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La casa delle meraviglie: Il segreto della cassapanca

3 marzo 2014

di Bartolomeo Di Monaco
(Qui più informazioni sul libro)

“Bisogna fare un po’ di pausa” ci disse Pietrino “o qui i miei oggetti finiranno per farci soffrire, ed invece io voglio che ci diano gioia. Li ho riportati in vita perché ci rendano felici”.

“Guarda” gli risposi “che non hai capito proprio un accidente. Se abbiamo pianto per la sedia e per la scrivania di Abelardo è perché ci siamo sentiti improvvisamente felici. Scoprire quel grande amore e rivedere i loro protagonisti: quale emozione più grande dobbiamo aspettarci? Non lo sai che si piange anche di felicità? È una lezione, questa, che ci proviene proprio dalla bellezza del tuo lavoro. Con l’arte misericordiosa delle tue mani hai condotto sino a noi musiche e personaggi, parole ed emozioni che forse sarebbero stati sepolti per sempre. Non considerarci dei rammolliti e dei piagnucoloni. Noi sappiamo trarre dalla storie che emergono dal tuo lavoro, tutto ciò che esse voglio testimoniarci. Forse le capiamo assai più di te”.

Quest’ultima frase mi venne all’ultimo momento, per difendere un po’ il mio amor proprio e per far
capire che Pietrino si trovava di fronte, almeno per quanto mi riguardava, a persone lontane dal desiderio di voler svuotare il sacco lacrimale. Persone che sanno piangere lo fanno solo quando anche il pianto ha il suo significato di rinascita e di vita. È il pianto migliore, insomma.

“Se è così” si riprese subito Pietrino “allora  vi metto subito alla prova. Tornate pure fra un paio di giorni, il tempo necessario alla vostra preparazione ad un’altra meraviglia”.

“D’Accordo. Ma stai pur sicuro che non ci sarà fantasma del passato che potrà metterci in fuga. Anzi, tutto il contrario”.

Mia moglie abbracciò la sua amicona Anna Lina, io detti una vigorosa stretta di mano a Pietrino (il quale mancò poco che me la stritolasse) e ci demmo appuntamento a due giorni dopo, che era di domenica. Saremmo andati di mattina e rimasti a pranzo da loro. Dimenticavo di dirvi che Anna Lina e Pietrino sono anche due cuochi eccellenti e ricevere un loro invito a pranzo, oltre che un piacere, è un onore e una fortuna.

La domenica venne e figuratevi la nostra emozione quando suonammo il campanello. Il grande cancello si aprì e parcheggiammo nell’ampio cortile.
Pietrino era sull’uscio ed esibiva il suo sorriso sornione.

“Spero che vi siate preparati, perché oggi ne vedrete delle belle”.

“E perché, le altre volte le abbiamo viste brutte? Per essere pronti, non preoccuparti. Lo siamo, eccome”.

Assistemmo agli ultimi lavori di cucina. Anna Lina tagliuzzava, Pietrino arrotolava gli  arrosti, Raffaella dava una mano.
Il pranzo, come avevamo previsto, fu succulento, il vino dei migliori, così che potemmo andarci a sdraiare sul lungo divano e goderci la inevitabile e irresistibile pennichella.
Pietrino ci lasciò fare, ma appena uno di noi aprì gli occhi (non so se fui io o se fu Raffaella), svegliò anche l’altro e trionfalmente ci comunicò che la visita avrebbe avuto inizio di lì a poco.
Ma che cosa dovevamo visitare?

“Una semplice cassapanca: insomma, un cassone”.

Non risposi più, come avevo osato fare l’ultima volta: “Tutto qui?”, ben sapendo che per Pietrino il tutto qui è semplicemente un’offesa: poiché ha il significato inequivocabile di non credere alla sua capacità di costruire meraviglie.

La cassapanca si presentava bene, rinforzata com’era di lamine di ferro, di borchie e di chiusure a lucchetto.

“Il cassone in legno l’ho trovato durante una delle mie peregrinazioni solitarie in bici da corsa; per fare un bisognino impellente mi sono inserito tra due cassonetti per la raccolta della carta, e tra… ho visto questo cassone da viaggio di colore grigio topo  e  pieno  di  sporco. Tornato a casa ho raccontato la storia del ritrovamento ad Anna Lina la quale non ha sentito storie; siamo andati a prenderlo. Durante il restauro, a mano a mano che lo ripulivo e lo tiravo a lucido, sembrava che volesse raccontarmi la sua storia fatta di viaggi più o meno avventurosi”.

“Sarà stato il cassone di qualche pirata?” fu il mio primo pensiero. Poi, non è detto che un cassone si metta a raccontare le stesse storie a tutti. I suoi trascorsi sono così tanto numerosi che a qualche nuovo visitatore, come lo eravamo Raffaella ed io, poteva anche divertirsi a rivelare qualche altra meraviglia.

Devo dire che quando Pietrino mi autorizzò ad aprirlo, rimase stupito pure lui, poiché dentro c’erano, in bell’ordine, piegati e stirati uno sull’altro, indovinate che cosa?
Ma no, non è possibile che possiate indovinare. Anche se conosceste la favola ultracelebre, non potreste mai immaginare che essa avesse un contatto con lo sporco cassone, trovato e ripulito da Pietrino.

Ma insomma, faccela corta, direte voi lettori, e rivelaci che cosa voi quattro avete visto non appena tu, Bartolomeo, sei stato autorizzato ad aprire il robusto coperchio tutto rafforzato da lamine di ferro.

“E va bene. Non la farò lunga. Vi trovai i famosi vestiti dell’imperatore!”. Ma subito aggiungo, di fronte al rischio di un eventuale esterrefatto silenzio: “Ed ora non ditemi, cari lettori, che non sapete che cosa siano i vestiti dell’imperatore! Altrimenti esco da questa casa e non ci torno mai più. Voi non potete immaginare il tesoro che vi si trova rinchiuso! Solo se si spargesse la notizia, si accalcherebbero fuori del cancello migliaia, ma che dico?, milioni di collezionisti pronti a vendersi le Cappelle Medicee per comprarseli.

Vi basti l’inizio della fiaba raccontata da Hans Christian Andersen:

“C’era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: “È nella sala del Consiglio”, di lui si diceva soltanto: “È nel vestibolo”.

Ce l’avete ora l’idea di quanto bello e di altissimo valore fosse il contenuto del cassone ritrovato da Pietrino e insistentemente voluto in casa da Anna Lina? Naturalmente non c’erano i vestiti che i due truffatori promisero di cucire all’ingenuo imperatore e che invece non cucirono prendendolo in giro e portandosi via un borsello carico di monete d’oro guadagnato a causa della credulità del sovrano, ma tutto ciò che Raffaella, Anna Lina, Bartolomeo e Pietrino videro nel cassone era tutto vero, confezionato con stoffa di suprema raffinatezza, ricamata in oro e gemme preziose che si poteva toccare e perfino indossare, come fecero tutti, Pietrino compreso.

Chiudere quel cassone fu un dolore per tutti, giacché ci rendevamo conto che chi sa quando la meraviglia si sarebbe ripetuta. Forse per anni, come aveva previsto Pietrino, il cassone avrebbe ripreso a raccontare a chi lo avesse aperto stupende storie di viaggi per terra e per mare, ma i colori, i rari tessuti, le preziose gemme di quegli abiti meravigliosi ed unici quando sarebbero ricomparsi? C’era la pazienza necessaria per aspettare? Erano ancora sufficienti gli anni della vita che ci rimanevano da trascorrere per riservarci di nuovo quella grande sorpresa?

Io so (ma rimanga tra di noi) che Anna Lina e Pietrino, da quella volta ogni sera aprono il cassone con l’intenzione, se avessero la fortuna di ritrovare gli abiti dell’imperatore, di arraffarli in fretta e furia con due o tre grandi bracciate, e poi portarseli in camera e davanti allo specchio gustare e carezzare la loro bellezza.

Ma so pure che finora ciò non è più accaduto e che quella fu l’unica volta. Altrimenti avrebbero preso il telefono e, tenendo la cassapanca aperta e ben puntellata affinché non si richiudesse, ci avrebbero ordinato di montare sull’unicorno e correre subito da loro.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart