Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

La Fayette, Madame

7 novembre 2007

La principessa di Clèves

“La principessa di Clèves”

Einaudi, pagg. 212. Euro 12,91 (trad. Rosetta Loy)

Quando Madame de La Fayette scriveva il suo romanzo più famoso, uscito nel 1678, sapeva bene che con il duca di Nemours (Giacomo di Savoia) si accingeva a descrivere un personaggio che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto far innamorare di sé le donne di chissà quante generazioni ancora; “era insomma talmente attraente che ovunque andasse ogni sguardo convergeva su di lui.”, al punto che la stessa Elisabetta I, regina d’Inghilterra si mormorava ne fosse invaghita, talché Enrico II, re di Francia, non perse tempo nel cercare di combinare un matrimonio tra Nemours e l’ambita e potente regina. La sua bellezza non solo avrebbe dovuto far felici le donne che lo avessero amato, ma felice lui stesso, esaudito in tutto nell’amore. Tuttavia, vedrete, non sarà così, e attraverso questo personaggio la bellezza, quale quella rappresentata da Nemours, mostrerà tutti i suoi limiti.

In mezzo a nomi altisonanti della nobiltà francese, prende il via questa seducente storia nella quale fa subito il suo ingresso “una giovane bellissima” educata dalla madre, madame de Chartres, a praticare la virtù, che “dona splendore e dignità a una donna bella e aristocratica.” Introdotta a corte appena sedicenne, “venne talmente ammirata da tutti che intorno a sé sentiva solo complimenti.” Abbiamo dunque due personaggi che già dall’inizio si avverte che sono destinati ad incontrarsi, ma in quale modo, se la bionda mademoiselle de Chartres viene corteggiata e infine sposa il principe di Clèves? Il quale, ammirato della sua bellezza, fu felice di sapere che ella era “di rango pari alla sua bellezza.” Siamo entrati nella vita di corte, dunque, dove “L’ambizione e l’arte di sedurre erano infatti l’anima stessa della corte e tenevano occupati sia gli uomini che le donne.” E vi è entrata soprattutto una donna molto bella, e “una delle più grandi ereditiere di Francia”, che ha fatto della virtù e dell’onestà i suoi principi morali più intransigenti. Al ballo di corte, che si tiene alla vigilia del suo matrimonio celebrato al Louvre, ecco, proprio in quella estrema occasione, avviene l’incontro con il duca di Nemours il quale, quando fa il suo ingresso, attira, come sempre, l’attenzione su di sé, ma questa volta sarà lui a rimanere affascinato dalla singolare bellezza della giovane. L’incontro del destino si ha dunque proprio il giorno prima di quello in cui mademoiselle de Chartres andrà in sposa al principe di Clèves. Bizzarro gioco del destino, pare volerci suggerire l’autrice, che dà al racconto quella leggerezza e sensibilità femminili che si mantengono perfino nei momenti più intricati, allorché il susseguirsi di nomi e casate indurrebbe il lettore ad un ripasso su quel periodo storico che vede l’erede di Francesco I ancora impegnato nella guerra con l’imperatore Carlo V e nella difficile arte di governare in mezzo a rivalità insidiose e complotti. A Corte, infatti, domina e s’impone la duchessa di Valentinois, ossia Diana di Poitiers, amante di Enrico II, dopo che lo era stata di suo padre Francesco I. Con le sue gelosie e con il suo immenso desiderio del potere si devono fare i conti: “Da dodici anni, da quando il re è salito al trono, è padrona incontrastata di tutto; è lei a decidere delle cariche e degli affari di stato”. L’incontro tra Nemours e madame de Clèves ha lasciato il segno in entrambi; per la prima volta il duca prova inquietudine e tristezza nel non veder corrisposto il suo amore, e la principessa comincia a comportarsi in modo da non recargli dispiacere, e per la prima volta anche lei tenta di nascondere i suoi sentimenti alla madre, alla quale fino ad allora aveva sempre confidato tutto. Ma madame de Chartres è troppo esperta della vita di corte per non accorgersi di ciò che sta succedendo. La scrittura limpida, controllatissima in una materia che ha in sé molti motivi per sfuggire di mano, la rende vicina a Jane Austen, una scrittrice che ammiro.

Le donne hanno un ruolo rilevante nella storia; sono esse che intessono la maggior parte dei fili della trama e il libro sembra un inno non solo alla loro bellezza ma anche al loro potere di seduzione e di dominio sugli uomini. Per i fatti che vi sono narrati, gli amori, le invidie, i dispetti, le gelosie tra membri e rampolli di casate illustri, non meraviglia che il lavoro di Madame de La Fayette abbia avuto tanto successo, che resiste in virtù della grazia della sua scrittura e per la suggestione che promana da un periodo storico e da un modo di vivere a corte che hanno conquistato altri narratori illustri, tra cui, sopra tutti, Alexandre Dumas e Walter Scott.

Se Nemours sta soffrendo per il suo amore non corrisposto, senza mai lasciarsi sfuggire il nome dell’amata, e non anela più a sposare la regina d’Inghilterra nonostante la volontà del suo re, altrettanto comincia ad accadere nel cuore della principessa che, pur educata ai principi morali severissimi ispirati dalla madre, ora che questa non c’è più, sente vacillare la sua sicurezza, specialmente quando l’ignaro marito, narrandole uno dei tanti amori che si sviluppano all’improvviso a corte, le confessa che se venisse a scoprire un tradimento della propria amante o della propria moglie “ne soffrirei molto ma non mi arrabbierei. Smetterei di considerarmi l’amante, o il marito, per consigliarla e compatirla.” Madame de La Fayette, mentre la Francia sanguina ancora delle ferite della guerra, pare divertirsi a mostrare l’altra faccia degli uomini che, considerati potenti nell’arte della politica e della guerra, in realtà diventano marionette e facili prede delle donne. È, questa, la Francia dove a corte si passa il tempo oziando tra pettegolezzi (sono numerose le volte che i personaggi si mettono a rivelare piccanti o crudeli storie che conoscono, come quella relativa alle note vicende sentimentali di Enrico VIII, o che hanno ascoltato) e dispute su “oroscopi e predizioni”, e l’amore dei mariti non viene tenuto in nessun conto, e s’innalza alla purezza dei sentimenti quello degli amanti. Così che la storia reale, quella con la esse maiuscola, che sentiamo fluire tra le pagine, diventa un labile sfondo su cui campeggiano le multiformi civetterie della vita al Louvre. Il sacrificio di Nemours, che avrebbe potuto sposare una regina, oppure continuare a possedere come prima molte amanti, e la sua pervicacia nel cercare di sconfiggere la resistenza dell’amata, recandosi con ogni scusa e ad ogni opportuna occasione a far visita al principe, suo amico, e a rubargli perfino un ritratto della moglie, nonché il cinico egoismo che dimostra nel momento in cui il marito è gravemente ammalato (“la gravità della malattia del principe gli schiuse nuove speranze”), sembrano a prima vista celebrati assai di più dell’amore fedele e altrettanto intenso del principe di Clèves verso la sua sposa, al quale pare assegnata invece una parte umile da fedele e innamorato cicisbeo (si pensi all’innocente aiuto che offre al duca affinché questi, a quattr’occhi, chiarisse alla moglie l’intrigo della lettera caduta dalla tasca del visdomino di Chartres). In realtà, non sarà così, e infatti constateremo gli effetti della gelosia sul povero sventurato principe di Clèves nel discorso che terrà alla moglie verso la fine, così drammatico e sanguinante da competere con l’Otello shakespeariano: “Come avete potuto pensare che non avrei perso la ragione? Avete dunque dimenticato che vi amo perdutamente e sono vostro marito? Una soltanto delle due condizioni può condurre alla follia: cosa non possono le due insieme?”. Come pure è elevata a singolare scelta per quei tempi, quella della principessa che si rende conto di amare il duca di Nemours e decide che: “Non poteva più illudersi di non amarlo; poteva solo cercare di non farsene mai accorgere. Era un’impresa difficile di cui conosceva già le sofferenze.” Tutta la scala dei sentimenti di una donna innamorata presto principia ad articolarsi nel suo cuore, e la intima lotta tra pudicizia, amore, gelosia, fedeltà, ne dà presto l’immagine di sofferente eroina – tutta opposta, ad esempio, alla incostante e cedevole Bovary di qualche secolo dopo – con la quale un avverso destino ha deciso di accanirsi. Dirà al marito: “concedetemi di non parlare più di una cosa che mi fa sentire così poco degna di voi, e trovo tanto indegna di me.”

Se si dipanano i fili intricati che legano fin troppo questa storia ai gusti del tempo, non è difficile scoprire un fine e riuscito resoconto dei turbamenti che infieriscono, come “effetti imprevedibili della passione”, sulla mente e sul cuore di ogni innamorato, elevati, in tutti e tre i protagonisti coinvolti, al loro punto estremo. Dirà Nemours tutto solo e di nascosto, in preda ad un delirio d’amore: “Lasciatemi vedere che mi amate, bella principessa, lasciatemi scorgere i vostri sentimenti; che li conosca da voi anche soltanto una volta nella vita”, e il principe di Clèves a sua moglie: “Perché non mi avete lasciato nella tranquilla cecità di cui godono tanti mariti?”. Dei rapporti della principessa con il marito si leggerà: “si faceva una colpa gravissima di non essere riuscita ad amarlo.”, anche se “Il cuore restava attaccato a monsieur de Nemours con una violenza che la gettava in uno stato degno di compassione e non le dava requie.” L’abilità dell’autrice è stata quella di combinare cotali turbamenti talmente bene da appassionarci ancora oggi, a distanza di qualche secolo dalla prima apparizione.


Letto 2010 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart