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LETTERATURA: I MAESTRI: Bacchelli bizzarro e satirico

19 gennaio 2008

di Giorgio B√°rberi Squarotti

[da: “L’Orologio¬† d’Italia – Carlo Levi ed altri racconti”, Kursaal, 2001]


[L‚Äôautore √® uno dei maggiori studiosi della letteratura italiana. Numerosi i suoi saggi su Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Pascoli, D‚ÄôAnnunzio, Pirandello, Gozzano, Sbarbaro, Ungaretti, Montale, ed altri. √ą anche autore di libri di poesie, tra cui ‚ÄúLe langhe e i sogni‚ÄĚ. Dirige la prestigiosa collana della UTET ‚ÄúClassici Italiani‚ÄĚ. Sotto la sua direzione √® stato completato e pubblicato il ‚ÄúGrande Dizionario della Lingua Italiana‚ÄĚ, composto da XXI volumi, sempre della UTET]

(Inizia con questo articolo la preziosa e ambita collaborazione del Prof. Giorgio B√°rberi Squarotti, insigne studioso della letteratura italiana, che mi ha autorizzato a prelevare alcuni testi dai suoi libri, e promesso di inviarmi taluni inediti a cui sta lavorando. Lo ringrazio a nome della rivista)

L’immagine vulgata di Bacchelli narratore √® quella del costruttore di amplissime e sempre un poco macchinose strutture romanzesche, per lo pi√Ļ di ambito storico per un intento di novecentesca ripetizione del modello manzonia¬≠no di mistione di storia e di invenzione, sempre pi√Ļ accani¬≠tosi, col passare degli anni, nell’affrontare sommi perso¬≠naggi come Cesare e San Francesco, ma anche sposatosi a un certo punto con il progetto, di derivazione naturalistica, del romanzo ciclico, incardinato sulla vicenda di una fami¬≠glia attraverso gli eventi storici e sociali, come √® il caso de Il mulino del Po, con la sua marcata e fin troppo rilevata volont√† di parallelismi fra l’inizio della storia degli Scacerni su un ponte, durante una ritirata, e la morte dell’ultimo della famiglia su un altro ponte durante un’avanzata. La quantit√†¬† narrativa¬† ha¬† finito¬† con¬† il¬† mettere¬† in¬† ombra l’opposto Bacchelli, quello ¬ęcontemporaneo¬Ľ, satirico e grottesco: che coincide anche con il narratore problematico tutt’altro che compatto e intento a solide costruzioni narra¬≠tive, ma dispersivo, anzi, e perfino slegato e scomposto, tanto da far pensare alla possibilit√† che l’affidarsi a vicen¬≠de e a personaggi storici, con la sicurezza documentata delle loro azioni e dei fatti che ne accompagnarono la vita, tutti bene ordinati nella storia, oppure alla storia stessa co¬≠me supporto e ancora a quell’altro fondamento ben saldo che √® la famiglia attraverso i tempi, linearmente capace di dare una perfetta ed evidente continuit√† alla narrazione, sia dovuto alla coscienza che Bacchelli deve avere avuto delle proprie difficolt√† di strutturazione del romanzo, altrimenti troppo pericolosamente abbandonato agli estri d’umore e ai salti di interessi e di intenzioni, anche in rapporto con un tempo, quale √® quello dei primi decenni del novecento, di frammentazione del narrare.
Penso a un’opera come La citt√† degli amanti, che √® del 1929, e che offre un bell’esempio del Bacchelli sarcastico e acre, mescolato con l’altro Bacchelli, quello delle rievo¬≠cazioni e delle descrizioni storiche e delle rappresentazio¬≠ni, sempre un poco grevi, delle gracidi passioni amorose, intese romanticamente come forza travolgente, che scon¬≠volge ogni ordine, ogni convenienza, ogni misura. De La citt√† degli amanti, per non attentare alla comune immagine di Bacchelli narratore di romanzi storici, si cita normal¬≠mente la descrizione della ritirata di Caporetto, accomuna¬≠ta alle altre celebri narrazioni dell’evento, da Soffici a Hemingway, oppure l’amore, anch’esso tanto hemingwayano, nel cuore della disfatta e, dopo, durante l’assestarsi degli eserciti sul Piave, fra l’ufficiale italiano De Nada e la nobi¬≠le Cecchina Gritti. Sono due momenti che bene concorda¬≠no con l’altra, pi√Ļ nota e fortunata narrativa di Bacchelli: anche per il moralismo con cui la vicenda storica √® trattata, e che √® tipico del punto di vista bacchelliano, si tratti di Bakunin e dei primordi del socialismo in Italia oppure del¬≠la vicenda di San Francesco sullo sfondo della storia co¬≠munale italiana del duecento; e anche, invece, per l’abbandono pieno e senza remore alla rappresentazione dell’amore nel sorgere, nel manifestarsi, nell’esplodere, fino alla resa totale alla passione da parte dei protagonisti, tanto completa e convinta nel narratore da fare della guerra e della disfatta il pigmento pi√Ļ vivo e un poco troppo rile¬≠vato dell’amore stesso, che acquista forza e originalit√† pro¬≠prio da tale aspetto trasgressivo che viene ad assumere in contrasto con la descrizione delle file degli sbandati italia¬≠ni che si arrendono, con le inutili resistenze dei reparti an¬≠cora organizzati, con i morti di Codroipo, con la tragedia italiana della disfatta. Ma accanto a queste parti, che ri¬≠spondono all’immagine del Bacchelli narratore storico e grande e accalorito descrittore delle passioni amorose, sta tutta l’altra parte del romanzo che √® definita dal titolo co¬≠me quella che evoca un’utopia, la costruzione di una citt√† ideale, l’attuazione, addirittura, del paradiso degli amanti liberi e tranquilli di vivere interamente e senza limiti morali, sociali, religiosi, di leggi e di convenienze, il loro amore, di qualunque anche pi√Ļ trasgressivo genere esso sia.
Si inserisce qui l’altro Bacchelli, quello satirico, aspro e crudo, fino all’aggressione e alla malignit√†. La citt√† degli amanti come luogo dedicato soltanto all’amore non pu√≤, oggi, che essere un ideale del denaro e dell’organizzazione tecnica e industriale: non pu√≤ che essere, insomma, un af¬≠fare, che, per riuscire vantaggioso, ha la grande trovata di sfruttare, sia pure fornendo tutte le comodit√† e tutti i van¬≠taggi della tecnologia pi√Ļ moderna, quella passione amorosa che Bacchelli, del resto, ha gi√† mostrato come superiore, per forza di attrazione, alla guerra, sia nel caso drammatico del De Nada e di Cecchina, sia in quello invece grottesco di Eustachius Vandenpeereboom, soldato americano in Francia, e della bella francese Jeannette Ardelin, moglie di un impiegato dello stato imboscatosi come telegrafista ben lontano dalla guerra, in Algeria, ma anche ben lontano dal¬≠la moglie. L’utopia moderna, insomma, √® rappresentata da Bacchelli nelle due facce, su cui si appunta il suo sarca¬≠smo, dell’affarismo e dell’erotismo: due mali moderni che costituiscono, nel romanzo, i due termini principali di una polemica che coinvolge non soltanto il mondo di oggi nelle fondamentali mode e istituzioni, come la logica del profitto e il gusto della perversione sessuale come spettacolo e con¬≠sumo anch’esso, ma tutta la tradizione del pensiero laico, a partire da Lutero per giungere fino al capitalismo america¬≠no, ma non senza mettervi dentro anche le posizioni politi¬≠che pi√Ļ avanzate in senso socialista, la psicoanalisi, l’arte moderna d’avanguardia, ecc. Bacchelli si pone come il conservatore retrivo, che commisura strenuamente con l’assolutezza del suo giudizio gli aspetti pi√Ļ diversi della storia e dell’organizzazione socio-economica del mondo contemporaneo. C’√®, in ogni suo intervento, un di pi√Ļ di disprezzo per l’oggetto delle sue condanne, che rende l’aggressivit√† della satira sempre un poco troppo sopra le righe, per un di pi√Ļ di accanimento che coglie ogni occa¬≠sione per esercitarsi contro gli idoli polemici pi√Ļ acremente avversati. Di qui deriva l’energica inventivit√† del sarcasmo di Bacchelli: che, come¬† √® connaturato con il genere satirico, non dipende necessariamente dal momento della¬† narrazione e dalla necessit√† dell’argomento, ma si esplica e si sviluppa come excursus, concrescendo sullo spunto an¬≠che esiguo, sull’occasione anche minima, anzi cercando ogni appiglio per svolgersi. Penso, per esempio, a questa sequenza, dove la satira dell’arte moderna e quella del ca¬≠pitalismo si uniscono in un solo acre sberleffo, che, alla fine, si alza nell’aspra eloquenza di grande predicatore, pieno di schifo e di furore nei confronti dell’ipocrisia dei protestanti¬†¬†¬† adoratori¬†¬†¬† degli¬†¬†¬† affari¬†¬†¬† e¬†¬†¬† del¬†¬†¬† guadagno: ¬ęSull’uscio non mancava un ordine di sfratto e una caricatura del padron di casa, per quanto il padrone di quel casa¬≠mento fosse una potente societ√† immobiliare, che forniva gli inquilini d’ogni comodit√†, fin di macchine da far bucato e da lavare i piatti a elettricit√†… Mentre la sua stoltezza [di Eustachius] e quella di T.T.P. credevano di aver creato l’ambiente indispensabile per far nascere l’ispirazione del vero artista, tutti quegli oggetti lo circondavano di freddo e di stento; solo Eva gli era simpatica, e sulla sua immagine inchiodata all’uscio sotto il manifesto del Mapah ristorava gli occhi spossati e arsi dalle vane fatiche, durante le quali se li sarebbe fin mangiati i colori ribelli, come una volta van Gogh si butt√≤ a dar di bocca in certe zolle per la dispe¬≠razione di dipingerle, e fin√¨ in manicomio. Quanto a Titus Tubalcain Pankoucke, la sua volont√† era d’altro stampo, e tutta pratica, ma aveva, quando si fissava in un oggetto, la sua tinta anch’essa di forsennatezza, di quella matta pas¬≠sione e nefanda avarizia, per la quale, a conquistare i mer¬≠cati del Giappone contro i portoghesi e gli spagnuoli e in odio a Roma e ai gesuiti, mercanti inglesi e Compagnie olandesi poterono camminare sul Crocif√¨sso e farsi spie e procuratori di martiri agli Sciogun nella pi√Ļ atroce delle persecuzioni, colla scusa mentale di esser quello il Crocifisso dei cattolici. Egli credeva che un artista o il successo di un dentifricio si facessero nello stesso modo…¬Ľ. √ą una pagina esemplare della satira di Bacchelli. Si noti la sottile perf√¨dia con cui l’impotenza creativa di Eustachius √® posta in rapporto con quella di van Gogh a detrimento e disprez¬≠zo per la pittura di quest’ultimo e per l’intera arte moderna, coinvolta nella pazzia del pittore olandese. E si noti ugual¬≠mente l’altro sarcasmo sull’artista che crede di poter essere tale se si ricostruiscono perfettamente le condizioni este¬≠riori in cui operarono gli artisti mitici della Parigi dell’ottocento, della boh√®me, con lo studio arredato secon¬≠do quei modelli perfino nella finzione della miseria e della conseguente protesta contro il padrone di casa naturalmen¬≠te esoso, anche se il padrone di casa, nella fattispecie, non esiste neppure perch√© √® una societ√† immobiliare che forni¬≠sce tutti gli inquilini, anche l’artista Eustachius, di tutti i ritrovati della moderna tecnologia (e il sarcasmo colpisce, di conseguenza, sia la pretesa americana che la riproduzio¬≠ne puramente esteriore dell’ambiente artistico di Parigi possa far nascere oggi un artista anche negli Stati Uniti e in condizioni, in realt√†, sia economiche, sia di vita, infinita¬≠mente diverse, sia lo stesso mito di Parigi boh√®mienne co¬≠me luogo della nascita e dello sviluppo della grande arte moderna, consacrata in realt√† dalla pazzia di van Gogh e dalle valutazioni dei mercanti).

Il mondo moderno, quello che ha la sua manifestazione esemplare nell’America capitalista, non pu√≤ che presentare finzioni, pretendendo che queste sostituiscano la verit√† dell’arte, senza capire che essa nasce da qualcosa di pi√Ļ profondo che una soffitta arredata come studio di pittore, perfino con l’ordine di sfratto e la caricatura del padrone di casa che non esiste. Con uguale perf√¨dia satirica, Bacchelli conclude la rappresentazione e il ritratto del perfetto capitalista, che guadagna con qualsiasi prodotto decida di pro¬≠porre al consumo, con l’osservazione sull’ulteriore affare che Titus si aspetta che sia l’arte di Eustachius, come era accaduto agli occhiuti e abili mercanti d’arte parigini per gli artisti del secondo ottocento del genere di quel van Gogh, diventato pazzo per aver dovuto riconoscere la pro¬≠pria impotenza di pittore davanti alla realt√† della natura. Cos√¨, poi, come per caso, ma √®, naturalmente, un calcolatissimo caso, abilmente Bacchelli passa alla rappresentazione della follia che √® propria del capitalista Titus Tubalcain Pankoucke: la pazzia dell’arte moderna, legata al gua¬≠dagno¬†¬† e¬†¬† al¬†¬† sistema¬†¬† capitalista,¬†¬† √®¬†¬† la¬†¬† stessa,¬†¬† dettata dall’avidit√† degli affari, che ha guidato alle peggiori nefandezze gli antenati dei capitalisti attuali, quelli che, in nome del denaro, hanno potuto, pur dichiarandosi cristiani, cal¬≠pestare il Crocifisso e far morire i loro concorrenti spagno¬≠li e portoghesi in Giappone, con la giustificazione morale di avere in questo modo colpito gli odiati cattolici. C’√® un legame fra l’arte pazza e infinta e il denaro che la sostiene e l’alimenta per trarne guadagno: tutto appartiene alle con¬≠seguenze attuali dello sviluppo capitalista in ambito protestante. In questo modo, Bacchelli coinvolge, e in una sola pagina, nell’esecrazione e nel sarcasmo, alcuni fra i suoi idoli polemici pi√Ļ decisamente presi di mira nel romanzo: l’arte contemporanea, il protestantesimo, il capitalismo, per mezzo di un excursus che sembra buttato l√¨ quasi per caso e marginalmente, come il naturale rampollare di una reminiscenza storica (il fatto del Giappone) e di un ricordo di fatti di cronaca (l’accenno al manicomio dove fu ricoverato van Gogh diventato mangiatore di quel modello della natura che non era riuscito a tradurre in arte).
Il procedimento satirico di Bacchelli si affida sempre all’excursus, anche molto breve, a volte non pi√Ļ di un’osservazione o di un commento opportunamente margi¬≠nali durante la delineazione del ritratto di un personaggio o la narrazione di un fatto o di un esempio. Ma, in questo modo, il romanzo viene, anche nei segmenti particolari, ad assumere una struttura composita, ridondante, priva, nel caso de La citt√† degli amanti, anche di una precisa linea di racconto, composto com’√® dalle due diversissime vicende della citt√† utopica e dell’amore di De Nada e di Cecchina. Il fatto √® che interessano a Bacchelli non la coerenza e l’unit√† della narrazione, ma, in questo caso, proprio la di¬≠spersivit√† e la variet√† delle situazioni, che gli consentono la migliore libert√† di diffondersi negli interventi, nelle pun¬≠te satiriche, nei salti di umore, indipendentemente da una precisa linea tematica (e il fatto che il De Nada e Cecchina Gritti, a un certo punto, si rechino nella citt√† degli amanti non appare essere altro che un modo abbastanza esteriore di congiungere due storie estranee del tutto l’una all’altra). Ancora a proposito dell’affarista Titus Tubalcain Pankoucke ecco un ulteriore ritratto, nel quale, di tempo in tempo, interviene il commento sarcastico dell’autore non per rilevare meglio i caratteri fisici e psicologici del personaggio e neppure per pi√Ļ efficacemente presentarne le azioni, ma, invece, per spogliarlo di ogni caratteristica individuale e metterne in luce piuttosto ci√≤ che lo costituisce come il perfetto esempio dell’uomo americano, dedito soltanto agli affari e ai romanzi d’amore che non legge, per√≤, diretta¬≠mente, ma si lascia raccontare dalla ragazza che ama e che lo respinge costantemente per motivi di rispetto umano, dato che √® di modestissime condizioni: ¬ęII fatto sta che mentre Pankoucke le supponeva un amante a casa, Dorotea si vergognava della madre sciocca; ed avevano quel che si meritavano l’una e l’altro, e non erano felici nei loro falsi scrupoli. Tutte quelle trame di romanzi apprese dalla viva voce che gli dava i brividi come le carezze ai gatti avevan ridotto T.T.P. smodato amatore di romanzi d’amore. Il suo semplice e dritto cervello di gran manovale degli affari non conosceva, sui trentacinque anni, niente altro che affari e romanzi. Egli stesso viveva senza saperlo un romanzo: la sviscerata passione per Dorotea. Quanto agli affari, diven¬≠tano facilmente romanzi non meno chimerici n√© meno no¬≠civi di quelli che scriviamo noi¬Ľ.
L’utopia della citt√† degli amanti √®, fondamentalmente, lugubre, triste: √®, anzi, un’antiutopia, un’utopia capovolta, quale appare adeguata a quel mondo moderno del consumo e del guadagno che √® il termine della satira di Bacchelli. Dovrebbe essere il luogo dell’amore, e non riesce neppure a essere quello del pieno esplicarsi di tutte le trasgressioni erotiche per una sostanziale mancanza di fantasia, di entu¬≠siasmo autentico, di effettiva fiducia nella passione (onde i due unici amanti che vi vanno ad abitare per vivervi total¬≠mente la loro esperienza d’amore finiscono a essere il De Nada e Cecchina). Dice Bacchelli: ¬ęInsomma, se si fosse trattato di buon senso o di morale, la Citt√† non si faceva; ma si present√≤ come religione¬Ľ. E prima aveva sarcastica¬≠mente parlato delle forme di religione sorte dal protestan¬≠tesimo, con l’uguale acredine sia nei confronti delle istitu¬≠zioni religiose americane sia nei confronti dei costumi e delle leggi (in questo caso, con riguardo alle forme della segregazione razziale): ¬ęNelle nazioni insorte col negare Roma, quanto pi√Ļ √® rigido il costume e ferma la fede, tanto pi√Ļ, se tutte l’altre parole sono stretti e scarsi canali, largo √® invece quello che si chiama religione. Sotto questa paro¬≠la, per conseguenza naturale dell’ispirazione e dell’esame liberi, passa ogni pi√Ļ strana cosa: la poligamia fra gente che anatemizzava per un mezzo sigaro, o, come accade in questi anni di grazia attorno al 1929, la Chiesa dei Santi Ballerini, fra gente che tratta il cattolicesimo di supersti¬≠zione. Questa istituzione raccoglie molti proseliti fra i ne¬≠gri, e citt√† e Stati dove √® fieramente proibito ai colorati di stare nello stesso scompartimento coi bianchi in tramvai, permettono di abbandonarsi a devozioni singolari, seguen¬≠do funzioni vagamente cristiane con un ballonzolio epilettoide, producente estasi e rapimenti convulsivi di tutta l’assemblea. Che √® modo di mancare di carit√† verso i negri due volte: in tramvai e in chiesa¬Ľ. Certamente Bacchelli sceglie per i suoi excursus le occasioni pi√Ļ satiricamente opportune nell’ambito della storia (ci sono accenni di grot¬≠tesco sarcasmo nei confronti anche del proibizionismo, di Theodor Roosevelt e della guerra di Cuba) o della cronaca, in modo da rilevare meglio gli aspetti grotteschi e, al tem¬≠po stesso, pi√Ļ repellenti alla logica e alla morale, pi√Ļ ipo¬≠criti e falsi, di quel mondo moderno che egli ha identificato nella societ√† e nelle vicende degli Stati Uniti. Il commento a margine interviene a trarre le conclusioni, a offrire il giu¬≠dizio ironico o beffardo, a dare un significato a personaggi e a vicende ricavate dalla vita americana, e in questo modo lo scrittore irrompe in scena come il demiurgo che ha costruito lo spettacolo dell’assurdit√†, delle contraddizioni, dei vizi, delle ipocrisie, delle falsit√† del mondo moderno. Cos√¨ lo scrittore pu√≤ trarre la conclusiva considerazione che, con il sussidio dell’ironia, deve indicare il distacco del buon senso e della ragionevolezza da forme di pensiero e di vita che appaiono a Bacchelli del tutto aberranti, e tale le vuole mostrare con un’evidenza che intende apparire perfidamente pedagogica e ferocemente dissacrante, non meno per quel che riguarda la morale sociale (l’accenno agli scrupoli assurdi e insensati dei personaggi e della so¬≠ciet√† nei confronti dei pi√Ļ innocenti divertimenti e compor¬≠tamenti, mentre, poi, sono ammessi la segregazione razzia¬≠le e il linciaggio e la distruzione degli indigeni), la religio¬≠ne (con la polemica antiprotestante) gli affari come mito supremo (con l’osservazione che gli affari sono spesso non meno romanzeschi dei romanzi e sicuramente pi√Ļ danno¬≠si).
Gli excursus, insomma, sono conclusi per lo pi√Ļ dalla sentenza, dalla battuta ironica, dalla ferocia del sarcasmo. E¬† la¬† costruzione¬† della¬† Citt√†¬† degli¬† Amanti¬† √®,¬† allora, l’occasione per mostrare il meccanismo affaristico del grande capitalista che fiuta il buon affare in caso anche di fallimento dell’utopia di Eustachius, i metodi con cui gli indigeni, proprietari del luogo dove si √® deciso di costruire la citt√†, sono con la scusa dell’igiene e della lotta contro le malattie tropicali a poco a poco spogliati dei loro beni e, infine, sterminati perch√© hanno osato insorgere contro le prepotenze ¬ęlegali¬Ľ degli emissari di T.T.P., la pedanteria con cui la citt√† √® progettata e costruita e i modi con cui √® popolata. Qui interviene l’ulteriore termine della satira di Bacchelli: la psicoanalisi (nel parlare della quale Bacchelli fa una curiosa confusione, mescolando i nomi di Freud e di Joyce: ¬ęL’assistenza ufficiale della Citt√† fu decretato dover essere psicanalitica. Era logico. Un distinto collegio di se¬≠guaci di Freud e di Joyce fu solennemente insediato con begli stipendi¬Ľ): ¬ęLa Citt√† era ancora pi√Ļ che mezza nei cantieri, quando gi√† una folla, per la pi√Ļ parte non racco¬≠mandabile, si apprestava a popolarla. Gervasio vide per tempo il pericolo di diventare, fra l’altro, un centro di raz¬≠zia e di traffico della tratta delle bianche, e corse ai ripari… Nei cinematografi T.T.P. faceva proiettare grandi drammi storici, dove si vedevan le misere origini e le tristi sorti di Speranza dei Giorni di Mare: finch√© vi avevan regnato, colla superstizione papista, la febbre e i costumi spagnuoli e messicani. Seguiva la redenzione delle pompette del petro¬≠lio metodiste, con un intreccio d’amore e di avventure brigantesche e alla fine il trionfo di un eroe del tipo da cow-boy, e i sacripanti con il sombrero messicano. Gli ospiti della Citt√†, quando erano passati all’esame di Gervasio e dei suoi compitissimi e inesorabili agenti, dovevan passare l’esame di Eustachius Vandenpeereboom. In questo non c’era nulla di poliziesco, ma vi stava la parte pi√Ļ propria¬≠mente caratteristica della fondazione. In dotte disquisizio¬≠ni, in laboriose sedute e sottili inchieste, in squisite casistiche, il dialettico Vandenpeerebbom coi pi√Ļ perfezionati metodi freudiani e letterali indagava e stabiliva se i postu¬≠lanti offrissero un caso abbastanza eccezionale e qualifica¬≠to per essere accolti nella Citt√† degli Amanti. Qui mi par di sentire¬†¬†¬† l’incredulo¬†¬†¬† lettore¬†¬†¬† protestare¬†¬†¬† all’assurdo, all’inverosimile, alla presa di bavero forse. Ma forse non √® vero che un paio d’anni or sono, nell’anno di grazia 1927, nella citt√† di Londra, un tale riusciva a tenere delle Rolls-Royce per s√© e moglie e figli? Sta bene: la psicanalisi √® un nodo scientifico per discorrere di quella cosa alla quale si pensa pi√Ļ spesso e pi√Ļ volentieri, e che non √® la tavola pitagorica¬Ľ.

Anche qui l’excursus mescola romanzo e notizia di cro¬≠naca, invenzione e realt√†, non gi√† col fine di dimostrare la verosimiglianza di ci√≤ che √® narrato, ma piuttosto con l’opposto intento di mostrare la funzione satirica delle vi¬≠cende e delle situazioni rappresentate in rapporto non con una pura invenzione, con una sorta di exemplum fictum, ma con una condizione attuale, realissima, del mondo, con fat¬≠ti veri, effettivamente accaduti, sui quali va a finire il sar¬≠casmo dello scrittore attraverso la mediazione di un tipo di romanzo, quale √® quello assunto da Bacchelli ne La citt√† degli amanti, ne Il rabdomante, ne La cometa, volutamente dissonante, abnorme, senza misura, pieno di disgressioni, secondo la pi√Ļ opportuna mimesi strutturale del carattere informe, in quanto nemico di ogni forma e di ogni codice, che ha la satira. Il caso narrato nella finzione romanzesca √® lo spunto comico o degno di indignazione e di ira per il riferimento della cronaca, per l’esposizione della notizia vera: e, allora, il sarcasmo non √® soltanto un ulteriore gioco della letteratura che si specchia su se stessa per trovarsi orrenda o ripugnante e riderne o ironizzare sopra le proprie scelte tematiche o rivolgere il pi√Ļ forte e acre veleno sopra se stessa come capace di tali invenzioni e come dimostratrice, col sussidio di esse, delle possibilit√† infinite di degra¬≠dazione che hanno l’uomo e il mondo, ma diviene una ben pi√Ļ seria operazione di giudizio e di condanna nei confron¬≠ti non soltanto della stoltezza, ma soprattutto delle grandi storture di idee, di comportamenti, di azioni, che si sono avute e si hanno nel mondo di ieri come in quello di oggi.
La posizione fortemente reazionaria di Bacchelli nei confronti del mondo moderno, coinvolto in una totale ne¬≠gazione, non √®, per√≤, soltanto violentemente polemica ver¬≠so di esso: gli errori e gli orrori del passato non sono meno aspramente ironizzati e satirizzati, ma sempre con al fondo un disgusto, un disprezzo, un’ira indignata che rendono cupo e acre lo stile di Bacchelli, che pure, ne La citt√† degli amanti come negli altri romanzi satirici, tende ad allegge¬≠rirsi, a essere meno turgido, meno abbondante, meno anche ripetitivo, per sfogarsi piuttosto nell’insistenza sui com¬≠menti sarcastici, sulle osservazioni aggressive nei confronti dei personaggi e delle loro idee, di quello che fanno per obbedire alla strategia dello scrittore, intesa a ricavarne tutti gli spunti adatti a colpire, attraverso essi, le colpe e i vizi e le follie del mondo. L’idea che il mondo √® sempre lo stesso e sempre uguali sono gli uomini serve ad attualizza¬≠re i fatti della storia del passato per mostrare le conseguen¬≠ze attuali o le reviviscenze moderne di ci√≤ che fu, in altri tempi, nefando. Sembra, ne La citt√† degli amanti, che tutto il meccanismo narrativo sia posto in opera al solo fine del¬≠lo sfogo satirico: e, allora, la ritirata di Caporetto e l’amore del De Nada e di Cecchina stanno davvero a pigione in una costruzione satirica che ha tutti i caratteri dell’improvvisazione, della gratuit√†, dell’accumulazione.
Bacchelli, proprio per l’accanimento della satira, rara¬≠mente, nella rappresentazione dei maniaci che abitano la citt√†, raggiunge il grottesco: quello che, invece, costituisce la grandiosa parentesi comica delle ¬ęnotti bolognesi¬Ľ ne Il diavolo al Pontelungo. Nella Citt√† degli amanti di grotte¬≠sco non c’√® pi√Ļ di qualche tentativo, neppure troppo ben costruito, come, per esempio, la descrizione della pantomi¬≠ma Lucifero e Lilith, recitata con grande sfoggio di angeli fedeli e angeli ribelli, di diavoli nudi e di non meno nude donne: ma restiamo nei termini di una descrizione un po’ facile, che non ha nulla di grandioso, ben lontana com’√® dall’invece grandiosa scena teatrale delle ¬ęnotti bologne¬≠si¬Ľ, dove la rappresentazione grottesca delle danze allegoriche, guidate da un goffo e pedante maestro tedesco, di un gruppo di donne di triste e volgare bruttezza, che compaio¬≠no dopo una presentazione celebrativa, invece, delle loro pretese grazie, e il lepido contrasto che ne deriva col pub¬≠blico, che ben altre danzatrici si aspettava, raggiungono, nel turgore dello stile descrittivo, una perfetta orchestrazio¬≠ne di splendida opera buffa: ¬ęS’apr√¨ la scena intanto, e la delusione e lo scorno furono cos√¨ grandi che il teatro rima¬≠se di colpo senza fiato. Due dozzine di sciagurate: obese e flaccide¬†¬† e¬†¬† cascanti¬†¬† dentro¬†¬† veli¬†¬† degni¬†¬† d’essere¬†¬† stati vent’anni alla polvere e alle mosche sui lumi, straripanti in gonfie maglie carnicine; ovvero magre e irte di punte d’ossa scheletriche, un’esposizione di sbardellate anatomie paurose e dolenti atteggiate in varie pose attorno a una fon¬≠tana, gridavan la vendetta della fame. Volevan essere sorri¬≠si, ed erano ventiquattro ghigni d’obbrobrio. Diana, vente¬≠simaquinta, sperticata e vizza zitellaccia, con cipiglio goffo e astioso per parere furente e maestosa divinit√†, soprastava senza veli, squallida sul gregge squallido. Un bardassone senza grazia e senza sale figurava Atteone, assalito da cani di pezza e di cartone; e sul capo gli eran cresciute le corna, corna sperticate arborescenti¬Ľ. La folla, per bocca di un bello spirito, aveva chiesto ¬ęi culi delle ungheresi¬Ľ al dotto presentatore e lo aveva irriso approfittando dell’assoluta impermeabilit√† di lui all’ironia, e si era gi√† divertita all’elogio che lo stesso bello spirito aveva fatto, in contraddittorio col goffo tedesco, dei culi e delle altre doti fisiche e amorose delle bolognesi. Lo spettacolo √® di un’alacre irriverenza, di una sboccatezza ardita e fantasiosa, che ben si accorda col fatto che siamo in teatro, e che quello che √® descritto √® appunto uno spettacolo, soprattutto uno spetta¬≠colo di popolo, che, poi, nelle intenzioni narrative e ideologiche di Bacchelli, deve contrapporsi, nella sua concretez¬≠za carnale e nel suo gusto fantasioso per le battute e le tro¬≠vate bizzarre, al popolo astratto e disposto alla rivoluzione che Bakunin, Cafiero, Costa e gli altri seguaci si immagi¬≠nano essere quello bolognese e romagnolo, fondandosi sull’idea del vigore sanguigno e della passionalit√† che lo contraddistinguerebbe; e il contrasto √® emblematizzato gi√† prima, nello stesso capitolo del romanzo, nel contrasto fisi¬≠co e di carattere fra la rivoluzionaria Vera Karpof, fredda e padrona di s√©, e l’Argalia, la carnale donna di Molinella che¬†¬† si¬†¬† abbandona¬†¬† entusiasticamente¬†¬† e¬†¬† festosamente all’amore, entrambe amanti di Andrea Costa.

Anche la descrizione dell’Argalia ha quel turgore un poco eccessivo che √® del Bacchelli grottesco e comico: ¬ęL’Argalia, nata in quel di Molinella, nella pianura emilia¬≠na e romagnola fertile di grano e di canapa e di donne belle e fervorose, era mora, pallida di un pallore lentigginato e carnale, formosa e ampia. Aveva sopracciglia folte, capelli aridi e spessi, arricciati magnificamente, rigogliosi e riotto¬≠si. Il suo sguardo era sospettoso ed oscuro, quasi temesse ed odiasse in ogni uomo quello che era destinato a soggio¬≠garla riluttante e lussuriosa. Gli occhi neri erano pagliettati di giallo, e nell’orgasmo dell’amore il giallo si accendeva e splendeva nel nero, mentre la bocca rossa e carnosa nei baci e nei morsi s’increspava esangue, livida e quasi pau¬≠rosa. Gli occhi le s’ingrandivano, come se sorbissero nel loro languore le palpebre violette e le occhiaie color del carbone… Possente e villosa, si esponeva ignuda candida e lasciva, e colla voce rauca e aggressiva, colle maniere feli¬≠ne e sanguigne, respingeva ed aizzava, s√¨ che l’amore con lei era strano per la brama insaziabile e per l’orgoglio instancabile che da lei usciva invadendo l’amante, stupito e contento di quel ch’ella insegnava a prendere e a dare, di quel che secolei si poteva. Insulti e tenerezze, la lasciavano indifferente. Soltanto quando nelle estreme convulsioni gli occhi suoi stravolti mostravano il bianco, in una rabbia di disperazione gioiosa insultava se stessa, e si dava di baga¬≠scia e di porcona, ridente, affannosa e morente di volutt√†¬Ľ. √ą un ritratto particolarmente¬† marcato,¬† proprio perch√© l’Argalia ha una funzione di contrasto, come personaggio popolale¬†¬† istintivo¬†¬† e¬†¬†¬† libero,¬†¬†¬† padrone¬†¬† di¬†¬†¬† s√©¬†¬† anche nell’abbandono pieno ai sensi, nei confronti dei personaggi politici del romanzo, da Vera Karpof ad Andrea Costa e a tutti gli altri compagni di Bakunin nel tentativo di insurre¬≠zione in Emilia e in Romagna, costruito su schemi astratti, senza nessuna vera conoscenza del popolo che sarebbe do¬≠vuto insorgere (e il ¬ębiondino¬Ľ Andrea Costa fa da contrasto, sia come intellettuale, sia per l’aspetto fisico, con la bruna e prorompente Argalia, oltre che con la bionda, raffi¬≠nata e un poco nevrotica Vera). L’Argalia √®, insieme col balletto allegorico dell’impresario tedesco e le orrende donne¬†¬† che¬†¬† lo¬† compongono¬†¬† e¬†¬† i¬†¬† discorsi¬†¬† pedanteschi dell’organizzatore e la rivolta degli spettatori, il risvolto aggressivamente ¬ęcomico¬Ľ della vicenda degli anarchici della Baronata prima, poi del tentativo di insurrezione anarchica e socialista insieme. Il ¬ępopolo¬Ľ di Bacchelli, che l’Argalia riassume nel proprio aspetto fisico e nel compor¬≠tamento amoroso, non √® il popolo che sognano Bakunin, Cafiero, Costa e gli altri: la prorompente carnalit√† e sen¬≠sualit√† dell’Argalia e la comicit√† grossolana e robusta degli spettatori dello spettacolo del balletto allegorico ne sono le grandiose, bizzarre, inventive, immaginose caratteristiche, autentiche, queste; e il gran corpo dell’Argalia, cos√¨ come la mescolanza di brama e di orgoglio, di gioia e di languo¬≠re, di baci e di morsi, di insulti e di volutt√†, ne sono il sim¬≠bolo, la figura che fisicamente lo concreta, cos√¨ come l’insistenza sui particolari e sulle forme e sul comporta¬≠mento, nell’orgasmo, dell’Argalia rappresenta la faccia gioiosamente comica della storia, in opposizione a quella severa e seriosa che gli storici hanno sempre descritto.
L’armonia fra polemica e grottesco, comicit√† e sarca¬≠smo, viene a essere uno scopo a cui Bacchelli mira, a fian¬≠co delle maggiori ambizioni dei romanzi storici e di quelli di passione e di descrizione sociale. Sottilmente, gi√† ne Il diavolo al Pontelungo, soprattutto nei capitoli italiani e, pi√Ļ specificamente, in quelli bolognesi, il rapporto fra iro¬≠nia e grottesco √® cercato e attuato da Bacchelli: il romanzo √® fondamentalmente storico, ma la parte che l’invenzione vi ha √® quella dell’ironia, appunto, sulla difficile conviven¬≠za degli ospiti della Baronata, sulle discussioni politiche e di denaro, sulle bizzarrie di personaggi che sfiorano la pazzia da un lato, dall’opposto la buffoneria oppure semplice¬≠mente il piacere dell’ozio e del mantenimento gratuito; e verso il grottesco piega decisamente la parte italiana del romanzo, anche nella descrizione del modo fra l’eroicomico e il penoso dell’organizzazione e del falli¬≠mento del tentativo insurrezionale, e della stessa figura di Bakunin, fra la tentazione della morte e la comicit√† del profeta anarchico che, vestito da prete, viene spinto a forza nella carrozza che dovr√† portarlo in salvo, e nello sportello della quale √® rimasto grottescamente incastrato, e scoppia allora a ridere senza freno.
Anche ne Il mulino del Po, del resto, il momento satiri¬≠co √® ben presente: penso al capitolo Il comizio di Mondo vecchio, sempre nuovo, con il personaggio della Lupacchioli, rappresentato con uno straordinario rilievo grottesco con le sue idee anticlericali, repubblicane, femministe, massoniche, in una grande e confusa mescolanza che offre a Bacchelli la buona occasione per l’acre furia demolitrice di tanti idoli ¬ęmoderni¬Ľ, cos√¨ alieni dal suo conservatori¬≠smo misoneista. E la descrizione del comizio, con la tron¬≠fia enfasi della Lupacchioli e degli altri oratori e il dialogo che si instaura fra gli oratori e il pubblico, con pi√Ļ sulfurei veleni ricorda lo spettacolo del balletto allegorico bologne¬≠se de Il diavolo al Pontelungo.

I due romanzi di Bacchelli in cui l’equilibrio fra polemica contro tutto il mondo moderno nelle manifestazioni e idee politiche, scientifiche, religiose, etiche, ecc., e la grandiosit√† dell’invenzione grottesca √® meglio raggiunto sono Il rabdomante, del 1936, e La cometa, del 1951. En¬≠trambi i romanzi hanno una struttura che un poco li avvicina a quella de La citt√† degli amanti: la vicenda si svolge in un luogo inventato, che ha la coloritura di un’utopia capovolta non meno di quella della citt√† costruita per ospitarvi lutti i tipi possibili e strani di amori. Nel caso de Il rabdo¬≠mante, il luogo √® la Vallemagna con il centro principale, Campostrina, mentre ne La cometa la vicenda si trova ambientata nella citt√† di Fumalvento, ¬ęsituata in un continente ¬ędi cui taccio il nome storico e geografico, perch√© da mezzo secolo √® occupatissimo a pesare la nebbia e a stacciare l’aria¬Ľ. La citt√† ideale, il luogo di utopia, sono capovolti nell’opposto radicale, che √® la valle dove tutti sono presi da una folle considerazione di s√© e accusano quelli di fuori di continue congiure per togliere a Vallemagna tutti i primati che dovrebbe avere e tutti i beni economici di cui godrebbe se non le fossero negati, ma dove nessuno fa nulla per migliorare la situazione comune, e tutti sono sordidamente avari o avidi e oziosi o ignoranti, mentre si credono astuti e sapientissimi (e finiscono a farsi ingannare e spogliare dal Turbo straniero che capita fra loro); oppure √® la citt√† di truf¬≠fatori, corruttori, ladri, profittatori, che si lascia prendere dal folle terrore della fine del mondo e mungere di roba e denaro. L’aggressivit√† satirica di Bacchelli sceglie nei due romanzi una comunit√† inventata s√¨, ma costruita sul model¬≠lo dei pi√Ļ comuni vizi e difetti umani, di quelli pi√Ļ abietti e sordidi, pi√Ļ vili e stolti: l’avarizia, la superbia, l’avidit√† di denaro, la lussuria, l’invidia, la vanteria, il parlare a vuoto, la presunzione, l’ignoranza contenta di se stessa, perch√© convinta di essere, invece, saggezza. Bacchelli vuole, insomma, descrivere il luogo di utopia come quello che, in realt√†, √® il luogo dove meglio si rivelano tutte le miserie degli uomini, tanto da essere capace, anzi, di offrirne il pi√Ļ completo e pi√Ļ evidente elenco. La sua utopia capovolta intende essere l’efficace e grandioso luogo di invenzione che riveli e raccolga in s√© le colpe e gli errori pi√Ļ diffusi degli uomini, perch√© possano essere rappresentati non con la tragicit√† della denuncia e con l’oratoria della predica o con l’esasperazione dell’indignazione e dell’ira, ma con l’ironia che √®, anzitutto, costruttiva, strutturale, cio√® si in¬≠carna nella finzione di due luoghi esemplari, Vallemagna e Fumalvento.
In entrambi i romanzi, Bacchelli stabilisce come prota¬≠gonista il personaggio di un beffardo e geniale ingannato¬≠re, dotato di grande abilit√† dialettica e di convincimento, che si insedia nella valle e nella citt√† e riesce a ingannare, con le pi√Ļ straordinarie e incredibili fandonie, tutti o quasi i cittadini e i valligiani, diventando famoso e onorato e, soprattutto, arrivando a spogliare gli uni e gli altri dei loro denari e a farsi beffe di tutti.
Junipero Cocconcelli, ne Il rabdomante, e Pomilio Bruscantini, ne La cometa, sono i due personaggi che fanno da reattivo dei vizi e delle miserie di Vallemagna e di Fumal¬≠vento, li mettono in luce, ne approfittano pienamente, in ultima analisi anche li puniscono, facendo in modo che tutti siano colti nell’inganno proprio a causa di ci√≤ che dal punto di vista morale li caratterizza pi√Ļ negativamente e colpevolmente. Junipero capita in Vallemagna per caso, e riesce subito a imporsi con la sua abilit√† di parola e con il tono sussiegoso e autoritario che assume, senza lasciarsi intimidire da nessuno, e anche con l’astuzia di dimostrarsi perfettamente informato degli abitanti della valle e delle loro manie. Punta sui difetti della gente, e si fa tutti succu¬≠bi e ammiratori. Con un sistema di societ√† per azioni e di banche, che dovrebbero sfruttare finalmente i favoleggiati depositi di minerali preziosi della valle, in realt√† miseri, le risorse idriche e idroelettriche, il turismo inesistente e improbabilissimo, le vie di comunicazione, porta via, in cam¬≠bio di pezzi di carta di nessun valore reale, tutto il danaro agli abitanti della valle, per di pi√Ļ, al momento opportuno, facendo apparire come responsabile di tutto il castello di inganni e dei conseguenti fallimenti Raffaello Saledolce, il rabdomante del titolo, che si prende dieci anni di carcere.
E l’astuto Junipero si gode anche la Teresina, moglie del rabdomante, e dalla donna ha l’informazione che gli vale la conclusione trionfale, che, cio√®, Raffaello Saledolce, da autentico e capace rabdomante, aveva trovato davvero una fonte di sicura ricchezza in una sorgente solforosa ricca di propriet√† medicamentose, onde pu√≤ creare terme e alberghi che d√†nno a lei grande prosperit√† senza pi√Ļ pericoli e, in fondo, lustro e qualche vantaggio anche alla valle.
Il beffatore bizzarro e abilissimo √® rappresentato da Bacchelli come colui che √® incaricato direttamente dallo scrittore-demiurgo di fare le proprie vendette sugli uomini. Alla polemica aspra e astiosa de La citt√† degli amanti, di¬≠retta contro il mondo moderno, si sostituisce un intento di pi√Ļ ampia e comprensiva satira, che vuole riguardare l’intera umanit√†, in quelli che ne sono i caratteri di sempre, i difetti e i vizi di sempre. Bacchelli coinvolge tutti gli uo¬≠mini nella sua satira: e ne concreta i vari tipi nei pi√Ļ signi¬≠ficativi personaggi della valle, dal farmacista Squillanti, detto Novissimo perch√© √® accusato a torto dalla gente di avere avvelenato un minatore,, invece vittima di una malat¬≠tia professionale, scapolo e misantropo, facile all’ira, attac¬≠cato agli antichi vasi e boccali della sua farmacia e alla nemmeno antica nobilt√† ormai molto decaduta, alla nipote di questo, Teresina Farina del Diavolo perch√© lentigginosa e, soprattutto, bella e di facili amori; dal Macubino, gestore della rivendita di tabacchi, al figlio Raffaello detto Saledolce per la dabbenaggine, che vuole fare il rabdomante e legge i libri di magia, ma, volendo dare una dimostrazione delle sue capacit√†, incorre in un grave scacco che suscita l’ironia e l’ira dei vallemagnini, tanto da ridurlo malconcio e da costringerlo ad andarsene dalla valle (salvo, poi, a ri¬≠tornarvi per opera di Junipero, che vuole servirsene per i suoi piani di sfruttamento della presunzione e della conse¬≠guente credulit√† e sciocchezza degli abitanti della valle); dal sindaco Galasso detto Rinoceronte, gran bevitore e mangiatore, all’asmatico notaio Sgarzi, a tutti gli altri che rapidamente si fanno succubi di Junipero, perfino felici di servirlo, di accettarne e obbedirne gli ordini, di credere a tutto quello che dice, di accoglierne anche, con umilt√†, i rimproveri oppure le proteste. Bacchelli fa del Cocconcelli il portavoce della sua satira: non pi√Ļ diretta, quindi, nei confronti di quelle che gli sembrano essere le storture della storia contemporanea e del modo di vivere e di pensare del mondo moderno, ma incarnata in figure, in personaggi, tutti con la loro nota di deformit√† fisica o morale, con la loro mania sordida, con i loro tic, con la loro volgarit√† e malignit√†, di cui Junipero fa giustizia, tutti inzannando e truffando allegramente e, alla fine, risultando anche vinci¬≠tore di ogni difficolt√† e di ogni problema sorto dal suo si¬≠stema di invenzioni di societ√† fantasma o fasulle e di una banca che non ha altri depositi che le azioni senza valore di quelle societ√†. E degna compagna di Junipero √® Teresina Farina del Diavolo: fin dall’infanzia, pronta a concedersi ai ragazzi, poi fidanzata di Raffaello Saledolce, infine sposa di questo, ma subito carica di amanti fino a mettersi insie¬≠me con il Cocconcelli (ma capace anche di tradirlo per vendicarsi dei suoi modi scostanti e superbi), ed essere l’unica che pu√≤ profittare della situazione, liberata, come viene, dal marito che va in prigione, mentre Junipero sfrut¬≠ta l’unica scoperta vera e utile del rabdomante e si fa ricco e rispettato, e fa ricca e rispettata anche lei.

√ą la vittoria dei beffatori sui beffati, che coincide, in ultima analisi, con il trionfo dell’inventore della beffa e dei beffati stessi, che √® il narratore. La vicenda, che, anche ne Il rabdomante, √® piena di excursus, di interventi dello scrit¬≠tore (come nell’Invocazione a modo di intermezzo, dedica¬≠ta a Gogol’ e all’eroe delle ¬ęanime morte¬Ľ Cicikov), di commenti, di considerazioni sui personaggi, sul loro comportamento, sui loro discorsi, soprattutto su ci√≤ che fanno e dicono Junipero e Teresina come i due effettivi protagonisti in positivo della serie di beffe e di inganni, economici e amorosi, che valgono a mettere in rilievo i difetti e i vizi degli abitanti di Vallemagna. In questa prospettiva, i salti logici e le incongruenze sono voluti, calcolati, e devono anch’essi rilevare che il romanzo non ha nessuna intenzio¬≠ne realistica, ma piuttosto √® un apologo, una narrazione esemplare, che √® valida per tutti i tempi e tutti i luoghi, an¬≠che se, qui, ci sono ferrovie e societ√† per azioni, centrali idroelettriche ed elezioni politiche e amministrative, e deputati, sindaci, repubblicani e socialisti, libero pensiero e banche. Tali presenze dell’attualit√† sono occasioni per ulteriori ironie dello scrittore, applicate a quelle forme della societ√† e della vita moderne che gi√† ne La citt√† degli amanti erano state oggetto di interventi satirici: ma ora la satira ha dimensioni pi√Ļ vaste, coinvolge la condizione e la natura umana nel suo complesso, e ha un andamento pi√Ļ alacre e ilare e avventuroso (Junipero, per esempio, a un certo punto si impanca anche a medico che √® in grado di curare l’asma del notaio con mirabolanti medicine che dice di aver ricevuto dagli indigeni del Sudamerica, e ottiene, per la sola forza della suggestione e delle belle parole, ri¬≠sultati effettivamente miracolosi, o che tali appaiono). La beffa e la truffa di Junipero sono, insomma, una festa, con momenti grandiosamente grotteschi, come l’arrivo del personaggio a Campostrino, vestito di stracci, ma che, tutta¬≠via, riesce a imporsi al guidatore della carrozza pubblica che fa servizio fra la stazione e il paese e che √® detto Ortica per lo spirito caustico, con una sicurezza di s√©, una serie di ben raccontate vanterie, un sussiego da gran signore, pre¬≠sentandosi in questo modo alla popolazione che ne rimane subito soggiogata; oppure come la fallita dimostrazione delle proprie virt√Ļ di rabdomante, capace di scoprire l’acqua con la vibrazione dell’apposita bacchetta, che d√† Raffaello Saledolce di fronte ai vallemagnesi, scegliendo sciaguratamente di fare la prova sul ponte che oltrepassa un f√¨umiciattolo dove effettivamente l’acqua c’√®. La bac¬≠chetta vibra ma √® anche evidente l’esistenza dell’acqua senza bisogno che venga il rabdomante con la vibrazione della bacchetta a rivelarla. Bacchelli moltiplica gli episodi, soprattutto i discorsi, che sono costruiti con particolare cu¬≠ra nella parodia delle orazioni politiche e delle relazioni dei consigli di amministrazione. Come accade in ogni ope¬≠ra satirica, lo scrittore va dietro a ogni occasione, si tratti dei dotti scienziati della citt√† universitaria, detta Ladronaia dai vallemagnini, perch√© considerata la nemica per eccel¬≠lenza, quella che ha portato via a Vallemagna tutte le risor¬≠se con la menzogna e l’inganno, oppure della moda per la rabdomanzia, presa sul serio come scienza dai contempo¬≠ranei (e Raffaello Saledolce la porta a una perfezione parti¬≠colare, non tanto perch√© trova minerali e sorgenti, sia pure di non grande valore, a parte quella di acque solforose che, per√≤, si tiene per s√©, nei suoi appunti, quanto perch√© impa¬≠ra a rilevare, dai moti della bacchetta, il carattere delle per¬≠sone, e scopre cos√¨ che dove √® Junipero si hanno i movi¬≠menti tipici del truffatore e dell’ingannatore, e dove √® il padre quelli dell’avaro che fa incetta di denaro e lo nascon¬≠de con abilit√†, anche se poi, quando chiede alla bacchetta notizie di Teresina, quella gli d√† assicurazioni sull’onest√† della ragazza: ma, commenta Bacchelli, gli inganni d’amore non sono gravi e meritano sempre comprensione e complicit√†, anche da parte della bacchetta di un rabdoman¬≠te).
La vicenda di Junipero Cocconcelli √® volutamente non realistica, improbabile, troppo clamorosamente fuori di ogni verosimiglianza, perch√© ne √® caricato il carattere paradossale, cos√¨ come caricati nei loro vizi e nei loro difetti sono i personaggi di Vallemagna, perch√© pi√Ļ esemplare risulti la rappresentazione della beffa di cui sono fatti og¬≠getto, meritamente ingannati con tutta la loro presunzione e le loro pretese di essere astuti e abili. √ą, tuttavia, una sati¬≠ra allegra nella sfrontatezza e nell’inventivit√† del meccani¬≠smo d’inganno e di beffa: e sapiente vi √® l’uso del grotte¬≠sco, come quando a Teresina nasce un figlio, che non pu√≤ essere di Raffaello Saledolce (anche se questi lo crede) per ragioni di tempo, ma, dall’aspetto, Junipero scopre che non √® neppure figlio suo, ma del segretario delle imprese in cui Raffaello √® diventato amministratore responsabile, perch√© la donna se lo √® preso per amante col fine di vendicarsi dei modi non troppo teneri di Junipero.

La cometa ha la stessa struttura, costruita com’√® anch’essa sull’arrivo, in una citt√†, di un curioso personag¬≠gio, Pomilio Bruscantini, che si vanta scienziato e che porta una terribile notizia: l’imminente fine del mondo perch√© sta arrivando una micidiale cometa che distrugger√† la terra e la desoler√† con i vapori velenosi della sua coda. Ma l’atmosfera del romanzo del 1951 √® del tutto diversa rispet¬≠to al romanzo del 1936: non per nulla √® passata la guerra e siamo ormai in era atomica, onde il terrore della fine del mondo e dell’umanit√† non √® un’astratta paura, ma quella che ha il riscontro concreto e attualissimo della bomba ato¬≠mica, caduta a cancellare Hiroshima e Nagasaki. Anche Pomilio vuole mettere in piedi una truffa e farsi beffe dei timori, delle superstizioni, delle debolezze degli abitanti di Fumalvento, e approf√¨ttarne per fare denaro, ma la minac¬≠cia che fa balenare davanti ai cittadini di Fumalvento ha un atroce riscontro nella realt√†, e la paura della fine √® davvero al fondo delle pur magagnate e buie coscienze dei fumalventini, onde Pomilio fa forza su un sentimento tragico, non su difetti e debolezze e vizi soltanto risibili e degni di essere fatti oggetto di beffa. La cometa ha un che di livido, di funereo; e il riso, quando c’√®, √® amaro, un poco crudele. L’inizio sembra riattaccarsi alla festevolezza de Il rabdomante: Pomilio arriva in casa di un pacioso ed egoista misantropo, triste, apatico, ignorante, pauroso, che vive dei piaceri della cucina e di quelli che gli offre di tanto in tanto la sua governante piena di buon senso e di misura, l’unica, poi, che non prester√† mai fede all’apocalittica eloquenza di Pomilio; e a Ferdinando Golasecca impone la propria pre¬≠senza, presentandosi come scienziato e astronomo autore¬≠volissimo, potente, appartenente a una sorta di suprema accademia di scienziati, che hanno scoperto che la cometa in arrivo o distrugger√† o, almeno, render√† deserta la terra.
La beffa di Pomilio muove di qui, ma la paura del Go¬≠lasecca non pu√≤ essere guardata con il divertimento con cui si guarda al gonzo e all’ignorante che crede a quello che gli si dice e, soprattutto, a chi sa imporglisi con l’abilit√† oratoria e vantando quelle conoscenze scientifiche che sono la nuova e misteriosa fede dei tempi moderni. La paura folle che prende il Golasecca √® vera, come √® vera la paura degli abitanti di Fumalvento a cui a poco a poco la notizia dell’imminente fine del mondo viene fatta trapelare da Pomilio come una sorta di favore straordinario elargito alla citt√†. La fine del mondo non √® soltanto la minaccia fatta balenare da Pomilio per poter ingannare gli abitanti di Fumalvento e ottenerne favori e denaro, facendo loro fab¬≠bricare ridicoli rifugi di vetro contro i veleni della coda della cometa e maschere un poco meno protettive, ma tut¬≠tavia in grado di far superare i momenti peggiori, facendo¬≠si pagare le consulenze per tentare di salvarsi dalla cometa oppure i consigli scientifici di ogni genere e quelli finan¬≠ziari, e rastrellando oro e denaro con la promessa di met¬≠terli al sicuro in altri continenti probabilmente destinati a essere risparmiati dalla rovina cosmica; ma √® anche il reale e concreto timore che sta nel fondo di tutti dopo che hanno saputo delle bombe atomiche sganciate sul Giappone e de¬≠gli infiniti ordigni analoghi pronti negli arsenali delle gran¬≠di potenze. Il riso √®, allora, cupo, triste, maligno: n√© gli abitanti di Fumalvento sono i vallemagnini un poco tonti e goffi ma non maligni, poich√© la guerra ha portato anche in loro un male che √® tragicamente atroce e spietato quando non √® abietto. Di questo male √® l’incarnazione Saturno Falsacappa, orefice: che organizza una rete di giovani traviati per servirsene sia sessualmente sia per furti e rapine, per poi, a volta a volta, denunciarli egli stesso alla polizia quando diventano troppo pericolosi e si dimostrano non abbastanza abili o non abbastanza malvagi e privi di scru¬≠poli. Il Falsacappa ha il volto probo, che nasconde la natu¬≠ra diabolica: egli diffonde intorno a s√© il male, e ne ricava il guadagno e, insieme, anche il piacere del soddisfacimen¬≠to dei suoi gusti sessuali. In questa prospettiva, √® un perso¬≠naggio centrale de La cometa, pi√Ļ, forse, dello stesso Po¬≠milio, che √® pure il motore della vicenda, poich√© √® emble¬≠matico della nuova dimensione umana che Bacchelli indica come nata dalla guerra e dalle violenze che vi furono com¬≠messe, pubbliche e private, soprattutto nel periodo conclu¬≠sivo¬† della¬† lotta¬† civile.¬†¬† Nel¬† Falsacappa¬† si¬† compendia l’aspetto livido, ipocrita, crudele, repellente del vizio mo¬≠derno, di quel male che √® anzitutto indifferenza nei confronti della violenza inflitta, anzi piacere di infliggerla.

Allora l’annunciato arrivo della cometa che dovrebbe porre fine all’umanit√† appare essere anche una sorta di va¬≠gheggiamento, da parte dell’indignato moralismo dello scrittore, della fine totale di un’umanit√† che √® riuscita, nel¬≠la guerra, a toccare culmini estremi di orrore e di morte, e, dopo, anche nell’ambito limitato ed esemplare di Fumalvento, a commettere delitti efferati, con tranquilla spieta¬≠tezza, senza preoccuparsi delle vittime, anzi dimenticando¬≠ne quasi i cadaveri subito dopo averle massacrate. Nasce di qui la narrazione delle imprese di Vilma Perruccotti e della sua banda di giovanissimi, riunita per il tramite della bel¬≠lezza della ragazza e delle arti da lei messe in opera per legarsi a tutti senza condiscendere a nessuno. E il lungo ca¬≠pitolo La cena al Suvereto, che ci racconta un fatto di cro¬≠naca dell’immediato dopoguerra, il massacro per rapina di una famiglia di contadini a Villerbasse, presso Torino, a opera di un gruppetto di sbandati. Ci√≤ che Bacchelli aggiunge √® il di pi√Ļ di ambiguit√† e di ferocia che nasce dal fatto che il piacere della violenza, delle rapine, del fare male alle vittime, infine della tortura dei contadini in casa dei¬† quali¬† la banda pensa di trovare¬† oro e denaro,¬† e dell’uccisione, alla fine, di tutti, e il piacere della seduzio¬≠ne, del sesso, del desiderio amoroso, della sottomissione all’energia e alla bellezza di Vilma, si intrecciano e fini¬≠scono con il confondersi in un unico impulso. Bacchelli vuole toccare il culmine del disgusto attraverso il fatto che a capo della banda, istigatrice delle violenze, sia una don¬≠na, e coloro che formano la banda siano in buona parte ra¬≠gazzi di buona famiglia, corrotti dal Falsacappa e da Vilma. Di conseguenza, insiste in modo particolare sulle tor¬≠ture inflitte al capofamiglia del Suvereto e, dopo il massa¬≠cro, sulla cena che gli assassini, affamati dopo la tensione della rapina e delle uccisioni e dopo l’appagamento dei sensi che ne √® derivato, consumano davanti ai cadaveri: e vi partecipa anche il migliore della banda, che ha cercato fino all’ultimo di impedire il massacro e che, subito dopo, si uccide. In questo modo, Bacchelli intende dimostrare che, se la cometa portasse davvero quell’apocalissi che Pomilio minaccia per i suoi intenti di truffa e di inganno, sarebbe giustiziera pienamente meritata dagli uomini: che non sono soltanto profittatori, lussuriosi, avari, mentitori, come erano quelli esemplificati nei villamagnini de Il rabdomante, ma hanno ormai oltrepassato i confini dell’umanit√† e si sono ridotti a uno stato di totale ferinit√†.
√ą questo il motivo di fondo del romanzo: che non perde occasione di proporre sarcasmi su vicende politiche, sul dissolversi dei princ√¨pi etici nella famiglia come nella so¬≠ciet√†, sulla moda, ma che ha, dentro, un’ira cupa, che sug¬≠gerisce l’apocalissi come la meritata punizione delle colpe degli uomini, che hanno toccato limiti da cui non √® possibi¬≠le pi√Ļ ritornare indietro per provare il rimorso e cercare il perdono. Il romanzo vuole essere, allora, l’invenzione en¬≠tro¬†¬† cui¬†¬† √®¬†¬† possibile¬†¬† raffigurare¬†¬† tale¬†¬† distruzione¬†¬† di un’umanit√† indegna e bestiale: come ipotesi, naturalmente, perch√© vero scrittore apocalittico Bacchelli non √® e forse √® troppo presto per essere tale, nel 1951, quando La cometa viene pubblicata. Non √® che manchino le pagine del gran¬≠dioso grottesco di cui Bacchelli √® maestro: per esempio, quelle che descrivono lo spettacolo a met√† ripetizione del ballo Excelsior e a met√† messa nera, ma a un livello di bas¬≠sa comicit√† dozzinale, messo su da Pomilio e dal suo socio in truffe Benigno Amadeus Vintertur de Vestingaus, con l’aiuto di due compiacenti ragazze, fra apparizioni di de¬≠moni, luci che sembrano al Golasecca, unico spettatore, di origine misteriosa e infernale, adorazioni della Dea Ragio¬≠ne naturalmente nuda, parole inventate, minacce di feroci vendette che colpirebbero immancabilmente il povero Golasecca se si azzardasse a rivelare qualcosa di quello che ha visto e ha saputo della cometa e della gran Congrega degli Astronomi, che Pomilio gli ha fatto credere dominatrice del mondo; e, in mezzo a tutto questo un lauto ban¬≠chetto, gli insulti e i litigi fra Pomilio e il sedicente de Ve¬≠stingaus e fra le ragazze. Abnormi, sbrindellati, confusi, i capitoli che descrivono le arti di Pomilio e dei suoi amici e accoliti, uomini e donne, per convincere il Golasecca che l’arrivo della cometa √® vero, e vere ne saranno le rovinose conseguenze, e che √® necessario conservare il segreto come privilegio a lui concesso, ben sapendo che la governante del Golasecca si affretter√† a raccontare tutto, e in questo modo le basi per la grande truffa saranno saldamente poste, sono i pi√Ļ ilari, liberi, fantasiosi del romanzo, gli unici che si abbandonano al divertimento delle trovate, sempre nuove e diverse, con cui si animano grottescamente l’arrivo di Pomilio in casa del Golasecca, l’imporsi al mal¬≠capitato e pauroso egoista, lo spettacolo goffo e ridevole con cui definitivamente se lo fa succubo, costringendolo ad accettare anche il de Vestingaus e le due ragazze.

Dopo, tutto √®, invece, cupo e amaro. Le reazioni degli abitanti di Fumalvento sono prevedibilmente di terrore: e c’√® chi, addirittura, si uccide per il timore di morire all’arrivo della cometa, chi si mette a mangiare e a bere a pi√Ļ non posso per non perdere le ultime possibilit√† di pia¬≠cere prima dell’apocalissi, chi moltiplica affanni e delitti, chi medita nuovi modi di fare denaro approfittando della paura degli altri, chi vuole affrettarsi a mettere fine a liti e cause per avere, finch√© √® in tempo, soddisfazione, chi si da alle pratiche religiose e vede addirittura miracoli, chi inten¬≠de mettere a posto situazioni amorose irregolari. Insomma, l’imminenza della fine ribadisce ciascuno nel suo vizio o nella sua vilt√† o nelle sue colpe: anzi, le esalta e accentua. Alla fine il Bruscantini finisce perfino a essere stanco dei suoi stessi raggiri, della sua abilit√† di oratore, che ha incan¬≠tato la citt√† e l’ha convinta della prossima fine, del fatto che tutti gli hanno creduto e gli hanno consegnato beni e denari, dei segreti infami e luridi che il terrore ha fatto venir fuori: e prima dell’effettivo arrivo della cometa se ne va con i suoi complici, carico di denaro, ma anche della noia per tanta miseria morale. Il grottesco della truffa stin¬≠ge nella nausea dell’abietta oscurit√† delle anime, che √® og¬≠getto di condanna senza remissione, di predica, di sarca¬≠smo: e la narrazione si rifrange allora nei moltissimi perso¬≠naggi che via via sono descritti e raffigurati nelle manie, nei vizi, nelle infamie e nel ridicolo, si tratti di borghesi illuminati come di gente del popolo, di bottegai come di professionisti, cos√¨ come, contemporaneamente, il narrato¬≠re si ferma a creare a proposito di ogni situazione o perso¬≠naggio l’occasione per ironizzare sul sistema politico e sociale, su scienziati e generali, sulla stampa come sulle idee moderne di progresso, sul dissolversi della famiglia, sul libero pensiero e sull’ateismo come anche sulla stessa religione nelle forme superstiziose di cui si ammanta.
√ą l’altro aspetto della narrazione satirica di Bacchelli: ma, ne La cometa, la condanna non ha pi√Ļ i modi, sia pure predicatori e ammonitori, de La citt√† degli amanti, e tanto meno la levit√† di gioco e sorriso de Il rabdomante. La sati¬≠ra di Bacchelli √® senza pi√Ļ desiderio di ridere perch√© ne sono oggetto non pi√Ļ la dabbenaggine e le ipocrisie degli uomini e della storia, ma una profonda e irrimediabile mal¬≠vagit√†, tanto pi√Ļ dolorosa in quanto l’umanit√† si trova di fronte oggi al vero pericolo della distruzione del mondo, non gi√† per effetto di una cometa, su cui si pu√≤ ancora ri¬≠dere perch√© √® frutto soltanto di un inganno e di una truffa, ma per opera della bomba atomica, in cui quella malvagit√† si incarna perfettamente, come sua opera. Il romanzo, allora, viene a proporre al suo interno non pi√Ļ la narrazione della truffa del Bruscantini, ma questa condanna di distruzione che il feroce moralismo di Bacchelli decreta, dopo aver rispecchiato vizi e malvagit√† degli uomini. C’√® un personaggio che, nel romanzo, continuamente accumula l’elenco di tutti i modi, naturali e creati dall’uomo, che mi¬≠nacciano la vita, con il piacere di terrorizzare i concittadini e di porli ogni volta di fronte a quell’orrore che vorrebbero tacersi e nascondersi. √ą il portavoce dello scrittore, natu¬≠ralmente accentuato grottescamente in omaggio alla natura satirica del romanzo: ma questo √® il messaggio di fondo dell’opera, l’augurio, cio√®, che effettivamente l’apocalissi ci sia, per la giusta punizione delle insopportabili colpe dell’umanit√†,¬†¬†¬†¬† appena¬†¬†¬† corretto¬†¬†¬† dall’altra¬†¬†¬† figura dell’orologiaio Remigio Squinziani, che va in segreto a trovare in carcere gli assassini del Suvereto per portare loro qualche compagnia e conforto, senza preoccuparsi se si pentono o no di quello che hanno fatto. La conclusione del romanzo definisce perfettamente l’accanimento polemico di Bacchelli, diretto contro l’intera umanit√†: ¬ęA quell’ora doveva essere gi√† uscita di macchina la prima edizione del giornale locale, che non doveva perdere il primo treno. Pa¬≠recchia gente… ebbe la curiosit√† di andare alla redazione, per sentire come √® stata accolta la Cometa nel rimanente del mondo. L’ebbero, la notizia singolare, non precisamen¬≠te nuova. Si affacci√≤ un redattore e, richiesto della Come¬≠ta: – Che Cometa? – disse; – la Cometa passa in cronaca. – E invece lesse i titoli delle recentissime della notte: – Situa¬≠zione tesa: minaccia di guerra fra continenti; dichiarazioni ufficiali e bilaterali che in caso di conflitto tutte le armi inventate dalla scienza moderna saranno adoperate per af¬≠frettare il trionfo della libert√†, della prosperit√† e della feli¬≠cit√† umana, nessuna esclusa; i paesi dell’Europa sotto la traiettoria dei proiettili radiocomandati. – Ha detto sotto la mira? grid√≤ uno che non aveva udito bene. – Sotto la traiet¬≠toria, – disse il giornalista, – ma non so quanta differenza ci sia, se la va avanti cos√¨. Uno di quei curiosi, allora, si volse a cercar la Cometa, gi√† quasi invisibile fra le stelle che sparivano sollecitamente; e diceva fra serio e faceto, cer¬≠candola: – Qui bisogna ricominciare. – Tu vuoi dire – gli osserv√≤ un altro – ricontinuare. – Questo esorbita – dissero tutti – dalla Cometa. Allora quello scorse, tutta pallida d’argento, la Cometa languente nell’alba, e le disse: – O Cometa, Cometina bella, quant’era meglio se questa facezia iernotte per sempre l’avessi terminata tu!¬Ľ.

√ą la conclusione del pi√Ļ radicale pessimismo in cui va a finire l’invenzione truffaldina di Pomilio Bruscantini, la morale della favola, della fine del mondo di fronte alla vera apocalissi che √® quella delle nuove armi fabbricate dalla scienza e pronte per essere usate dai politici. Di qui muove il ben pi√Ļ tardo romanzo di Bacchelli: Il Progresso √® un Razzo: un romanzo matto, del 1975, nel quale, infatti, in apertura, il protagonista, Saturnio Foscherari, espone analoghe idee sull’umanit√†, conversando con Ultimino Simifonti, che diventer√† suo compagno di avventure e amico fedelissimo: ¬ęEra dell’opinione che la crescita del genere umano lo destini alla fame. Perci√≤ diceva, visto che l’uomo e la donna non senton ragione o ascoltano soltanto quelle dei loro organi sessuali, andrebbero… – Castrati?! – Baste¬≠rebbe proteggere mosche e zanzare. – Eh?! – II tripanosoma o malattia del sonno, la febbre gialla o vomito nero, la ma¬≠laria, sono stati correttivi efficaci alla malefica moltiplica¬≠zione dell’uomo. E dunque √® benefica la mosca tz√®-tz√®, la zanzara della febbre gialla, l’anofele della malaria. Tutto quello che diminuisce il numero degli uomini andrebbe favorito e protetto. – Anche le epidemie? – Anche e special¬≠mente: sono i correttivi pi√Ļ efficaci¬Ľ. Il protagonista attra¬≠versa la storia contemporanea nelle forme pi√Ļ diverse: √® prigioniero dei Tedeschi, deportato, messo a lavorare, in quanto √® laureato in fisica matematica, alla fabbricazione dei missili da lanciare contro l’Inghilterra prima e gli Stati Uniti poi, √® sottoposto a processo dagli alleati perch√© non riesce mai a non dire le verit√† pi√Ļ spiacevoli sulle colpe e sulle prevaricazioni dei vincitori, viene considerato pazzo e rinchiuso in una specie di manicomio, dove si innamora di una bella psicologa tedesca, viene liberato, incomincia a essere oggetto di rivelazioni telepatiche, che finiscono con il coinvolgerlo in una storia di naufragi che coprono, in realt√†, il commercio della droga, finisce di nuovo in carce¬≠re e di nuovo √® definito pazzo ed espulso dall’Inghilterra dove era andato per cercare di ottenere, alla famiglia del telegrafista della nave affondata, una pensione, sempre per motivi umanitari va a sfidare la potente organizzazione maf√¨osa che sovraintende al traffico della droga nella sua sede principale, vi rischia la morte, √® risparmiato, va in Svezia in tempo per ironizzare sul premio Nobel dato a Churchill, √® espulso, capita in Unione Sovietica e ha un colloquio con Stalin al culmine della sua potenza, viene espulso anche di l√¨ e, alla fine, va in Cina, a conversare con Mao e a cercare di dimenticare tutto il male del mondo che ha appreso nei suoi viaggi e nelle sue esperienze in una fumeria d’oppio, sempre accompagnato e aiutato dal fedele Ultimino.
Ma il romanzo non ha affatto un filo cos√¨ preciso, un andamento cos√¨ lineare. √ą un viaggio immaginario nel mondo della guerra e soprattutto del dopoguerra, che coin¬≠volge fatti e idee, come gi√† ne La citt√† degli amanti, in un’uguale acredine polemica. Saturnio √® un perpetuo bastian contrario, che √® sempre contro tutti coloro che ha di fronte, tanto pi√Ļ poi se sono potenti, vincitori, in grado di schiacciarlo e di metterlo fuori del consorzio umano relegandolo fra i pazzi incurabili. Egli dice sempre la verit√†, per spiacevole e maligna che sia: se la prende con il pro¬≠cesso di Norimberga come sulla legge del profitto a cui obbedisce anche (anzi, esclusivamente) l’idealizzata Inghilterra, con la psicoanalisi come con le atrocit√† dei bom¬≠bardamenti alleati sulle citt√† tedesche e con la distruzione di Hiroshima e di Nagasaki con le bombe atomiche, con Stalin e con Truman (che, di peggio, ha per lui, nei confronti di Stalin, l’ipocrisia puritana), con le compagnie di assicurazione e con le menzogne della stampa, con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica che dimenticano i trascorsi na¬≠zisti degli scienziati tedeschi per accaparrarseli, e, in questo modo, rischia la prigione, la morte, nella migliore delle occasioni la condanna all’ospedale psichiatrico come paz¬≠zo. Saturnio √® una sorta di sgradevole, antipatico, maligno don Chisciotte (che, infatti, √® espressamente citato) che se ne va per il mondo fra guerra e dopoguerra a combattere, con la proclamazione delle verit√† pi√Ļ spiacevoli e inaccet¬≠tabili, contro i mulini, che a vento non sono, delle istituzio¬≠ni politiche, economiche, religiose, morali del nostro tem¬≠po, accompagnato dal fedele Ultimino Simifonti, che gli fa da Sancio Pancia. Pi√Ļ ancora de La citt√† degli amanti, de Il rabdomante e de La cometa, Il Progresso √® un Razzo √® un romanzo senza misura e linea, che non sia quella del viag¬≠gio nei luoghi tipici del male e del disordine contempora¬≠nei, che Bacchelli intende colpire attraverso il suo perso¬≠naggio-portavoce. Per questo, √® un’opera molto ripetitiva, che¬† ripropone¬† situazioni,¬† guai,¬† difficolt√†,¬† ostacoli¬† per quell’incoercibile portatore di discorsi controcorrente e a tutti sgraditi che √® Saturnio Foscherari. Di diverso, rispetto ai romanzi satirici precedenti, c’√® l’abbandono di ogni grandiosit√† di invenzioni grottesche per un’insistenza sul dialogo, che finisce a rendere secco e abbastanza prevedi¬≠bile il narrare, una volta che si sia colto l’intento dissacra¬≠torio e negatore di tutti i concetti, le impostazioni ideologiche, le concezioni politiche, i giudizi della storia recente.

Quando Bacchelli tenta di volgere al comico qualche situazione, come nella vicenda della visita alla centrale della mafia e delle ridicole e dolorose punizioni che sono inferte a Saturnio e a Ultimino per convincerli a non dare pi√Ļ fastidio, e come nella descrizione della vita nell’ospedale psichiatrico in Germania di Saturnio, rin¬≠chiuso, per ordine degli alleati in quanto dichiarato pazzo perch√© scomodo, c’√® tuttavia sempre qualcosa di troppo arido e calcolato, qualcosa di un poco misero, una comicit√† pi√Ļ petulante e pettegola che libera e inventiva, quasi una grettezza e un risparmio del vivere e delle idee, che nasco¬≠no da insofferenza non soltanto per i vizi del mondo e per le ipocrisie della storia, ma anche per la vita in s√©, per la storia in s√©, per tutti gli entusiasmi, per tutte le speranze, per la verit√† stessa del mondo, che Saturnio riduce alle par¬≠ziali e disperse verit√† delle sue sentenze anticonformiste e polemiche. Voglio dire che il romanzo, che vuole dichiara¬≠tamente rifarsi al roman philosophique settecentesco, e a Voltaire in specie, non ne ha la grandiosa e perfida ironia, ma espone piuttosto i frutti di un pi√Ļ misero astio. La con¬≠giunzione di grottesco e di satira viene meno: il furore ico¬≠noclasta e il disgusto per l’umanit√† ritornano a prevalere anche sull’invenzione letteraria, che finisce a essere mec¬≠canica e, appunto, ripetitiva. Voglio dire che la sulfurea forza satirica de La cometa, che, all’inizio, sembrerebbe incarnarsi di nuovo con particolare efficacia in Saturnio Foscherari, poi si stempera e si disperde in troppe intenzio¬≠ni e situazioni, in troppi dialoghi che ripropongono sempre le stesse posizioni volutamente e violentemente inattuali e controcorrente, che avrebbero potuto avere migliore evidenza se fossero state concentrate in un numero minore di dimostrazioni e di esemplificazioni. Anche per questo la grandiosit√† funerea e distruttiva de La cometa pi√Ļ non si ripete: di fronte all’apocalittico (per truffa) Pomilio Bruscantini, che ha il gusto del grottesco e¬† dell’esagerazione e del prendersi gioco delle debolezze e dei vizi degli uomini e, di conseguenza, anche della letteratura apocalittica e avveniristica e della paura atomica, nonch√© delle consolazioni spiritualiste e religiose, Saturnio Foscherari non √® molto pi√Ļ che un portavoce dell’autore ma sul piano della polemica giornalistica pi√Ļ che di quella etica ed estetica √ą, allora, opportuno risalire di nuovo all’indietro nell’attivit√† narrativa di Bacchelli e, detto che i racconti giocosi e comici, come lo scrittore li definisce, non hanno, in genere, nessuna rilevanza, dal momento che Bacchelli non √® scrittore di misura breve, ma ha bisogno di ampi spa¬≠zi per la sua eloquenza morale e psicologica, e anche nell’ambito della satira, che pure √® genere secco e brullo, non rinuncia alla frondosit√† e all’abbondanza nello sfogo dell’invenzione grottesca, richiamarsi a quella parodia letteraria che √® Lo sa il tonno (del 1923), che ha come sottoti¬≠tolo Favola mondana e filosofica. Di tutte le opere satiri¬≠che di Bacchelli, la ¬ęfavola¬Ľ del tonno, del pescespada e del remora in giro per i mari e gli oceani √® quella che vuole avere minori responsabilit√† ideologiche e pi√Ļ specifici ma anche pi√Ļ liberi e inventivi intenti di parodia. √ą, infatti, anzitutto una parodia del romanzo di formazione: il tonno, molto giovane, se ne va di casa per conoscere la vita e il mondo delle acque marine, incappa in una guerra fra granchi e aragoste e rischia di essere preda di queste ultime, giunge dove √® il popolo dei tonni, non senza aver prima fatto esperienza d’amore con un’ostrica che gli lascia un brutto ricordo di s√©, assiste alle lusinghe delle tonne pi√Ļ sfacciate ai tonni pi√Ļ sprovveduti, si innamora di una tonna e la sposa, fa amicizia con un pescespada coraggioso anche se millantatore, involontariamente diviene l’ospite di un remora che gli si attacca alla coda, finisce nella rete della tonnara da cui il pesce spada lo salva, quindi insieme i tre se ne vanno in giro, incontrano un feroce pescemartello da cui scampano a fatica, capitano ad Atlantide che non √® che una nave affondata a proposito della quale dotte aragoste e pesci non meno dotti discutono scientificamente se si tratti di un organismo vivente o del risultato degli influssi astrali o di un animale fossile, tutti negando che possano esistere altri esseri viventi oltre quelli che sono nel profondo dell’oceano, anzi che esista una superficie dell’oceano stesso, a malgrado della testimonianza di un vecchio pesce di superf√¨cie, capitato per caso l√¨ nel fondo, infine giungo¬≠no a interrogare la vecchissima Sibilla virgiliana finita in un antro dell’oceano quando fu scacciata da Cuma dai cri¬≠stiani, invano ne attendono qualche informazione sul loro futuro, perch√© ormai non fa che ripetere le sentenze dei saggi antichi senza pi√Ļ nessun rapporto con la situazione di chi la interroga e con le domande che le sono fatte, e pro¬≠prio in questa occasione il tonno √® pescato mentre cerca di salvare il pescespada dallo stesso rischio, e va a finire sulla nave del principe di Monaco dove √® refrigerato per il tra¬≠sporto, poi scongelato per concludere l’esistenza in una pescheria e qui raccontare tutta la sua storia, appena rinve¬≠nuto, al narratore, che se ne fa estensore nella lingua degli uomini.
Ma Lo sa il tonno, oltre a essere la parodia del romanzo di formazione, che si conclude, dopo l’esperienza fatta, non nel ritorno a casa, ma, al contrario, nel patetico sacrifi¬≠cio per salvare l’amico e sul banco della pescheria, nella parte del memorialista di se stesso, dell’autobiografo, √® anche parodia del conte philosophique, sul modello del Candide, con tre e non due soltanto a percorrere il mondo e a vederne i pregi e i difetti, gli orrori e le bellezze, perch√© accanto all’ingenuo tonno c’√® il molto pi√Ļ esperto pescespada, ma c’√® anche il maligno, ironico, dissacrante remo¬≠ra, che commenta via via gli eventi e le avventure dei due protagonisti, rivelando l’altra faccia delle cose (come quando dice al tonno, che si √® a stento salvato dalla tonnara dove √® rimasta invece la tonna appena sposata, che questa non era affatto vergine e ingenua, ma ormai alla terza esperienza amorosa) e compiendo un continuo controcanto acre, distruttivo, velenoso, rispetto a quanto dicono e fanno il nobile pescespada e l’entusiasta e giovanilmente sprov¬≠veduto tonno. E c’√® una parodicit√† particolare, come quan¬≠do il remora fa leggere al pescespada Le memorie d’una ragazza di piacere o quando si dimostra ¬ębourgettiano con qualche venatura alla Dostoievschi, barbussiano o che so io qual altro scampolo d’infima letteratura, questo caro apostolo e confessorino di quelle scuole che non posson mandare a letto due amanti senza una citazione di Pascal¬Ľ, o ancora quando compare Alfeo a celebrare la purezza del mondo classico, o quando si ironizza su Victor Hugo e la sua descrizione della piovra ne Les Travailleurs de la Mer, che rende inutile ogni altro tentativo di descrizione di pio¬≠vre, o quando i due amici parlano come nel teatro sensible e nei romanzi pedagogici settecenteschi. E c’√® la discussio¬≠ne scientifico-filosofica a proposito del relitto della nave in Atlantide, e c’√® il capo dei granchi, di nome Rigirone, che riesce a vincere tutti i concorrenti e gli avversari, a farsi proclamare imperatore, ma di soli quattro granchi supersti¬≠ti di rivolte ed esecuzioni capitali, e ci sono le citazioni in francese del pescespada e del remora che dimostrano di conoscere quella lingua molto bene, e il pescemartello che parla come in tanke giapponesi, e le citazioni di Biante, Diogene, Sant’Ambrogio, Cicerone, Eraclito che fanno la Sibilla e il rombo che porta i tre viaggiatori davanti alla profetessa e Byron, Manzoni, Shelley pur essi ironizzati, il pescecane che cita Erodoto ed √® corretto dal pescespada che gli contrappone Strabone, e il pescespada che rimpian¬≠ge di non aver letto i Ragionamenti dell’Aretino perch√© ne ha trovata soltanto un’edizione antica ¬ęcogli esse scritti come gli effe¬Ľ, ma proclama di conoscere il Guerrin Me¬≠schino, l’Orlando furioso e Saturnino Farandola per dimostrarsi di buone letture. Ci sono poi gli interventi diretti del narratore, onde rilevare meglio le intenzioni parodiche e di satira letteraria, come quando se la prende con l’amore romantico o come quando accompagna l’uscita dei suoi tre personaggi dal Mediterraneo per l’Atlantico: ¬ęCome l’Ulisse di Dante, ma c’era il remora, come il Colombo della storia, ma c’era il remora, come i due pii guerrieri del Tasso, ma c’era il remora, i nostri due pellegrini passaron le colonne d’Ercole e si misero arditamente nell’oceano¬Ľ.

Pi√Ļ acutamente e con migliore ironia che non in questa apertura di capitolo, che, con i riferimenti ai grandi viag¬≠giatori della letteratura e della storia, ha un tono eroicomi¬≠co un poco troppo rilevato, in un’altra premessa di capitolo la satira letteraria si esplica coinvolgendo ben pi√Ļ numero¬≠si bersagli: ¬ęQuando si dicono le soddisfazioni dello stori¬≠co! Chiarito, delucidato, determinato, definito, sistemato un punto, ecco un qualche fatto da nulla, un documento inoppugnabilissimo o una data irriducibile, ah la testardag¬≠gine delle date e la voglia, certe volte, di grattarle! demoliscono l’edif√¨cio ben congegnato, e siamo daccapo. Chi po¬≠tr√† dubitare che finora questo tonno non sia stato tonno, il pi√Ļ autenticamente tonno e pesce, lui e tutti gli altri qui comparsi? Eventi, caratteri, discorsi, nozioni di questa ci¬≠vilt√† ch’io vi sono andato descrivendo, sono tutti pescheschi: deduzione rigorosa da premesse di caratteri naturali e di corporature peschesche onninamente. Potete dubitar che esistano, non che siano logici e marini. O va a sappi tu, come in Toscana dicono e in Lombardia scrivono quando manzoneggiano. Son cose da piantar l√¨ ogni bene e farla finita per disperazione, o da scervellarsi, se non ci fosse, per fortuna degli storici, un terzo partito. √ą quel che ci sug¬≠gerisce un’autorit√† colla quale non si scherza, Teodoro Mommsen, quando, a proposito dell’origine degli etruschi o di qualche altro rompicapo tradizionale, dice che questi son di quei problemi storici il cui fascino √® in ragion diretta della loro insolubilit√†, e prescrive di non perderci tempo. Cos√¨ far√≤ io con questo fascinoso e affascinante problema del come √® possibile e come sia potuto stare che il tonno sapesse di francese e avesse letto i romanzi di Victor Hugo¬Ľ.
Lo sa il tonno √®, insomma, un gioco metaletterario, che certamente ha buoni rapporti con la molta metaletteratura della ¬ęRonda¬Ľ, a partire da quella di Cardarelli, prosatore e citatore, nei versi, di Leopardi. Non diversa √® la pi√Ļ breve appendice della vicenda del tonno, che fa da giunta a Lo sa il tonno: le Avventure del pescespada e del remora. Ma c’√® dentro, a fare da collegamento a La citt√† degli amanti e ai successivi romanzi satirici di costume, di politica e morale, qualche nota pi√Ļ nera, qualche episodio compare di pi√Ļ livida natura, come l’abbandonarsi del pescespada alle pi√Ļ nefande orge sessuali in un collegio femminile, dove, in termini ¬ępescheschi¬Ľ (come scrive Bacchelli), si ripetono, in scorcio, fatti e vicende di derivazione sadiana, non senza la diretta citazione dello stesso Sade: ¬ęLo spada esigeva certa quantit√† d’innocenti orade per ogni bimestre scolasti¬≠co. Senza ingenuit√† pretendeva che al piacere mancasse il suo pi√Ļ piccante sapore. Tant’√® vero che ormai egli era sceso dal libertinaggio all’osceno, ch√© stile dell’oscenit√† √® il sensibile e il mellifluo, come sa chi ha pratica di quei libri che strapparono una riflessione profonda a un uomo profondo, quando Baudelaire disse che certa produzione del Settecento cadente gli faceva vedere che, quando la gente prende a divertirsi in una certa maniera, le rivoluzio¬≠ni sono prossime. Infatti il 14 luglio liber√≤ de Sade dalla Bastiglia, e Saint-Just cominci√≤ autore erotico e macabro¬Ľ.
Nel collegio si hanno, poi, i riti delle flagellazioni, la diffu¬≠sione delle pratiche lesbiche e tutta una regolamentazione delle pratiche erotiche che mostrano l’intenzione di Bac¬≠chelli di satireggiare le mode della letteratura sadiana. Le stesse avventure dei due pesci superstiti di quello che fu un terzetto sono pi√Ļ cupe, feroci, tetre: l’ironia si fa greve. La parodia delle avventure letterarie del tonno, del pescespada e del remora √® chiusa, insieme con il tempo della pura me¬≠taletteratura. La satira di Bacchelli non sar√† mai pi√Ļ cos√¨ lieve come in Lo sa il tonno, sia pur di una levit√† che non sfugge certamente alla tendenza all’aggrandimento, alla moltiplicazione verbale, allo sfoggio descrittivo (come nel¬≠la descrizione di Portovenere e del golfo della Spezia e in quella del mare di Sicilia), ma conserva tuttavia la festevo¬≠lezza del gioco letterario che si compiace di inventarsi sempre nuove occasioni di parodie, di allusioni, di ironie, di interventi beffardi sulle mode culturali e sulle cattive abitudini, come il toscanismo dei lombardi che manzoneggiano.
Dopo, sempre pi√Ļ decisamente Bacchelli svolger√† nei suoi romanzi satirici un’aggressivit√† acre nei confronti del¬≠le istituzioni, dei vizi, dei comportamenti e delle attivit√† umane, facendosi fare le vendette di un moralismo sempre pi√Ļ determinatamente retrivo e misoneista dai personaggi di ingannatori e truffatori, che si avvalgono della loro abi¬≠lit√† di parola e di convincimento per il gusto della beffa e per spogliare i gonzi, tanto pi√Ļ giustamente vittime quanto pi√Ļ sordidi, abietti, avari, fino a giungere al grandioso e, al tempo stesso, crudele inganno de La cometa, dove la truffa e la beffa si svolgono a spese della paura della morte e del¬≠la fine del mondo. La polemica, incentrata su temi svariatissimi, ma sempre specifici, ben determinati, in Lo sa il tonno e ne La citt√† degli amanti, e in questo modo poi svolta nella satira, nell’accusa, nel commento sarcastico, nell’invenzione grottesca, si fa, ne Il rabdomante e soprat¬≠tutto ne La cometa, sulfurea condanna e irrisione dell’intero genere umano, di tutta la storia e la civilt√†, di ogni ideologia, volont√† di distruzione dell’umanit√† stessa, se non altro nella figura della cometa che sta per avvicinar¬≠si alla terra, ma, in realt√†, in quella ben pi√Ļ atroce e reale della bomba atomica e delle altre armi moderne (allora, con una sarcastica continuazione della conclusione apoca¬≠littica de La coscienza di Zeno). Ne Il Progresso √® un Raz¬≠zo, allora, ben pu√≤ darsi un protagonista che proclama la necessit√† di coltivare e incoraggiare tutti i mezzi naturali da cui l’umanit√† pu√≤ essere diminuita di numero, decimata, distrutta.

Non √® da dimenticare che alle origini narrative di Bac¬≠chelli sta un’opera come II filo meraviglioso di Lodovico Ci√≤ definito ¬ęromanzo¬Ľ dall’autore che lo scrisse fra il 1910 e il 1911, ma che √® un curioso esempio di ¬ęanti¬≠romanzo¬Ľ, nel senso che, sullo schema molto allentato e pieno di discontinuit√† e di vuoti del racconto di esperienza, unisce modi panziniani (soprattutto de La pulzella senza pulzellaggio), anche per le inserzioni di paesaggi e del dia¬≠letto bolognese, e la parodia dell’amore romantico e della letteratura come celebrazione della passione e contempla¬≠zione patetica, che ha come pi√Ļ immediato ascendente la Vita di Alberto Pisani del Dossi, a indicare, proprio nella fase iniziale dell’attivit√† di scrittore di Bacchelli, quel pun¬≠to di riferimento scapigliato che √® utilissimo per intendere la parte beffarda e bizzarra della narrativa bacchelliana. N√© dell’opera del Dossi manca, ne Il filo meraviglioso, l’inserimento di momenti e indugi metaletterari, con pagi¬≠ne di meditazione e di osservazione critica su autori e ro¬≠manzi contemporanei o su problemi generali di scrittura e di moralit√† letteraria, e c’√® anche la parodia della letteratu¬≠ra di moda, che raggiunge il risultato pi√Ļ acuto e pi√Ļ viva¬≠ce nella narrazione del Viaggio di Lodovico Ci√≤ a Venezia dove si porta dietro, poich√© √® la prima volta che vi si reca, il romanzo veneziano di d’Annunzio, cio√® Il fuoco, ma so¬≠prattutto Amori et Dolori Sacrum di Maurice Barr√®s, da cui trae fuori tutta una serie di banalit√† con sapiente ironia, mentre, nei confronti dell’opera dannunziana, tende piutto¬≠sto a rilevare l’enorme distanza fra il sublime delle vicende di Stelio Effrena e della Foscarina e la propria mediocre condizione borghese, che a Venezia, invece di straordinari e raffinati amori, va a cercarsi, per eccesso di desiderio sessuale, una prostituta, che risulta poi essere, s√¨, non pi√Ļ giovane come la protagonista dannunziana, ma anche vol¬≠gare e abbastanza repellente dal punto di vista fisico.
La metaletteratura, insomma, entra abbastanza ampia¬≠mente nel romanzo bacchelliano, anche in forza del fatto che si tratta di un’opera che ha struttura molto incerta, non unitaria, tanto √® vero che procede per episodi staccati, che sono uniti l’uno all’altro dalla sola presenza in tutti di Lodovico Ci√≤, diviso fra i due amori per la bella e popolare¬≠sca Antigone e per l’esotica bagnante di Forte dei Marmi, Lilien Adams Barti. √ą questa la parte pi√Ļ panziniana del romanzo di Bacchelli, che ha le pagine migliori, invece, nell’ironia metaletteraria e anche nella sezione veneziana, cos√¨ poco di maniera proprio per il confronto irridente e sconsacrante fra la mediet√† provinciale delle azioni e dei pensieri di Lodovico Ci√≤ e la grande tradizione letteraria di avventure sublimi d’amore, di vita e di scrittura, da Musset e Georges Sand fino a Barr√®s e d’Annunzio. C’√® gi√†, ne Il filo meraviglioso di Lodovico Ci√≤, quel carattere di un poco greve scrittura nell’ambito della parodia amorosa e ro¬≠mantica che poi sar√† costante nella narrativa di Bacchelli, con il punto massimo di insistenza ne La citt√† degli amanti: qui evidente nella descrizione delle passeggiate amorose di Lodovico e di Antigone per le campagne bolognesi, fra mietitura e temporali e rustici modi di vita, che costituisco¬≠no il capovolgimento e la parodia della passeggiata erotica dannunziana che vanta ben altro d√©cor di luoghi e occasio¬≠ni, e anche nella cura con cui i rapporti amorosi fra i due sono raffigurati, anche se, poi, Bacchelli si libera con un salto di umore e di scrittura dal troppo peso di carnalit√†, inserendo le osservazioni di principio sull’inverecondia nell’arte e inventandosi interlocutori e obiettori per il gusto di spezzare (ma molto opportunamente) la tensione erotica nel composito gioco di un romanzo che continuamente fa l’occhiolino alla negazione di se stesso, e che, non conclu¬≠dendosi, finisce a confermare la propria natura di antiro¬≠manzo (anche se Bacchelli d√† una giustificazione ragione¬≠volmente autocritica dell’interruzione, con un giudizio di opera ¬ęsbagliata¬Ľ attribuito a II filo meraviglioso, del resto effettivamente cos√¨ incerto fra romanzo di formazione, pa¬≠rodia di romanzo, riproposta di modi fra il patetico e l’irridente di derivazione panziniana, tutta una mescolanza che conferma il carattere sperimentale dell’opera).
Scrittore sempre abbondante fino a diventare, nei ro¬≠manzi storici del dopoguerra, pletorico, ecco che Bacchelli non dismette i suoi modi neppure nella satira: e inventa e costruisce cos√¨ una satira che, invece di essere rapida e sec¬≠ca, √® anch’essa moltiplicata, ripetitiva nella quantit√†, gon¬≠fia di parole e di effetti, carica, anche greve. Ma √® una sezione dell’opera di Bacchelli che non pu√≤ essere liquidata come minore o tanto meno esorcizzata perch√© sgradevole nelle idee che la sostengono, nel furore iconoclasta (nei confronti delle concezioni correnti e di moda), nel gusto maligno e iettatorio della fine del mondo e dell’augurio che cometa o altro si porti via l’umanit√† con tutte le sue colpe e i suoi vizi, e anche solo nel piacere della beffa ben congegnata che riesca perfettamente per ridurre i padroni e i potenti all’abiezione e alla disfatta, per la gioia dei furbi, che fanno cos√¨ le vendette dello scrittore nella seriet√† della sua misantropia. Bacchelli si diletta a immaginare truffe per vendicarsi di un mondo che gli appare degradato e invilito, cos√¨ come appare sempre il mondo a tutti gli scrittori satirici. La beffa, che capovolge i valori e la norma in un mondo senza valori e pieno di menzogne e di malvagit√†, non fa che ricapovolgere positivamente le cose, e rimettere ordine e giustizia l√† dove ordine e giustizia pi√Ļ non erano. Il complotto dello scrittore √®, allora, quello di mettere su meccanismi narrativi che abbiano questa funzione, e poi anche quella di proporre la pi√Ļ radicale vendetta per il ma¬≠le del mondo moderno, che √® l’apocalissi definitiva.
La nota distintiva della narrativa di Bacchelli √®, in que¬≠sti termini, l’accanimento distruttivo, la volont√† di essere spiacevole, sgradito, nemico a tutti, di ogni parte politica e di ogni concezione letteraria. Ma il valore di romanzi come Il rabdomante e come La cometa sta proprio in questa ca¬≠pacit√† di andare fino in fondo nell’aggressione satirica, nell’oltranza strenua del sarcasmo, nel voler essere il pi√Ļ possibile sgradevole nel farsi beffe, entro la costruzione narrativa, non soltanto delle idee correnti e delle pi√Ļ salde convinzioni e pregiudizi di carattere morale, storico, reli¬≠gioso e politico, ma di quelli che sono i sentimenti e gli impulsi pi√Ļ profondi dell’uomo, come la paura della morte e la vilt√† di fronte ai pericoli e la credulit√† davanti alle pa¬≠role bene ordite e sostenute da termini scientifici. Non √® poco, in una letteratura che non ama molto la satira in ge¬≠nere, e in specie chi si fa letterariamente beffe di quelle credenze e di quei comportamenti che, per essere comuni a tutti o quasi a tutti, sono considerati cos√¨ abituali da non comportare nessuna presa di posizione nei loro confronti, onde ben poco gradito √® chi rivela l’ipocrisia e il male che c’√® dietro; e tanto meno ama e accetta chi fa balenare l’irrisione pi√Ļ radicale e totale, che gode dell’immaginare la fine dell’umanit√† non come una tragedia, ma come la pi√Ļ riuscita delle beffe.


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6 Comments

  1. Comment by felice muolo — 20 gennaio 2008 @ 09:51

    Bel colpo, Bart. Complimenti.

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 20 gennaio 2008 @ 10:07

    Grazie, Felice. Intensificherò la pubblicazione della serie I Maestri, giacché sono in possesso e verrò in possesso di molto materiale interessante.

    Anche in questo momento sto lavorando a questo.

  3. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 20 gennaio 2008 @ 18:06

    E’ con ammirazione e autentico raccoglimento che si legge la pagina critica di Giorgio Barberi Squarotti. E’ straordinaria la lucida, sostanziosa capacit√† dell’autore di andare a fondo nell’indagine e di elaborare analisi limpide e puntuali in merito alla tematica, attraverso una prosa di grande qualit√† stilistica.
    Per merito tuo, Bartolomeo, ci troviamo, non so quanto degnamente, a condividere (e questo per noi √® un onore, oltre che un piacere) pagine, che ospitano uno dei pi√Ļ grandi scrittori, poeti e critici letterari oggi viventi.
    Grazie, Bartolomeo
    Gian Gabriele Benedetti

  4. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 20 gennaio 2008 @ 21:10

    Gian Gabriele, sono in corrispondenza praticamente quindicinale con il Prof Barberi Squarotti dalla primavera del ‘2000. E’ venuto anche a Lucca, qualche anno dopo, e ci siamo conosciuti. Mi ha dato molti consigli e legge praticamente tutto ci√≤ che scrivo, soprattutto le mie letture. Mi ritengo fortunato. Spero che la salute lo assista e possa dare una collaborazione proficua per tutti i nostri lettori.

    Oggi, in una sua e-mail, Felice Muolo mi ha dato un’idea che, dopo una rapida riflessione, ho subito accolto e messa in pratica oggi stesso, come puoi e potete vedere.
    Si tratta di pubblicare le prime pagine (gli incipit) dei romanzi appena usciti, cos√¨ che il nostro lettore possa farsi una prima idea dell’opera in questione. Magari sar√† accompagnata anche da una recensione o mia o di qualche collaboratore.

    Vorrei che la rivista diventasse unica nel suo genere sul web e fosse un punto di riferimento culturale formativo. Una rivista sobria, ho detto a qualcuno: pi√Ļ che francescana. Essa deve distinguersi per la qualit√† dei contributi.

    Alcuni collaboratori sono rimasti fedelissimi, altri si sono un po’ raffreddati. Ma mi piacer√† tenere conto in futuro di coloro che hanno creduto alla rivista sin dai suoi primi passi.

    La sezione I Maestri, proprio in virt√Ļ del mio archivio, non credo possa trovare nel web una concorrenza dello stesso livello. Anche la sezione appena avviata degli Incipit, per il lavoro e il tempo che richieder√†, non credo che potr√† enumerare eguali nel web. Naturalmenete, la rivista avr√† la responsabilit√† della selezione. Ho gi√†, comunque, avvertito che un occhio di riguardo sar√† rivolto ai libri pubblicati dai collaboratori della rivista. Quando dico i collaboratori voglio intendere quelli attivi, ossia che non si sono persi per strada.
    Grazie, Gian Gabriele, per la tua attenzione, a cui tengo.

  5. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 20 gennaio 2008 @ 21:39

    E’ un lavoro eccezionale, quello che tu vai portando avanti. Lavoro che acquista viepi√Ļ rilievo sia in quantit√† che, soprattutto in qualit√†, anche innovativa.
    Per tutto questo, √® stato ed √® necessario, ora pi√Ļ che mai, l’impegno serio, intelligente, responsabile di una persona come te.
    Grazie ancora, Bartolomeo, per il tuo lodevole, proficuo prodigarti
    Gian Gabriele Benedetti

  6. Comment by Paolo Cacciolati — 25 gennaio 2008 @ 16:02

    Ricordo ancora quell’indicazione sul retro della busta di Barberi:
    E’ per….

    Ciao Bart!

    Paolo

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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart