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La Capria, Raffaele

7 novembre 2007

Ferito a morte

“Ferito a morte”

Mondadori, pagg. 204, Euro 6,71

Quell’arpione che fallisce (la “Grande Occasione Mancata”) il bersaglio della spigola “di dieci chili e più, enorme”, che pur avanza lentamente e senza alcuna apprensione “come se lui non ci fosse”, non cade sul fondo sabbioso, come si legge, ma è l’ennesima freccia che si conficca nell’intimo (“la Cosa Temuta”) del protagonista, Massimo De Luca: ossia, il suo è un bersaglio molto più nascosto e difficile, e non lo vuol mancare. Si annuncia un percorso complesso dove la realtà esterna si mescola e si confonde con quella interiore (“La voce infantile, partita da uno scoglio sul golfo in un’ora silenziosa, assolata come questa, oppure dal luogo più segreto e doloroso del cuore.”), costruendo una “Scena” attraversata da luci e ombre, portate da una scrittura che ha l’andamento del pensiero, che è quasi sempre smorzato, ellittico, incompiuto. L’occhio che osserva e analizza la Scena – l’ampia piazza della vita, anche quella dei ricordi – e stimola il pensiero (i protagonisti che si succedono alla ribalta quasi sempre osservano e pensano), si annuncia come il vero protagonista del romanzo, in cui le azioni paiono svolgersi, accavallarsi, comparire a casaccio, come quando, affacciandoci alla finestra, non sappiamo che cosa il nostro occhio vedrà, e cerchiamo di cogliere tutto ciò che passa attorno a noi, spinti da una avidità, che è la naturale sete di conoscenza. L’alternanza del soggetto espresso in prima persona con quello espresso in terza, contribuisce a dare alla scrittura il segno di una continua, caleidoscopica, e volutamente disordinata riflessione (“confusi quasi-pensieri”) su ciò che si avvicenda nella visione dell’occhio indagatore (“Per puro caso io sono qui e ora”), il cui obiettivo è però dichiarato: “ritrovare uno solo di quei giorni intatto com’era, ritrovare una mattina per caso uscendo con la barca me stesso al punto di partenza – e rimettere tutto a posto da quel punto”. Chi di noi non vorrebbe fare altrettanto? È il desiderio forse di tutti riuscire a ritornare al punto della vita da cui poter sperare di correggere il corso degli eventi che ci hanno toccato, consapevoli però, come teme l’autore, che la “dolcissima ma non per questo meno feroce Natura” riuscirà, con la “sua opera paziente” ad ottenere “l’annullamento totale di uomini e cose, e di tutto quello che la ragione umana ha costruito, cioè la Storia.” Una ferita a morte che non si può eludere, secondo l’autore. Il Palazzo Medina corroso dal bradisismo e lo stesso golfo di Napoli osservato dalla barca al largo sul mare, offrono il primo esempio di una lotta impari in cui appare certo che sarà la Natura a vincere, aiutata dalla stoltezza degli uomini (“Pure sott’acqua morte e distruzione”). La efferata uccisione del polpo, pescato durante quella gita in barca, ha più il senso di una rabbiosa sconfitta che quello della predazione di qualcosa (“quel coso sacrificato”) che dovrebbe inorgoglire la nostra vanità.

Ed ecco che, non la storia, ma la scrittura ha, a partire dal capitolo III, un’accelerazione e diventa parte integrante del contenuto, e di qualità tale che ancora oggi il romanzo appare vivo, denso, animato, formicolante di vita, grazie proprio ad essa. Chi parla in questo bel capitolo e racconta le gesta di Sasà e compagni (Sasà “è uno eccezionale”, figura simbolo nel romanzo, come l’accidioso Circolo Nautico, di cui si narra stupendamente nel capitolo V, tra i migliori, insieme con il III), è Ninì detto “Bellapalla”, il fratello di Massimo, che, mentre è sulla barca, si lascia prendere dai ricordi. Si alternerà altre volte al fratello più grande, e non solo lui e Massimo saranno gli osservatori della Scena; l’amico Gaetano, che “puzza di comunismo”, sarà uno di questi, che ritiene il restare a Napoli “una perdita di tempo”. Napoli è la “Foresta Vergine”, viva e impaludata però, dove tutto, ragazze e non, è da scoprire e deflorare: “viviamo tutti sotto il segno dell’indulgenza”. Massimo e Gaetano fanno quasi coppia a sé, i loro discorsi impegnati e difficili, inquieti, soprattutto quelli di Gaetano, sono il contraltare alla vaghezza e alla mollezza della vita degli altri: una specie di dolce vita napoletana, rappresentata nella sua classe più agiata, e mai popolare. Appaiono i primi atti di accusa contro una società che si perde a disquisire intorno alle marche di champagne, mentre intorno il mondo, funestato dalla guerra (i tedeschi sono ancora lì, “dietro Capo Posillipo”, con mitragliatrici, cannoni, postazioni antiaeree, eccetera), sta mutando, e nessuno riesce ad accorgersene, a crescere, diventare uomo, e resta “ragazzo”: “Possibile che nessun segno preannunci il cambiamento?”. Si percepisce questa sensazione strana e straordinaria: di una immobilità che ha in sé, proprio nel momento in cui la si intuisce, una promessa di mutamento, quale la può dare un mare piatto e splendido che ha al suo interno fermenti, rimescolii, guizzi e frenesie della vita. La pesca che fa il protagonista, nel corso della gita in barca, immerso nelle acque del golfo, la caccia ostinata – e crudele (“la bocca aperta nello spasimo”) – con il fucile pronto a colpire una spigola, un cefalo, un sarago, un polpo, una cernia, o qualsiasi altro corpo immerso in quel silenzio e in quella calma apparente, dà il senso di un’ansia trattenuta, gretta, cattiva, che si scatena per effetto della stessa guerra, forse, che appare tanto lontana e tutto sommato quasi assente, o di qualcosa d’altro che ancora non si vede, ma è già il mutamento che avanza. E la spigola che viene uccisa da Massimo è ben più di un pesce, “piena di vita e di bellezza”. È il soldato Roger, “professore ad Oxford”, di cui Carla, subito dopo la guerra, si è innamorata, ad ammonire che la Natura vi “distruggerà meglio delle mie bombe”, e sarà lui per primo, estraneo a quell’ambiente malaticcio e inconsapevole, a mutare, come contagiato da un morbo sconosciuto. È il primo che intuisce: “Intanto la Natura compie il suo lavoro e tutto procede secondo i piani da lei stabiliti, non un segno speciale nel cielo, le giornate tutte eguali e indifferenti”, ed è il primo ad essere colpito da questa “Nèmesi”, che altro non è che la “Grande Occasione Mancata”, la “iùbris”.

Tutto si svolge sotto i nostri occhi in una specie di sospensione del tempo, in cui le azioni si ripetono e si rinnovano senza più l’ordine a cui ci si era abituati, ma in forza di un ordito nuovo che viene dall’interno, dal proprio spirito. Il romanzo si sta colmando delle luci e delle ombre che sempre calcano la scena della vita, fatte soprattutto dei gesti, dei pensieri a cui non abbiamo dato rilievo e che si rivelano ora determinanti; rinascono, recuperano la loro esistenza dentro di noi e si ripropongono senza più la tassonomia e la consistenza della loro prima apparizione (anche qui ritroviamo i passaggi dalla prima alla terza persona nei momenti più significativi, come nel capitolo IV), ma nella funzione di una novità che sta per trasformare noi stessi, e anche gli altri e le altre cose. La società napoletana qui rappresentata è piatta, e al suo interno movimentata, intricata e brulicante, proprio come il suo mare: “Viviamo in una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme.” E Massimo, presa la laurea, non si decide a lasciarla per trasferirsi a Roma (“La Foresta Vergine fin dentro le budella”), così come l’amico Gaetano si è invece trasferito a Milano. Ancora s’illude di riuscire a “Ritrovare uno solo di quei giorni. Ma quali giorni? Sono esistiti?”. Per resistere all’invadenza della Foresta Vergine – gli dice Gaetano quando va a trovarlo a Milano – occorre una volontà ostinata perché “uno di noi, in questa Foresta, completamente solo, voglia conservare la sua indipendenza, il suo carattere e insomma il suo io autentico […] immune dalla sopraffazione inevitabile e corruttrice dell’ambiente, che sta lì a bocca spalancata, pronto a ingoiarlo.” Una Napoli amata e odiata allo stesso tempo: “Ma sarà poi mai passata per Napoli la Storia del Mondo, come voleva farci credere Croce?” Il romanzo ora, dopo avere offerto lo spaccato della Napoli “dell’odiata classe media, causa e origine di tutti i mali del Sud” s’interroga, attraverso il protagonista – e la sollecitudine di Gaetano, che però se n’è andato: “lui da Milano che mi fa la lezione per il mio bene…” – sul modo di arginare l’avanzamento della “Natura che vince la Storia”. Ma tutti gli amici partono, e Massimo resta solo, disgustato da quell’intellighenzia che tutte le sere alle cinque si dà convegno al bar Moccia e “misura il tempo con le tazze di caffè”: “ti arrabbi, ti penti di aver sperato, in che cosa poi? di risalire la vita? di riparare il guasto?” La Foresta Vergine avanza, tutto non è più come prima: “sott’acqua un deserto, ogni forma di vita e avventura distrutta, nemmeno un saragotto degno di una sommozzata”. Si profila la resa, la ferita mortale: “vivi se ti va, e se ti va di lasciarti morire, lasciati morire.” Massimo è partito, anche lui infine, andato a Roma a fare l’impiegato. La speculazione (“il vandalo non teme scandalo”) infesta Napoli, e nemmeno quei pochi volenterosi rimasti riescono a salvaguardarla. E i rari compagni che ritornano, lo fanno per immergersi nelle ombre riposanti della Foresta, sempre più vincitrice. Massimo apprende queste cose un po’ alla volta nei suoi viaggi in treno che lo riportano per il fine settimana da Roma a Napoli: “Lauro ha insegnato, ma oggi gli allievi hanno superato il maestro.” Intanto Ninì ha preso il posto di Sasà invecchiato e nostalgico, ma non sarà mai come lui… Massimo ha ora davanti a sé la “Cosa Temuta”, che questa volta è il tempo che se n’è andato, quel punto di partenza che non si può più recuperare, l’arretramento in lui non solo delle cose, ma anche degli uomini. È questa la sconfitta? Come recita quella teoria della Natura che si mangia la Storia?


Letto 2003 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart