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Kundera, Milan

7 novembre 2007

L’immortalità

“L’immortalità”

Una donna all’incirca di sessanta, sessantacinque anni, è nell’acqua, ai bordi della piscina e esegue le istruzioni del giovane maestro di nuoto. Ce la mette tutta. Quando la lezione è finita, esce dalla vasca, e dopo aver fatto qualche passo si volta a salutare il maestro. L’autore, che è in attesa di un amico, il professor Avenarius, la sta osservando, scrive: “Quel sorriso e quel gesto appartenevano ad una donna di vent’anni!” E poche righe dopo: “Quel sorriso e quel gesto avevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo di fascino non ne avevano più.” E ancora: “Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere più bella, in quel momento l’aveva dimenticato.”

Difficile rendere, come qui si è reso, tutta la potenza e la profondità luminosa dell’istante che non è sottoposto a regole di tempo e di spazio. È questo tipo di istante che vive nell’immortalità. Come pure quel magico eterno istante che, più avanti, l’autore coglie in una poesia, “tanto splendida quanto banale”, di Goethe.

Da quel gesto di saluto nasce nella fantasia dell’autore la protagonista di questa storia: Agnes. È la prima volta che mi capita di veder sorgere in questo modo la figura di una protagonista di un romanzo. C’è sempre qualcosa nella realtà che ispira un artista, ma essa, nonostante lasci delle tracce nella storia, resta sempre nascosta, riparata dagli occhi indiscreti e curiosi del lettore. Qui no: l’ispirazione, la musa, al modo della Venere di Botticelli, è dichiarata, non solo ma, messa così, all’inizio, prima di avviare il racconto, le si riconosce il posto d’onore, le si garantisce la sua presenza fino alla fine.

Ci si accorge subito di trovarci di fronte a uno scrittore che non si limita a narrare ma intercala con riflessioni e annotazioni il racconto. Questa caratteristica, che appartiene ad altri grandi scrittori – mi viene in mente Thomas Mann, ed anche Proust, per limitarci a due esempi soltanto – ci avverte che non si tratterà di una lettura facile, nella quale il lettore possa farsi trascinare dentro il sogno che sempre accompagna una storia raccontata. Al contrario, qui ogni tanto la mente sarà chiamata all’esercizio del pensiero e alla fuga dalla fantasia.

Agnes sta passeggiando per le strade di una Parigi affollata, rumorosa, frenetica, violata dalla modernità: “il mondo è giunto all’orlo di un confine; se lo supererà, tutto potrà trasformarsi in follia… (omissis)… C’è una specie di confine quantitativo che è vietato superare, ma nessuno lo sorveglia e probabilmente nessuno sa neanche che esiste.”

L’individuo, Agnes ad esempio, può essere toccato da questa specie di follia? Si capisce che ciò che ci sta intorno ha una stretta correlazione con noi, qualcosa di più di una contiguità con il nostro ego: “In questa banale prova di forza quotidiana, era sempre lei la sconfitta.” E ancora: “Era l’uguaglianza in persona che la rimproverava, non ammettendo che un individuo rifiutasse di accettare quello che dovevano accettare tutti. L’uguaglianza stessa le proibiva di trovarsi in disaccordo con il mondo in cui tutti viviamo.”

Eccolo, il tema, o almeno uno dei temi, che l’autore ci invita a seguire. Agnes lo affronta con odio, in principio. Poi è il ricordo del padre che l’aiuta a superarlo. Infatti il padre, deriso dalla madre e da lei stessa, per la sua mitezza, aveva scelto – comincia a capirlo solo ora, Agnes – di fuggire il contatto con la moltitudine, ossia con quell’uguaglianza che ha in sé il germe suicida dell’annientamento. Non era vile il padre, dunque, bensì una specie di eroico resistente, difensore della sua particolarità. E al momento della sua morte, l’autore dedica un’intensa pagina stracolma di tenerezza, d’incanto e di emozioni, che da sola vale già tutto il libro. Vicino a morire recita una poesiola di Goethe, che a scuola si fa imparare ai ragazzi per la sua semplicità. È la poesia che recitavano quando andavano a passeggio insieme. La poesia dell’armonia e del silenzio, il cui significato di morte compare solo ora, nel momento in cui il padre, febbricitante nel letto, con la sua mano in quella di Agnes, si appresta a morire: “E ormai riconosceva la voce della morte del padre che si avvicinava: era il silenzio degli uccelli che tacevano sulle cime degli alberi.” Quella poesia si rivela il dono prezioso del padre per farle intendere di rimanere libera: “Di vivere così come voleva vivere, di andare là dove voleva andare.”

E Agnes, che è sposata con Paul ed ha una figlia, Brigitte, cerca questa libertà: “Eppure nella sua pace coniugale giungeva di lontano una voce seducente: era la voce della solitudine.”

Questo romanzo già seduce anche noi, abbiamo letto poche pagine e siamo già distesi su di un’onda quieta e dolce di emozioni che ci culla e ci porta lontano: “Chiudeva gli occhi e ascoltava il suono del corno da caccia che veniva dal profondo dei boschi lontani. In quei boschi c’erano delle strade e in una di queste c’era il padre; sorrideva e la chiamava a sé.”

Ci troviamo di fronte ad uno dei casi rarissimi nella prosa, in cui compare con tutta evidenza la magia della parola creatrice di immortalità.

Agnes ogni tanto nella sua fantasia vede una scena: uno sconosciuto proveniente da un altro pianeta compare, sempre quando è presente il marito Paul, e conclude la sua visita con questa domanda: “Voglio soltanto domandarvi: nella prossima vita volete restare insieme o non volete più incontrarvi?” Non può rispondergli, imbarazzata dalla presenza di Paul, finché un giorno riesce a dirgli ciò che pensa da tempo: “Preferiamo non incontrarci più.” Un ricerca estrema, quindi, quella di Agnes, ed anche una difesa ostile contro quei sentimenti che minacciano la nostra individualità, compreso perfino l’amore.

D’un tratto si volta pagina. Agnes sparisce e ci si trova a contatto con un immortale, Goethe, di cui viene narrato l’idillio con la giovane Bettina Brentano, che “era miope e non vedeva niente”, preciserà più avanti l’autore. Il quale, durante il racconto, come un fotografo, ferma quegli istanti in cui penetra, illuminandoli per sempre, la luce dell’immortalità; non solo l’incontro tra i due, quando Bettina gli siede sulle sue ginocchia e si addormenta, o quando Goethe le scopre il seno con un gesto che “resta come unico e splendido gioiello di eccitazione sessuale”, ma anche il momento in cui il poeta di Weimar è convocato da Napoleone ad Erfurt il 2 ottobre 1808 e si ha l’incontro tra i due immortali, sul quale l’autore così si esprime: “Potete dire ciò che volete sull’immortalità dei poeti, ma i condottieri sono ancora più immortali.” E sarà Goethe a domandare all’aiutante di campo, quando vede Napoleone allontanarsi, se la sua udienza sia da considerarsi conclusa. Sì, Napoleone è tornato ad occuparsi delle sue cose, ossia a procedere nel suo cammino verso l’immortalità, a lui predestinata dalle sue gesta di condottiero, e non ha nemmeno salutato il grande poeta.

Ma quello di Bettina nei confronti di Goethe fu amore? No, risponde l’autore: si trattò per Bettina non di una “lotta per l’amore” ma di una “lotta per l’immortalità.”

Preciserà l’autore: “All’immortalità si pensa dall’infanzia.” E ci deve aver pensato molto Bettina, che alla corte a Goethe – che ci viene riferito era ancora bello come da giovane, quando era anche un disinvolto seduttore, ed ora “la bocca sdentata di Goethe non la disturbava affatto” – aggiunge il corteggiamento a Beethoven, “il brutto compositore, e flirtava con tutti e due. Quella doppia immortalità la inebriava.”

A questo punto, si è ormai convinti che non stiamo leggendo affatto un romanzo, ma una pluralità di storie tenute insieme dalla luce dell’immortalità che seduce tutti, ma illumina soltanto pochi eletti. Stiamo leggendo una nuova versione di “Vite parallele”, dove dominano taluni istanti della vita di un uomo messi a fuoco da questa luce che ha il potere di fermarli per sempre e renderli non solo visibili e pregnanti di significato, ma immortali, ossia incancellabili e leggibili in ogni tempo. Dunque, un’accurata ed insolita indagine nella profondità degli istanti, e se anche la scrittura ha gli accenti di una biografia ben scritta e godibile, a differenza di questa, si nutre unicamente degli aspetti legati all’immortalità. Ciò non significa necessariamente levare un peana a favore degli immortali, giacché essi sono illuminati dall’immortalità anche nei momenti di minor gloria, come accade a Goethe in taluni episodi della sua vita, ed in particolare nell’episodio – vero o frutto della fantasia di Bettina Brentano – in cui, passeggiando con Beethoven (qui in veste di anti-Goethe) alle terme di Tepliz nell’estate del 1812, i due s’imbattono nell’imperatrice con la famiglia e la sua corte, e nel renderle omaggio si comporteranno, come leggerete, in maniera del tutto opposta. Capita così che nonostante alcuni celebri immortali abbiano, come Goethe, programmato la propria immortalità, vi trascinino dentro, loro malgrado, frammenti di luce eterna generati, nel bene e nel male, dalla volontà o comunque dall’intervento altrui, com’è il caso di Bettina Brentano che, nel narrare certi episodi mescolati con la sua fantasia o nell’esprimere trincianti giudizi, per esempio nei confronti di Christiane, la moglie di Goethe, ha resi questi momenti immortali e imprescindibili.

Goethe che finora è stato raccontato dall’autore, si anima e parla direttamente con Hemingway che, al contrario di lui, ha fatto di tutto per sfuggire all’immortalità, al punto che, quando se n’è spaventato, si è ucciso. Dirà: “Un uomo può togliersi la vita. Ma non può togliersi l’immortalità.”

Non si è mai perduta la presenza di Agnes durante la lettura di queste vite parallele, e l’autore non manca di inserirla, come un cammeo, qua e là quasi fosse diventata (o addirittura lo è diventata per davvero) con quel suo gesto da cui è nata in principio, la stessa immortalità. Ed ora torna ad occupare la scena, avanza per un attimo verso di noi, accompagnata dalla sorella più giovane e solo in apparenza (come vedremo) sfortunata, Laura. Un confronto anche qui, tra due vite, ma soprattutto tra due gesti di cui uno ha raggiunto l’immortalità, mentre l’altro, quello di Laura fatto ad imitazione della sorella, si è sbiadito e perduto.

Si chiude la scena e se ne apre un’altra: è questa – ormai riconoscibile – la struttura del romanzo, che però comporta molti rischi, tra i quali almeno un’apparente mancanza di profondità nello scandaglio psicologico dei personaggi, che cadono sotto l’occhio di bue della scena per ritirarsi quasi immediatamente nell’ombra. Un’immortalità di luci e di ombre, dunque, come se essa non potesse acquisire definitivamente quella nettezza e autorità che, sbagliando, le si attribuisce.

Per la prima volta mi capita di leggere una storia, in cui sono le riflessioni, i dubbi, le tesi, le ipotesi a tracciare le vicende, e non all’incontrario, quando di solito dalle parole, dalle situazioni e dai gesti generati dal racconto si trae materia per acquisirne il significato.

Secondo l’autore l’immortalità, o almeno parcelle, schegge di essa, investe ogni cosa della società, ed oggi accade che si possa avere perfino una immortalità costruita, fatta a propria misura: “E poiché la realtà per l’uomo d’oggi è una terra sempre meno frequentata, e del resto a buon diritto non amata, i risultati dei sondaggi sono diventati una sorta di realtà superiore, oppure per dirla diversamente: sono diventati la verità.”

