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LETTERATURA: I MAESTRI: Gasparo Gozzi e il lettore

23 gennaio 2018

di Indro Montanelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 15 marzo 1970]

In una delle sue ultime Va¬≠riazioni, Eugenio Montale ha scritto incidentalmente che ¬ę il pubblico √® un’invenzione mo¬≠derna ¬Ľ. E un lettore di Pa¬≠dova, il sig. Aliprandi, gli ha dato ‚ÄĒ sia pure con molto garbo ‚ÄĒ sulla voce precisan¬≠do in una lettera a questo giornale che l’atto di nascita del pubblico, inteso nel senso di ¬ę pubblica opinione ¬Ľ, risa¬≠le al 1760, l’anno in cui de¬≠butt√≤ la ¬ę Gazzetta Veneta ¬Ľ di Gasparo Gozzi.

Sul piano anagrafico, l’Aliprandi ha ragione. Anche se la ¬ę Gazzetta Veneta ¬Ľ non fu il primo giornale italiano (la ¬ę Gazzetta di Parma ¬Ľ era di trent’anni pi√Ļ vecchio, e altri ce n’erano gi√† stati anche nel Seicento) in senso assoluto fu il primo che al pubblico direttamente si rivolse e si ap¬≠pell√≤. ¬ę Il pubblico ‚ÄĒ scri¬≠veva Gozzi nel numero di apertura ‚ÄĒ deve spontanea¬≠mente somministrarmi di che impinguarlo (La Gazzetta), come somministrava un tem¬≠po materia all’Addison, allo Swift, allo Steele e agli altri gazzettieri, dietro alle cui trac¬≠ce, bench√© da lontano per la mia poca sufficienza, intendo di andare col tempo ¬Ľ.

Gozzi faceva sfoggio di mo¬≠destia. In realt√† non d’insuf¬≠ficienza si trattava, ma di di¬≠verse condizioni. Il giornalismo inglese gi√† da un secolo aveva vinto la sua battaglia, una delle pi√Ļ dure che la li¬≠bert√† abbia combattuto con¬≠tro il potere costituito. E l‚Äôaveva vinta proprio grazie al pubblico. Quando apparvero la Review di Defoe e l’Examiner di Swift, sebbene la Co¬≠stituzione garantisse la libert√† di pensiero e di parola, il go¬≠verno si sent√¨ profondamente disturbato dalle loro critiche, e fece di tutto per sopprimerli. Prima, querel√≤ i redattori per calunnia e vilipendio; ma i tribunali si rifiutarono di con¬≠dannarli. Poi, tent√≤ di restau¬≠rare la censura; ma il pubbli¬≠co scese in piazza e fece qua¬≠drato intorno ai suoi giornali. Infine ricorse a una misura obliqua: impose agli editori tali tasse da obbligarli a chiedere sussidi, coi quali li ricattava. ¬†Ma i giornali denunziarono la manovra ai lettori¬† che costrinsero il potere a rinunziarvi.

*

Oggi, quando da noi si par¬≠la di libert√† di stampa, c’√® sempre qualche imbecille che cita e invoca il modello in¬≠glese, rimproverando ai gior¬≠nali italiani di non esserne al¬≠l’altezza. Come al solito, noi pretendiamo mangiare il frut¬≠to senza affaticarci a piantare l’albero. La stampa inglese √® quel che √® grazie a una lotta secolare, vinta solo a furor di pubblico. Questa saldatura fra chi scrive e chi legge, in Ita¬≠lia, quando mai c’√® stata?

Gozzi vi diede un avvio, ma parziale e timido. Intanto dovette rinunciare ad ogni tema politico: un po‚Äô perch√© vi era egli stesso refrattario, ma soprattutto perch√© la censura non gliel‚Äôavrebbe mai consentito. Delle otto pagine della ¬Ľ Gazzetta ¬Ľ almeno sei erano un semplice notiziario ¬ę di tutto di tutto quello ch‚Äô√® da vendere, da comprare, da darsi a fitto, le cose ricercate e le perdute, il prezzo delle merci, il valore dei cambi ¬Ľ: cio√® ‚Äď oggi si direbbe ‚Äď avvisi economici, come gi√† ce n‚Äôerano stati anche nel Seicento. La grande novit√† ch‚Äôegli introdusse fu la cronaca: fatti e fatterelli cittadini, tipi, figure, scenette: tutto raccontato nel suo stile tra il bozzettistico e il favolistico. Niente altro.

Eppure in quei tempi, e in un paese come il nostro, era gi√† molto. L‚ÄôAliprandi ha ragione quando dice che si tratt√≤ di un ¬ę momento significativo ¬Ľ.

Prima d’allora, in Italia, non era mai successo che uno scrittore scrivesse per il lettore. Il lettore dello scrittore italiano erano il mecenate che lo finanziava, e il ristrettissimo gruppo d’intellettuali che facevano cerchio intorno a lui.  Né poteva essere diversamente, visto che l’alfabeto era un loro quasi esclusivo monopolio.

Le conseguenze di questo fenomeno sono tuttora sotto i nostri occhi. In nessun Paese la cultura √® pi√Ļ ¬ę alienata ¬Ľ che in Italia. In nessun Paese √® altrettanto ¬ę corporativa ¬Ľ, e afflitta da una endemica inco¬≠municabilit√†. Invece di met¬≠tersi al suo servizio, come ha fatto dovunque altrove, essa snobba la pubblica opinione e la chiama sprezzantemente ¬ę il volgo ¬Ľ. E’ il frutto di duemil’anni di Chiesa, specie dal¬≠la Controriforma in poi. Il ¬ę volgo ¬Ľ √® l’equivalente laico del ¬ę gregge ¬Ľ cui gl’intellettuali, come i preti, pretendono impartire dall‚Äôalto una verit√† rivelata soltanto a loro. Chi abbandona il pulpito per scendere ¬†sul terreno del lettore, eleggerlo a suo interlocutore e giudice, parlargli nella sua lingua dei problemi che (a torto o a ragione, non importa) lo interessano, mettendosi con lui da pari a pari, √® un fellone.

Gozzi fu il primo di questi felloni, quello che apr√¨ la strada agli altri nostri progenitori Baretti, Verri e Beccaria. E fu il giornale che l‚Äôobblig√≤ a diventarlo perch√© di suo non se lo sarebbe mai sognato. Acuto osservatore do¬≠tato, come tutti i malinconici, di una fine vena di umori¬≠smo, l’uomo era pigro, abuli¬≠co e soprattutto rest√¨o a ogni civile impegno. Accett√≤ l’in¬≠vito del Marcuzzi a dirigere la ¬ę Gazzetta ¬Ľ solo per lo sti¬≠pendio. Crivellato com’era di debiti, a tutto pensava fuor¬≠ch√© a ingaggiar battaglie, e tanto meno democratiche, lui che quanto a opinioni politi¬≠che era forcaiolo quasi quan¬≠to suo fratello Carlo. Al let¬≠tore si appell√≤ dicendogli: ¬ę Scrivo per te ¬Ľ solo per ven¬≠dergli il giornale. Ma, sia pu¬≠re senza volerlo, fu lui il pri¬≠mo a chiamare in giuoco quel¬≠la forza per l’Italia assoluta¬≠mente nuova ch’era la pubbli¬≠ca opinione.

Non era una grande forza, per motivi sia di numero che di peso. Non conosco, e credo che nessuno conosca le ¬ę tira¬≠ture ¬Ľ della ¬ę Gazzetta ¬Ľ. Ma sono convinto che non supe¬≠rarono mai le mille copie per¬≠ch√©, dei centotrenta o centoquarantamila abitanti di Venezia, a saper leggere dovevano essere non pi√Ļ di quattro o cinquemila. Insomma, era una ¬ę pubblica ¬Ľ opinione per mo¬≠do di dire: qualcosa che, an¬≠che se Gozzi avesse voluto sfi¬≠dare il potere (e non lo vo¬≠leva di certo), non avrebbe mai fatto quadrato intorno a lui, come il vasto e cosciente pubblico inglese lo aveva fat¬≠to intorno ai suoi Swift e Defoe.

Tutto quindi si limit√≤, co¬≠me nel caso della ¬ę Frusta ¬Ľ di Baretti, a una rivoluzione letteraria. Ma fu ugualmente una rivoluzione perch√© rinno¬≠v√≤ tutto, a cominciare dal lin¬≠guaggio. Per scarso che fosse, il pubblico della ¬ę Gazzetta ¬Ľ era molto pi√Ļ numeroso e so¬≠prattutto molto diverso da quello dell’Accademia dei Granelleschi, dove il Gozzi aveva fin allora militato.

*

Non facciamo confusione di valori. Gozzi non era di cer¬≠to un ¬ę grande ¬Ľ. Il Settecento italiano non ha che dei ¬ęminori ¬Ľ, e anche lui lo era.¬† Oltre il bozzetto e la favola non √® mai andato (le poche volte che ci prov√≤ fece tonfo). Ma in questa dimensione ha il suo onorevole rango, e fu il giornale a dargliela. √ą vero che nel suo sacco di cronista c’√® farina di Lu¬≠ciano, di La Bruy√®re, di La Fontaine. Ma quanto √® miglio¬≠re questa farina di quella ar¬≠cadica con cui il Gozzi granellesco impastava le sue ac¬≠cademiche uggiosissime ¬ę pastorellate ¬Ľ! Imponendogli di scendere in piazza e per le strade con lui, di guardare la sua vita e di descrivergliela qual era, nel suo miscuglio di comico e di patetico, il letto¬≠re aveva costretto Gozzi a di¬≠ventare Gozzi.

Ecco il grande servizio che il lettore rende allo scrittore, quando lo scrittore scrive per rendere servizio al lettore. Anche il lettore, si capisce, era un padrone. Ma è il migliore dei padroni che lo scrittore abbia mai avuto. Principe o prelato non c’è mai stato nella Storia un mecenate che non abbia strumentalizzato lo scrit­tore per i suoi fini di potere, di prestigio, o magari solo di vanagloria. Il lettore non gli impone altro pedaggio che la partecipazione ai suoi interes­si e problemi, la semplicità e la chiarezza.

√ą con l’Enciclopedia, finan¬≠ziata da una sottoscrizione di lettori e ai lettori unicamente rivolta, che lo scrittore fran¬≠cese diventa l’interprete e il direttore della pubblica coscienza, cio√® diventa se stesso. In Italia questo fenomeno si sviluppa su una scala infi¬≠nitamente ridotta, puntigliosa¬≠mente contrastato dalla censu¬≠ra e reso asfittico dalla caren¬≠za di alfabeto. E’ una mini¬≠rivoluzione, ma √® pur sempre una rivoluzione. E a compierla sono gli uomini della ¬ę Gazzetta ¬Ľ, ¬ę della Frusta ¬Ľ, del ¬ęCaff√® ¬Ľ, cio√® il giornalismo: unico fatto veramente nuovo e riformatore in quel gran mortorio ch‚Äô√® la cultura italiana del Settecento.

Eppure, non mi sento di dar torto neanche a Montale. An¬≠cora nell’Italia dei ¬ęnotabili¬Ľ, la pubblica opinione era sol¬≠tanto l’opinione dei notabili: un’Accademia un po’ pi√Ļ lar¬≠ga. Forse la definitiva vittoria del lettore risale solo al ’45. E c’√® da chiedersi se si sia accorto di averla riportata.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart