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LEGGENDE: Il Tesoro del Volto Santo

22 novembre 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Voi non ci crederete, ma Lucca, sebbene abbia un sindaco come tutti gli altri comuni d’Italia, si differenzia da questi ultimi perché ha pure un Re. Avete letto bene, un Re! “Il Re dei Lucchesi”, come viene chiamato. Ma prima che qualche forestiero che abbia deciso di trascorrere una vacanza a Lucca si metta a girare la città in cerca di una reggia, sarà bene avvertirlo subito che non una reggia deve cercare ma il Duomo di San Martino, che è la cattedrale di Lucca.

Entrando, a sinistra si nota un tempietto ottagonale, opera del XV secolo dello scultore Matteo Civitali. Lì dentro sta il Re. Non è una persona ma un crocifisso. Non c’è Lucchese che non lo conosca, e non c’è Lucchese che non gli abbia rivolto una preghiera. Venne a Lucca, secondo la “Narratio” del Diacono Leboino, nel 742, portatovi da un carro trainato da una coppia di buoi. Fu custodito nella Basilica di San Frediano, ma il mattino dopo non c’era più. Si cerca per la città e finalmente lo si rinviene in un campo incolto vicino ad una piccola chiesa intitolata a San Martino. Si riporta in San Frediano, ma il mattino dopo, stessa scena, e così per vari giorni, finché si capisce che il crocifisso vuole che, lì dove è ritrovato ogni mattina, si costruisca una chiesa più grande, la nuova cattedrale ossia di Lucca. Così la piccola chiesa cominciò ad essere via via ampliata fino ad assumere la forma attuale nell’XI secolo. Il Volto Santo fu traslato dalla Basilica di San Frediano alla chiesa di San Martino nel 782, quando era vescovo di Lucca il Beato Giovanni I. Circa le due date, quella del 742 e quella del 782, non c’è ancora unanimità di consensi tra gli studiosi. Alcuni sostengono che il Volto Santo arrivò a Lucca, non nel 742, bensì nel 782 e venne collocato subito nella chiesa di San Martino.

Si dice che l’attuale Volto Santo non sia più quello originale dell’VIII secolo – che una leggenda attribuisce a Nicodemo, discepolo di Gesù, il quale, insieme con Giuseppe di Arimatea, provvide alla sua sepoltura -, originale andato distrutto a causa di un incendio, ma sia dell’XI secolo. Si è discusso anche intorno al tipo di legno di cui è composta la croce e al tipo di legno che compone la scultura vera e propria. In un primo tempo si è parlato di legno di quercia per la croce e cedro del libano per la scultura. Oggi tutti concordano che la scultura è sicuramente in legno di noce, mentre restano ancora incertezze sul legno della croce. Scrive Mons. Pietro Lazzarini in una nota contenuta nel suo “Il Volto Santo di Lucca”, edito da Maria Pacini Fazzi, Lucca, nel 1982: “Circa la qualità del legno nel quale è scolpito il Volto Santo, fino a non molti anni addietro non vi è stata unanimità di giudizio. Vi era chi lo diceva ‘cedro del libano’, ed era la maggioranza; vi era chi lo diceva di cipresso e chi di quercia… […] Si fece di nuovo il saggio e il falegname assicurò che la fibra era quella del noce.”

Dal libro: “Storia del Volto Santo di Lucca”, vol. I di Mons. Almerico Guerra, edito nel 1926 (la prima edizione era del 1881) dalla tipografia P. C. Camastro, riporto le misure del simulacro: “La Croce ha la forma comune ed è lunga m. 4,34 nella sua asse verticale, e m. 2,65 nell’asse trasversale. Le tavole di cui si compone, hanno l’altezza di 7 centimetri e la superficie della Croce è di 27 centimetri. Vicino alla estremità dei quattro capi della croce le linee rette si allargano in curve da ambo i lati, e quindi ritornano rette, formando quasi un fiore.”  Sempre il Guerra continua: “Il legno, di cui questa croce componesi è di noce. È tinta di colore nero, ma questa tinta, per la grande antichità in qualche parte consunta, lascia vedere una tinta più antica di un rosso oscuro. Il legno peraltro è molto ben conservato.”  Più avanti passa a descriverci le misure dell’ “Effigie del Redentore”: “Tutta la figura è alquanto più grande del naturale, cioè alta m. 2,25 dal capo sino alla pianta dei piedi; giacché misurata fino alle estremità di questi, che sono posti in linea quasi verticale, la lunghezza del S. Simulacro è di m. 2,50.”

Il Volto Santo ha visto inginocchiarsi dinanzi a lui papi e re e un numero illimitato di pellegrini che, nel corso del viaggio che compivano dai loro paesi fino alla Terrasanta, non mancavano di rendere omaggio a questo Re celebre in tutto il mondo. Nel volume “Il Volto Santo – Storia e Culto”, curato da Clara Baracchini e Maria Teresa Filieri, edito da Maria Pacini Fazzi, Lucca, si parla di “ripetuti giuramenti di Guglielmo II il Rosso re d’Inghilterra (1087-1110): per Vultum de Luca, per Vultum Dei, per Sanctum Vultum de Luca”. “Castruccio Castracani giurava con la frase per Faciem Sanctam. I Re di Francia solevano dire per Sainte Vaudeluc” (Giuliano Pacifici: “Il Volto Santo nel medioevo lucchese”, edito nel 1982, ancora da Maria Pacini Fazzi. Si deve ricordare che nel 1982 ricorreva il 1200° anno dalla traslazione del 782).

Sono stati pubblicati molti libri che parlano del Volto Santo, detto anche (ma con minore diffusione) la Santa Croce; mi limito ad indicare, oltre a quelli già citati: “Il Volto Santo di Lucca e le sue gloriose origini” del Can. Francesco Baroni, edito nel 1932 dalla Scuola Tipografica Artigianelli; “Il Volto Santo nella storia di Lucca” di Elio Bertini, edito nel 1982 da Maria Pacini Fazzi; “Lucca, il Volto Santo e la Civiltà Medioevale” dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti, in cui sono raccolti gli atti del Convegno Internazionale di Studi tenutosi a Lucca dal 21 al 23 ottobre 1982.

Durante i secoli il Volto Santo è stato ornato di gioielli preziosissimi, che si possono ammirare nel Museo della Cattedrale, di fianco al Duomo, al piano terra. Essi vengono indossati soltanto in occasione della festa della Santa Croce, che si celebra ogni anno il 14 settembre. La festa è preceduta la sera della vigilia dalla solenne processione che attraversa la città, ripercorrendo il tragitto dalla Basilica di San Frediano all’attuale Cattedrale che, secondo la tradizione, il crocifisso compì in quei lontani giorni. È una processione millenaria. Il canonico Pietro Guidi, nel suo “La Luminara di Santa Croce nel Medio Evo”, edito a Lucca nel 1920 dalla Tipografia Casini, ritiene che “essa abbia avuto principio subito, o quasi subito; cioè o sulla fine del secolo ottavo, o sul cominciamento del nono.”; e il Prof. Pacifici, nel libro succitato: “Solo Lucca può vantare nella solennità della Santa Croce la sagra più millenaria del mondo cattolico. È senza dubbio la festa più antica di tutta la cristianità.”

Vi accorre una folla numerosa, proveniente dalle zone limitrofe e anche da lontano. In quella occasione partecipano delegazioni di emigrati Lucchesi sparsi nel mondo. Essi reggono i loro labari indicanti i luoghi di provenienza e quando passano in processione ricevono il caloroso applauso dei cittadini riconoscenti. Molti emigrati, infatti, hanno onorato e onorano all’estero il nome della città.

Al Volto Santo si attribuiscono molti miracoli, uno dei più famosi riguarda un povero che si recò a pregare davanti al crocifisso. Ad un certo punto il Volto Santo lasciò cadere una delle sue scarpette dorate, come dono al povero. Questi raccolse la scarpetta e si apprestava a lasciarela Cattedralequando fu visto e arrestato. Inutile che dicesse la verità, nessuno gli credette. Soltanto quando si andò a rimettere la scarpetta al Volto Santo, ci si accorse che essa veniva immancabilmente respinta. Allora lo si lasciò libero. La scarpetta è ancora là, ben visibile, sorretta da un calice, giacché senza quel sostegno cadrebbe di nuovo.

Le leggende hanno modi curiosi di nascere, spesso sono originate da piccoli fatterelli che suggestionano la mente, da conformazioni curiose dei paesaggi, soprattutto di montagne, da racconti che nel tempo, andando di bocca in bocca, si modificano e assumono i contorni via via sempre più nitidi della leggenda.

Anche un narratore può contribuire a creare una leggenda. Basterà partire da un soggetto noto, che sia già nel cuore della gente, ed ecco che la leggenda prende il volo. Del suo autore presto si dimenticherà il volto e perfino il nome, ma non si dimenticherà la leggenda. Più sopra ho parlato del “Re dei Lucchesi”, il Volto Santo, il crocifisso nero conservato nella Cattedrale di Lucca. Ho accennato anche al suo favoloso tesoro, che si può ammirare al piano terra del Museo della cattedrale, e questa che segue è la sua leggenda.

Se Niccolò Machiavelli si interessò del lucchese Castruccio Castracani degli Antelminelli (“Vita di Castruccio Castracani da Lucca”, 1520), una ragione ci doveva pur essere, e c’è infatti, trattandosi di un condottiero che portò la sua città a livelli di potenza e di gloria rimasti insuperati, rendendola in quegli anni sicura e libera da ogni tentativo di conquista messo in atto via via nel tempo da Pisani e Fiorentini soprattutto, che Castruccio ridusse a miti consigli, mettendo a repentaglio, proprio lui – il condottiero divenuto duca e vicario dell’imperatore Ludovico il Bavaro (1327) – la libertà degli ambiziosi vicini. Celebre è la sua vittoria sui Fiorentini a Altopascio del 1325.

È nota l’aspirazione dei Lucchesi alla indipendenza e specialmente alla libertà. Lungo le sue Mura e sulle porte della città vari cartigli la invocano. Lucca fu Stato indipendente e libero fino al 1847, quando fu annessa alla Toscana. Per dire del carattere dei Lucchesi e dei segni che le lotte con le città vicine avevano lasciato nell’animo di questo popolo, basti ricordare quanto riporta Augusto Mancini  nella sua “Storia di Lucca” a proposito del plebiscito con il quale la città il 15 marzo 1860 passò al Regno d’Italia. Al contrario di quanto accadde per l’annessione alla Toscana, questa volta i Lucchesi accettarono di buon grado il passaggio al Regno, con queste parole: “ora va bene: italiani sì, ma toscani no”.

Non sempre tuttavia ci fu un Castruccio Castracani a difendere la città. Più spesso i Lucchesi, la libertà dovettero comprarsela con il denaro, pagandola a caro prezzo e, salvo qualche breve parentesi, sempre ci riuscirono, e non tanto perché fossero ricchi, anche se ciò in parte era ed è vero ancora oggi, ma perché il sentimento della libertà scorreva, e tuttora scorre, nel loro sangue.

A testimonianza di questo incondizionato amore per la libertà, radicato non solo nelle classi agiate e dominanti, ma anche, e forse ancor più decisamente, tra il popolo minuto, voglio raccontarvi un fatto accaduto qualche secolo fa e che, molto probabilmente, pochi conoscono.

Si tratta di questo. Un potente di turno, un terribile imperatore (in tempi più vicini lo fu, ahimè, anche Napoleone, la cui sorella Elisa, oltre a far abbattere alcuni monumenti della città, inaugurò la pena di morte, la cui prima esecuzione avvenne nel 1811 in Piazza San Michele), questo terribile imperatore, dicevo, sceso in Italia a far bottino lungo tutta la penisola, quando giunse a Lucca per metterla a ferro e a fuoco ed aggiogarla al suo carro di vincitore, pensò bene di approfittare di questo indefettibile amore che i Lucchesi nutrono per la loro libertà. Quanto erano disposti a pagarla? Quanto erano disposti a preservare le belle mura dalle palle di cannone del suo invitto esercito? I suoi avidi consiglieri, con il pensiero fisso alle semivuote e languide casse dell’impero, fecero presto a suggerire una somma spropositata, tanto che lo stesso sovrano ne rimase sbalordito. Ma senza denaro, gli fecero intendere quei consiglieri, non basta il solo valore; e l’astuzia, il coraggio e quante altre qualità vi si vogliano aggiungere non sono niente a paragone. Il denaro scardina le porte del potere, e le spalanca, come se fossero costruite con argilla. Cadono e si frantumano, lasciando intravedere seducenti orizzonti. Fu così, alla fine, che l’imperatore si lasciò convincere e fece consegnare ai governanti della città la sua richiesta.

Pur avvezzi a misurarsi con le grosse cifre con le quali i Lucchesi reggevano affari e banche in tutta Europa, e prestavano perfino denari ai re per le loro guerre, quando si conobbe l’assurda e strabocchevole cifra del riscatto, si pensò ad uno sbaglio o a una maledizione. Riunito con urgenza il Consiglio degli Anziani, più d’uno pronosticò la fine della Repubblica, giacché non sarebbe mai stato possibile mettere insieme tanto denaro. D’altra parte, tentare di resistere con le proprie forze a quella minaccia non era cosa da prendere neppure in considerazione. Le forze in campo, infatti, erano diseguali e tutte a vantaggio dell’esercito invasore. Le mura di Lucca, d’altronde, potevano assai poco contro la potenza delle armi nemiche; sarebbero anch’esse andate distrutte, privando la città di una difesa, o meglio di un ornamento ormai, che se non era più in grado di conservarle la libertà, aveva comunque contribuito e contribuiva a tenere unito il suo popolo, e a legarlo strettamente a sé.

Fu così che a qualcuno venne in mente l’idea di proporre al sovrano di accettare, in cambio dell’impossibile denaro richiesto, il tesoro del Volto Santo, ossia quel sontuoso arredo di oro finissimamente cesellato, con il quale il crocifisso nero della leggenda, “il Re dei Lucchesi”, viene adornato la sera della Luminara nonché per tutta la giornata seguente del 14 settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce.

– Questa è una bestemmia! – esclamò un Anziano, mostrando nei gesti tutta la sua indignazione.

– Non c’è altro modo, – disse subito un altro – se vogliamo conservare la nostra libertà.

– Ma non è possibile spogliare così il nostro Re, derubarlo dei suoi abiti e dei suoi ornamenti a causa del nostro egoismo. Questo è un atto scellerato, per il quale saremo puniti da Dio!

– Quando sarà il tempo, offriremo al nostro Volto Santo una veste e dei gioielli come quelli di cui oggi dobbiamo privarlo, e magari li confezioneremo anche più belli.

– Sacrilegio! Sacrilegio! – gridò un altro che se n’era stato zitto, e che aveva il viso imperlato di rabbia.

– L’imperatore ci ha richiesto ben più di quanto valga il tesoro del nostro Re. Non accetterà mai lo scambio.

– Lo accetterà. È così vanitoso che il sapere che noi rinunciamo alle preziose vesti del nostro Re per evitare la forza delle sue armi, gli basterà per renderlo trionfante agli occhi di tutto il mondo. Chi è mai arrivato a tanto?

– E chi nel mondo stimerà più noi Lucchesi per aver tradito la fiducia del nostro Re?

– Il nostro Re, se ci ama, capirà anche che la libertà per noi vale molto di più dei suoi tesori. Non ci sarà nessun Dio che leverà la mano contro noi Lucchesi. Ciò che facciamo è giusto. La libertà che difendiamo è la libertà di tutti, non solo la nostra, dunque, ma quella di tutto il nostro popolo.

– È vero, non dobbiamo dimenticarci del popolo. Che cosa succederebbe alla nostra gente, in balia di un saccheggio che li condurrebbe a poco a poco alla povertà assoluta e ad una schiavitù senza fine?

– Sì, sì, proponiamo all’imperatore di accettare, in luogo del denaro richiesto, il tesoro del Volto Santo. Sia scritto che ciò lo facciamo per il bene del nostro popolo, e ci impegniamo, quando arriveranno tempi migliori, a restituire al nostro Re gli abiti che oggi gli togliamo, anche più sontuosi e più belli.

Fu così che il Consiglio degli Anziani deliberò di cedere all’invasore il tesoro del Volto Santo, che consisteva soprattutto nella corona “in oro sbalzato e gemme, del peso di 16 libbre lucchesi e 6 once[1], nel grande collare d’oro, nel gioiello appeso al collare “con rosette e volute in oro, smalti bianchi e neri e pietre[2], nella sontuosissima veste “di velluto ricamato in oro, e riccamente ornata ai polsi, alla vita, sul davanti e all’orlo da una fascia in argento dorato […], lavorata ad edicole gotiche con busti di santi[3]. Sicuramente un valore immenso, anche se stimato inferiore a quello richiesto dal sovrano.

– Lo accetterà? – tornò a domandarsi qualcuno.

– Lo accetterà, eccome – disse un altro.

Fu inviata una ambasceria, che tornò tutta sorridente, giacché all’imperatore non parve vero di ottenere quella umiliazione e quella vittoria insperate fino a tal punto.

Fu allora che il popolo venne a sapere di ciò che era stato deciso dal Consiglio degli Anziani a sua insaputa. E disapprovò. Disapprovò così aspramente che presto la città fu scossa da inquietudine e dai primi lievi ma pericolosi fermenti. Non si condivideva quella scelta che era considerata vile e sacrilega. Come si poteva, per evitare un’umiliazione della città, accettare l’umiliazione del suo Re più illustre, sul conto del quale perfino imperatori della fama e potenza di Guglielmo il Conquistatore avevano giurato nel momento della loro incoronazione?

Nelle piazze, sui crocicchi, nelle case, nelle corti, nei posti di lavoro, dovunque, non si vedevano che assembramenti di persone intente a discutere sull’argomento del tesoro del Volto Santo, che se ne sarebbe partito insieme con l’esercito imperiale, il quale avrebbe portato in giro per il mondo, come un vessillo, sulla punta delle armi, l’umiliazione più cocente subita dal popolo lucchese, che non era stato capace di difendere il suo Re, che non era un re come gli altri, ma era Colui che si era fatto crocifiggere per salvare tutta l’umanità. Era il Dio che si era incarnato per la nostra totale redenzione. Dopo averlo già crocifisso, ecco che un altro popolo non aveva esitato a denudarlo un’altra volta, mettendolo ancora in croce e offrendolo senza alcun pudore allo sberleffo degli uomini, così come si era fatto nel tragico passato; e ancora si ripeteva quel triste rituale della spartizione delle sue vesti, che erano dorate questa volta non tanto perché offerte da un popolo considerato ricco, ma perché testimonianza della fede eterna e incorruttibile dei Lucchesi verso il loro divino re. I Lucchesi, ecco, sarebbero finiti sulla bocca di tutti come un popolo che aveva sacrificato e umiliato, al pari dell’altro nella scelta tra Gesù e Barabba, il suo Dio per la libertà.

Era troppo. Possibile che il Consiglio degli Anziani, considerato composto da persone sagge, non avesse capito il significato di un gesto così assurdo e peccaminoso?

– Ma che cos’altro si poteva fare?

– I denari richiesti non ci sono. Dunque?

– La vedremo – disse uno che sembrava un miserabile, tanto erano consunti e laceri gli abiti che indossava.

Chissà chi era costui. Sta di fatto che il Consiglio degli Anziani in tutta fretta fu costretto a modificare le sue decisioni. Su proposta di una delegazione popolare fu cancellata e fatta scomparire del tutto come ignominiosa la precedente delibera e assunta in sua vece un’altra con la quale si chiedeva all’imperatore, che ancora minacciava la città, di concedere 30 giorni di tempo, al termine dei quali egli avrebbe ricevuta la enorme cifra richiesta. La dilazione, sia pure a malincuore, fu concessa, ma l’imperatore sperò fino all’ultimo che i Lucchesi non riuscissero mai a raggiungere la cifra del riscatto. Anzi, era così convinto di ricevere, in luogo della somma, il tesoro del Volto Santo che fece preparare dai suoi fabbri uno straordinario e sicuro forziere nel quale deporre l’ineguagliabile bottino, frutto della propria tenacia, ambizione e del proprio egoismo.

I giorni che seguirono furono febbrili. Si seppe di mercanti che riuscirono a vuotare i magazzini vendendo la propria merce nei più lontani paesi d’Europa, di poveri che se ne andarono in altri Stati vicini a prestare la loro opera straordinaria, di donne che si privarono delle loro gemme, di banchieri che rinunciarono agli interessi sul denaro prestato pur di riottenerlo, col consenso del debitore ovviamente, indietro, e perfino decurtato. Cosa, questa, considerata impossibile a un Lucchese. Eppure tutto ciò si fece, e lo si fece nel tempo ristretto di 30 giorni, quanti furono quelli richiesti dai Lucchesi.

Così, alla fine, il denaro necessario fu consegnato all’imperatore che venne a ritirarlo di persona, e si racconta che tutto il popolo fu presente alla cerimonia, che si svolse nella piazza più grande della città. L’imperatore, che non sembrava del tutto soddisfatto e non nascondeva la sua delusione, raccolto il denaro, poiché aveva dato la sua parola, diede l’ordine di smobilitazione al suo esercito, e quando le tende furono levate, un grido di esultanza e di orgoglio si levò nelle piazze e sulle mura della città, e il giorno seguente, allorché nella cattedrale, nel bel Duomo di San Martino, fu celebratala Messasolenne per ringraziare Dio dello scampato pericolo, il Volto Santo aveva indosso il suo tesoro e tutti poterono ammirarlo e sentire quanto appartenessero anche a loro quelle gemme, che non erano più, sebbene non lo fossero mai state, di Dio soltanto: dono munifico e superbo, Dio le aveva generosamente offerte e legate per sempre alla città.
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[1] Pietro Lazzarini: “Il Volto Santo di Lucca”, Maria Pacini Fazzi editore, 1982
[2] Isa Belli Barsali:  “Lucca – Guida alla città”, Maria Pacini Fazzi editore, 1988
[3] Isa Belli Barsali:  “Lucca – Guida alla città”, Maria Pacini Fazzi editore, 1988

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Qui: Il Volto Santo

 


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3 Comments

  1. Comment by Carlo Capone — 22 novembre 2009 @ 09:00

    Spero, Bart, che un giorno su questa pagine tu voglia raccontrci la storia delle origini di Lucca. Sarà condita  sicuramente   di fatti e aneddoti ineressanti.

    Carlo

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 22 novembre 2009 @ 12:48

    L’ho già scritta, Carlo, ed è anche stata pubblicata, qui:
    http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=1189

    Spero ti piaccia.

  3. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 22 novembre 2009 @ 18:38

    Storia e leggenda si intrecciano, formando un interessantissimo e fascinoso mosaico. Si evidenziano ancora la profonda conoscenza di Bartolomeo, in ordine alla storia di Lucca ed in particolare del Volto Santo, e la capacità creativa dell’autore stesso, che sa costruire sempre leggende, tese ad evidenziare grande umanità e soprattutto il grande amore per la città.

    Questa pagina, che sottolinea il forte “attaccamento” e la incontestabile devozione nei confronti del prezioso Volto Santo, mi suggerisce di deprecare la sciagurata, spudorata, insensibile decisione della Corte Europea di imporre al nostro popolo, alla nostra cultura, alla nostra fede millenaria la eliminazione del Crocifisso dai luoghi pubblici. Quest’Europa mi lascia alquanto perplesso e preoccupato. Dimentica spesso le tradizioni, gli usi, i costumi, la civiltà, il credo, l’educazione, ecc. dei popoli che vuol rappresentare.

    Gian Gabriele

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