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LEGGENDE: La Torre Guinigi

10 ottobre 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.] 

Quando si viene a Lucca, si è accolti dalle sue rosse Mura, che sono uniche al mondo; le sue porte ci dicono che, se vogliamo visitarla, occorre procedere in ordine e con disciplina, giacché la città ha conservato, e sono ancora vive, antiche memorie; per le strade ancora si muovono, invisibili, i suoi antichi abitanti. Guai a profanarla. Essi non ce lo perdonerebbero mai e le più cupe tribolazioni accompagnerebbero la nostra vita. Bisogna rispettarla la città, che si è conservata non per merito degli uomini, bensì per uno straordinario sortilegio che l’accompagna sin dalle sue misteriose origini, allorché fu costruita in mezzo ad una palude.
Lucca resterà così fino alla fine del mondo; ci hanno provato in tanti nel corso dei secoli a violarla, ma, senza nemmeno bisogno di armare un esercito per difendersi, Lucca ha sconfitto tutti i suoi nemici, al punto che, ancora oggi, il visitatore, quando la vede comparire all’orizzonte, percepisce l’incanto dei secoli che l’hanno abbellita e amata.
Insieme con le Mura, spuntano i campanili e le torri a sollecitare una meraviglia degli occhi e del cuore che non ha eguali. Si giri pure il mondo alla ricerca di una gemma preziosa come questa, non la si troverà. Si provi pure a chiedere il miracolo di averne in dono, da qualche parte, una gemella, e ci si accorgerà che è una preghiera vana, giacché l’Artefice del mondo ne ha voluto costruire una soltanto, per una gioia speciale e un premio che solo qui si possono raccogliere e godere.
Su tutte le torri, una spicca per la sua bellezza e perché manifesta una autorità e un orgoglio che le appartengono da sempre. Il suo nome è legato ad una famiglia che fu ricchissima e potente, estinta proprio a metà del secolo scorso. È la Torre Guinigi, di epoca medioevale, una delle poche rimaste delle oltre 250 che proteggevano la città, alta più di 44 metri, con i suoi lecci secolari sulla cima che dànno cortese e ospitale ombra ai visitatori che si avventurino lassù, per delle scale che li trasportano indietro nel tempo. Quando si giunge al termine dell’ascesa, dopo aver salito ben 230 scalini, pare di entrare in un boschetto simile a quello delle fiabe: intimo, leggiadro, riposante. L’occhio, sotto quell’ombra, subito è attratto dalla luce del paesaggio circostante, e ci si avvede come la città sia chiusa dentro colline e monti che la difendono, al pari di un raro scrigno, da sguardi indiscreti e da chi vorrebbe portarsela via, rubandola ai suoi abitanti.
In quel luogo, in quell’ombroso boschetto, soprattutto quando il visitatore tace e vi regna il silenzio, ci si accorge che c’è qualcosa di strano, di insolito. Occorre, dopo aver girato l’occhio sul paesaggio attorno, spegnerne la luce dentro quell’ombra, indossare una letizia ed una serenità che vanno saputi raccogliere in quell’ora e in quello spazio straordinari.
Solo così, e solo allora, si potrà scorgere la giovane sposa di Paolo Guinigi, Ilaria, che se ne sta seduta in mezzo a noi, con indosso la sua veste delicata, e ai piedi il cagnolino festoso che non la lascia mai sola.
Se riusciamo a scacciare dal nostro animo l’invidia, la gelosia, la cattiveria, e soprattutto se riusciamo a farvi entrare l’amore, Ilaria alzerà lo sguardo su di noi e ci sorriderà.
Qualche volta, se abbiamo qualcosa da dirle, ci ascolta.
Anche gli alberi che si trovano in cima alla Torre hanno una loro leggenda. L’albero più alto fu piantato da Paolo Guinigi. Quando fu catturato da Francesco Sforza e poi imprigionato nel castello, si narra che la sua morte fu preannunciata dall’albero stesso, che perse tutte le foglie.


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4 Comments

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 10 ottobre 2009 @ 23:26

    Trasuda ancora grande amore, da questa bella pagina, nei confronti di una città, che tu, Bartolomeo, non solo ben conosci, ma porti stretta dentro il tuo animo. Credimi: dallo scritto pare di vedere, di toccare, di assaporare le meraviglie uniche di Lucca. E qui, tra realtà e leggenda, pulsa il cuore di questo gioiello più unico che raro.
    Debbo dirti che ho avuto modo di godermi a fondo e di apprezzare pienamente ogni angolo di Lucca in diverse occasioni, nelle quali più volte l’ho attraversata in lungo e in largo e quasi “palpata” punto per punto. Ciò è avvenuto, quando ho avuto l’onore ed il piacere di essere distaccato dall’insegnamento, per far parte della Commissione del Concorso Magistrale e di quella (ben due volte) per il Concorso per Merito Distinto. Allora più che mai Lucca è entrata con tutto il suo indiscusso fascino, con tutte le sue meraviglie anche nel mio cuore. Ho salito pure le numerose scale della Torre Guinigi (allora nella parte terminale erano anche non tanto agevoli e sicure). Dal culmine della Torre, nel boschetto da fiaba, ho goduto appieno dell’ampio affascinante panorama, che rare volte trova pari in altre circostanze. E non ho dimenticato, in quel frangente la commovente poetica storia di Ilaria, che lì pare respirare tuttora.
    Un abbraccio
    Gin Gabriele

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 11 ottobre 2009 @ 01:17

    Un forte abbraccio, Gian Gabriele, ringraziandoti per l’attenzione.

  3. Comment by Carlo Capone — 11 ottobre 2009 @ 12:13

    E’ Ilaria il vessillo artistico di Lucca. Ricordo ancora quando, dai libri di Storia dell’Arte e dalle lezioni di Padre Francesco Salvato SJ, mio insegnante di Italiano e Arte al Liceo Pontano di Napoli, apprendevo che la tomba di Ilaria del Carretto di Jacopo della Quercia dà inizio al Rinascimento. Il cupo senso di morte che caratterizza analoghi monumenti del primo 400 vi è sconfitto dalla soavità del volto della donna. I putti angelici che adornano il sarcofago rafforzano l’idea dell’uomo come armonia e bellezza. E’ il concetto che informerà la grande arte degli anni a venire.

  4. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 11 ottobre 2009 @ 12:21

    Troverai qui, Carlo, un’altra leggenda su Ilaria del Carretto. Grazie anche a te.

    http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=1554

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