e la riempì di un pudore indefinibile.”.

Il tema della condizione della donna che vive in miseria, e soprattutto delle giovani, esposte a molti pericoli, si accentua sempre di più a mano a mano che la povertà da agente esteriore penetra nell’ego dei personaggi, intaccandone l’animo e la natura: quando Caterina riesce a mangiare “era soddisfatta di quella soddisfazione organica, animale, che si riscontra solo nell’individuo affamato, allorché riempie il suo stomaco fino alla sazietà.”.

Il rapporto tra Alessio e Elisabetta apre uno spiraglio di purezza, allorché il giovane comincia a pensare alla innocenza della ragazza. L’autrice, dunque, non ci esclude da una possibilità di redenzione e inizia a illuminarla. Ma questa flebile luce non saprà imporsi sulla crudele realtà. L’attenzione di Alessio per Elisabetta, infatti, rischia di colpire Graziella, una sventurata che Alessio, con il frequentarla, si era proposto di redimere: “Graziella non cessava di muoversi leggera, graziosa, intorno a lui e seguitava a parlargli di molte cose ingenuamente.”. Quanto più cresce l’attrazione per Elisabetta tanto più si riduce quella per Graziella: “Graziella soffriva e faceva sforzi per mostrarsi calma e sottomessa.”.

I personaggi maggiori hanno tutti una intrinseca tragicità, che fa da minimo comune denominatore.

Anche quando entrerà in scena un cugino dei Ferri, il ricco Cesare Amianto, non potremo fare a meno di percepirla (qui addirittura la introduzione del personaggio farà tornare alla mente Carolina Invernizio). E così pure la percepiamo nel personaggio di Pietro Ruffini, il direttore del piccolo giornale che assumerà Caterina come copista a cottimo: “collerico, egoista, malvagio, (…) vedeva nel mondo un’immensa cloaca di sozzure e disprezzava cose e uomini. Egli non aveva fede in nessuno. Nemmeno in se stesso.”. Il lavoro di copista durerà poco, poiché il direttore tenterà di approfittare di lei. L’autrice apra cinicamente degli spazi di speranza per chiuderli subito dopo, peggiorando le cose (“Da due giorni i Marasca non mangiavano.”). Caterina uscirà distrutta da quell’esperienza: “Sarebbero morti questa volta.”; “Un odio immenso per tutto e per tutti gonfiava il suo cuore. Ella odiava sopra ogni cosa, quell’uomo strano e malvagio, il direttore del giornale…”; “Si sentiva invece, una piccola bestia, con due file di denti bianchi e puntuti, e una voglia feroce di sbranare qualcuno.”. Quando arriva a rubare due pere a una vecchia ortolana: “L’idea della colpa non ossessionava Caterina. Essa non si sentiva né umiliata, né offesa in sé stessa.”. Non sarà l’unica volta: “I piccoli furti di Caterina Marasca non si contavano più.”; “Nessuna repugnanza la tratteneva dinnanzi al furto”; “nessun pensiero la spingeva verso una resurrezione possibile”.

Intanto anche Rachele ha chiesto del denaro al suo datore di lavoro, così che l’autrice ci costringe a porci degli interrogativi di fronte alle meschinità della vita, che vede coinvolte persone dapprima irreprensibili ed innocenti. La miseria soffoca chi la patisce e trascina il disgraziato dentro una oppressione morale in forza della quale non riesce più a distinguere ciò che è bene da ciò che è male: “Chi derubo io? Una Società… cioè una raccolta di uomini pasciuti, allegri, malvagi…”. La fame rosica non solo il corpo bensì anche l’anima: “Sentiva uno sfinimento fisico, mai provato, una specie di sofferenza dell’anima… ma in sostanza Caterina era contenta, molto contenta.”.

Lo scavo psicologico condotto dall’autrice è – come si vede – pregevole, sottile e mai invadente, e fa emergere la poliedricità e la fragilità dell’essere umano, portato dai casi della vita a scoprire di se stesso aspetti e comportamenti prima sconosciuti: “Sei perduta, Caterina”, le dirà la madre; e lei risponderà: “Il mio Dio mi assolve, mammà”; “Ella rubava con rapidità, provando angoscie mortali, col viso scomposto dal disordine nervoso, ma, appena il colpo era fatto, essa ritrovava sé stessa.”.

Caterina si è ormai ribellata alla società nella quale intravvede ingiustizia e frustrazione riservate solo ai poveri: “Secondo il ragionamento di Caterina quel suo gesto di rapina era un atto legittimo, ed essa si domandava, ormai, perché tutti gli altri non facessero altrettanto…”. I Marasca sono contaminati dal comportamento di Caterina, e faranno anch’essi “i loro piccoli colpi.”.

Quando Cesare Amianto troverà un lavoro per Caterina come istitutrice presso il marchese Paolo Mallo, la fanciulla accetterà, costretta dalle pessime condizioni di salute del fratellino Paolo, di cinque anni, bisognoso di cure, ma vi si recherà portandosi dentro il suo odio contro il mondo. Con l’ingresso di Caterina nell’ambiente aristocratico, cambia la scena ed incontrerà una società tutta diversa, superficiale, compiaciuta e nevrotica, che in qualche descrizione ci ricorda quella di Stendhal. La fanciulla ne subirà la contaminazione, tra i nefasti ricordi di quando praticava il furto e il desiderio di immergersi in una vita nuova.

In occasione di una visita che fa a Cesare, verso il quale sente un certo trasporto, non riesce a resistergli: “Caterina non oppose la minima resistenza. Cesare possedette Caterina fino alla stanchezza.”. Ne diviene l’amante.

Questa nuova condizione ha una profonda ripercussione nell’anima di Caterina: “il passato non esisteva più. Ella considerava morta quella vita, e per sempre; di conseguenza la fame, il furto, l’odio, tutte quelle cose ignobili erano sparite dalla sua anima.”. La relazione a cui la spinge l’amore  verso un uomo (“Sentiva che se le avessero tolto il suo amante, non solo avrebbe fatto delle cose spaventevoli, ma ne sarebbe morta.”) sembra produrre in lei una catarsi: “Era la resurrezione di Caterina Marasca. L’amore puro, tenero e forte si sovrapponeva alla sensualità.”; “Era superba di concedersi, di soddisfare, di amare in quel modo travolgente Cesare.”.

L’autrice lavora di cesello; attraverso linee sottili ci disegna i movimenti, i palpiti, le modificazioni e le inquietudini di un’anima: “Caterina era un’altra.”.

Dura poco questa situazione. Accusata falsamente di molestare uno dei figli della marchesa, viene da questa licenziata e deve tornare dai suoi, dove di nuovo incontra la miseria e dove di nuovo diviene cupa e rancorosa: “Nemmeno l’amore di Cesare, ebbe il potere di addolcire, anche per un breve periodo nella giornata, i suoi sentimenti.”; “Tornando nella miseria, una nuova forma di avvilimento morale s’impossessò di Caterina: il disgusto per tutto ciò che è brutto, gramo, miserabile e ammalato.”.

La miseria, ancora una volta, si mette al centro del romanzo. Essa agisce come un tarlo nella mente dei personaggi, ne erode la scorza, li piega, li frantuma. Anche l’amore di Caterina per Cesare ne è coinvolto, diviene furioso e delirante. Allo stesso tempo, la miseria e le conseguenze nefaste che ne derivano (gravi malattie, morti) mutano i sentimenti di Maurizio e di Alessio nei confronti rispettivamente di Caterina e di Elisabetta; li trasformano in un amore ancora velato di commiserazione e di pietà, ma già incisivo per i comportamenti successivi dei due giovani, determinati ad aiutarle. Si combatte ora contro l’ineluttabilità. I Marasca si sono ridotti alla povertà più estrema. Hanno venduto tutto e nelle casa restano i letti e il tavolo da pranzo con poche sedie spagliate. L’orgoglio di Caterina impedisce ogni aiuto. Rachele lavora, ma il suo guadagno è misero e ella stessa “s’era smagrita, la sua splendida bellezza appariva stanca.”.  Un sentore di disgregazione e di morte si espande nella casa, insieme con un’atmosfera di allucinazione e di follia: “L’orrore s’impadroniva di Caterina. La piccola Elisabetta moriva… Ed essa la lasciava morire… come Paolo…”. Finché cede e accetta del denaro da Cesare: mille lire, una grossa cifra per quel tempo, che consente ai Marasca di riprendersi. L’accettazione di quel denaro non è privo, però, di conseguenze negative su Caterina, che perde la stima dei fratelli Ferri, in particolare di Alessio: “non poteva nutrire più una vera stima per Caterina.”. Pare che una perfida persecuzione si sia impadronita della vita della fanciulla. Disorientata dalla miseria, ella alterna sentimenti di pietà e di amore a quelli dell’odio e della violenza, sul limite di un baratro di cui avverte il pericolo (Signore! meglio morire… meglio morire!), ma da cui non sa svincolarsi (ha perfino cominciato ad eccedere nel bere: “molto rovinata dai liquori”). Un personaggio allucinato, che si delinea con una scrittura non frettolosa, che apre a poco a poco il velo sulla sua condizione, trasformandone la fisicità in uno spettro psicologico.

La sorella Rachele sa che Caterina ha un amante e comincia a provare disgusto nei suoi confronti (“Tutti sapevano… Solo della gente sciocca come mammà, come Elisabetta, come Nicola, potevano ignorare che essi vivevano del denaro dell’amante di Caterina…”). Non vi è più armonia tra le due (“Che credeva Caterina, che ella fosse una stupida, una piccola oca?”). L’autrice per tutto il corso della storia non ha mancato mai di tracciare delle linee di confronto soprattutto tra Caterina e le sorelle Rachele e Elisabetta, coinvolte nella tragedia della povertà, ma più resistenti, nonostante insidie e debilitazioni. Il confronto, mai esplicitamente conclamato, rende ancora più drammatica la figura della protagonista, che resta sempre più sola con se stessa. Arriva a pensare che: “La vita non aveva più importanza per lei?”.

Rachele resiste al suo datore di lavoro che “non la lasciava mai in pace”, riceve anche la proposta di matrimonio da un giovane, Armando Savelli, ma non se la sente di accettare, vergognandosi della sua miseria, nonostante che il denaro che Caterina riceve continuamente dal suo amante consenta alla famiglia Marasca una vita più dignitosa. Lei ha disgusto per quel denaro (che avrà pesanti ripercussioni nella sua vita privata: “Gli avvenimenti perversi, sua sorella Caterina con la sua malvagia condotta, le toglievano tutto.”), e lo tollera soltanto poiché serve a curare Elisabetta, che invece continua ad ignorarne la provenienza e crede alle bugie che le inventa Caterina. La quale sembra avviata ormai sulla strada della sconfitta. Ogni tanto la sua mente torna ad accarezzare i suoi sogni da bambina (“fissare a lungo, per esempio, nelle calme serate, le stelle tremolanti, come quando era bambina al suo paese… Chinare dolcemente la testa bionda e scaldarsi ad un sole più ardente…”), ma ormai il disgusto per la vita ha preso il sopravvento. Il suo amante, sia pure a malincuore, sarà costretto a lasciarla: “Che cosa non aveva fatto per Caterina? L’aveva adorata, l’aveva protetta, l’aveva sollevata… Essa non voleva più saperne di lui.”.

Comincia un calvario di apatia e di nausea, di “atonia senza tristezza”. Maurizio la insidia e la possiede senza che Caterina gli si opponga. Prenderà per un certo tempo il posto di Cesare: “Maurizio prese in affitto e ammobigliò sommariamente una stanza per Caterina. Egli ve la conduceva due o tre volte la settimana.”. Nei pensieri di Maurizio qualche segno della mentalità del tempo: “Necessitano ad una donna l’audacia e l’ingegno superiore? Di solito questo rovina la femminilità…”. Il pensiero di Caterina come donna oggetto, in realtà, sfiora il lettore più di una volta: “In ogni donna si nasconde la cortigiana…”.

Caterina è ormai una canna al vento (si concederà ad un altro amante, un barone questa volta, che le dà l’agiatezza per sé e per i Marasca, ma non le basterà), svuotata di forza di volontà e di sentimenti autentici, tutta assorbita da una inquietudine delirante.

Ci si domanda come sia potuto accadere che nella storia della nostra letteratura si sia dimenticata questa figura dolente e tragica.


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Bart