È un modo di narrare che sta tra il saggio e il racconto, ed in un rapporto tale che l’analisi anche troppo raffinata di ciò che ci sta intorno trasforma la storia, per esempio quella di Agnes, in un puro pretesto. L’esempio da cui ho tratto la citazione di cui sopra, mostra con tutta evidenza questo scivolamento dal saggio al racconto e da qui di nuovo al saggio. Operazione che fa di questo testo qualcosa di lontano, di nuovo, di diverso dal romanzo. E può, infatti, piacere e non piacere non tanto per ciò che di romanzesco vi si narra, bensì per il modo con cui ci si avvicina e ci si allontana dalla storia che si vuole raccontare, come se una sorta di pensiero dominante tenesse imbrigliata e sorvegliata la fantasia. Per meglio dire: la storia qui è in toto al servizio del saggio, insomma gli fa da supporto, da esempio alle tesi che si vogliono dimostrare (il comunismo, il progresso, la verità, il matrimonio, i diritti umani, la modernità, l’immortalità, piccola o grande che sia, l’erotismo, l’amore, la musica, l’arte, il pudore, eccetera). Si potrebbero fare molti esempi, ma basti per tutti il capitolo intitolato “Homo sentimentalis”, quando Agnes viene rapidamente introdotta per corroborare una tesi che si andava svolgendo.

Silenzioso scivola pure l’occhio di bue che illumina la scena e distribuisce i ruoli di prim’attore, facendoci passare per esempio da Agnes a Paul e poi a Laura e poi a Bettina, e poi a Brigitte, e ancora ad altri, a Goethe, a Beethoven, a Hemingway, a Cervantes e ad Agnes di nuovo, e a Goethe ancora, e a Bettina, a Rimbaud, senza che ce ne rendiamo conto, poi a Rubens, che non si sa se sia uno sconosciuto o il grande pittore fiammingo in una sua traslazione ai giorni nostri, del quale, peraltro, indugia a narrarci parti della sua vita. Viene spontaneo domandarsi, allora, che tipo di immortalità stia affiorando, dopo che abbiamo conosciuto all’inizio quel gesto sublime compiuto da Agnes all’uscita dalla piscina: “l’unica realtà, fin troppo facilmente afferrabile e descrivibile, è la nostra immagine agli occhi degli altri. E il peggio è che tu non ne sei padrone.” E qualche riga più avanti: “basta una sola formula maligna e sei trasformato per sempre in una pietosa caricatura.” Esiste, verrebbe voglia di domandarsi, una disgregazione dell’immortalità? Una sua finitudine? Sembrerebbe un controsenso, ma il lavoro di scalpello che qui viene fatto, sembra diretto non a cesellare un’immortalità consolidata, ma a minarla, se non addirittura ad abbatterla. Dirà Goethe nel corso di un colloquio nell’aldilà con Hemingway: “Ho deciso di approfittare del fatto che sono morto e di andare, se mi si passa il termine impreciso, a dormire. Assaporare la voluttà del totale non essere…”

Abbiamo assistito, infatti, all’inizio, alla squisita rappresentazione di un gesto investito dal lucore dell’immortalità, e tuttavia quella stessa persona, Agnes, appare a poco a poco contaminata da tutti i vizi che appartengono all’essere umano, in particolar modo la gelosia, l’odio, il risentimento, il rimorso e così via, sentimenti tutti negativi e generatori di oscurità ed ombre, e nel momento in cui tocca alla sorella Laura prendere la scena, Agnes si riduce alla piccola, meschina immagine di donna respinta e umiliata. Stessa sorte è riservata a Goethe, mentre un cammino inverso sembra quello intrapreso da Bettina, il cui amore è preso a simbolo di una virtù superiore alle altre: “la ragione e il senso del suo amore non era Goethe ma l’amore.” Insomma, un romanzo che non è un romanzo, personaggi che non sono i consueti personaggi (nessuno è più importante dell’altro, e vedrete che si sparisce di scena con la semplice annotazione di una riga!), una storia che si scioglie in mille rivoli, i quali non raggiungono né il fiume né il mare, destinati a prosciugarsi prima di raggiungere una meta qualsiasi. O a riaffiorare dopo essersi immersi a lungo in cunicoli sotterranei: “mi dispiace che quasi tutti i romanzi che sono stati scritti risultino troppo obbedienti alle regole dell’unità d’azione.” E ancora: “Il romanzo non deve somigliare a una corsa ciclistica, bensì ad un banchetto con molte portate.”

Il professor Avenarius, lo ricordate? È quello che l’io narrante (che poi è l’autore stesso) sta aspettando in piscina e nell’attesa di lui osserva quel gesto di Agnes. Compare più volte come un lampo di flash, ma quasi nel finale è grazie a lui, all’arrivo di Avenarius, che si torna all’inizio e ci ritroviamo in piscina punto e a capo, e lui giunge pochi istanti dopo che Agnes se n’andata dopo aver compiuto quel gesto immortale. Ed è con Avenarius, mentre sono a tavola al ristorante, che l’autore cerca di dare un senso alla storia che sta raccontando, ossia di spiegare a tutti noi che cosa egli intenda per romanzo. Le frasi sopra riportate sono solo un esempio di ciò che dirà al suo compagno misterioso. Ma forse sta in questa frase, pronunciata durante quella conversazione, la chiave più esplicita per capire come mai si sia scritta una storia come questa: “Se un pazzo che scrive ancora romanzi vuole salvarli, deve scriverli in modo che non si possano adattare, in altre parole, in modo che non si possano raccontare.”

Quando ci incamminiamo verso la conclusione un vento di morte, un desiderio non più di immortalità, ma di annullamento, inatteso, gelido, tenebroso, ci fa rabbrividire, e comprendiamo che l’immortalità ci lega per sempre alla nostra vita, ce ne rende prigionieri per sempre, mentre la scomparsa del proprio io, la conquista di una morte assoluta, definitiva (“sa che non c’è niente di più bello”) ci scioglie e ci disperde nel grande mistero dell’eternità. Un annullamento di sé e della memoria, una fuga precipitosa dalla realtà, vedrete, non risparmieranno nemmeno taluni personaggi di questa davvero inenarrabile storia, nel corso della quale si può anche nutrire il sospetto che l’autore abbia voluto perfino divertirsi con noi. Come quando, di punto in bianco, introduce una storia nella storia, quella di Rubens, che potrebbe e non potrebbe essere il grande pittore fiammingo trasportato ai giorni nostri, o addirittura ritroviamo gesti che già sono appartenuti ad altri. O personaggi che si conoscevano tra loro ed ora non si riconoscono più. O muoiono più volte e ogni volta con morti differenti. O la liutista, che Rubens immagina abbia i polsi legati ai bracci della croce, eppure si copre il seno con le mani, e con il suo nome (ma si badi, solo con quello) riporterà questa storia nell’alveo di quella principale. Una serie di incastri, insomma, che possono anche riguardare l’immortalità, come metamorfosi della stessa immagine o della stessa coscienza, ma può essere anche un gioco scoperto fin troppo (come quello di Avenarius), nel quale il significato è il premio impossibile di una lotteria che abbia zero probabilità di riuscita su una massa sterminata, per non dire infinita, di occasioni.

Dunque, un percorso certamente difficile, quello disegnato dall’autore, una sorta di labirinto degli specchi, dove sempre incontriamo qualcosa che già abbiamo conosciuta e tuttavia non possiamo dire che ci appartenga; un percorso inciso nel mellifluo legno dell’ambiguità, della quale nessuno di noi riesce mai a liberarsi del tutto.


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Bart