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Hardy, Thomas

15 marzo 2008

Thomas Hardy: “Nel bosco”.

(Trad. Stefano Tummolini)

Come per Zola, Balzac e Dickens, anche in questo caso siamo di fronte ad uno dei maggiori narratori di tutti i tempi, tra i miei preferiti per quella speciale qualità di descrivere e di scavare in profondità i sentimenti che governano l’animo umano.
Queste alcune delle sue opere maggiori: “Via dalla pazza folla” (1874), “Il ritorno del nativo” (1878), “Vita e morte del sindaco di Casterbridge (1886), “Tess dei D’Urberville” (1891), “Giuda l’oscuro” (1896). Il suo tragico pessimismo, il suo credere in un fato cinico e crudele, in una natura aspra e solitaria che agisce sull’animo degli uomini, hanno scosso più di una generazione di lettori. Le due ultime opere “Tess dei D’Urberville” e “Giuda l’oscuro” impressionarono a tal punto l’opinione pubblica che Hardy si decise ad abbandonare il romanzo per dedicarsi alla poesia. Nel 1898 uscirono, infatti, “Le poesie del Wessex” a cui seguirono alcuni racconti, un poema, “I dinasti” (1904-1908), e altre poesie. Wessex è l’antico nome del Dorset, che Hardy sceglie come ambientazione delle sue storie.
Nel bosco” (o anche “I boscaioli” dal titolo originale “The woodlanders”) è il romanzo che precede le suddette due opere tragicissime e segue di appena un anno “Vita e morte del sindaco di Casterbridge” che ha in Michael Henchard uno dei personaggi più emblematici del pensiero di Hardy.
Credo sia importante sottolineare la seguente parte dell’incipit, peraltro molto bello (con quelle due immagini del tappeto di foglie che in autunno “si fa così fitto da seppellire tutto il sentiero” e dei rami bassi degli alberi che “si protendono indisturbati e ingombrano la strada, quasi coricandosi sull’aria impalpabile.”): “Il posto è solitario e quando comincia a far buio ritornano alla mente del vagabondo gli allegri convogli che un tempo sfilavano a frotte lungo quella strada, i piedi coperti di piaghe che l’hanno percorsa, e le lacrime che l’hanno bagnata.” In queste poche righe è condensata l’ispirazione che accompagna sempre tutte le opere tragiche di Hardy. Vi è la natura tenebrosa, aspra, solitaria, silenziosa, bella, affascinante, vi è la sofferenza degli uomini raffigurati “allegri” nella perenne lotta per cercare un po’ di felicità.
La grandezza di questo autentico narratore la si avverte sin dal principio quando in un modo che pare semplice a descriversi, ma non lo è – e solo il cinema oggi può rendere con una tale facilità -, egli ci presenta un distinto viaggiatore smarrito nella notte lungo quel sentiero che “comunica un senso di solitudine” poiché non “sembrava probabile che qualcuno apparisse all’orizzonte, quella notte.”  E invece, “poco dopo, un debole rumore di ruote in movimento e un deciso suono di zoccoli cominciarono a farsi sentire; e in lontananza fece la sua apparizione, ritagliata tra il cielo e le fronde, una corriera trainata da un cavallo.” Il veicolo trasporta passeggeri, “la maggior parte donne.” Lo guida una donna, Mrs Dollery: “Al suo avvicinarsi l’uomo alzò il bastone, e la donna che era alla guida tirò le redini.”
Questa immagine è perfetta, non solo perché perfetta ne è la descrizione, come può aversi in un dipinto, ma è perfetta per il movimento impressionista che vi scorre e la rende viva.
Il lettore, ossia, ha la sensazione di avere di fronte non più un libro, una storia inventata, ma di essere entrato attraverso le segrete chiavi di una scrittura speciale dentro un altro mondo. Il cui centro, verso il quale si dirige il viandante, sarà rappresentato da un villaggio tanto piccolo quanto sconosciuto: Little Hintock, “talmente piccolo che, voi che venite dalla città, dovreste avere moccolo e lanterna per trovarlo, se non sapete dove sta.” gli dice Mrs Dollery. Anche se, preciserà Hardy, alcune decorose e ampie dimore che vi si trovavano, testimoniavano che “in qualche tempo passato, Little Hintock aveva avuto un’importanza maggiore di quella attuale.”
L’uomo a cui la donna si rivolge e che fa salire sulla corriera è il barbiere Percomb, di cui faremo meglio conoscenza più avanti. Ora interessa evidenziare che lo stesso movimento di cui si è parlato, lo si ritrova allorché Percomb, giunto al piccolo villaggio, scruta dalle finestre l’interno di ogni casa per trovare la persona che cerca. Stupiscono ancora una volta la semplicità e la facilità di un’operazione e di una resa al contrario molto difficili. Tali miracoli saranno frequenti nel romanzo.
Il legame che dà continuità di esso con tutta l’opera precedente di Hardy è dichiarato esplicitamente allorché, nel descrivere il personaggio di Marty South, che Percomb spia dalla finestra mentre è intenta a fabbricare stecche per l’intelaiatura dei tetti, come si usava allora, ci dice che la ragazza ha il palmo della mano “arrossato e coperto di vesciche”, e che ciò non significa affatto che essa fosse destinata “fin dalla nascita al lavoro manuale.” E così prosegue: “Nulla, se non un tiro ai dadi del Destino, aveva stabilito che quella ragazza dovesse maneggiare quell’arnese; e le dita che stringevano quel pesante manico di frassino avrebbero potuto abilmente reggere una matita o pizzicare una corda, se solo fossero state applicate a tempo debito a tali occupazioni.”
L’uomo, quindi, non dispone di se stesso, è solo il Destino a determinare gli avvenimenti che lo muteranno nel tempo. Hardy fa dell’uomo un essere privo di libertà, non in grado di affermare la propria vocazione alla vita. Forse più del mondo animale, egli attira su di sé la cinica malvagità del Destino, che per un calcolo oscuro e misterioso è proprio sull’uomo che si accanisce. In Hardy, Destino e Tempo paiono coagire e congiungersi in una divinità panica che accentra e diffonde ovunque il potere assoluto della sua perversità.
Il barbiere Percomb è venuto al villaggio dal paese di Sherton Abbas, dove vive, per costringere Marty a vendergli i suoi capelli, che sono di uno speciale colore castano simile a quello dei capelli di una sua ricca cliente, la vedova , ex attrice, Felice Charmond, colpita da una calvizie precoce proprio quando si trova impegnata a conquistare un nuovo amante.
Pensate: una tale quisquilia, sottaciuta poi per larga parte del romanzo, farà da miccia al concatenarsi di fatti tragici.
Marty non cede; vuole mantenersi bella perché ama il modesto e non più giovanotto Giles Winterborne, ma sa – avendolo appreso la notte stessa in cui era giunto Percomb – che il ricco commerciante di legname per il quale lei e suo padre lavorano, George Melbury, vuol dare sua figlia Grace, bella ed educata in collegio, proprio a Giles, figlio di suo fratello e della sorella della prima moglie, per rimediare in questo modo ad un torto fatto a suo padre, al quale aveva sottratto la fidanzata, divenuta appunto la sua prima moglie, morta nel dare alla luce Grace. Ne discute continuamente con la seconda moglie, Lucy, poiché è torturato dal rimorso ma anche dal pensiero che il suo egoismo e il suo senso di colpa forse sacrificheranno l’avvenire dell’unica figlia: “È un peccato che un fiore di ragazza sia dato via così, per uno come quello – un peccato mortale!… Eppure è mio dovere, per suo padre.” Giles, commerciante di mele e sidro, nella stagione invernale aiuta Melbury, il quale, quando in estate cala il lavoro, presta a Giles i suoi carri e la sua manodopera.

Il lettore resta subito ammaliato dalla bellezza e dall’ampio respiro che già si avvertono vibrare e illuminarsi nella storia appena cominciata. Non è affatto improbabile che salga alla mente la voglia di un raffronto con le moderne tecniche della narrazione, per accorgersi che, salvo che in pochi casi (per esempio, in Italia, Carlo Sgorlon), gli scrittori della fine del Novecento hanno abbandonato in massa la strada della tessitura ricca e complessa per affrontare ricerche e studi sperimentali sulla parola. Scene, vicende e descrizioni sono, oggi, quando latitanti, quando asciutte, rapide, mentre ad essere mantenuta alla ribalta è soprattutto l’azione. Essa deve, secondo i nuovi autori, marcare il senso del libro. Negli scrittori della levatura di Hardy, di Balzac, di Zola, Dickens, Tolstoj, Dostoweskij (sono solo alcuni significativi esempi), la tessitura, la padronanza dell’ordito, l’eleganza e la complessità del disegno, stavano, al contrario, al centro della prova in cui si manifestavano e confrontavano le qualità dell’arte. L’asciuttezza, la sintesi (perfino in Flaubert) erano bandite. Ogni filo della trama doveva essere guarnito dalla bellezza di una descrizione, di un pensiero o di un sentimento. Difficile dire che cosa porterà il nuovo millennio, ma è un fatto che il romanzo ha avuto nell’Ottocento, specialmente, e nella prima metà del Novecento il suo periodo di massimo splendore.
La grande fattoria di Melbury e i suoi uomini al lavoro o che si riscaldano intorno al fuoco e si raccontano pettegolezzi e storie è immagine viva, palpitante come le fiamme di quel fuoco. Al pari della fattoria della Bathsheba Everdine in “Via dalla pazza folla”, o della Fiera annuale di Weydon-Priors che troviamo al principio di “Vita e morte del sindaco di Casterbridge” o della fattoria dove Tess Durbeyfield conosce Angel Clare. Tutte descrizioni guizzanti di colori e di personaggi. Raccontate e accarezzate a un tempo.
Grace torna dal collegio. Giles ̬ incaricato di andarla a prendere. Assiste alla scena, casualmente, Marty, che era andata a Sherton a consegnare i suoi capelli a Percomb. A casa, Grace si accorge di una luce che brilla sulla collina. Vi abita il dottor Edred Fitzpiers, capitato al villaggio da poco tempo, che ha fama Рle confida la vecchia domestica Grammer Oliver Рdi aver fatto un patto col diavolo.
Ecco impiantato l’albero da cui si diffonderanno i rami della storia: l’amore di Marty (“sempre costretta a sacrificare il desiderio al dovere”) per Giles, l’amore di questi per Grace, l’attrazione di quest’ultima per il misterioso dottor Fitzpiers.
Come si vede, nulla si combina, nulla combacia, secondo la filosofia di Hardy. Il Destino, infatti, si prepara a giocare pesantemente con gli uomini, mettendoli non uno di fronte all’altro, ma l’uno all’inseguimento dell’altro nella continua ansia di subire una sconfitta. In Hardy, non c’è sentimento dell’uomo che vada diritto laddove possa essere ben accolto e ricambiato. Hardy pianta sempre il suo albero su di un terreno accidentato, ingrato ed ostile, che può generare solo rami rinsecchiti e frutti dal sapore amaro.
Allorché Giles invita a casa sua (fra l’altro ad un’ora sbagliata) i Melbury per la festa di Natale e vi accadono alcuni incidenti, come per esempio quello dell’inserviente che lascia le sedie unte di olio perché lustrassero di più e che sporcheranno immancabilmente gli abiti degli invitati “Giles si scusò e sgridò il ragazzino: ma sentiva che il fato si stava accanendo contro di lui.”
Hardy sceglie sempre le piccole azioni per avviare il suo percorso tragico. Lo ha fatto nei precedenti romanzi e lo ripete qui. Tutto deve evolversi a poco a poco così che nella consumazione lenta del disegno appaia con più forza la inesorabile malvagità del Destino, “troppo sfuggente perché la povera umanità, nel culmine della sua irritazione, la possa riconoscere.” E così Melbury comincia a pensare per la prima volta che Grace, con la sua cultura e la sua educazione, meriti un partito migliore: “Mr Melbury era riluttante a lasciare che ella sposasse Giles Winterborne, variamente occupato come boscaiolo, commerciante di sidro, coltivatore di mele e quant’altro, anche ammettendo che Grace lo volesse sposare.”
Egli inclina verso tali pensieri (“La sto rovinando in nome della mia coscienza!”), mentre ancora nel cuore di Grace è presente ed accettato l’impegno assunto dal padre nei confronti di Giles di darla a lui in sposa. Sono mutazioni quasi impercettibili. Infatti, un tale atteggiamento, se comincia ad operare nei confronti di Giles (che non manca di dargli man forte con le sue sbadataggini), allo stesso modo comincia ad operare nei confronti di Grace. Il difficile per uno scrittore sta nel riuscire a rendere questi sottili, infinitesimali, mutamenti, e Hardy vi perviene con maestria. Giunge, infatti, l’esplosione di Melbury che dice alla figlia, dopo che viene trattata malamente da un gentiluomo: “Oggi ho avuto la prova che, per quanto raffinata possa essere, una donna da sola non vale nulla. Tu farai un buon matrimonio.”
Melbury diventa, così, il punto debole, la preda con cui il Destino comincia, attraverso l’insulto di quel gentiluomo, ad interagire nei confronti di tutti i principali protagonisti del romanzo. Un fatto minimo tra quelli ben più eclatanti che avvengono nel mondo entra nella coscienza di un uomo, la scuote e alimenta a poco a poco i fili di una tragedia. Su Giles, infatti, si addensa un’altra disgrazia, che sta per colpirlo, la perdita della proprietà, ricevuta in concessione, a vantaggio della ricca vedova Mrs Charmond, “la padrona di Hintock House”, “la divinità che aveva in mano le sorti della popolazione di Hintock.” Chi può causare questo passaggio, con la sua morte, è il padre di Marty, John South, il quale più che da una vera e propria malattia è consumato dalla paura che un grosso olmo che si innalza davanti alla facciata di casa sua un giorno possa cadere e travolgerlo: “è il mio nemico adesso, e sarà lui la mia morte.” Ora, questa fissazione non è peregrina: essa mostra in trasparenza quanto la natura possa terrorizzare l’uomo fino a condurlo alla morte. C’è un’altra circostanza curiosa da sottolineare, che ho potuto constatare di persona quando, nel 1988, visitai la casa natale di Hardy, un delizioso cottage con il tetto di paglia rinchiuso nel bosco di Upper Bockhampton, nel Dorsetshire (il leggendario Wessex dei suoi romanzi). Proprio nei pressi della casa c’è un grosso albero, di cui non rammento la specie (ma forse è proprio un olmo), che reca incisa sul tronco una targa che ricorda alcune opere che in quella dimora furono scritte dall’autore, e precisamente: “Sotto l’albero del verde bosco” (1872) e “Via dalla pazza folla” (1874). Ritengo che Hardy, nel rapporto tra John South e l’olmo, abbia tenuto presente quello instaurato tra lui e l’albero della sua infanzia.
Del resto, bisogna anche dire che la descrizione di Giles che nella tarda sera, sotto la luna, sfronda la grossa pianta salendovi addirittura fino a divenire “nient’altro che una macchia di grigio scuro sul grigio più chiaro dello zenith.” è tra le più belle e armoniose del libro.
Un altro particolare da sottolineare è quello che riguarda due personaggi minori ma emblematici che Hardy affianca a Grace e a Giles, rispettivamente la vecchia Grammer Oliver e l’anziano Robert Creedle, quasi accogliendo la maniera di Dickens (1812 – 1870) che non manca spesso di accompagnare i suoi protagonisti con figure di questo tipo, il cui ruolo è quello di prendersi cura dei propri padroni e qualche volta, come nel caso della Grammer, di essere strumento dei loro destini. Non appaia curiosa una tale coincidenza, giacché – salvo la diversa filosofia che li ispira – vi è un contatto tra i due grandi narratori nel modo di tessere la storia, complessa e prolifica, ma dinamicamente ordinata, e nella scrittura, plastica e visiva come in pochi altri. Non per niente i più noti romanzi di entrambi sono stati tradotti in film. “David Copperfield” (1850) è forse il romanzo di Dickens che ha più di un contatto con questo di Hardy.
È proprio Grammer Oliver a provocare il primo incontro di Grace con il dottor Fitzpiers (dotato di un “irresistibile potere di attrazione”), della cui bellezza la ragazza rimane affascinata. Il Destino, se tesse lentamente la sua tela, non ha però incertezze sull’esito finale: ogni mossa può anche creare una felicità momentanea e illusoria, ma il risultato sarà sempre il dolore, lo sconforto, l’umiliazione.
Fitzpiers, infatti, discendente di una illustre famiglia del posto, si picca di conquistare la ragazza, in principio spinto dal puro capriccio: “La differenza di estrazione sociale ci impedisce di entrare in intimità. Qualsiasi progetto di matrimonio con lei – attraente com’è – sarebbe assurdo. Pregiudicherebbe la natura essenzialmente ricreativa di una simile conoscenza.” Ma di lei penserà assai presto: “una fanciulla più dolce di Grace non era mai esistita.” Il rapporto tra i due, precisa Hardy, si sviluppò “impercettibilmente, come il fiorire di germogli sugli alberi.”, a sottolineare ancora una volta che nessun rumore, bensì quiete, ed anche un briciolo di gioia, accompagnano gli eventi che preparano la tragedia.
Sulla figura del medico Fitzpiers non è da escludere che abbiano avuto una qualche influenza “Lo strano caso del dottor Jekill e di Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson, uscito nel 1886, ossia appena un anno prima, e anche il romanzo gotico di Mary Shelley: “Frankestein ovvero il Prometeo moderno”, del 1818.

Sta di fatto che gli accenni, anche se fugaci, al macabro, relativi agli esperimenti del dottor Fitzpiers, rappresentano una novità nella produzione di Hardy. E perfino i riferimenti a leggende, riti e superstizioni hanno in questo romanzo uno svolgimento più marcato. Si pensi, ad esempio, alla notte della vigilia di mezza estate, quando le ragazze, tra cui Grace, s’inoltrano nel bosco per svolgere un rituale da cui avrebbero tratto auspici  per il loro matrimonio. Ad un certo punto fuggono spaventate perché – dice una di loro – “Abbiamo visto Satana che ci inseguiva con la sua clessidra.”
Ci si accorge a questo punto che Hardy, abilmente, sta tenendo in disparte gli altri personaggi (Marty, Giles, e in particolare la signora Felice Charmond) per concentrarsi sulla vicenda in fieri che riguarda “il bellissimo, irruento e irresistibile Fitzpiers” e la dolce e frastornata Grace, lasciandoci tuttavia intuire che essi non saranno affatto marginali, poiché il Destino, che li ha voluti far comparire ad un certo punto della storia, li terrà in serbo per accendere in qualche modo le luci su di loro quando Edred Fitzpiers e Grace Melbury saranno chiamati a pagare lo scotto per aver creduto possibile la felicità su questa terra. Gli avvertimenti non mancano ai due, sin dai primi giorni del fidanzamento allorché il promesso sposo cerca di convincere Grace (“che si sentiva più dominata che protetta da lui”) a non sposarsi in chiesa, bensì, per una necessaria discrezione, in “un ufficio del registro”, onde evitare il pettegolezzo sulla differenza tra le rispettive classi sociali di appartenenza che una cerimonia appariscente avrebbe potuto suscitare non solo nel villaggio ma anche nel circondario. Pur concedendo, infine, che il matrimonio si celebri in chiesa, tanto fa il diabolico dottore nei confronti dell’ingenua fidanzata che riesce a forgiare “la sua volontà in modo da renderla passiva e accondiscendente a tutti i suoi desideri.”
Grace, inquieta e infelice, non ha nessuno con cui confidarsi. Giles, perduta la proprietà, si è fatto vincere dall’indolenza, si trascina senza scopo per il villaggio, destando lo stupore e la compassione di tutti. Solo quando giunge il tempo della raccolta delle mele egli percorre i paesi con la sua macina e la sua pressa per spremere il sidro, “fissate su delle ruote” e trainate da “una coppia di cavalli”. È la sua sola fonte di guadagno. Hardy non intende mai nasconderci i lacci che il Destino pone sugli accadimenti, lasciandoci intuire che essi serviranno ad imprigionare nella gelida morsa dell’infelicità ben più di un personaggio.
Intanto, Grace ribadisce anche al marito di sentirsi attaccata alla sua gente, sebbene il collegio l’abbia raffinata e dotata di una buona cultura. È da lì che ella proviene e se il marito disprezza Giles Winterborne, lei gli ricorda di essere cresciuta con lui e di appartenere alla stessa razza. Echi di “Cime tempestose” (1847) di Emily Brontë sono presenti in questo richiamo, e anche in altri che appaiono nel capitolo XXVIII (ad esempio, “ella tornò ad essere la semplice ragazza di campagna di una volta, con tutti i suoi istinti originari, e ancora latenti.”) e, messi insieme, lanciano un ponte più che solido tra Grace e Cathy: “Ricorda che io sono cresciuta con lui finché non mi hanno mandata a scuola, per cui in fondo non posso essere così diversa da quell’uomo. E comunque non sento affatto di esserlo.”, dice a suo marito. Come pure Winterborne va sempre di più avvicinandosi, anche se blandamente, a Heathcliff, come si comincia a vedere nel capitolo XXXI. Dall’altra parte accade simultaneamente che al medico  viene riferito che il suo prestigio e la fiducia della gente stanno venendo meno a causa del suo matrimonio con una donna di condizione inferiore e che pure Mrs Charmond ha commentato sfavorevolmente: “Avrebbe potuto trovare di meglio. Temo che abbia sprecato le sue opportunità.” Sono, anche questi, ingredienti preparatori del dramma. Dice risentito Fitzpiers a sua moglie, dopo aver cenato al piano terra con i genitori di Grace (che hanno allestito per loro un’ala della grande casa) e con alcuni paesani venuti a festeggiare il ritorno della coppia: “Se decidiamo di restare in queste stanze, non dovremo più mischiarci con i tuoi congiunti al piano di sotto. Non lo sopporto, questa è la verità.” Ma non basta al Destino incrinare l’armonia nuziale. Esso intende andare oltre, creare un solco tra i due, ed ecco che ha scelto lo strumento più efficace. Arriva infatti per il dottore una chiamata urgente da parte della bella e ricca Mrs Charmond, destinata a procurare il primo incontro tra i due. La donna è rimasta ferita dal ribaltamento della sua carrozza. Così, quella sera, fa notare Hardy, Fitzpiers, preso dall’emozione per quell’appuntamento, “Per la prima volta, da quando erano sposati, se n’era andato via senza darle un bacio.”
