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Jovine, Francesco

7 novembre 2007

Le terre del Sacramento

“Le terre del Sacramento”

Einaudi, pagg. 276. Euro 8,50

Enrico Cannavale, avvocato e grande proprietario terriero, è il tipico signore del Sud che, viziato dalla ricchezza, non conosce moderazione. Generoso e un po’ indolente (“Diventerò povero; forse, per me, non c’è altro rimedio che quello di diventare povero.”) è uno dei signori più chiacchierati e in declino di Calena, il paese in cui, insieme con il vicino paese di Morutri, dove si distendono le terre aride e pietrose del Sacramento, è ambientata la storia. Passata la quarantina, è ancora un incallito donnaiolo e sua cugina Clelia, “una ragazza alta, di viso olivastro, bocca carnosa, zigomi rilevati, grandi occhi color marasca.”, nel momento in cui, morta sua madre e restata sola, si trasferisce presso di lui, si aspetta una sua visita di notte, già rassegnata a subirne la “dolce violenza”.

Sebbene alquanto bizzarro, soprannominato “la Capra del Diavolo”, è un personaggio che richiama indirettamente alla memoria il vecchio don Francesco Fulgheri di “Paese d’ombre”, il romanzo di Giuseppe Dessì che uscì più di vent’anni dopo, nel 1972. Non è un caso, infatti, che il padre di Enrico, ricordato più volte, fa una morte abbastanza simile a quella di don Francesco, poiché “il cavallo indiavolato lo buttò a terra e lo trascinò per duecento metri sui sassi.” “Le terre del Sacramento” è del 1950, pubblicato nello stesso anno della morte dell’autore, avvenuta il 30 aprile, all’età di quarantanove anni. In calce al romanzo, l’autore ha voluto indicare i luoghi dove il racconto è stato cominciato e finito: Roma e Focette di Pietrasanta, nella mia terra di Lucchesia. Il rapporto che si instaura tra Clelia e il cugino mi ha richiamato alla mente, in qualche modo, quello tra Jane e Edward Rochester nel romanzo “Jane Eyre” di Charlotte Brontë: stesso affetto delicato, stessa “tenerezza materna” da parte della ragazza, anche se nel romanzo di Jovine Clelia resterà assai più in ombra.

La scrittura di Jovine è quella di un narratore che tesse la trama con la sicurezza e l’ampio respiro di chi già possiede le chiavi, i segreti, le scelte parole che la renderanno cara al lettore.

Le messe a fuoco sono numerose; compaiono molti personaggi, ma insieme con la famiglia di Cannavale, Jovine mette in risalto la famiglia del “vecchio presidente di Appello Emanuele De Martiis”, nella quale vive Laura, sua figlia, una bella ragazza, avida e ambiziosa, e che ha già avuto degli amanti. Suscita ammirazione e rispetto e quando passa per strada tutti si voltano a guardarla e le fanno ala attorno, “con quella sua andatura leggera, a busto eretto.” Clelia stessa ne ha soggezione, ed è presa da tremori allorché si trova davanti a lei. Le due famiglie sono imparentate, ed Enrico è circondato da donne che in un modo o nell’altro sono interessate a lui: Clelia, Laura, e le domestiche Elettra, Aurelia, Clotilde. Si mormora: “Va a letto con tutte le parenti, la Capra del Diavolo. Un vero serraglio domestico.”

Clelia inizia un tentativo di liberazione nei confronti di Laura, che ha una personalità più forte e verso la quale ella teme che Enrico indirizzi le sue preferenze. Sospetta già intrighi d’amore tra i due, mentre lei è costretta a subire passivamente le effusioni notturne del cugino. Laura è volitiva e sicura di sé, non solo per una superiore educazione, ma per naturale disposizione del carattere. Non ha le incertezze di Clelia. Sa risolvere situazioni difficili ed è lei che manda avanti la casa paterna e decide spese ed economie. Interviene anche a sbrogliare situazioni debitorie in casa Cannavale, dove fa l’incontro per la prima volta con il giovane studente di legge Luca Marano, nipote dell’ufficiale giudiziario Filoteo Natalizio, cugino di sua madre Immacolata, andato lì per eseguire un pignoramento.

Così, sembra di vedere affievolirsi in Clelia l’impronta della brontiana Jane nel momento in cui è Laura ad occupare con abilità e prepotenza la scena; tuttavia è proprio in questo contrasto che si esprime la qualità della sua dedizione, defilata ma costantemente presente e annotata dall’autore.

Luca, di complessione robusta, soprannominato “toro di Morutri”, vive lavorando per lo zio, non ha un soldo e i suoi abiti lisi e ridicoli fanno divertire i compagni che lo canzonano e si vergognano ad andare in giro con lui: “Fra tutti gli studenti poveri di Calena, era forse il più povero”.

Quando per strada incontra Laura, e questa, riconoscendolo, “lo squadrò dapprima con uno sguardo investigativo lungo tutta la persona, poi gli piantò nelle pupille i suoi occhi azzurri”, sente come un bruciore il suo sguardo scorrere su di lui.

Vengono delineati così quattro protagonisti, le cui vite sono destinate a compenetrarsi sempre più intensamente: Enrico, Clelia, Laura e Luca

Le terre del Sacramento (circa tremila ettari) appartenevano ad un antico feudo che traeva il suo nome da una chiesetta ormai dirupata. Appartenevano al vescovo ma, espropriate dallo Stato nel 1867 e messe all’asta, erano state acquistate dai Cannavale. È il tempo in cui i piemontesi, conquistato il meridione d’Italia, incamerano i beni della Chiesa, provocando stupore e malessere nel popolo. Ritroveremo questo motivo nello stupendo romanzo di Carlo Alianello: “L’eredità della Priora”, del 1963.

Jovine ha in questa descrizione del feudo alcune delle sue pagine migliori e fa dire ad Enrico, che sta raccontando a Laura, che i contadini di Morutri e di Pietrafolca “non vollero più coltivare le terre.”, ritenendole maledette, perché rubate alla Chiesa: “sulle terre del sacramento passeggiano i diavoli”. Altre pagine suggestive ricordano la missione quaresimale di due padri passionisti a Morutri, che evocano nella memoria dei lettori più anziani consuetudini religiose ormai del tutto scomparse.

Anche Luca, educato in seminario, si porta dietro molte credenze e paure popolari; soprattutto il sottile e invisibile confine tra il bene e il male, tra Dio e il diavolo, gli procura sensazioni di sgomento e di impotenza: “Nell’anima di Luca, quando veniva meno la sua abbandonata innocenza di ragazzo, non c’era che paura. Tutta la sua religione era in questa paura confusa, ambivalente di Dio e del demonio. Luce eterna l’uno, tenebra infinita l’altro. Potevano, entrambi, fare il buio nell’anima degli uomini.”

Jovine disegna, così, una figura inquieta, con le prime stigmate di una devozione e di una tragicità che si irradiano dalla disperazione della madre Immacolata Marano, incredula e paurosa della rinuncia del figlio a farsi prete, smarrito e avvinto da un disegno del destino che la donna non riesce a capire. Maledirò il latte che ti ho dato, gli dice, aprendo davanti a lui “le mammelle enormi, gonfie, coi capezzoli duri ed erti come bacche di ginepro.” Lo si crede “preda del demonio.” È tempo di sconvolgimenti sociali, si vuole rinnovare il paese, i giovani se la prendono con i vecchi abituati solo a lasciare le cose come stanno e a rubare. I compagni di Luca, Elpidio, Gesualdo, Ferdinando, gli mettono in testa che lui non può starsene con le mani in mano e lasciare che il paese cada nel caos, preda delle nuove idee bolsceviche: “In pochi anni tutto tornerà in perfetto ordine.”, e ancora: “È la violenza per restaurare l’ordine.” Ci si scaglia contro “la Camera del Lavoro e la Cooperativa dei Socialisti.” Un giovane fascista, Pietro De Santis, ha “una testa di morto in argento appuntata sul soprabito.” Tra i contadini ci sono quelli, numerosi, che rivendicano nuovi diritti e sono pronti a scioperare e altri, tuttavia, come il padre e i fratelli di Luca, che sono disposti a lavorare giorno e notte per portare a casa un po’ di denaro.

Enrico si schiera coi primi, anche nella speranza di essere eletto deputato dopo vari tentativi andati a vuoto; ha sempre manifestato la “nobile aspirazione di dar lavoro ai contadini miserabili di quel paese.” Frequenta e sovvenziona la Società Operaia e vi tiene “discorsi infiammati.” Laura, che da lui è stata richiesta in moglie, abile e pronta, anche in questo sa dargli saggi suggerimenti e imbastisce la trama di un futuro diverso e più sicuro sia per lui, ma soprattutto per se stessa e la sua famiglia di origine, che vuole accogliere nella casa di Enrico. Clelia non ha il coraggio, remissiva com’è, di opporvisi, pur presentendo che un tale disegno è pericoloso per l’uomo che ama.

Jovine ha messo a nudo i confronti nei quali si avvilupperà e si misurerà il romanzo: Enrico – Laura; Enrico – Clelia; Laura – Clelia; Laura – Luca.

Le proteste operaie e contadine, che presto si intensificheranno, hanno in Enrico un accanito promotore e presto i maggiorenti del paese e molti “studenti del Liceo” lo considerano un “fanatico sobillatore” da punire e mettere a freno. È la lenta ma inequivocabile germinazione del fascismo. Siamo negli anni 1921, 1922.

Il romanzo di Jovine fa ricordare quello, bellissimo, di Ignazio Silone, “Fontamara”, uscito a Zurigo nel 1930, e non è difficile trovarvi affinità non solo nei temi e nei tempi trattati ma anche nella scrittura: limpida, lineare, semplice e asciutta, pur mancandovi l’ironia e il grottesco cari allo scrittore marsicano.

Laura si sta adoperando per salvare il patrimonio assai compromesso di Enrico, divenuto suo marito e sempre di più assoggettato alla sua volontà. Vede che una parte delle terre del Sacramento, quella denominata Macchia Loreto, per antica consuetudine (la ritroviamo anche in Dessì) è disboscata per far legna dalla povera gente a causa della povertà e della fame; non sapendo come arrestare questa che lei considera una ruberia, astutamente convoca a casa sua Luca, che lavora presso il notaio Jannaccone, curatore degli interessi dei Cannavale e, conoscendo la considerazione che il giovane gode presso il popolo, lo invita a persuadere i cafoni che il disboscamento a lungo andare provocherà un danno ai paesi limitrofi, poiché la terra non sarà più capace di fermare le acque che inonderanno e danneggeranno la campagna.

Non è vero, dicono i contadini: “la frana sta sotto terra. Te lo dicono per farti fesso; ma l’acqua che si porta i morti non viene dal cielo; viene da sotto; viene dall’inferno.” C’era anche questo fenomeno, infatti: che i morti sepolti nel cimitero di Morutri, venivano trasportati a valle dal fango nei giorni di cattivo tempo.

Laura si è messa in testa di dissipare a suo esclusivo vantaggio la maledizione che colpisce le terre del Sacramento; si propone che i contadini tornino a coltivarle. Donna ambiziosa non vuole cedere o conoscere sconfitta. Quelle terre devono essere coltivate, solo così potrà aumentarne il valore e arricchire il suo traballante patrimonio. Occorrono molti soldi per bonificarle, non li ha ma va a cercarli. Conta sull’aiuto e la buona fede di Luca e di un vecchio e stimato sacerdote don Giacomo Fontana per convincere i contadini ancora impauriti da quell’antica diceria. Farà “ricostruire e ribenedire”, per persuaderli, la vecchia cappella. L’opera caparbia di Laura si incrocia con quella dei primi fermenti fascisti e dell’organizzazione dei primi fasci di combattimento, uno dei quali viene inaugurato proprio a Calena. Luca è ancora nell’incerta posizione di spettatore sorpreso e timoroso. Osserva Laura, prova per lei un sentimento ancora indefinito, e guarda e ascolta ciò che si muove e si dice da parte dei molti che hanno incominciato a comparire in pubblico indossando una camicia nera. L’insediamento di una sezione dei fasci combattenti sembra accelerare i tempi di un rivolgimento sociale volto a ripristinare l’ordine minacciato dal socialismo e a rievocare i fasti di quella Roma imperiale che nell’antichità aveva dominato fino “ai quattro angoli dell’universo.” Jovine narra senza fretta, con il gusto dell’intreccio e della sapiente maturazione degli avvenimenti; la scrittura ritaglia intorno a sé una calda atmosfera di attesa. Giungono le notizie di violenze e tumulti scoppiati un po’ dappertutto in Italia. Arrivano “oratori forestieri” che illustrano e osannano il nuovo ordine, necessario per mettere allo scoperto e sconfiggere la “grande congiura; quella che da anni tentava di far precipitare nell’abisso la patria.” Enrico sarà la prima vittima della furia dei fascisti, che lo accusano di sostenere il socialismo. Lo aggrediscono, mentre passeggia con l’amico Barberi, e lo colpiscono con il manganello. Jovine tesse la trama con abilità. Mentre, infatti, la follia fascista colpisce Enrico e ne segna la definitiva decadenza, Laura e Luca s’incontrano nel disegno perverso di lei, che si rivelerà ingannevole e distruttivo, di rendere di nuovo fertili le terre del Sacramento, affidandole ai contadini in enfiteusi permanente, ossia a vita. Luca si lascia persuadere e, somigliando sempre di più a Berardo di “Fontamara”, riesce a convincere i contadini col rivelar loro le indebite appropriazioni di parte di quelle terre ad opera di alcuni confinanti che ora, giusto per coprire i propri imbrogli, si dicono contrari al progetto di Laura, accampando l’antica maledizione. I contadini hanno fiducia in lui e lo supplicano di non tradirli: essi sapranno far tornare quelle terre aride e sassose al rigoglio di un tempo, purché si mantengano le promesse. Laura e Luca sono al centro ora delle azioni più importanti del romanzo, sullo sfondo di un fascismo nascente che si fa sempre più minaccioso e violento. Laura sta combattendo la sua battaglia, avida e ambiziosa quanto mai. Enrico, Clelia, le cameriere, perfino il padre, la sfuggono. Come il fascismo, essa ha in sé qualcosa di torbido e di ambiguo. Luca ha attorno a sé la povera gente, stordita dalla speranza e inebriata da una promessa che non ha precedenti. Solo la madre Immacolata gli è contraria e non approva la sua amicizia con quella donna che è vissuta fino allora nel peccato e teme che egli, istigato da lei, si metta anche contro don Settimio, il parroco di Morutri che, pure lui, si è accaparrato tredici ettari di terra appartenenti ai Cannavale. Si intensifica il rapporto tra i due, ancora non compiutamente definito: Luca “Aveva l’impressione che la sua sollecitudine per i contadini di Morutri fosse condivisa da quella donna che, vedendolo, gli faceva un sorriso malizioso e tenero e, allontanandosi, accennava con la piccola mano come una bambina che avesse bisogno di protezione. Luca sapeva che Laura aveva venduto o impegnato quanto possedeva per quella impresa delle «Terre».”

Jovine ci regala altre belle pagine allorché i contadini cominciano di nuovo a lavorare le terre del Sacramento. Dà la sensazione e l’emozione di un risveglio e di una rinascita fecondi. Là dove erano sassi, pietraie, terre secche, viene messa a nudo la buona terra, e seminata. I sassi servono ora per dare confine ai vari appezzamenti assegnati ai contadini. Le donne si adoperano per assistere i congiunti, portare loro acqua e cibo mentre lavorano. Luca incoraggia, rassicura. Ancora si deve fare molto: “Le terre del Sacramento rinascevano lentamente e prendevano voce e nome per opera di quelli che le venivano dissodando.”

Arriva il momento che Luca, messo in guardia da un compagno di studi napoletano, Giulio D’Angelo, comincia a dubitare delle reali intenzioni di Laura. È vero che gli era rimasta impressa “quella sua immagine schietta e fiera” che lo rassicurava: “Non può non mantenere la sua promessa”, ma tante stranezze che erano avvenute nei mesi passati gli insinuavano il sospetto che forse poteva anche essere stato ingannato. Il romanzo ha ora un accelerazione dei tempi e si fa avvincente. È arrivato per Jovine il momento di tirare tutti i fili della sua trama. Enrico e Clelia sono restati nell’ombra, oscurati e appassiti dal dinamismo e dall’ascendente di Laura, nonché dall’accresciuto e unanime rispetto che Luca gode verso i contadini; ma proprio mentre Luca è scosso per la prima volta dai suoi dubbi ecco che egli fa il suo incontro coi fascisti in camicia nera, come lo aveva fatto Enrico molto tempo prima. Siamo a Napoli, Luca è nella trattoria di donna Peppa, è seduto al tavolo con l’amico Giulio D’Angelo che qualche sera prima aveva fatto a pugni con un gruppo di squadristi, gli stessi che ora tornavano a cercarlo: “Luca non mangiava. Seguiva il movimento dei fascisti.” Si scontra con loro per aiutare l’amico. Siamo alla vigilia della marcia su Roma. È ora, quando scorge la violenza e la miseria che percorrono e ricoprono le strade di Napoli, che Luca si rende conto di ciò che sta accadendo intorno a lui. Si sta imbrogliando il paese e hanno imbrogliato lui e i suoi contadini. Gli dirà l’amico Gesualdo: “Ha incassato dei milioni, donna Laura Cannavale: che vuoi che gliene freghi dei contadini di Morutri?” e subito dopo: “Promesse d’una donna. Una puttana che in un anno ha preso marito, lo ha spogliato, gli ha fatto le corna, ha incantato un prete e ha messo nel sacco te e duemila cafoni.”

Un tale imbroglio si trasforma subito in un’avvisaglia e in un simbolo del fascismo nascente. I contadini dissipano le rivalità del passato per unirsi e contrastarlo. Luca ha intorno i fratelli, il padre e la madre, e ogni contadino ha intorno a sé l’intera famiglia, pronti tutti a resistere poiché “questa volta la legge è entrata in conflitto con la giustizia”. S’insediano sulle terre del Sacramento e continuano a dissodarle e a seminarle così come avevano fatto dal momento che gli erano state promesse. È una rivolta pacifica, non vogliono imbracciare le armi. Luca lo scrive a chiare lettere al prefetto. Ma, dopo la marcia su Roma, comandano i fascisti, e sono loro che si incaricano di far sgomberare le terre: “Vengono dalla parte del fiume. Hanno la camicia nera e i gambali.”

Si spargerà sangue, e le donne piangeranno i loro morti.


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Bart