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Léautaud, Paul

7 novembre 2007

Il piccolo amico

“Il piccolo amico”

Garzanti, pagg. 150. Trad. Lanfranco Binni. Euro 7,23

Scrivere un libro per il proprio piacere è un pensiero che attanaglia la mente dell’autore da lungo tempo. Egli è osservatore attento di ciò che si muove intorno a sé, e infatti scriverà quell’opera monumentale composta di ben diciannove volumi, che è il “Journal littéraire”, in cui tutta la Francia letteraria è passata causticamente in rassegna, compreso il variopinto e ampio pettegolezzo. Di questa sua famosa opera ci siamo occupati scrivendo di “Hotel D’Alsace e altri due indirizzi” di Kazimierz Brandys.

Assai incuriosito dal mondo femminile, che gli ha inferto, ciò nonostante, molte ferite, a partire dalla madre, attrice bella e corteggiata che, abbandonatolo da piccolo, inizierà con lui una corrispondenza amorosa che troncherà all’improvviso quando si renderà conto della pericolosità della sua finzione nei confronti di un uomo che ha già più di trent’anni, Léautaud trascorre molte giornate nei caffè parigini circondato dalle donne, aiutato dalla fama di cronista teatrale molto caustico e temuto, le quali, “indolenti”, sono alla ricerca di qualcuno che s’interessi a loro, scrivendone e solleticandone la vanità: “Sapevano poi dimostrarmi la loro riconoscenza, in ogni modo.” È lo stesso mondo raffigurato da Toulouse Lautrec (suo contemporaneo), di chanteuses, ossia, che finiscono, dopo tante moine, la loro serata nel letto di qualche amante. In Léautaud vi sono lo stesso rispetto e la stessa grazia che incontriamo nei quadri del celebre pittore, a conferma che spesso le donne hanno tra gli uomini non propri avvenenti (dirà la madre di Léautaud: “Mio Dio, com’è sgradevole questo bambino!”) i più fedeli e ragguardevoli cantori, tanto persuasivi da innalzarle per tutti noi a ispiratrici immortali. Esse restano protagoniste di questo libro di memorie, anche quando l’autore indugia a ricordare i luoghi della sua infanzia. C’è sempre l’immagine di una donna che ad un tratto esalta e addolcisce il suo ricordo (Mlle Faylis, Mme Favier, Bianca, Loulou, Alice, Mme Leroux “professionista dell’amore”, e tante altre rimaste anonime: “mi interessavano più certe donne senza cappello, intente ad abbordare i passanti”).

A queste donne appartiene, con una scabrosità resa con ammiccante, solerte ed equivoca pudicizia, anche la madre, attrice bella e dai molti amanti. Essa diventa presto figura centrale del libro: “Ah! che bella mamma era, vi assicuro, e morbida, e viva, e graziosa!” svestendo i panni della genitrice per assumere quelli di un’amante, come sono sempre state tutte le donne per Léautaud, sia quando le osserva con occhio di fanciullo, sia quando le ammira da adulto. In questo non muta, e gli anni che trascorrono non incrinano quell’ammirazione intima che egli nutre soprattutto per la donna generosa che offre tutta se stessa al piacere dell’uomo. Trascorrono ben vent’anni senza che egli riveda sua madre “creatura indimenticabile”, ma ella ha fatto con la sola sua rapida e distratta presenza un miracolo nel libro, e noi la vediamo eternamente bella e non riusciamo più a scorgere in Léautaud l’uomo che è diventato adulto, bensì solo e sempre quel ragazzino penetrato nell’immagine di sua madre. Con questo particolare non indifferente: che si avverte la presenza dell’adulto solo nell’autore che racconta, e ogni volta che si affaccia il ragazzino portato dal vento dei ricordi, egli vi si affianca come persona quasi estranea colpita da quel candore e da quella felicità primitivi. Uno sdoppiamento che conferma, al di là di una scrittura piacevole e leggera, l’intensità del ricordo: a proposito del bambino rievocato: “Sentivo ancora una volta quanto mi fosse caro” e: “Dolcezza di concludere la vita come l’ho iniziata, e di chiudere gli occhi sullo stesso paesaggio che riempì gli occhi del bambino che fui”. E ancora: “Mi dico che giorni come quelli della mia infanzia forse ritorneranno.”

Frequentando queste donne “sterili”, come le chiamerà, egli mantiene sempre una discrezione ed una compostezza che sarebbero insolite, anzi lo sono, al giorno d’oggi. Le ha mitizzate, non sono mai volgari, ma “creature piene di fascino”. Ecco alcune espressioni che lo confermano. A proposito della “povera Perruche”, che non è venuta all’appuntamento: “probabilmente era ancora intenta a dimenarsi nell’intimità, da qualche parte, con uno dei suoi ‘adorati’ ” – a questa donna sfortunata dedicherà alcune delle pagine più belle del libro, e di Yvonne: “mi rinnova l’invito a scaldarmi un po’ con lei.” Oppure, con riferimento ad “un’amante molto piacevole” rimasta anonima perché sposata: “Finalmente, quel 14 luglio, ti lasciasti prendere perbene.” Siamo entrati in quella parte del libro dove si disegnano i primi piani di alcune di esse; oltre alle già ricordate, si aggiungono Suzanne, Marthe, Lennie, e ogni tanto talune gli ricordano sua madre, come, in particolare, Lennie. Spesso la sua visita si limita ad una contemplazione della loro bellezza, così come gli accadeva di fare da ragazzino quando in casa sua vedeva passare molte donne amanti di suo padre: « “Dimmi, papà, domattina ci sarà ancora la stessa mamma di ieri?”, avrei potuto dire a mio padre». Per Léautaud questa è la vita che può dare la felicità (“in quei luoghi ritrovavo me stesso e mi riconoscevo”) e non quella dei libri, ad esempio, a cui si riferisce questa frase: “Quanto mi sono annoiato, per dieci anni, a leggere tutti quei capolavori, fingendo che mi piacessero e cercando inutilmente di trovarci me stesso. […] Del resto, non ne ho ricevuto alcun beneficio, neppure intellettuale.” Anche se, contraddicendosi, dirà: “quando si sta lavorando a un libro, questo passa davanti a tutto”. E quel ritrovare se stesso significa ritrovare sempre “il ragazzino che ero stato”, “con gli stessi gusti”, “con la stessa tenerezza”, con la stessa timidezza”, “la stessa scontrosità”. Resta centrale, quindi, insieme con le donne, la figura dell’adolescente che è cresciuto nell’ammirazione della madre (“penso più che mai al ragazzino di un tempo e alla sua mamma tanto graziosa”, “indimenticabile e così cara”) e nel corteggiamento delle numerose amanti di suo padre. Il libro non si stacca mai da questo binomio essenziale, che ne è l’ispirazione, come testimonia lo stesso titolo, giacché il piccolo amico è proprio l’autore ragazzino, visto a quel modo dalle sue donne (e anche dalla madre, talvolta: “Continuava a parlare in questo modo, come se fossi stato ancora un bambino”), che egli non perde mai di vista e che circonda del suo amore: “Seguo da lontano il gioco disinvolto di queste donne, le osservo mentre posano come grandi fiori” e “Delle donne passano e ripassano, mai eguali nella loro disinvoltura, e riempiono le mie fantasie di colori chiari e di grazia”. Toulouse Lautrec e Léautaud s’incontrano qui.

Ma non saranno queste donne, pur amate, bensì la madre, Jeanne Forestier, a farlo sentire uomo (nella passione e nella delusione). Gli scriverà: “Altre volte siamo a Parigi, in casa tua, e possiamo vederci e baciarci in piena libertà… Tristi o allegri, questi sogni finiscono tutti nello stesso modo…” E anche: “Scriverti è davvero difficile, con la tua deplorevole abitudine di leggere tra le righe cose che non esistono”.

Al termine di questa piacevole lettura la sensazione che se ne ricava è, tuttavia, anche questa: che l’autore non solo – come lui stesso dichiara – ha desiderato scrivere un tale libro di affettuosi e pruriginosi ricordi, ma abbia voluto altresì chiudere taluni conti rimasti in sospeso, come quello, psicologicamente importante, con l’adorata madre, responsabile di “quelle mani che non mi hanno mai cullato!” e di avergli inflitto quel “dolore che si prova ad essere abbandonati dalla propria madre.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart