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Krauspenhaar, Franz

31 maggio 2008

Le cose come stanno
Era mio padre

“Le cose come stanno” (2003)

Classe 1960, l’autore nasce a Milano da padre tedesco e madre calabrese. Pellegrino del mondo, ad un certo punto decide di fermarsi e di fare lo scrittore. “Avanzi di balera”, del 2000, è il suo primo libro. Poi, nel 2003, viene questo “Le cose come stanno”.

Puch ne è il protagonista; è “diventato un buon sacrestano, un ospite di Dio”. Non si lamenta della propria condizione, così scrive in una lunga lettera indirizzata al fratello maggiore Fritz, che ha lasciato, un anno prima, la Germania in cerca di successo come pittore nella vicina Danimarca. In realtà, la lettera assume immediatamente il valore di un’aperta confessione contro le delusioni della vita. Suo padre gli aveva preconizzato un destino di musicista, anche Fritz ci credeva. Invece Puch è finito prima a lavorare in una fabbrica, ed ora è sagrestano. È arrabbiato, deluso. Ce l’ha con il mondo.

La forma epistolare scelta dall’autore ci avverte che ci troviamo di fronte ad un personaggio che ha deciso di non nascondersi più e di aprire il suo animo, prima che al destinatario della lettera, a se stesso. La grande letteratura fornisce esempi, da Goethe al Foscolo, di questo sciogliersi a poco a poco di una personalità costretta e avvinghiata per troppo tempo ai suoi segreti: “carcerato alla speranza, io, come solo chi crede.”; “Fa buio e fa freddo nel nostro ruvido cuore”. L’autore sceglie il punto di vista di un uomo, non più giovane, che ha vissuto molti anni a contatto con la chiesa e, quindi, con Dio. Il pensiero di un Dio che ogni tanto si allontana dall’uomo e poi vi ritorna, è sempre presente in lui. Vi è, ossia, anche se non espressa, la consapevolezza di un contatto costante della sua anima con Dio: “quando Lui tace, e tu senti vivamente che tace, e quando tace, e con quale profondità tace, quando tace come la notte, o come tace un morto, allora, in tutto, e per tutto, in Lui ci puoi davvero credere.” È un richiamo al “Diario di un curato di campagna” di Georges Bernanos, del 1936, interpretato, questa volta, da uno spirito più luterano che cattolico, nonostante il protagonista faccia il sacrestano presso un convento di “Frati Minori Cappuccini”, a Hübschenhausen. Il periodo scelto per avviare questo contatto con il fratello è quello delle festività natalizie (la lettera comincia con la data del 23 dicembre 1966), quando Dio si manifesta all’uomo attraverso l’incarnazione del Figlio, il segno più alto della sua vicinanza e della sua dedizione.

La scrittura di Krauspenhaar segue il tumultuare dell’animo del protagonista. I pensieri sono resi, più che secondo una analisi razionale, secondo le inquietudini di un esistenzialismo tenebroso, che si fonde con una religiosità nascosta, percepita ma non ancora del tutto cosciente. I giorni si uccidono, o precipitano. Vi si manifesta la violenta reazione di una generazione profanata che grida la sua ribellione; brandisce le illusioni con la ferocia di un cavaliere che agiti la sua spada in tutte le direzioni allo scopo di abbattere e distruggere, di frapporre una definitiva barriera psicologica con il mondo: “andrei in giro a mendicare oltraggi alla mia memoria…”

Krauspenhaar, nel mentre si appropria di una rabbia che non appartiene solo al suo protagonista, ma ad una lunga progenie di scrittori e di personaggi (per restare in Europa, basterebbe citare “Ricorda con rabbia” di John Osborne), egli mette nel grido i sussulti e le paure di un espressionismo alla Munch: “non occorre una guerra per sterminare tutti: basta la sera, per condurre il principio alla sua fine, per condurre l’autosegregazione; e l’uomo non è più lui, ma è nient’altro che la sua casa, il posto coperto dove nasce vive e muore: diviene il proprio microcosmo, nel quale le stelle elettriche di un lampadario illuminano una scena che lui vedrà senza un solo testimone presente.”

L’inquietudine che consuma Puch ha la sua correlazione all’esterno, visto come lo specchio in cui egli ha la possibilità di rimirarsi: la prostituta polacca “portava addosso i lustrini opachi di un riscatto con Dio: il cui brillio soltanto io potevo vedere, tra le ombre della sua precoce decadenza”. Anche il barista Arno Guelich, pur così diverso, è simile alla prostituta polacca, in un destino che, se lo ha fatto eroe di guerra, non gli nasconde che egli è uno di quei “soldi bucati”, con i quali si diverte a giocare. L’autore comincia a dipingere l’umanità con i colori grigi di un Heinrich Mann de “L’angelo azzurro”, e noi scopriamo che il sacrestano va assomigliando in qualche modo al Professor Unrat, come il mondo che gli sta intorno si immedesima sempre di più “nella Vienna della fine, nella Vienna che, sparendo sotto le bombe e le fucilate, ha sentenziato la fine dello scorso secolo con diciotto anni di ritardo, la Vienna del ritardo, del ritardo incolmabile. Vienna. Una città malsana, coperta di acidula panna montata”. La lunga lettera, che egli stesso riconosce essere, più che una lettera, un diario e una confessione, non ha una logica in sé, se non quella di uno scontento diffuso, sregolato e decadente che sta cercando una dolorosa giustificazione ed un riscatto, di fronte agli occhi del fratello, ma una giustificazione ed un riscatto anche per se stesso: “un maledetto romanzo di formazione dell’infelicità”. Sta cercando, ossia, in quel suo disordinato pensare, sfogarsi e riflettere, una via di uscita che lo preservi da una qualche calamità interiore: “Una confessione al fratello lontano, un dirgliene anche quattro, che anche questo ci vuole, una dichiarazione d’amore e d’odio, che anche questo ci sta, tutto, nel nostro serio gioco, nel senso delle nostre cose, nel senso delle nostre giornate, variegate le tue, tutte, proprio tutte infallibilmente uguali le mie.” E soprattutto: “la tua estroversione è l’altra faccia, la faccia illuminata, della mia introversione.” Fritz diventa così il pretesto narrativo, “un affettuoso pretesto”, al quale affidare il compito di segnare le tappe di un percorso personale accidentato lungo il quale il protagonista potrebbe anche perdersi: “Queste mani dovrebbero servire per liberarmi, per farmi fuggire da tutto e da tutti, per ricominciare a vivere da qualche altra parte. Da una parte nuova. Stringendo un destino nuovo.”

Ormai la scrittura di Krauspenhaar ha preso la sua corsa; il suo compito principale è ora quello di tener dietro ai pensieri, comporre intanto il primo sedimento psicologico sul quale insediare la vulnerabilità del personaggio. I temi si susseguono: le donne, gli uomini, la fede, il talento personale, l’ipocrisia, l’amore, l’arte, l’amicizia, in uno srotolarsi di movimenti che si spingono a vicenda, come se una cateratta si fosse rialzata lasciando scorrere la piena a valle. Il lettore non è sollecitato ad interpretare, a prendere posizione, ma ad osservare, come accade allorché ci si fermi sull’argine del fiume per seguire l’arrivo dell’onda di piena, e ci si sente impotenti ad agire, e, tuttavia, non si ha la forza di andarsene, e si resta spettatori. Una delle onde di piena porta questo terribile pensiero: “Dio non è un essere che c’è o non c’è, ma è un essere al quale, proprio in definitiva e senz’appelli, non importa nulla di nessuno.” Ed anche: Dio “lascia le cose proprio come stanno”. Il percorso lo sta conducendo a un Dio peggiore, nuovo e diverso, che si pone in contraddizione con il Dio conosciuto, presente e affidabile, e ne usurpa il posto. Anche l’amore è visto ora come una devastazione, così che si ha l’impressione che in questo personaggio ogni fibrillazione del sentimento diventi una minaccia, una ossessione vendicativa. Ci domandiamo se possa mai essere felice uno come lui, e se egli, invece che essere un personaggio verosimile, non sia in realtà il risultato, o meglio, l’espressione di uno speciale esistenzialismo inconciliabile con la vita: “non sono conveniente, non frutto un solo marco a nessuno, come schiavo valgo zero, sono un uomo libero di cui nessuno può fare uso”. Il protagonista è – ci pare – in cerca di un momento di respiro, di sosta, forse per comprendere ciò che egli è, ma in verità per compiacersi unicamente proprio di quella perenne insoddisfazione che gli consente di esistere: “Do giudizi su tutti, ma io chi sono?”. Un brano particolarmente dimostrativo di questa singolare vocazione del personaggio nonché del risultato più alto raggiunto dalla scrittura-fiume di Krauspenhaar è quello in cui si parla della vicenda di Krausbernard, uomo cinico che riesce a appropriarsi di ogni cosa e perfino dell’umanità delle persone che gli si avvicinano, tra queste la sfortunata Margarete. Il contatto con una tale “belva”, che è stato ed è ancora amico del fratello Fritz, riesce addirittura a far pensare al protagonista, a proposito del fratello: “se uno è il miglior amico di un individuo simile, allora c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che addirittura puzza, e forse, devo proprio dirtelo, puzzi anche tu”.

Torna di nuovo a farsi robusto il motivo dell’incredulità in un Dio che ci segue e non ci abbandona, e questo motivo diventerà l’ossessione capace di imprimere sul protagonista un pessimismo profondo e irreversibile: “Dio fa sempre così, lascia le cose come stanno; ma per alcuni, troppi, questa è una condanna, mentre per altri, per quegli altri di cui il tuo migliore amico è il campione, è la salvezza; e l’impunità, soprattutto.” Sembrerebbe, dunque, al sagrestano umiliato e sanguinante di orgoglio, che le ingiustizie di questo mondo debbano ascriversi all’indifferenza di Dio, che forse – dubita ad un certo punto – nemmeno esiste.

Anche il terribile Krausbernard si comporta allo stesso modo, come quel Dio, lasciando “sempre le cose come stanno”. Lasciare le cose come stanno assume, perciò, finalmente, il suo connotato negativo, individuando nella immobilità, nell’assenza di movimento e di mutamento nella natura e negli uomini il principio corrosivo della distruzione. Lasciare le cose come stanno, ossia, non significa nemmeno conservare, mantenere lo “status quo”, bensì distruggere: “quel suo modo di non cambiare nulla per distruggere tutto”.

Da quando è giunto a “questa spiegazione”, il protagonista ha imposto un diverso ritmo, più lento, meno aggressivo alla sua “lettera spasmodica e gonfia come un pallone”, quasi che gli insulti e le maledizioni scagliati avverso ai rapporti umani abbiano cominciato a produrre in lui una ancora lieve ma incipiente devastazione.

Individua in Krausbernard un obiettivo per dare una svolta alla sua vita, conseguire una speciale liberazione da ciò che egli rappresenta. Krausbernard è anche l’uomo che, senza farsi troppi scrupoli, lo ha licenziato dalla sua fabbrica, e solo quell’occupazione di sagrestano gli ha consentito di sopravvivere, ma ora i frati del convento non hanno più bisogno di lui. Fra poco perderà anche quel lavoro. Tutto il cattivo e il perfido che si è accumulato in lui (“non che ormai mi manchi la capacità di odiare pressoché chiunque”) discende da Krausbernard; a lui, perfino, deve imputarsi la colpa dell’aggressione che il protagonista ha perpetrato nei confronti di Luise, la segretaria di Krausbernard. Un giorno, perciò, sale sul treno che abitualmente ogni due settimane, un mercoledì, Krausbernard prende per recarsi a Brema, con l’intenzione di ucciderlo. Ma sul treno Krausbernard non c’è, questa volta. Puch torna a casa, consapevole che “nulla si può cambiare, le cose restano sempre nella stessa sbagliata posizione di sempre.” Egli, deluso, si considera “Né carne né pesce, né bestia né tantomeno uomo.” In un momento di esaltazione della sua rabbia devastatrice egli si paragona a Dio, entrambi incapaci di mutare le cose.

Se possiamo capire il suo odio contro il mondo, e perfino contro se stesso (“io sono peggiore di tutti”), non siamo d’accordo con lui. Le cose, infatti, non restano sempre come stanno, e Fritz, che non riceve la sua lettera ma ne ha scritta una assai più breve che s’incrocia con quella del fratello, fa qualcosa che forse nessuno si aspettava: gli dichiara il suo affetto (“Ti voglio bene, Puch, non ti ho mai capito, ma ti voglio piuttosto bene”), proprio nel momento in cui Puch, accecato dall’odio verso tutto e tutti, gli dichiara il suo disprezzo. È la deflagrazione del personaggio: il suo urlo disperato, alla Munch, contro il silenzio di Dio e del mondo.

“Era mio padre” (2008)

Il 21 maggio 2008 ho conosciuto a Firenze, al Gabinetto Vieusseux, Franz Krauspenhaar, spigliato, disinvolto, coi suoi occhi azzurri che sprigionano simpatia e gioia. Così lontana la sua fisicità dall’immagine di irrequietezza e ribellione che emerge dai suoi romanzi, sempre sanguigni, appassionati, portatori di una verità contorta, rivelatrice di un malessere segreto che ancora la scrittura non è riuscita a vincere del tutto.

Ora tocca a “Era mio padre” raccogliere questa eredità e una tale sfida.

All’inizio incontriamo una frase molto bella, che è anche la chiave di lettura più significativa: “Il passato è passato, si dice. Come si può credere ad una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e giorno – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.”

Il romanzo è dichiaratamente autobiografico. Tutto quello che c’è scritto è vero, ha dichiarato più volte l’autore. Carl e Franz, dunque, sono personaggi reali, in carne e ossa. È un tentativo, questo, che Franz Krauspenhaar compie per diagnosticare e risolvere quel suo malessere che lo accompagna, recuperare una libertà dello spirito non più impedito dai legacci della memoria, invadenti e ossessivi: “mi sembra di avere più ricordi che speranze.”; “uomo che ha una tara da colmare, badante di un se stesso in sedia a rotelle.” Forse è il romanzo che dischiuderà a Franz nuove frontiere: “eccomi qui a interrogarmi su queste pagine, a fare di te un libro.”, “questo libro è un salvataggio estremo”, “Io qui sperimento me stesso”; necessario, dunque, affinché la tempra d’artista che è in lui si riveli nella sua pienezza. È un romanzo di passaggio, anche se l’autore ha già le idee chiare: “i libri davvero forti e veri devono suscitare emozioni, e se negative tanto meglio. Devono seguire la forma dello sballamento umorale della vita, del mondo. Il saliscendi. Il motocross è letteratura. E illusionismo al cento per cento.”

Sono gli irresistibili richiami alla beat generation, che Franz assimila e fa suoi per descrivere una parabola personale fatta di dolore, di alienazione e di morte: “questo sentire la vita come un lutto.”; “difficilmente io genererò un figlio: non si può mai dire, certo, ma con molta probabilità l’ultimo a sentire quel senso sovrano di morte sarò io”. Il tenersi attaccato alla memoria del padre è infatti non tanto un richiamo di vita, bensì di morte e un richiamo anche proveniente dalla morte, affidato quest’ultimo alla scrittura: “Questo padre che mi ha abbandonato troppo presto.”; “affonda nella prosa, resisti nella prosa.”; “ho scelto la prosa per venirti incontro e ricostruirti.” Solo attraverso una tale visione, come una luce opaca, e solo attraverso la scrittura Franz riuscirà a vedere intorno a sé e a leggere un nuovo rapporto con se stesso e con la vita.

La mobilità stilistica e la visionarietà che s’inerpica all’improvviso come a raggiungere una vetta impossibile, sono tra le caratteristiche principali del romanzo, al servizio di una ricerca complessa, tortuosa e disperata. L’immagine del padre finisce per scuotere nell’animo dell’autore il recondito coacervo di sentimenti repressi per troppo tempo. La felicità suscitata in lui dal padre quando era in vita, si scopre che si è trasformata a poco a poco in un deposito nascosto dove sono andati a fermentare sensi di colpa, dolore, angosce, insicurezze, frustrazioni e disperazione. Una felicità, dunque, ambigua, dalla doppia faccia ingannatrice. Franz ne paga lo scotto, a partire dal momento in cui l’oggetto di questa felicità scompare per sempre. Allora il miscuglio torbido che si è depositato nella sua anima principia a gorgogliare, a venire in superficie e a pretendere una specie di resa dei conti con la verità. Milano (“la puttana discreta”) e le donne che si alternano nell’attenzione di Franz, risultano, così, pur nella loro consistenza, soltanto presenze complementari, brevi scenari di giuntura, semplici raccordi di percorsi di ben più grave spessore, in cui un qualsiasi abbandono può causare la perdita della conoscenza di se stesso, oltre che della vita.

Scrivere libri come questi è sempre ad alto rischio. Ne possono uscire esiti liberatori, ma anche saldature imprescindibili che lasciano il segno. Ci vuole coraggio ad intraprendere un’impresa simile. Se pure la letteratura abbia già fornito esperienze di questo tipo, esse non sono poi così numerose, e va dato atto a Franz di averla affrontata senza menzogne, in un rapporto diretto con il lettore, come una confessione pubblica, generosa e appassionata.

Scendere negli abissi della propria anima è soprattutto farsi strada nel buio, cercare la luce, ma specialmente procedere in una oscurità assoluta il cui attraversamento corrisponde nella maggior parte dei casi ad uno smarrimento, quasi una perdita di coscienza. Franz la attraversa affidandosi ad una visionarietà lautréamontiana, dove la mente, se pure si affida al ricordo, prende strade autonome tutte percorse da una specie di sbriciolamento della propria personalità.

Il sogno di Franz di essere il padre di suo padre (“Io oggi vorrei tanto che tu fossi mio figlio.”) e di portarlo per mano non ha il significato di una riappropriazione delle sue radici, piuttosto di uno smarrimento di se stesso, di una perdita di identità. Nella ricerca ossia di se stesso, Franz perde proprio l’unico legame che possa condurlo al se stesso che sta ricercando, quella forza di gravità che manca ad un uomo smarritosi nello spazio e nel tempo.

Franz, dunque, ha scelto – inconsapevolmente o meno – la strada più difficile. Egli fa omaggio ad Henry Miller (“Miller mi ha fatto diventare uno scrittore”), ma qualche volta viene in mente la rabbia di Céline, che in Franz si mescola ad un amore-odio (“vendetta liberatrice“), diretto più che al padre, a se stesso. Il padre Carl (Karlo), in questo romanzo, è in realtà un pretesto, o meglio una specie di specchio rovesciato e deformante (“Volevi essere come tuo padre.”); il protagonista vero, perfino egocentrico e qualche volta eccessivo, è unicamente lui, colto nelle giravolte, negli  sbandamenti, nelle insicurezze generate dalla sua speciale ricerca. È un romanzo da male oscuro, questo di Franz, ed una ricognizione a 360 gradi che può richiamare alla mente perfino il Kerouac di “On the road”.

La sua disorganicità, la sua improvvisazione diaristica, la mancanza di una linea sicura che non sia quella della spontaneità, generano nel lettore il subbuglio di una confidenza inattesa ed imbarazzante. Ci sono parti che si ripetono come girando intorno a se stesse: le quali sono lì, in realtà, per ricordarci che ci troviamo ancora di fronte ad un trauma irrisolto (“È un viaggio con te perché io diventi un uomo completo”) che l’autore cerca ripetutamente di sciogliere con la scrittura. Karlo altro non è che la malattia di Franz, è il suo doppio che il figlio vuole disperatamente raggiungere per potercisi identificare: “Diventare te per davvero”, “Sto scrivendo di mio padre ma io intervengo di continuo col personaggio di me stesso, a inchiostro spiegato, pennellando il mio ego in ogni spazio. Questo libro è anche un diario di me stesso, e forse sì, il me stesso, sempre lui si sovrappone in maniera eccessiva a quello di papà.” È una dichiarazione, quest’ultima, di consapevolezza letteraria, che ha una sua lucidità la quale, se si diluisce nel contenuto, resta, nell’artista, molto determinata: “Questo mio viaggio è fatto di stop continui, di accelerazioni, di frenate brusche, di avanti e indietro nel tempo e nello spazio.” Una scrittura magmatica, dunque, con i suoi alti e bassi dovuti ad uno spontaneismo cercato ad ogni costo, per il quale talvolta Franz paga un prezzo salatissimo: “ho messo in atto una vera e propria polverizzazione della narrazione. Non c’è un nucleo.[…] Non ci posso fare niente“. Si pensi a questa frase, che si riferisce al fratello Stefano morto tragicamente, lasciata incustodita nella sua provvisorietà: “si dissolve da qualche altra remota parte oltre l’universo – o già si è dissolto – per imbarcare nuova luce nella realizzazione di spirito nuovo.”

O a queste altre, troppo eccessive, al limite del sensazionalismo: “Affonda nella prosa, resisti nella prosa.”; “ho scelto la prosa per venirti incontro e ricostruirti, affondandoci insieme.”, “Io oggi vorrei tanto che tu fossi mio figlio.” Non mancano, però, espressioni di nitida bellezza: riferendosi al padre che trascorre la vacanza a Palmi, la terra della mamma, scrive: “E quando nuotava in quel mare meraviglioso nuotava dentro la pelle chiara della mamma.”; “il passato ci sveglia nei sogni.”, allorché ricorda Svetlana invecchiata ed imbruttita, “pesta e ubriaca fradicia”, scrive: “Sentii il peso degli anni più di tante altre volte, fu un confronto duro col tempo che era trascorso nel peggiore dei modi. Con l’assenza di speranza. Con le illusioni perdute accartocciate nella mano, come un fascio di foglie secche.” E anche: “Fulmini caliginosi che entravano nella pelle, dopo aver polverizzato la crosta dell’aria.” Ma ne troveremo altre di simili.

L’egocentrismo e una certa abbondanza espressiva, tuttavia, continuano ad impregnare il libro, ne fanno il propulsore dinamico e roboante, insieme con la scrittura, spuria ed allucinata: il padre ha diciotto anni e viene arruolato nella Cavalleria Wehrmatch e inviato in Ungheria, dove, ai lati di una grande strada, vede penzolare  dagli alberi un sfilza di ragazzi e uomini tedeschi in divisa, con appiccicato addosso un cartello con la scritta infamante che si tratta di disertori. Non sono ammesse fughe, dunque, anche se la guerra ormai è perduta: “Eccoti che fai il tuo dovere. Il tuo dovere è di rischiare di farti scannare, di esplodere in mille pezzi, di trascorrere le tue ultime ore in agonia.” Mi viene in mente “Kaputt” di Curzio Malaparte (uno scrittore amato dall’autore, e citato nel romanzo insieme con Henry Miller e Céline), del 1944, dove la tragedia della guerra è intessuta con una scrittura superbamente controllata e magistrale.

L’io che sta spuntando da queste confessioni di Franz è un io prepotente, perfino esaltato, ma necessario, il quale versa dappertutto il fiele della sua vendetta distruttiva. Per ricostruire o rinascere si deve distruggere, fare tabula rasa, chiudere tutti i legami, lottare strenuamente coi ricordi, senza temerli, ma per sconfiggerli: “io credo che l’idolo vada finalmente abbattuto per centrare meglio se stessi, e superare quell’inevitabile complesso d’inferiorità che ci sommerge a volte come una maledizione.”

Non teme di confessare le sue simpatie nazifasciste in gioventù, di contro al conformismo che dilagava nei giovani della buona società che si dicevano comunisti, ma non rinunciavano ai loro privilegi. In questo differiva, allora, dal padre, che odiava profondamente Hitler e il nazismo (“Hitler era un porco”), avendo conosciuto gli orrori della guerra e la ferocia delle persecuzioni. Scrive Franz: “Avevo capito che il comunismo era l’altra faccia – quella più presentabile, perlomeno qui, da noi – del fascismo e della sua versione più netta e radicale, il nazismo. E le mie idee su questo non sono affatto cambiate, nonostante siano passati trent’anni e più da quegli anni piombati.” È il Franz combattivo, risoluto e tenace che ogni tanto afferra per la gola se stesso e trasforma la sua debolezza in orgoglio.

È il Franz più sicuro, che non ha perso, nel ripescaggio di se stesso, quel punto di lucidità che lo tiene ancora attaccato al mondo. Sono le parti migliori del libro, anche stilisticamente, dove la confessione mantiene una sua salda linea di opposizione contro tutti i soprusi. Non ha peli sulla lingua, come non li ebbe Fenoglio. A proposito dei partigiani scrive: “Solo un certo numero io credo che fossero banditi. Come quelli che fecero saltare il camion di SS in via Rasella a Roma, causando la strage delle Fosse Ardeatine. Gente che sapeva benissimo cosa sarebbe successo, quale sarebbe stata la rappresaglia”.

Come pure sobrie e riuscite sono le pagine del capitolo 20 che descrivono il padre reduce sbandato, che sta cercando i suoi cari e di ricostruirsi una vita.

Giunto in Italia, deve vedersela con le ostilità della gente, “In un paese che aveva tradito tutti all’ultimo momento, che aveva in un primo momento inneggiato al suo duce e poi aveva voltato le spalle con un colpo di mano da piccolo illusionista d’avanspettacolo. Ed ora per i tedeschi erano tempi grami.” Non è senza significato che troviamo questa esplicita confessione, che riguarda le amicizie del padre: “Ora che ci penso, non ha mai avuto un amico italiano.”

Il romanzo si sta spogliando della malattia: ossia della retorica e della esaltazione dei sentimenti, quasi a svelare, dunque, che il percorso intrapreso dall’autore (“queste sedute di scrittura”) sta raccogliendo evidenti e importanti risultati.

È il Franz che mi piace e che desidero incontrare nei prossimi romanzi: “Se non s’è perso l’amore, in fondo non s’è perduto niente.” È una frase che segna una forza nuova ed una irresistibile speranza. Bella, in appendice, la dedica alla madre Teresa, che ha il nome bellissimo che fu anche della mia.

 


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Bart