Si può supporre che Hardy abbia avuto presente il romanzo di Pierre Choderlos de Laclos, “Le relazioni pericolose“, uscito nel 1782, quando descrive Mrs Charmond (“una donna dalle molte perversioni, che si deliziava dei contrasti più accesi.”; “una grande seduttrice, a suo tempo”) sdraiata sul divano come una scaltra ammaliatrice in attesa della sua preda, poiché il pensiero va dritto proprio alla marchesa de Merteuil. Così descrive ciò che il medico vede entrando in casa della donna: “vide la figura elegante di una donna distesa sul sofà, in una posizione leggermente studiata, tale da non compromettere l’acconciatura della magnifica massa di capelli che le coronava il capo. Una vestaglia di acceso color porpora forniva un mirabile contrappunto al castano particolarmente intenso delle sue trecce; il suo braccio sinistro, nudo fin quasi alla spalla, era gettato indietro, e tra le dita della mano destra ella teneva una sigaretta, mentre, arricciando delicatamente le labbra, soffiava con indolenza un sottile filo di fumo verso il soffitto.” La plasticità e l’efficacia della descrizione sono di una tale resa da richiamare alla mente la morbidezza, la postura e la sensualità delle due Maja riunite insieme, eseguite da Francisco Goya tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, conservate al museo del Prado di Madrid. Un’ulteriore osservazione che un tale spunto suggerisce è che in questo romanzo, a differenza che negli altri, Hardy fa molte citazioni, a dimostrazione di una conoscenza non superficiale del mondo dell’arte e della letteratura in particolare.
L’amore per la vita semplice è uno dei punti che Hardy tocca frequentemente nei suoi lavori. In “Via dalla pazza folla” è il pastore Oak il simbolo di questo convincimento. Qui, invece, è Giles Winterborne, umile, modesto (da quando ha perso la casa vive in una baracca solitaria), rozzo, ma puro e sincero. Se ne accorge presto Grace, tradita dal marito, la quale si “era ormai convinta che l’onestà, la bontà, la virilità, la tenerezza, la fedeltà potessero trovarsi, in tutta la loro purezza, soltanto nel cuore degli uomini semplici” Eppure Hardy, nel mentre esalta questo aspetto dell’uomo, ne sottolinea con le sue numerose intersezioni, l’assoggettamento ad un Destino che proprio su tali qualità ha deciso di riversare il suo accanimento, considerando, con ciò, l’uomo una pessima eccezione da neutralizzare e far scomparire dalla faccia della terra.
La lettera che Marty consegna a Fitzpiers, da lui dimenticata nella tasca (che ricorda quella di Tess ad Angel, finita sotto lo zerbino), lo scambio dei cavalli tra Melbury e suo genero, e le relative conseguenze, lo straniero misterioso che fa rapide comparse nella storia, sono i piccoli elementi che Hardy introduce senza troppo rumore, i quali in realtà rappresentano un ulteriore innesto preparato dal Destino per provocare l’esplosione tragica. Se ricordate, anche il sindaco di Casterbridge, nel romanzo omonimo, che precede questo di un anno, era stato perseguitato dalle conseguenze di un’ubriacatura, per non parlare dell’infausto matrimonio di Jude, nel romanzo del 1896. Hardy, insomma, ci vuole suggerire che i grandi eventi sono quasi sempre generati da fatti minori, quando ordinari e quando addirittura insignificanti. Bisognerebbe aprire gli occhi su questi, poiché è attraverso di essi che il Destino combina le sue trame. A proposito della situazione di innamorata in cui si trova Mrs Charmond, da cui non riesce a liberarsi, Hardy annota: “Ma il Cielo non l’aiutava mai.”, e ancora: “Tutto cospirava contro la sua volontà di rispettare la promessa fatta a Grace!”
Se si osservi la struttura della narrazione, si può notare che essa si lega e acquisisce ulteriore movimento proprio da questi piccoli eventi, dimostrando che Hardy fa della sua filosofia l’abito perfetto della sua scrittura.
Un ciarlatano come l’apprendista avvocato Beaucock, ad esempio, finito malamente a bazzicare le taverne, anziché inspirare diffidenza a Melbury, lo entusiasma e abbindola con la notizia tutta da verificare che una nuova legge avrebbe potuto consentire il divorzio tra sua figlia e suo genero. Bastano le chiacchiere davanti ad un bicchiere di rhum di un tale individuo perché l’imprudente Melbury s’infiammi e, informandone Winterborne, torni a sollecitare il cuore del vecchio amico, che ormai si era rassegnato alla definitiva perdita della sua amata Grace. Succederà la stessa cosa in “Tess dei D’Urberville“, di qualche anno più tardi (1891) allorché il parroco del villaggio insinua nella mente del padre di Tess il convincimento che la sua famiglia abbia nobili origini.
È, dunque, un romanzo in cui si compendiano molti dei motivi ispiratori di Hardy e soprattutto, nello svolgimento contrastato dei sentimenti che avvincono i personaggi, da Fitzpiers a Mrs. Charmond, da Grace a Giles, a Mr. Melbury, esso è quasi sicuramente il romanzo che più riassume e denuncia la rigidità e i pudori della società vittoriana, nonché i limiti e le forzature di essa.
Il senso di colpa, le regole sociali, la differenza di classe scuotono alternativamente la coscienza dei protagonisti, a tal punto che si potrebbe dire che tutto ciò lascia già intravedere i prodromi di un cambiamento che avrebbe presto scosso la società inglese agli albori del nuovo secolo. Si pensi a David Herbert Lawrence, nato giusto in quegli anni, il 1885, il quale non tarderà molto, sarà il 1928, proprio l’anno della morte di Hardy, a dare alle stampe “L’amante di Lady Chatterley”. Di Grace, infatti, e del suo dramma, l’autore scrive: “univa nervi moderni a sentimenti primitivi”.

Anche la natura, in questo romanzo, porta una novità: essa si veste di un manto spettrale e funereo, che va al di là della atmosfera di vastità e solitudine che effondeva nei precedenti lavori. Nel capitolo XL si legge: “L’estate stava finendo; durante il giorno gli insetti ronzavano appesi ai raggi del sole; di notte i globi di rugiada appesantivano le foglie; e dopo gli acquazzoni, al crepuscolo, l’umidità e il gelo strisciavano fuori dalle fosse. Le piantagioni erano sempre strane, a quell’ora della sera – perfino più spettrali che nella stagione in cui si spogliano gli alberi, quando alle masse si sostituiscono le linee sottili. Le superfici lisce delle piante lucenti spuntavano nel buio come occhi senza palpebre: volti e figure inquietanti si disegnavano alla luce esangue, che s’era in qualche modo insinuata sotto alle tenebre fitte, mentre più in basso, di quando in quando, scorci di cielo si ritagliavano tra i tronchi, come lenzuola spettrali, e sulle punte dei rami si abbandonavano mollemente alcune lingue biforcute.” E nel capitolo XLII: “Accanto c’erano altri alberi, stretti gli uni contro gli altri, che combattevano per sopravvivere, coi rami sfigurati dalle ferite causate dai colpi e dai graffi che si scambiavano a vicenda. Era il rumore della lotta tra quei vicini, che ella aveva sentito durante la notte. Ai loro piedi giacevano i ceppi marci degli alberi caduti in battaglia molto tempo prima, che spuntavano dal loro letto di muschi come denti neri da gengive verdognole.” Ciò potrebbe configurarsi come un preambolo, un’anticipazione di quel tetro e spaventoso pessimismo di morte, che caratterizzerà i due romanzi successivi, quello che narra le vicende di Tess e quello che narra le vicende ancora più terribili di Jude.
Hardy, tuttavia, cerca complessivamente di mitigare il suo pessimismo, accentua il valore del sentimento nei rapporti tra i personaggi, nel tentativo di dare a loro e a noi una speranza. Ma la sua filosofia è ancora forte e resistente. Infatti, si avverte in modo assai palpabile questo scontro in atto, poiché le buone intenzioni di Hardy si realizzano, sì, in questo romanzo, ma cospargendo il percorso di dolore. Il Destino, infatti, ancora una volta, dopo aver tessuto abilmente il male, se lascia un piccolo pertugio alla gioia perseguita con accanimento dal suo autore, con l’ultima unghiata, servendosi di Giles e di Marty, celebra definitivamente la morte.

Chi ha paura di Thomas Hardy?

(pubblicato su vibrissebollettino il 19 novembre 2005)

Ieri, 18 novembre 2005, la postina mi ha consegnato l’ultimo Stilos, 8 -21 novembre 2005, (mi pare che il periodico letterario non abbia numerazione). L’ho aperto, scorso in molte parti, ma la sorpresa piacevole è stata quella di leggervi un articolo di Barbara Pasqualetto dedicato a Thomas Hardy, in particolare al suo breve romanzo “Una romantica avventura”, pubblicato quest’anno da Sellerio. Per la verità, l’editore palermitano aveva già fatto uscire l’opera di Hardy nel gennaio 1994, nella collana “Il castello”, con la stessa immagine di copertina (Assia Noris nel film omonimo di Mario Camerini), ma in un formato più grande e in un numero di pagine conseguentemente ridotto a 122. Non si tratta, quindi, di una novità in assoluto ma, se potessi, darei ugualmente un premio alla Pasqualetto per aver ricordato a tutti noi uno degli autori più importanti della letteratura di tutti i tempi, non solo quindi “dell’età vittoriana”, di cui si parla sempre troppo poco.
Il mio incontro con Hardy risale al 1975 e ne rimasi subito affascinato. È suo uno degli incipit che ritengo più riusciti, e appartiene a “Vita e morte del sindaco di Casterbridge”, del 1886: “Una sera, sul finire dell’estate, prima che il nostro secolo avesse raggiunto il trentesimo anno, due giovani, un uomo e una donna, che portava in braccio una bambina, s’avvicinavano a piedi al borgo di Weydon-Priors, nel Wessex Superiore. Erano vestiti con semplicità, ma non male, sebbene la densa polvere accumulata sulle scarpe e sugli abiti, evidentemente durante il lungo viaggio, desse ora al loro aspetto un che di frusto che non gli tornava certo di vantaggio.” (trad. Luigi Berti). Quando iniziai a leggere questo incipit era il 27 aprile del 1975, e terminai il romanzo il 10 maggio. Poche settimane prima, il mattino del 1 marzo avevo finito di leggere “Via dalla pazza folla”, che è del 1874. L’11 maggio cominciavo “Tess dei D’Urberville” (1891), che terminai il 28 giugno. Il 6 luglio sarà la volta di “Jude l’oscuro” (1895), finito di leggere il 18 agosto.
Tra “Via dalla pazza folla” e “Vita e morte del Sindaco di Casterbridge”, lessi  “Il ritorno del nativo”, del 1878. Dunque: credo di poter legittimamente celebrare i miei “primi” 30 anni dal fortunato incontro con questo grande artista, di cui, debbo confessare, mi resta ancora da leggere il grande affresco disegnato in “Nel bosco”, che è del 1887.
In realtà, si dovrebbe stare alla larga da uno scrittore come Hardy, che ha della vita una concezione tragica come pochi altri, e forse nessuno dell’età contemporanea. A mio avviso, bisogna risalire ai grandi tragici greci come, ad esempio, Sofocle, Euripide e Eschilo, per ritrovare una cupezza che le assomigli. Il destino non è mai benevolo in Hardy. E nemmeno indifferente, come taluni credono, alla presenza dell’uomo. Anzi, si compiace di studiare tutte le trappole possibili per disseccare sul nascere ogni germoglio di ottimismo e di felicità. C’è sempre un momento di distrazione nella vita dell’uomo; ebbene in quell’attimo – una specie di orrido buco nero – il destino insinua il suo inganno devastatore e da quell’istante tutto ciò che può rappresentare il delirio e la miseria dell’esistenza si rovescerà addosso ai personaggi, che si riveleranno tanto fragili quanto privi di volontà. Succede in “Via dalla pazza folla” al ricco fittavolo Boldwood, innamorato  della bella Batsceba, al quale un violento temporale distrugge la fattoria e alla sventurata Fanny che avrebbe potuto sposare il soldato Troy, se non si fosse recata il giorno delle nozze nella chiesa sbagliata. O al sindaco di Casterbridge Michael Henchard che, a seguito di una ubriacatura, vende al mercato moglie e figlia, e ne pagherà la colpa fino ad arrivare a scrivere quel suo terribile testamento: “Che non si dica nulla ad Elisabeth-Jane Farfrae della mia morte per non arrecarle dolore; che non mi si seppellisca in terreno consacrato; che non sia chiamato il becchino a sonar la campana; che nessuno veda il mio cadavere; che nessuno accompagni il mio funerale; che non sia piantato alcun fiore sulla mia tomba; che nessuno si ricordi di me.”
E non vi fa rabbia la lettera di Tess che va a finire sotto lo zerbino, dimodoché il fidanzato, alla vigilia delle nozze, non la trova e non può leggervi la sua generosa confessione, ossia che era  già appartenuta al cugino? In Hardy c’è la ferma convinzione che sull’uomo incomba un destino, un mostro, che lo dileggia e si accanisce a umiliarlo e a smascherarne la nullità. Ciò che capita anche a Jude, infatti, dopo che troppo precipitosamente ha sposato Arabelle. La orribile fine dei suoi tre bambini, e la solitudine desolata in cui trascorre gli ultimi giorni della sua vita, sono quanto di più angoscioso si possa trovare in letteratura, degno della “Medea” di Euripide.
Che cosa, allora, ci attira di questo tragico narratore?
La sua capacità di irretirci, la sua scrittura, che inanella cerchi concentrici fino a trasformarli in una punta acuminata che incide la nostra anima; la natura che partecipa muta e onnipresente ai giochi perversi del destino. La natura ha in Hardy un ruolo fondamentale: essa, attraverso gli ampi e misteriosi, cupi, paesaggi della brughiera dà testimonianza della piccolezza e vulnerabilità dell’uomo, il quale appare sempre come uno sperduto camminatore, mai sicuro della propria meta, e anche nei momenti in cui sembra che la felicità lo possieda, egli porta dentro di sé l’ombra spettrale dell’annientamento. L’uomo è sorretto soltanto dalla propria fragilità, dunque, in modo tale che egli, nel momento in cui crede di essere arrivato, crolla precipitosamente, senza poter opporre nemmeno una minima resistenza. La natura diventa così una complice e fascinosa protagonista del dramma dell’uomo. È per suo tramite, infatti, che riusciamo a leggere la maschera tragica dipinta sul volto dei personaggi. I silenzi della brughiera sono i lamenti della nostra anima. L’erica, che come un tappeto sterminato ricopre la brughiera, assume l’inquietante valore di una vita contorta, aspra, dove la lusinga di una bellezza e di una felicità durature si scontra con l’aridità di una terra che non sa produrre se non piccoli arbusti.
Se è vero che amo altri scrittori di pari grandezza, quali Dickens, Zola, Balzac, è vero anche che nessuno di questi sa trafiggere come Hardy non il cuore ma quello spirito che patisce e si umilia dentro ciascuno di noi. La scrittura di Hardy, ossia, è, per il nostro spirito, strumento per la scoperta di quella parte buia della nostra esistenza, a cui non sappiamo dare un nome e un volto, e che ci fa sentire degli esseri dispersi in una immensità mostruosamente schierata contro di noi.

Thomas Hardy: “Via dalla pazza folla”.

Forse è lo scrittore che mi ha dato più emozioni. Sebbene il suo pessimismo scacci da noi la fiducia e la speranza, Hardy è scrittore profondo e capace di farci diventare protagonisti della vita, immergendoci dentro le sue bellezze, le sue contraddizioni, i suoi dolori, le sue terribili fatalità. Non si esce dalla lettura dei suoi libri senza avere imparato qualcosa della vita, senza averla sentita palpitare dentro di noi allo stesso modo che ha palpitato dentro i suoi personaggi. Hardy è scrittore che ammalia, il suo modo di narrare trascina e rapisce. “Via dalla pazza folla” è forse il libro dal quale emerge più luce che negli altri, perché, pur nella tragicità della loro esistenza, luminosi sono la bella Batsceba e il pastore Oak. La scena descritta nel capitolo V delle pecore che si gettano nel precipizio e quelle relative al temporale e all’incendio nel granaio (capitoli XXXVI e XXXVII) sono di rara suggestione e bellezza. Personaggio sfortunato e triste, reso immortale dalla penna di Hardy, è l’infelice Fanny Robin. Lessi il romanzo nel 1975, nella traduzione magistrale di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman. Queste alcune frasi significative che annotai: “La natura esige un po’ di bestemmie al momento opportuno”; “L’uomo non è mai così credulo come nel ricevere opinioni favorevoli sulla bellezza di una donna di cui è semi o completamente innamorato.”; “la decisione di evitare un male raramente prende corpo prima che il male non sia tanto progredito da rendere impossibile evitarlo.”; “Il silenzio ha qualche volta lo straordinario potere di apparire quasi come l’anima disincarnata di un sentimento che erri senza il proprio scheletro, ed è allora più impressionante della parola.”; “Le donne non la fan mai finita di muover lamento sull’incostanza maschile, ma sembra che esse sole ne disprezzino la costanza.”; “Coloro che possiedono il potere di rimproverare col silenzio, possono ritenerlo un mezzo più efficace della parola. Vi sono accenti negli occhi che non si trovano sulla lingua, e più discorsi ci giungono da pallide labbra di quanti ne possan entrare nell’orecchio.”; “Dove vi è molta parzialità, vi deve essere anche qualche ristrettezza di mente.”  Da questo come dagli altri celebri romanzi di Hardy sono stati tratti film di ottima fattura.

Thomas Hardy: “Jude l’oscuro”.

Quando si termina la lettura di questo libro, si sta male, giacché raramente troviamo concentrata tanta disperazione e tanta sfortuna; tuttavia resta l’ammirazione per un artista che sa raccontare e incanta. Pensate che la casetta dove Hardy scrisse, nel sud dell’Inghilterra, molti suoi romanzi si trova in mezzo ad un bosco, e si deve lasciare l’auto in uno spiazzo terroso ed inoltrarsi in una intricata foresta per raggiungerla; poi all’improvviso ecco che appare un albero gigantesco e accanto la sua casa, che ne conserva le memorie. Uomo minuto, un esserino, Hardy, ritratto a fianco della sua bicicletta, con baffoni spioventi: eppure un gigante della scrittura. È il suo ultimo romanzo, questo, che lessi nella traduzione di Suso Cecchi D’Amico. Trascrivo alcune frasi che mi hanno colpito: “in una società civile, la paternità di un bimbo è una faccenda che riguarda esclusivamente la donna che lo ha partorito.”; “il cuore di un uomo torna sempre ad accostarsi a colei che gli fu sincera.”; “L’amore ha una sua oscura moralità quando la rivalità entra in ballo.”; “La crudeltà è la legge che governa l’intera natura e la società. Non possiamo sottrarci, neanche volendo.”; “gli uomini migliori, i più grandi, sono quelli che dal mondo non hanno avuto nulla.”; “L’influenza delle donne è così misteriosa ch’esse riescono a tentare l’uomo a far cattivo uso anche della bontà.”

Thomas Hardy: “Vita e morte del sindaco di Casterbridge”.

L’inizio di questo libro è davvero straordinario. Un uomo e una donna, che ha in braccio una bambina, camminano nella brughiera, diretti ad un villaggio. S’imbattono in una fiera paesana, come ce ne sono dappertutto in Inghilterra, e qui, per una di quelle fatalità presenti in tutta l’opera di Hardy, il protagonista, perdente al gioco, vende sua moglie. Le peripezie della vita, che lo vedranno divenire uomo rispettabile e ricco, e addirittura sindaco di Casterbridge, lo porteranno infine ad esclamare in punto di morte quella terribile frase: “che nessuno si ricordi di me”. Grande storia, grande narratore, che mi sono gustato tanti e tanti anni fa nella traduzione di Luigi Berti.

Thomas Hardy: “Tess dei d’Urberville”.

Pensate che tutta la vicenda, che ha una tragicità da far accapponare la pelle, nasce perché un prete mette nella testa di un povero contadino l’idea di avere origini nobili, e addirittura di essere imparentato con una delle migliori e ricche famiglie del posto. Ci va di mezzo la bella Tess, figlia di questo sciocco sognatore, la quale subisce ogni sorta di cattiveria da parte del presunto cugino, che la seduce e abbandona. Anche qui la vita contadina, le lunghe camminate nella brughiera, la natura che diventa partecipe del destino degli esseri umani, giocano il ruolo di una presenza che incombe ed inquieta.
Nella traduzione di Aurelio Zanco, riporto questa frase: “La cosa migliore è dimenticarci che la nostra natura e le nostre azioni trascorse sono state in tutto eguali a quelle di migliaia e migliaia di persone, e che la nostra vita e le azioni avvenire saranno simili a quelle di migliaia e migliaia di altri.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart