Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LEGGENDE: La coda di paglia delle donne

30 dicembre 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]  

In un tempo molto, molto lontano viveva a Lucca un uomo che proprio non ne poteva più di sopportare sua moglie. Non perché fosse cattiva, anzi era una pasta di donna, di animo molto buono e ci voleva poco per commuoverla. Ma aveva la coda di paglia. Era questo il suo difetto.

Bastava che il marito le facesse un piccolissimo rimprovero, ma anche solo sbagliasse l’intonazione della voce e subito lei s’inalberava, metteva il broncio.

I primi tempi il marito lasciava perdere. «Cambierà» si diceva tra sé. Le spiegò anche che mettere il broncio poteva essere una cosa del tutto normale in talune circostanze in cui lui aveva esagerato nel rimprovero, ma si doveva durare poco in quell’atteggiamento che guastava il piacere della confidenza e dello stare insieme.

La moglie prometteva, ma poi subito ricadeva nel difetto.

Un amico, con il quale si confidò, gli disse un giorno che anche sua moglie era tale e quale e che quello era il tallone d’Achille di tutte donne.

«Non lo sai che hanno la coda di paglia?» e si mise a ridere quando Agostino (così si chiamava il nostro protagonista) lo guardò tutto meravigliato.

«Non solo hanno la coda di paglia, ma anche il pungiglione, se tu le stuzzichi troppo!»

Agostino se ne tornò a casa sconsolato. Perché se era vero che quel castigo di Dio riguardava tutti i mariti del mondo, e quindi mal comune mezzo gaudio, era anche vero che non ci poteva essere rimedio, se nessuno dacché esisteva la vita lo aveva ancora trovato.

Si mise seduto sulla sedia di cucina e cominciò a guardare sua moglie, che era intenta a sfaccendare come gli altri giorni. Pensò che forse era tutto quel daffare che avevano le donne a dar loro quel brutto carattere. E senza rendersene conto, mentre pensava a queste cose, principiò a scrutare accuratamente ogni angolo del corpicino di sua moglie, per vedere se riusciva a scoprire quella maledetta coda di paglia, e magari anche il pungiglione, come gli aveva confidato il suo compagno. Ma la moglie, furba qual era, subito se ne accorse. Si voltò verso di lui, si mise le mani sui fianchi, e dopo averlo squadrato ben bene, lo rampognò:

«Che ci fai lì impalato? Guarda piuttosto di darmi una mano. Non vedi quanto ho da fare?»

«Ben mi sta!» brontolò l’uomo «Non sei lusingata degli sguardi di tuo marito? Non ti si può guardare che subito t’inalberi.»

«Sei un bel fannullone!» chiuse in fretta la moglie, che aveva capito la malizia di quegli sguardi, e gli mise in mano uno spolverino.

Agostino fu costretto perciò ad alzarsi dalla sedia, bofonchiò che sarebbe stato assai meglio per lui se fosse rimasto in piazza San Michele a discorrere con gli amici, ma si diresse in salotto con quello spolverino in mano e cominciò a darsi da fare, sotto gli occhi vigili della moglie, che ogni tanto s’affacciava nella stanza a controllare.

E anche in quelle occasioni, senza che Agostino se ne rendesse propriamente conto, il suo occhio si metteva a frugare su quel corpicino tutto pepe.

«Ma dove l’avrà mai nascosta? Ah, se potessi scovarla!»

Era convinto che trovando quella coda, egli l’avrebbe potuta tagliare con delle belle forbici, e zac, da quel momento tutto con sua moglie sarebbe filato liscio come l’olio. L’avrebbe avuta accanto a sé buona, tollerante, remissiva, dolce, tenerissima.

Che sogno, una moglie così!

L’avrebbe rivelato a tutti gli uomini quel nascondiglio segreto! e sarebbe stato ricordato per l’eternità come un gran benefattore.

Altro che il premio Nobel per la pace avrebbe meritato!

Ma come poteva fare?

Si ricordò di Dio, e anche di qualche Santo a cui era stato particolarmente devoto da ragazzo. E addirittura rammentò due o tre amici d’infanzia, morti anzitempo, coi quali era stato in grande confidenza.

Ci pensò e ci ripensò molto prima di decidersi a ricorrere al loro aiuto, ma infine quando, dopo un’ennesima lite con la moglie, si convinse che così non poteva più andare avanti e che quello era rimasto il solo modo per salvare il suo matrimonio, una mattina di buon’ora uscì di casa e si recò nella bella cattedrale di San Martino.

«Pregherò il Volto Santo. Davanti a Lui si sono inginocchiati molti papi e molti re. Ciò significa che qualche grazia ne sarà pure venuta.»

Entrò e si diresse con passo spedito al bel tempietto che conserva l’antico crocifisso nero. S’inginocchiò e levando gli occhi al Volto Santo implorò la grazia.

«Non ti chiedo di farmi ricco e nemmeno di darmi la salute dell’anima e del corpo, che pure sono beni preziosi. Ma fammi scoprire dov’è che mia moglie tiene nascosta quella maledetta coda di paglia. Non ne posso proprio più! È mai possibile che ogni volta che parlo con lei, devo controllare perfino l’accento della mia voce, l’intonazione delle mie domande, il garbo delle mie risposte? Oh, così non ce la faccio più e la mia vita, credimi, è un supplizio tale che solo quello della tua Croce può stargli a paragone!»

Finita la supplica, Agostino rimase ancora lì inginocchiato, come in attesa. Guardava il crocifisso e soprattutto se da quegli occhi e da quella bocca divini uscisse la risposta che desiderava.

Invece silenzio. Qualcuno intanto era entrato in chiesa e s’era accomodato accanto a lui.

Allora Agostino si scostò e andò a mettersi in disparte per restare un po’ più solo, però sempre tenendo sotto controllo l’immagine del crocifisso.

Il Volto Santo taceva.

Implorò gli altri Santi e quei suoi amici affinché intercedessero per lui.

«Vi prego,» disse a quest’ultimi «voi che mi conoscete molto bene, fatelo capire a Dio che quello che gli chiedo non è a fin di male. Voglio solo tagliarla quella coda. Non credo che Dio se ne possa dolere, e vedrà anche lui tutto il bene che ne deriverà. Sarà sorprendente la trasformazione della donna!»

Di nuovo rimasto solo, Agostino tornò ad inginocchiarsi proprio dov’era prima, davanti alla cappellina, e guardò quel Volto Santo con così intensa devozione che è certo che in quell’istante udì la risposta di Dio.

Infatti subito si alzò sorridente, tutto contento si fece il segno della croce e di filato uscì dalla chiesa.

Il messaggio che aveva ricevuto da Dio era questo: in primo luogo egli doveva mantenere la sua promessa di non fare del male alla donna. In secondo luogo, doveva portare con sé alcuni amici fidatissimi, perché se proprio voleva fare del bene, non poteva farlo da solo, e ciascuno doveva recare con sé un bel paio di forbici robuste. Infine, dovevano condurre le loro mogli la domenica mattina in piazza San Michele e con esse attendere con fiducia lo scoccare del mezzogiorno.

Se la sorpresa fosse piaciuta, Dio metteva a disposizione le quattro domeniche successive perché tutti gli altri mariti facessero altrettanto.

Arrivò quindi la domenica.

Che trepidazione! Agostino trovò una scusa e fece vestire sua moglie con una tale eleganza che non l’aveva mai vista così nemmeno nel giorno del loro matrimonio. Chiamò gli amici verso le undici e apprese che anch’essi erano pronti per uscire.

Agostino disse a sua moglie:

«Vedrai che ci divertiremo tanto. Poi andremo con i nostri amici al ristorante a festeggiare.»

Sua moglie, che naturalmente ignorava il vero scopo di quella passeggiata, era tutta felice. Non capitavano spesso, infatti, giornate come quelle. Guardandosi allo specchio, trovò che era ancora ben fatta e piacente. Se ne compiacque e pensò che accanto al suo Agostino avrebbe fatto la sua bella figura.

Parcheggiata la carrozza, proseguirono a piedi in città. Giunti in piazza San Michele trovarono ad attenderli gli amici, anch’essi sorridenti, con al fianco le rispettive mogli, tutte splendidamente eleganti.

«Allora» gli dissero gli amici chiamandolo in disparte «mancano cinque minuti a mezzogiorno. Sei proprio sicuro che tutto andrà come previsto?»

«È parola di Volto Santo!» sentenziò Agostino, guardandoli negli occhi, anche lui elettrizzato e pieno di curiosità.

«Fra poco sapremo, finalmente!» si lasciò scappare uno degli amici, mentre si sfregava le mani.

Le mogli chiacchieravano tra loro, ignare.

Quando mancò un minuto a mezzogiorno, gli uomini alzarono il viso verso l’orologio della piazza e non fiatarono più.

Suonarono i dodici rintocchi.

Con il solo movimento delle labbra, sottovoce, gli uomini scandivano quei colpi.

«Uno, due, tre, quattro… dieci, undici… Dodici!»

Si fermarono. Anche il loro cuore sembrò arrestarsi.

Attesero.

Ed ecco che videro finalmente la coda di paglia!

D’un botto, in un baleno, le donne che si trovavano nella piazza, non solo quindi le loro mogli che avevano accanto, svelarono tutte la propria coda di paglia!

Che spettacolo meraviglioso! Fantasmagorico, elettrizzante, ricco di colori!

Agostino vide lì, davanti a sé, quella di sua moglie.

La teneva nascosta dove aveva sempre sospettato: in fondo alla schiena! Era lunga, ondulata, lussureggiante, composta proprio di morbida paglia. Aveva il colore dell’oro. E in cima – davvero cosa miracolosa, sorprendente – mostrava anche il pungiglione! Dritto e sottile come uno spillo: nero, nerissimo!

Subito la toccò. La strinse tra le mani.

«Finalmente!» esclamò.

Sua moglie non s’era accorta di nulla. E così anche tutte le altre donne della piazza, che evidentemente non potevano vedere quel prodigio.

Ma la cosa sorprendente fu però questa: che non tutte le donne avevano la coda di paglia allo stesso posto. Se ne accorse subito Agostino, ed anche i suoi amici, che capirono il perché nessuno, da quando esiste l’uomo, era mai riuscito a scovarla. C’era chi l’aveva sulla punta del naso, chi sulla testa, chi la teneva appiccicata alla fronte, chi sul collo, o sul dorso della mano, a chi spuntava dalla gola, chi l’aveva nel mezzo della schiena, o tra le dita dei piedi, o sulle ginocchia, sulla pancia; insomma ogni punto del corpo era buono per quella coda!

E le code erano anche diverse l’una dall’altra. Alcune erano piccoline, paffutelle, altre quasi invisibili, altre rinsecchite; alcune invece erano prorompenti, floride, rotonde, impellicciate.

C’era chi l’aveva ricca di eleganti avviluppamenti, chi liscia, chi l’aveva riccioluta, chi la teneva bene in vista, chi addirittura ritta sopra la testa, chi la strascicava per terra, chi l’agitava pomposamente; insomma quella coda di paglia, impreziosita da quel nero pungiglione, era proprio un vero gioiello della natura.

Ma Agostino, dopo aver contemplato per un po’ quella di sua moglie, essersela in qualche modo goduta dopo tanti affanni, non perse più tempo, e per timore di restarne ammaliato, cavò subito di tasca le forbici e zac! tagliò la coda. I suoi amici fecero lesti lesti altrettanto.

Tutte quelle code di paglia caddero sul selciato della piazza. Gli altri mariti che passavano di lì osservarono la scena e, guardando le rispettive mogli, anch’esse con quella bella coda, capirono al volo il significato di quella operazione. Poiché erano sprovvisti di forbici, subito invocarono aiuto.

Accorsero immediatamente i nostri amici e con grande soddisfazione, volteggiando leggeri come libellule, cominciarono a tagliare a destra e a manca tutte le code che videro. Ma alcuni mariti si vollero levare lo sfizio di fare da sé. Chiesero in prestito quelle forbici e come se si trattasse di un rito atteso da tempo, si accostarono a quella coda, la corteggiarono, le fecero mille moine, la baciarono e infine con fulminea mossa la tranciarono d’un sol colpo. Altri invece non attesero alcun aiuto: con le proprie mani cercarono di strapparla, pur di fare in fretta! Alcuni addirittura l’addentarono come fossero lupi affamati. Qualcuno che l’ebbe staccata con i propri denti, la mandò giù per la gola. Proprio così: se la mangiò!

Quando alla fine i nostri protagonisti ritornarono di nuovo vicino alle rispettive mogli, avendo ben nascoste nelle tasche le forbici ormai inutili, le trovarono all’improvviso insolitamente contente, piene di esuberanza, desiderose di smancerie e di bei complimenti.

Agostino, per sincerarsi, provò a fare una bella burla a sua moglie, e con sorpresa vide che, anziché brontolare, la donna gli fece anche una tenera carezza!

Non ebbe più alcun dubbio allora: l’operazione era perfettamente riuscita.

Consigliò quindi gli amici di raccogliere tutte le code sparse per terra e di bruciarle all’istante.  «Saremo più sicuri di essercene sbarazzati per sempre!» disse.

Anche gli altri mariti aiutarono volentieri, e quando finalmente quelle code di paglia furono raccolte, tutti insieme appiccarono un bel falò, che riempì di bagliori l’intera città e durò per ore e ore, tanto quella paglia era resistente al fuoco!

Naturalmente, poiché le donne non avevano potuto vedere la loro coda, egualmente non videro quel falò, e continuarono a cianciare allegramente tra loro.

I mariti invece si misero a ballare intorno a quel fuoco come impazziti, pieni di brio, di contentezza, e le loro donne s’illusero che forse era giunto il momento di quella grande festa promessa.

Si unirono ai mariti e la piazza risuonò di balli e di canti.

La notizia di quell’avvenimento straordinario si diffuse con la rapidità del fulmine.

Si seppe così che per quattro domeniche consecutive tutti i mariti che non lo avevano ancora fatto, potevano recarsi a mezzogiorno in piazza San Michele e veder disvelato il nascondiglio della coda di paglia della propria moglie.

È inutile sottolineare che per quelle quattro fenomenali domeniche la piazza fu gremitissima di mariti e di mogli. Ma anche di fidanzate, di bambine, di neonate ancora in fasce, e di giovani adolescenti, belle e brutte; perfino le zitelle furono portate, e vennero numerose comitive da molte città, anche lontane. Vetture e vetture strapiene si fermarono davanti alle Mura e scaricarono quantità enormi di sottane!

Agostino, come ognuno può facilmente intuire, da quel giorno visse felice e contento, e quando arrivò alla fine della sua vita fu sicuro anche di quest’altra confortante verità: quella coda di paglia, una volta recisa, non rinasce più!

Che bel regalo gli aveva fatto il Volto Santo!

Oggi, tuttavia, voi lo vedete bene, bisognerebbe rinnovarla quella grazia che Agostino ebbe la forza di chiedere tanti e tanti anni fa.

C’è qualcuno che vuole tentare di nuovo l’impresa? Che si senta di tornare in San Martino e di inginocchiarsi davanti al bel Volto Santo, e rivolgergli ancora una volta quella preghiera?

Voi lo sapete meglio di me che ne varrebbe proprio la pena, e sapete anche che la ricompensa è davvero molto grande.


Letto 2388 volte.


3 Comments

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 30 dicembre 2009 @ 19:53

    Leggenda sottesa di sottile ironia, che fa capire come noi uomini vorremmo fossero sempre le nostre donne. Bisognerebbe che, viceversa, anche le donne manifestassero la loro volontà su come dovrebbero essere, per loro, gli uomini. Qui mi aspetto un’altra bella leggenda di Bartolomeo! Questa, come sempre, del resto, è piacevole, divertente, quasi “solenne”, visto che addirittura è dovuto intervenire nientemeno che Il Volto Santo.

    Debbo ancora una volta sottolineare che la fantasia di Bartolomeo non ha limiti e la sua scrittura si legge in un fiato. Mentre Lucca, con alcune sue meraviglie, non manca mai!

    Bravo, Bartolomeo!

    Gian Gabriele

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 30 dicembre 2009 @ 21:19

    Sempre generoso con me, Gian Gabriele. Grazie.

  3. Comment by Marina — 8 gennaio 2010 @ 19:30

    Il racconto so legge d’un fiato: fantasia scoppiettante, senso del ritmo, lessico a volte un po’ “anticato” come a sottolineare la volontà e la felicità di seguire il solco di una grande tradizione narrativa…non manca nulla!
    marina

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart