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Il rispetto, anche per le notizie31 luglio 2012
di Bruno Tinti Un giorno, spero lontano, io morirò. Le persone che mi hanno amato ricorderanno quasi solo le cose buone e giuste che ho fatto nella mia vita e piangeranno per me. Altri, a cui stavo proprio antipatico, parleranno solo di quanto sbagliato e ingiusto mi è capitato di fare e probabilmente si rallegreranno della mia morte. Altri ancora, amici e colleghi, parleranno di me in maniera più equilibrata, menzionando le azioni giuste e quelle sbagliate, quelle buone e quelle cattive. Ovviamente gli unici a comportarsi in maniera sensata saranno questi ultimi. Perché la morte è neutra e non modifica ciò che un uomo è stato né il giudizio su come ha interpretato la sua vita; salvo naturalmente in cui la morte stessa sia, di per sé, un’ultima azione che si aggiunge a tutte le altre e ne modifica l’equilibrio complessivo: l’eroe che si sacrifica per una giusta causa o il bandito ucciso mentre sta commettendo l’ultimo odioso delitto. QUESTE banalità vanno ricordate alla quasi totalità degli organi di informazione e di coloro che, legati a vario titolo a Loris D’Ambrosio, il consigliere di Napolitano morto per infarto, ne hanno ricordato con commozione le doti di eccezionale giurista, di abile collaboratore di istituzioni politiche di vertice e, naturalmente, di uomo buono e probo. Senza quantomeno interrogarsi sui suoi recenti comportamenti nella vicenda Mancino, l’ex ministro degli Interni incriminato per falsa testimonianza nel processo per la trattativa Stato-mafia, che si è rivolto a lui, a Napolitano e al Procuratore generale presso la Corte di cassazione invocandone l’intervento. Non che questi accertati avvenimenti dovessero necessariamente essere giudicati in senso negativo. Ognuno è libero nei suoi giudizi (almeno dovrebbe esserlo); e i coalizzati estimatori di D’Ambrosio ben avrebbero potuto ricordare questi avvenimenti attribuendovi valenze non negative, sminuendone la portata e così pervenire a un motivato (perché completo) giudizio positivo su di lui. Ma non è successo nulla di tutto questo: gli eventi che hanno caratterizzato l’ultima parte della sua vita sono stati citati solo come elemento di accusa nei confronti dei magistrati della Procura di Palermo e dei giornali (soprattutto li Fatto) che li hanno narrati, così cagionandone la morte. In questo modo si sono commessi tre errori (le persone in buona fede) ovvero tre vergognose strumentalizzazioni (le persone in malafede). 1) D’Ambrosio era malato di cuore da molti anni; dunque è molto probabile che lo stress dovuto all’emergere del suo ruolo nella vicenda Mancino ne abbia cagionato la morte. E allora? Un’ingiusta o cattiva azione cessa di essere tale se compiuta da un cardiopatico? E, se ingiusta o cattiva non è ma comunque rilevante politicamente, socialmente, eticamente, non se ne deve parlare perché il suo autore è cardiopatico? E poi: chi sapeva che D’Ambrosio era malato? Prima di dibattere o di scrivere su vicende di così eccezionale rilevanza bisogna assumere informazioni sullo stato di salute dei protagonisti? E come si potrebbe fare, si chiede in ospedale (quale?) o agli amici? Ovviamente no. Dunque una cosa è la sussistenza di un probabilissimo rapporto di causalità tra la cardiopatia, lo stress indotto dall’emergere dei comportamenti di D’Ambrosio e la sua morte; e altra cosa è una responsabilità etica (qualcuno ha parlato perfino di responsabilità penale) in capo a chi li ha portati alla luce. 2) Ma poi, responsabilità di chi? Che c’entrano i magistrati della Procura di Palermo? Dovevano omettere di intercettare Mancino prevedendo che costui avrebbe parlato con D’Ambrosio che era cardiopatico e che, quando le intercettazioni fossero state conosciute…? 3) Se c’è una responsabilità oggettiva, questa è del mio giornale, de II Fatto. Abbiamo pubblicato queste notizie. Abbiamo esposto la nostra valutazione politica ed etica di questi comportamenti. Abbiamo spiegato perché giuridicamente il comportamento della Procura di Palermo era ineccepibile. Abbiamo contestato le versioni faziose e servili (si capisce, dal nostro punto di vista) della quasi totalità di commentatori e politici. Insomma, abbiamo fornito informazioni (tutte rigorosamente vere) e denunciato azioni ingiuste e immorali (sempre dal nostro punto di vista). Un giornale non dovrebbe fare proprio questo? Contestino, querelino, usino la loro immensa potenza mediatita per smentirci. Ma non vengano a dirci che non avremmo dovuto. E perché poi? “Per rispetto verso le massime istituzioni della Repubblica, il cui prestigio non deve venire intaccato in momenti così gravi…”. E, oggi, anche perché D’Ambrosio era cardiopatico. In ginocchio da Cosa Nostra. Nero su bianco Spiace ai cultori del negazionismo professionista, ma l’unico aggettivo che si può togliere, nella narrazione della trattativa tra Stato e mafia, è “presunta”. A cancellarlo è la sentenza della Cassazione del processo sulle stragi del ’93 a Firenze, Roma e Milano, che ha certificato l’esistenza della ‘trattativa’ ponendo il proprio autorevole timbro alla ricostruzione, confermata nei tre gradi di giudizio, e sintetizzata dalle parole contenute nel verdetto di primo grado: “L’iniziativa del Ros (che contattò Vito Ciancimino, ndr) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa: l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. E nonostante le più buone intenzioni con cui fu avviata, (quest’iniziativa, ndr) ebbe sicuramente un effetto deleterio per le istituzioni”. All’inizio furono i Ros e don Vito Nella sentenza, i giudici analizzano il fatto storico degli incontri tra gli ufficiali del Ros e Vito Ciancimino, ponendosi domande ancora oggi senza risposta: “Non si comprende—scrivono i magistrati—come sia potuto accadere che lo Stato, “in ginocchio” nel 1992 — secondo le parole del generale Mori — si sia potuto presentare a Cosa Nostra per chiederne la resa; non si comprende come Ciancimino,controparte in una trattativa fino al 18 ottobre 92, si sia trasformato, dopo pochi giorni, in confidente dei carabinieri; ciò che conta — dice la sentenza — è come apparve, all’esterno e oggettivamente, l’iniziativa del Ros, e come la intesero gli uomini di Cosa Nostra”. Una ricostruzione che è il punto di partenza di tutte le analisi giudiziarie sulla trattativa. Partendo da queste considerazioni, i giudici della Corte di assise di Firenze nello stralcio del processo per le stragi del ’93 (imputato il boss Francesco Tagliavia) concluso con il deposito delle motivazioni nel marzo scorso, fissano, ancora più chiaramente, tre concetti base: 1) Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des; 2) L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia 3) L’obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno d’intesa con Cosa Nostra per far cessare la sequenza delle stragi”. E cioè, ‘il ricatto allo Stato e la trattativa appaiono infatti intersecarsi e sostenersi sul piano logico in un quadro di reciproca compatibilità”. “Un canale di comunicazione tra le istituzioni e Cosa Nostra—prosegue la sentenza — che fu interpretato da quest’ultima come una debolezza o come un segnale di forte apprensione dello Stato”. Le indagini di Caltanissetta La debolezza delle istituzioni di fronte all’offensiva stragista è argomento ripreso anche dalla Procura di Caltanissetta, che nella richiesta di rinvio a giudizio lega la trattativa alla morte di Paolo Borsellino: l’unica certezza, per i magistrati nisseni, è che la trattativa “sia stata interpretata, o riportata da qualcuno anche in maniera colposa, in modo da farlo ritenere un ostacolo o un muro da abbattere per poter arrivare a una conclusione soddisfacente per Cosa Nostra della trattativa”. Ecco spiegata la ragione della memoria a orologeria di tanti politici e funzionari dello Stato: nessuno dei protagonisti della trattativa, né gli ex ministri Nicola Mancino, Giovanni Conso, Claudio Martelli, né i funzionari del Dap Nicolò Amato, Adalberto Capriotti, Edoardo Fazzioli, Francesco Di Maggio, Andrea Calabria, nè gli ex presidenti del consiglio Giuliano Amato e Carlo Azeglio Campi, nè il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ha piacere di ammettere di essere stato “testimone silente di comportamenti che, seppure posti in essere da altre persone, possano aver spinto Cosa Nostra ad accelerare l’eliminazione di Borsellino”. Una fotografia impietosa, quella dei pm di Caltanissetta, che definiscono la trattativa una ‘stagione ingloriosa per lo Stato italiano’. Pisanu ammette (poi ci ripensa) E se Pietro Grasso non ha dubbi, e parla di trattativa per “salvare alcuni politici”, è ancora incerto, sulla definizione di quei patti Giuseppe Pisanu, presidente della commissione Antimafia nelle cui audizioni si discute apertamente di “trattativa”: prima si è spinto ad affermare nel 2010 che qualcosa di simile alla trattativa con lo Stato, Cosa Nostra non l’ha mai abbandonata. “Cosa Nostra—ha detto al termine della lunga ricostruzione storica, sociale apolitica—ha forse rinunziato all’idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunziato alla politica”. Poi, recentemente, ha cambiato idea: La Trattativa? Fu solo un’estorsione”. La lunga storia della trattativa Stato-mafia; una sentenza già ne conferma l’esistenza (da “la Repubblica”, 31 luglio 2012) ROMA—In quest’estate cosi carica di dibattito sul nostro passato, c’è un’Italia che ha improvvisamente scoperto la trattativa. Ma è davvero così inedito questo tema, è così nuova la notizia che un pezzo di Stato ha o avrebbe trattato conia mafia prima e dopo le stragi del1992? Forse è opp ortuno fare un passo indietro per orientarci in questo complicato affaire, e ricostruire la storia di un negoziato che per qualcuno è solo un teorema giudiziario ancora tutto da dimostrare e per qualcun altro è addirittura palesemente infondato. Partiamo daun punto: su quel patto fra pezzi delleIstituzioni e Cosallostra c’ègià il bollo di una sentenza emessa in nome del popolo italiano. Dunque — al di là dell’inchiesta dei magistrati siciliani e delle responsabilità che coinvolgeranno o meno i dodici indagati eccellenti per i quali è stato richiesto qualche giorno fa il rinvio a giudizio — la trattativa non è “supposta” o “ancora da verificare in sede processuale”, una corte di assise ha già detto che è stata «indubbiamente» avviata fra il 1992 e il 1994. Ci sono documenti che p arlano da quasi vent’anni di questo accordo per fermare le bombe. Informative di polizia. Atti acquisiti negli archivi dell’amministrazione penitenziaria. Testimonianze di investigatori dei reparti speciali, di ex ministri, di funzionari del ministero di Grazia e giustizia e— se valgono ancora qualcosa—di mafiosi pentiti. Infine c’è ilverdetto di un collegio giudicante—quello di Firenze — che appena qualche mese fa ha condannato una quindicina di boss per le bombe di via dei Georgofili (tra loro i soliti Totò Rfina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Graviano) e poi ha dedicato cento delle cinquecentoquarantasette pagine della motivazione della sentenza esclusivamente al movente degli attentati in Continente e, appunto, alla trattativa. Sono datate marzo 2012. Si legge nella prima di quella cento pagine: «Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia». Non è stata solo la procura di Palermo a indagare sui misteri di quella stagione di sangue. L’ha fatto quella di Caltanissetta che ha scoperto un gigantesco depistaggio nell’inchiestainiziale sull’uccisione di Paolo Borsellino, e ancora sta investigando sulle «anomalie» dell’attentato all’Addaura nel giugno del 1989 contro Giovanni Falcone e sul massacro di Capaci. L’ha fatto la magistratura di Firenze che aveva anche il compito di scoprire i «mandanti altri» di quegli attentati, scavando sullo stesso fronte dei pubblici ministeri palermitani e ascoltando in aula testi come l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino o come l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso. Scrivono di loro i giudici di Firenze: «Dalla disamina delle dichiarazioni di soggetti di così spiccato profilo istituzionale esce un quadro disarmante che proietta ampie zone d’ombra sull’azione dello Stato nella vicenda delle stragi». E ancora i giudici fiorentini ricordano come fu revocato, subito dopo le bombe, il carcere duro per centinaia di mafiosi, un chiaro segnale «di cedimento alla mafia». Le risultanze investigative dei pm di Palermo sono pressoché simili. E alle stesse conclusioni sono arrivati anche i magistrati di Caltanissetta, titolari delle inchieste sulle stragi di Capaci e diviaD’Amelio e che hanno svelato il depistaggio messo in opera da apparati dello Stato il «Gruppo Falcone Borsellino», incaricato con decreto governativo d’indagare sulle bombe che hanno ucciso i due giudici— e che hanno portato qualche mese fa alla revisione del processo Borsellino, allo sbugiardamento del falso pentito Vincenzo Scarantino e alla liberazione di sette innocenti scarcerati dopo diciassette anni con sentenze passate in giudicato. C’è in sostanza una convergenza investigativa fra le varie procure italiane — e con il coordinamento della procura nazionale di Pietro Grasso — nonostante qualche contrasto inevitabilmente affiorato sulla strategia da seguire in certe fasi delle indagini. D’altronde, questa storia della trattativa ha compiuto quasi vent’anni.Per la prima volta quella parola è comparsa in un’informativa dell’11 settembre 1993 inviata dal Servizio centrale della Polizia di Stato alla commissione parlamentare antimafia. Oggetto: «Attentati verificatisi a Roma, Firenze e Milano. Per quanto d’interesse si trasmette appunto riservato concernente gli attentati». Il testo che ne seguiva: «Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di “trattativa” con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il “carcerario” e il “pentitismo”.. «. E ancora: «Nel corso di riservata attività investigativa funzionari del Servizio hanno acquisito notizie fiduciarie di p articolare interesse sull’attuale assetto e sulle strategie operative di Cosa Nostra». Mettere bombe «per intimidire, destabilizzare e creare i presupposti di una “trattativa”, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa No stra anche canali istituzionali». Dopo le bombe il 41 bis è stato effettivamente cancellato per centinaia di mafiosi e «alleggerito» per altri. Una nuova legge sui collaboratori di giustizia c’è stata. E intanto è arrivato a governare l’Italia Silvio Berlusconi con il suo fedele amico Marcello Dell’Utri. È in quel momento che gli attentati sono finiti. Ed è questa l’ultima parte dell’inchiesta sulla trattativa dei pm di Palermo: capire perché la mafia non ha seminato più terrore come nei due anni precedenti. I magistrati di Firenze si trovano in qualche modo d’accordo con quelli di Palermo anche su questo punto. Scrivono nelle motivazioni della sentenza sulla strage dei Georgofili: «Non ha trovato consistenza l’ipotesi secondo cui la nuova “entità politica” (Forza Italia ndr) che stava per nascere si sarebbe addirittura posta come mandante o ispiratrice delle stragi». Ma i giudici sospettano anche «che una svolta nella direzione politica del paese fosse stata vista dalla mafia come una chance per affrancarsi dalla precedente classe dirigente in declino». Tutto sommato Cosa Nostra era contenta di come stavano andando le cose in Italia in quell’inizio del 1994, quando Berlusconi si preparava a diventare premier per tre volte in quindici anni. Letto 290 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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