Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

Amado, Jorge

6 novembre 2007

Cacao  

“Cacao”

(Trad. Daniela Ferioli) Einaudi, pagg. 140, Euro 7,23

La casa del latifondista (“coronel”) Manuel Misael de Sousa Teles, soprannominato Mané Flagello, è grande “E ci abitava così poca gente”; le case dei suoi lavoranti erano, invece, “di fango pressato, il tetto di paglia, allagate dalla pioggia”. Essi, nelle rare pause del lavoro di raccolta del cacao, la osservano continuamente e pensano che non riuscivano mai “a mettere da parte uno straccio di centesimo”. La maggior parte di essi aveva debiti col padrone ed era, perciò, “prigioniera della fazenda”. Il motivo di questa storia è dichiarato senza veli in questo avvio che disegna un gruppo di lavoranti che sta caricando su mule, sotto una “pioggia pesante”, sacchi di cacao, in una stagione che si profila molto redditizia per il padrone. Chi racconta è uno di loro, finito lì, dopo che aveva trascorso la sua infanzia in una certa agiatezza, poiché il padre aveva avuto una filanda con “Settecento operai, dei quali più di cinquecento erano donne” e che, alla sua improvvisa morte, era finita nelle mani del fratello, suo socio, despota e donnaiolo, che spogliò la famiglia di ogni diritto decretando con ciò “la nostra indigenza”. Nel ricordo di quegli anni, ricompaiono gli spazi ampi (la piazza, la collina) che abbiamo visto contornare la ricchezza dei pochi privilegiati. Dopo la casa di Mané Flagello è il convento dei frati di São Francisco ad apparirgli nella memoria “così grande, così silenzioso, che non riuscii mai a guardarlo senza soggezione. Lo abitavano solo quattro frati”. Le ragazze che lavoravano nella fabbrica del padre venivano dall’orfanotrofio, tutte figlie di padri ignoti, e all’orfanotrofio, prima o poi, avrebbero “mandato altre bambine, senza cognome”. Vi sono tutti i segni di una natura che incombe con la sua geometria ad ampi spazi di compiaciuta, irata, ma illusoria solitudine e di ampie miserie, nelle quali, al contrario, fermenta la vita: “la prostituta agitò la mano per dire addio a tutta la stazione: ricchi e poveri, coroneis e facchini. E sorrideva.”

Il giovane protagonista abbandona l’azienda, ora in mano allo zio, e troverà lavoro presso Mané Flagello, di cui Roberto, una guardia che avrà comprensione della sua disgrazia, dice: “La sua felicità è far male agli altri”. I giorni trascorsi nel frattempo sono durissimi, fa la fame; quando si presenta davanti ad una panetteria, dove c’è affastellata una montagna di pane, il commesso lo scaccia, ma i primi segni di solidarietà, di comprensione e di aiuto arrivano dai poveri come lui. Uno di questi, soprannominato 98, “negro e nudo dalla cintola in su”, gli troverà il lavoro nella piantagione di cacao. “Sei stato affittato dal coronel” gli dice 98. “La parola mi umiliava. Affittato… Ero ridotto a molto meno di un uomo.”

La scrittura di Amado ha la musicalità dei cantastorie, e i racconti nascono uno dall’altro, come i bracci di un fiume e avanzano, fascinosi e leggeri, coi loro significati espliciti e a poco a poco ci troviamo immersi nel mondo di quei lavoranti che sanno resistere alla miseria frastornati dalla speranza e dalla illusione: “C’era, molto lontana, la speranza che un giorno tutto quello potesse cambiare.” Le descrizioni spesso sono appena annunciate, telegrafiche, per lasciar spazio alla storia.

Nell’aria soffia già un vento di ribellione e di “lotta di classe”, percepita appena e da pochissimi, Colodino, il carpentiere, in particolare. Ma anche Honório, il “negro gigantesco, dagli occhi dolci di agnellino, i denti aperti al sorriso e le grandi mani da assassino” dice, non scherzando poi tanto: “Un giorno faccio la festa a tutti i coroneis e ci dividiamo le terre.” È raffigurata una umanità in caduta, frustrata e tradita – ben rappresentata dalla vicenda della sfortunata Magnólia – di cui si percepisce il degrado forse inarrestabile, come nelle prostitute Antonieta e Mariazinha e la piccola Zilda di tredici anni, ma vi è ancora nascosta in loro la resistenza, sia pur debole, alla rinunzia e alla sconfitta: “Se non fossimo stati tanto abituati alla miseria, ogni giorno ci sarebbe stato un suicidio”; “Quando verrà il giorno della vostra liberazione?”, e le donne soprattutto pagano lo scotto di questa violata giustizia sociale: i figli “vedevano la madre cambiare molti mariti.” Sono – uomini (“uomini nudi dalla cintola in su”) e donne – personaggi che sanno, nello squallore della loro condizione generata dall’avidità dei ricchi al punto che immaginavano Dio un essere “che premiava i ricchi e castigava i poveri”, ancora distinguere il valore di una dignità conquistata con le proprie mani, come succederà alla piccola Amélia, da quella fasulla, ad esempio la supposta e vacua dignità del fattore Algemiro, che “si gonfiava di vanità perché lo trattavano bene.” In quei luoghi, anche i preti non stavano con loro e predicavano che non si doveva “prestare orecchio a teorie di uguaglianza”. Non c’è un momento in cui i due mondi, quello dei ricchi e quello dei poveri, si congiungano. Restano separati nelle loro due solitudini, perfino nella festa del Natale, quando nell’aia della casa – grande sono invitati tutti i braccianti con le loro famiglie: “La nostra carne essiccata era la stessa e anche i fagioli.” Una storia di incomunicabilità (“Parlavano con noi da lontano, per paura di sporcarsi”) che nutre l’odio (“Ma stava imparando a odiare”): questo il significato più evidente del libro, una incomunicabilità cattiva messa al servizio della ricchezza, che ha una sola via di uscita, la lotta di classe: “Il cacao era il grande padrone di cui persino il coronel aveva paura.” Un tentativo di aprire un varco lo compirà il protagonista, José Cordeiro, con la figlia del coronel, la “superba come una dea” Mária. Con che risultato, toccherà al lettore di scoprire.


Letto 1989 volte.


2 Comments

  1. Comment by Caiogiulio — 1 novembre 2008 @ 16:18

    Ho letto tanto Jorge Amado, è uno dei miei autori preferiti. Mi piace l’evidente amore dell’autore per la sua terra, per la sua gente, la gente di Bahia, le favolose donne di Bahia. “Gabriella garofano e cannella”, Donna Flor e i suoi due mariti”, “Donna Teresa stanca di guerra”, “I capitani della spiaggia”, ecc. sono da leggere assolutamente: vi troverete immersi nell’atmosfera magica dei riti cristiano/pagani, nelle passioni luminose e disperate del proletariato bahiano. Le storie hanno sempre un che di misterioso e di magico, che ti fanno letteralmente divorare le pagine, una di seguito all’altra.

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 1 novembre 2008 @ 17:05

    Grazie di questi tuoi commenti, che stai lasciando in calce alle mie letture.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart