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LEGGENDE: Barga e Giovanni Pascoli

10 maggio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Non è importante come si muore, ma come si è vissuti. Se davvero c’è una vita oltre questa, noi la vivremo ricompensati per il nostro amore e le nostre virtù, oppure puniti per l’estro maligno che ha accompagnato le nostre azioni. Dante Alighieri ci ha mostrato solo una parte di quello che può accadere oltre la morte. Non è tutto, infatti. Ci sono cose ancora sconosciute, che conosceranno forse i nostri posteri, e altre che non si conosceranno mai.
Castelvecchio è un nido di pace ancora oggi. Quando da Lucca si prende la via del Brennero e ci si allontana dalla città, si raccolgono intorno a noi, sempre più vicine, le colline che l’adornano. Diventeranno veri e propri monti allorché si giungerà nella bellissima Garfagnana. Castelvecchio è a metà strada e i suoi monti sono ancora colline. La più splendida delle quali è quella su cui sorge il fastoso Duomo di Barga, la cittadina che, dopo Lucca, è forse la più bella della nostra terra. È appartenuta ai Fiorentini per molti secoli, e nonostante Lucca la desiderasse, essi ne furono i gelosi custodi fino al 1859.
Quando il Pascoli, il 2 marzo 1902, si trasferì definitivamente a Castelvecchio, dopo avervi già soggiornato per qualche tempo, Barga era lucchese, dunque, e l’accolse con un bel frastuono, se è vero, come si legge nel volume dedicato al poeta e che ha la bella introduzione del Prof. Giorgio Bárberi Squarotti, (“Pascoli”, Utet, 2002) che “Vi arriva, accolto dal terremoto”. Al Pascoli dedica un bel libro anche il viareggino Cesare Garboli nei Meridiani Mondadori dello stesso anno: “Pascoli, poesie e prose scelte”.
L’ha cercato intensamente, il Pascoli, un luogo dove poter vivere in pace e a contatto con la natura. Di carattere piuttosto riservato, amante del silenzio, di umore scostante e irritabile, egli scoprì in Castelvecchio, che allora pareva, pur a poca distanza dalla bella Barga, sperduto e distaccato dal mondo, la villa che apparteneva ai Caproni, la famiglia da cui discende il noto poeta livornese Giorgio Caproni. Gli piacque, sentì che l’avrebbe amata e fece di tutto per comprarla; s’indebitò, impegnò le sue cinque medaglie d’oro vinte al premio di poesia latina che si teneva ogni anno ad Amsterdam, e finalmente riuscì ad averla tutta per sé.
Non si era sbagliato nella scelta ispirata dalla sua anima sensibile, e se ne accorse quando si trovò presto circondato dall’affetto dei contadini e delle umili famiglie che vivevano in quel paese così lontano dalla sua Romagna, e che avevano visto arrivare questo massiccio sconosciuto di cui si sentiva dire che era famoso quanto D’Annunzio, se non di più. E lui, il grande poeta, non li disdegnò; si intratteneva con loro affabilmente, ritrovando in quel contatto una fiducia nell’uomo che si era smarrita dal giorno in cui suo padre era stato assassinato senza pietà e senza che si fosse mai scoperto il colpevole. Il suo dolore l’aveva denunciato e tramandato con la poesia intitolata “La cavalla storna”, che ogni studente d’Italia aveva conosciuto, amato ed imparato a memoria. Quel grido di dolore era un irrevocabile atto di accusa contro tutta l’umanità.
Invece, a Castelvecchio aveva ritrovato l’uomo che sentiva palpitare nel suo cuore e lo amò. Lo scoprì semplice ed umile, immerso nella natura, intento al faticoso lavoro dei campi, rispettoso della terra, dei boschi, dell’aria, dei fiori, degli uccelli, delle acque e di ogni altra mirabile e stupefacente manifestazione della natura. Quel luogo ancora oggi è così, in quella parte di Lucchesia dove sembra che il tempo si sia fermato e abbia imposto alle diavolerie del progresso uno sbarramento risoluto ed irrevocabile.
Chiuso nel suo studiolo pieno di carte e di libri, oppure a passeggio nel suo giardino, egli non mancava di percepire i suoni e i profumi della terra. Gli giungevano anche i rintocchi delle campane del Duomo di Barga, soprattutto quelli che scandivano le ore, e quelli della sera erano particolarmente cari al suo sentimento. Quando li udiva, si fermava, qualunque cosa facesse, perfino arrestava la poesia che stava scaturendo dalla sua anima, e si metteva in ascolto. Quei rintocchi erano essi stessi la poesia, quella che vive fuori di noi, che passeggia nel mondo, e che richiama e risveglia ad ogni palpito la poesia sorella che sta racchiusa dentro di noi. Il Pascoli avvertiva una tale suggestiva congiunzione, e ancora di più si allietava di vivere lì, in quel posto rimasto antico e solitario, dove un uomo come lui riceveva ogni giorno, ad ogni rintocco, la visita della sua compagna migliore e amata: la poesia.
I contadini conobbero presto i suoi versi, e li fecero propri, li recitavano in famiglia, perché parlavano di loro, delle loro abitudini, dei loro volti segnati, delle loro fatiche, delle maledizioni della sventura, dei profumi dei loro boschi e della loro terra, del canto dei loro uccelli, della forza della loro volontà. Desiderarono che proprio le sue parole, scolpite in una targa sul muro della bella Cattedrale, ricordassero l’impegno e l’amore che i Barghigiani, in quel lontano medioevo, avevano posto nell’edificare una chiesa che innalzasse e manifestasse a tutto il mondo la loro devozione a Dio. Quando si sale la collina che ci porta a Barga, la prima cosa che si vede, infatti, lassù sul cocuzzolo della collina, è proprio il Duomo di Barga, che sembra toccare il cielo.
Da lì, da quel luogo intriso di fede, ogni giorno giungevano al poeta i rintocchi de “L’ora di Barga” (la poesia che ha questo titolo apparve per la prima volta su “Il Marzocco” il 30 dicembre 1900), che annunciavano ormai al mondo la sua vocazione per quella terra che di lì a poco, nel 1902, sceglierà come sua patria d’adozione fino alla morte.
Muore a Bologna, dove si era trasferito in seguito alla malattia (un tumore allo stomaco presto propagatosi al fegato), il 6 aprile del 1912, Sabato Santo. A Barga, il campanile del Duomo diffondeva in quel momento, ancora inconsapevole, i rintocchi delle ore, che furono questa volta annunciatori della sua morte. Erano le tre del pomeriggio, quando Giovanni Pascoli lasciò il mondo.
Il 9 aprile la salma del poeta viene trasferita da Bologna prima al cimitero di Barga e poi, il 9 ottobre, alla sua villa ai Caproni. Dell’arrivo del convoglio funebre ci ha lasciato un ricordo Alberto Guglielmo Dinucci e lo si legge sulla Rivista di Archeologia Storia, Costume, Anno XXXI – NN 2-4/2003, pubblicato a cura del figlio Riccardo Dinucci. Racconta: “Erano giorni grigi, tempestosi, squassati ed agitati dal vento”.
Dunque, un terremoto lo accolse quel 2 marzo del 1902 e “giorni grigi, tempestosi, squassati ed agitati dal vento” resero visibile la sua morte ai contadini e alla gente semplice che lo aveva amato. Anche il 9 ottobre, quando fu sepolto nella cappella della sua casa, dove riposa insieme con l’adorata sorella Mariù, “Una nebbia sottile e fitta avvolgeva tristemente i castagni e gli ulivi di Val di Serchio”, si legge ancora nel racconto del Dinucci, scritto 16 anni dopo, nel 1928, e tratto da una conferenza che tenne per ricordare il poeta.
Il luogo è ancora oggi avvolto nel silenzio. Il visitatore lo percepisce, e una strana quiete lo pervade, e ogni rumore scompare intorno a lui; egli stesso si fa rispettoso di quel silenzio, che non è il silenzio della morte, ma il silenzio di una voce umana che si è trasferita per sempre nella grande poesia che si muove e passeggia per il mondo.
Del Pascoli, qualcuno racconta di averlo visto, certe notti, allorché il cielo è stellato e la luna è rotonda e gialla come l’oro, seduto davanti all’uscio della sua casa, ai Caproni, intento a guardare lontano, in direzione di Barga. Quando giungono a lui i rintocchi del campanile, si alza e muove alcuni passi come se volesse allontanarsi e salire il colle. Poi si ferma e resta in ascolto.
Altre volte è stato visto davanti al Duomo, passeggiare sull’erba del prato, ogni tanto sedersi sui gradini della chiesa, oppure affacciarsi al parapetto di pietra e guardare in basso le piccole vecchie case della città.
Se qualcuno cerca di avvicinarsi o di parlargli, subito scompare.


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2 Comments

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 10 maggio 2009 @ 16:24

    Ritengo che la poesia pascoliana più bella e penetrante sia scaturita proprio nei “Canti di Castelvecchio”, dove la natura e le cose vengono maggiormente sentite dal poeta non solo nella loro semplicità, ma anche nel loro mistero. E così persino le piccole cose, e non soltanto l’universo (poesia cosmica), assumono, tra l’altro, l’intento di incitare l’uomo a meditare, a migliorarsi. Proprio nelle cose il poeta riesce a trovare il loro sorriso e la loro lacrima.
    Bell’omaggio, questo, Bartolomeo, che hai fatto a Barga ed al suo grande poeta, che giustamente oggi viene alquanto rivalutato
    Gian Gabriele

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 10 maggio 2009 @ 16:52

    Barga è una cittadina antica e incantevole. Se qualche lettore che non la conosca, si trovasse a passare da quei luoghi, magari dopo aver visitato la tomba di Pascoli, non tralasci di salire fin lassù. Ne rimarrà affascinato.
    Grazie, Gian Gabriele.

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