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LETTERATURA: I MAESTRI: Un dittatore di personaggi: Dickens

20 aprile 2008

 di Gabriele  Baldini

[da “Corriere della Sera” di gioved√¨ 11 gennaio 1968]

Tra i romanzieri dello ¬ęstupido¬Ľ Ottocento, Dickens √® quello di cui, mentre narra, meno si sente la presenza: un po’ perch√© essa √® cos√¨ ingombrante che non si pu√≤ delimitare, e riconoscere cio√® dove cominci e dove¬† finisca, un po’ perch√© i personaggi con la loro comunicativa e la loro autonomia, finiscono col mettere nel sacco il lettore e paralizzarne l’attenzione ¬†¬†e gli affetti.¬† Chesterton¬† sosteneva a ¬†ragione che si finisce con l’amare anche i personaggi¬†¬† negativi, come¬†¬† Fagin o Uriah Heep o Gradgrind e che, se stiamo troppo a lungo lontani¬†¬† dalla¬†¬† pagina,¬†¬† se¬†¬† ne desidera in modo malsano la ricomparsa.¬†¬† Segno,¬†¬† diremmo noi, ¬†d’una¬†¬† rinunzia¬†¬† a conoscerli profondamente: questo non accade mai con i personaggi negativi¬†¬† di¬†¬† Dostojewski, che pure per altro verso, tanto deve a Dickens.
Una¬† delle¬† ragioni¬† la¬† offre George Orwell, osservando che i personaggi¬† dickensiani sono sempre veduti nella vita privata,¬†non¬†come¬†membri funzionali d’una societ√†. ¬ę Pu√≤ descrivere¬† meravigliosamente un’apparenza, non sempre indagare un processo. I vividi quadretti che riesce a imprimere¬†nella¬†¬† nostra memoria son quasi¬†¬† sempre¬†¬† immagini di cose viste¬† in¬† momenti¬† di ozio, dalla¬† finestra¬† d’una¬† locanda o da un calesse ¬Ľ.
Non c’√® dubbio che in questo vada riconosciuto un limite non solo alla facolt√† espressiva ma al giudizio morale: ma a chi √® abituato alla frequentazione dei romanzieri d’oggi, Dickens garantisce sempre una sensazione corroborante e rinfrescante proprio per questa facolt√† contraddittoria di farsi da parte e osservare le proprie creature quasi casualmente e insieme di non risparmiarsi mai nella fatica di decidere il loro destino con¬† crudele¬† impassibilit√†.
Martin Chuzzlewit – tradotto da Bruno Oddera, con una meditata nota introduttiva di Piero Bertolucci¬† (Milano, Adelphi, L. 6000) – appartiene al Dickens maggiore ed esemplifica¬†¬† mirabilmente questa¬† condizione: anche ai personaggi pi√Ļ detestabili, come l’assassino Jonas Chuzzlewit, la levatrice Mrs Gamp – il cui eloquio merit√≤ addirittura una¬† traduzione in esametri greci di Samuel Butler ¬†– e soprattutto l’ipocrita dorato Seth Pecksniff, si finisce col portare un sordo affetto solo perch√© sono garantiti da lui. Pecksniff¬†¬† che,¬†¬† dopo¬† essersi lasciato scaldare le mani al fuoco ¬†¬ę con la stessa benevolenza che se fossero state le mani d’un altro ¬Ľ, si scalda la schiena ¬ę come¬†¬† se fosse la schiena d’una vedova, o la schiena di¬† un orfano, o la schiena di un nemico, o una schiena, insomma, che un uomo meno pietoso avrebbe lasciata tranquillamente assiderare¬Ľ soverchia di tanto tutti gli altri personaggi da farsi protagonista criptico del romanzo, anche se questo non passa sempre necessariamente per i suoi casi. Il Chuzzlewit mancava da troppo tempo in libreria, e il suo ritorno, in specie per l’eccellente presentazione – che include le famose¬† illustrazioni¬† originali di H.¬† K. Browne detto ¬ęPhiz¬Ľ,¬†¬†consustanziali¬†¬†all’opera e, debbo confessare, riprodotte anche¬† meglio¬† che nell’edizione della Oxford ¬†Press – va salutato con soddisfazione. E sarebbe da augurarsi che vengano presto a tenergli compagnia Bleak House, Hard Times e Little – anch’essi da molto assenti¬† –¬† liberando cos√¨ il lettore che non sappia l’inglese dalla condizione di doversi scegliere il suo Dickens tra quei cinque o sei titoli che, televisione aiutando, ritornano di continuo.

Certo Chuzzlewit, come tutto il Dickens maturo, pone problemi al lettore d’oggi, tanto per la lunghezza – le 1300 pagine, anche finite le vacanze, si fanno leggere svelte e leggere in grazia del loro alto¬† quoziente d’intrattenimento – quanto per la sua struttura addizionativa: noi leggiamo oggi i romanzi del Dickens estratti fuor delle gabbie della pubblicazione a dispense, in cui furono allora non solo inventati ma dimensionati.¬† Il lettore¬† d’allora impiegava a legger le venti puntate i due anni o poco meno che l’autore aveva impiegato a¬† scriverle. Oggi la gabbia¬† si sente: ha ¬†lasciato tracce difficili da mascherare, ed √® ragione d’una certa insofferenza per un ritmo cos√¨ artificialmente teso e allentato a secondare un respiro che arranca dietro il nostro passo affrettato.
Docilmente sottomettendosi alle leggi del nuovo mercato letterario, che sostituisce al¬† lettore il consommateur, lo scrittore, come osservava Tocqueville¬† nella D√®mocratie en Am√©rique (1835) – che esce men¬† che dieci anni innanzi il Chuzzlewit – deve ¬ęstupire per poter piacere¬Ľ concentrandosi ¬ę sull’intrattenimento delle passioni piuttosto che sull’incanto del gusto ¬Ľ. In Dickens si industrializza addirittura il fenomeno grazie al quale al lettore √® garantita l’emozione mensile che si rinnova con puntuali scadenze e che non pu√≤ soffrire di restar delusa. ¬ę Falli ridere, falli piangere, ma soprattutto falli aspettare ¬Ľ √® la formula di successo raccomandata dal contemporaneo Wilkie Collins.
Altra difficolt√† per il lettore d’oggi potrebbe essere l’indecisione etico politica di questo dittatore del destino dei suoi personaggi. Visto che la resa delle dispense aumentava – forse per l’inesistenza d’un intreccio: Chuzzlewit √®, fin pi√Ļ che gli altri romanzi dickensiani, solo una galleria di ritratti – Dickens decise al 16¬į capitolo di imbarcare il suo protagonista per gli U.S.A., il che gli avrebbe permesso di utilizzare le impressioni d’un viaggio compiuto nel ’42. Ma queste impressioni erano state negative, soprattutto perch√© lo scrittore era accorso in U.S.A. con l’ansia di un fellow traveller, di un generico ribelle, per dirla con Edmund Wilson, smanioso di sentirsi vivere in una societ√† in cui siano state abolite le classi, e invece si trov√≤ incastrato in partizioni anche pi√Ļ ambigue sguscianti pericolose ed esclusive che in patria. Tutto questo, anzich√© stimolarlo a un furore di ricerca, lo rassegn√≤ a una protesta acritica. √ą per questo che il risentimento sociale, sempre cos√¨ fecondo nel Dickens, in Chuzzlewit appare fuorviato e annebbiato, e la esperienza non risolta lascia alcuna sgradevolezza nel lettore.
Resta una piccola folla di personaggi e di casi indimenticabili: Tom Pinch, Mark Tapley, il vecchio Chuzzlewit – il giovane, e protagonista, lascia tutti un po’ indifferenti, a cominciare dal romanziere – la bas bleu Mrs Hominy, ¬ę an American Literary celebrity ¬Ľ, l’interno della pensione Todgers all’immortale capitolo IX, e resta soprattutto Pecksniff, degno di Moli√®re.


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2 Comments

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 21 aprile 2008 @ 20:29

    Ho letto con grande interesse l’approfondita e sapientemente articolata indagine sul grande Charles Dickens. Condivido l’ampia e lucida analisi dell’autore. Vorrei sottolineare, se ve ne fosse bisogno, la funzione etico-sociale dell’opera di Dickens, volta a darci un quadro delle miserevoli condizioni di vita negli “slums”, divenendo uno dei principali ed efficaci oppositori nei confronti del cosiddetto “compromesso vittoriano”, che nascondeva, tra l’altro, il proprio egoismo con qualche elemosina e tendeva a nobilitare enfaticamente le conquiste coloniali.
    Inoltre non va dimenticato il grande umorismo espresso meravigliosamente dal romanziere inglese, che è riuscito, in modo mirabile, a sottolineare e colorire i difetti, la lingua, i vizi, ecc. dei suoi connazionali, producendo un umorismo da definirsi universale, da cui molti scrittori hanno poi attinto a piene mani.
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 21 aprile 2008 @ 20:43

    Gabriele Baldini √® stato un maestro della letteratura inglese. L’essere riuscito a trovare nel mio archivio alcuni suoi articoli di molto tempo fa (chiss√† quanti giovani non lo conoscono) mi ha colmato di gioia.
    Un abbraccio, Gian Gabriele.

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