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LEGGENDE: Le mura di Lucca

20 maggio 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui. Qui tutte le informazioni sui suoi libri]

Da oggi nella sezione Romanzi e Testi a puntate, comincia la pubblicazione giornaliera a puntate di alcuni romanzi e di alcuni gialli di Bartolomeo Di Monaco nelle versioni italiana e inglese

Le mura di Lucca[1]

“Oggi si può tranquillamente affermare che Lucca si è salvata, almeno quale eccezionale complesso urbano, grazie alla presenza e alla protezione delle sue mura. Non sarebbero bastati né la volontà di pochi né l’amore di molti; non sarebbero bastate le leggi né la inerzia demografica della città. Si sarebbero verificate tangenze, infiltrazioni, sostituzioni, ammodernamenti; si sarebbero avuti sventramenti e «correzioni» viarie in un tempo in cui per malintesa modernità sembrò ad alcuni indilazionabile la immissione del traffico motorizzato attraverso la serrata maglia dei percorsi medioevali. Ma la prima condizione perché tali «interventi» potessero apparire in qualche modo giustificabili e materialmente possibili era l’abbattimento delle mura. E fino a tanto non si arrivò. Le mura rimasero a distinguere l’ordine e la bellezza del centro storico dal disordine e dalle battute degli immediati dintorni: dentro, l’armonia; fuori la confusione e l’impotenza.”
(Pier Carlo Santini: “Ci difenderanno ancora”, in: “La fiera letteraria”, 20 luglio 1967)

Quando si arriva a Lucca, la prima immagine che ci colpisce è quella delle sue Mura. Non ne esistono di eguali al mondo per ampiezza e splendore. Esse per una circonferenza di metri 4.195 racchiudono al loro interno l’antica città, rimasta indipendente fino al 1847.
Non si sa con esattezza quanti mattoni furono necessari per costruire l’imponente fortificazione, ma nell’Archivio di Stato di Lucca sono custoditi documenti che riportano le cifre delle più importanti forniture: la prima di complessivi 250.000 mattoni; la seconda  di 100.000; la terza di 50.000; la quarta di 35.000 ed infine una fornitura di circa 3.000 mattoni. Queste ed altre notizie si possono ricavare dal bellissimo volume “Le Mura del Cinquecento” di Roberta Martinelli e Giuliana Puccinelli, edito nel 1983 per conto della Cassa di Risparmio di Lucca, che ha una affettuosa presentazione di Mario Tobino, il quale ad un certo punto scrive: “Ma io amo anche le mura viste da fuori, dall’esterno. Non c’è volta che rientri a Lucca o dall’autostrada, da Montecatini, dalla Garfagnana, da Viareggio, che le mura – cortine, baluardi, i bianchi cartigli con le date – non mi accolgano, non mi sorridano benevolmente.” Quei bastioni rotondi che si vedono guardando le Mura si chiamano “orecchioni” ed è proprio sopra di essi che si trovano i baluardi, un tempo attrezzati con cannoniere e fucilerie. All’interno degli orecchioni varie gallerie, ancora presenti e alcune perfino aperte ai visitatori, costituivano il deposito delle munizioni e delle armi, nonché l’alloggiamento di soldati e di cavalli. Il tratto dritto che unisce tra loro due orecchioni si chiama “cortina”. All’esterno delle Mura, davanti alla cortina di San Frediano (che conserva fra l’altro una parte di mura medioevali), si vedono gli “spalti“, terrapieni a forma di cuneo anch’essi predisposti per una prima difesa. Gli spalti restano solo in quel punto; gli altri furono distrutti per la costruzione della circonvallazione e dell’area extraurbana.
La costruzione andò avanti per oltre un secolo, essendo iniziata nel 1544 e terminata nel 1650. La sua altezza è di 12 metri. La spesa complessiva fu di circa 900.000 scudi.
Sebbene edificate per difendere la libertà dei Lucchesi, le Mura non fronteggiarono alcuna guerra[2]; servirono invece a salvare la città dalla inondazione del Serchio nel 1812, quando tutte le porte furono chiuse. Si racconta che la sorella di Napoleone, Elisa Baciocchi, che reggeva il Principato di Lucca, fu tirata su per le Mura con un argano – era il 18 novembre – onde poter rientrare in città, circondata com’era dalle acque del fiume. L’alberatura delle Mura, che è visione altrettanto magnifica per la varietà delle piante (platani, olmi, ontani, lecci, tigli, magnolie, ippocastani, ed altro ancora), fu decisa da Maria Luisa di Borbone che, dopo la caduta di Napoleone e a seguito del Congresso di Vienna, resse quello che si chiamò il Ducato di Lucca dal 1817 al 1824; a lei successe il figlio Carlo Ludovico fino al 1847, anno in cui fu decisa, ma a malincuore, l’annessione al Granducato di Toscana. Questi due periodi, unitamente a quello nefasto del pisano Uguccione della Faggiola, nel 1314, sono tra i pochi in cui Lucca, perduta l’amata libertà, fu sottoposta al dominio altrui. Ancora oggi su alcuni orecchioni si vede il bianco cartiglio, ricordato da Tobino, su cui è scritta la parola Libertas.
Lucca non ha avuto solo questa cinta muraria, ma ne ha avute altre due: la prima romana tra il III e il II secolo avanti Cristo, di cui restano tracce all’interno della Chiesa di Santa Maria della Rosa (più semplicemente conosciuta come Chiesina della Rosa), di raffinato stile gotico; la seconda fu completata nel XIII secolo, ampliata poi nel XIV secolo, di cui restano le due superbe porte dette Porta di Borgo, al termine di via Fillungo, e Porta San Gervasio e Protasio che si può ammirare nel suo imponente fulgore dopo un centinaio di metri entrando da Porta Elisa. Qui, in cima ad uno dei due robusti torrioni, aveva il suo studio uno dei pittori del Novecento più amati dai Lucchesi: Alfredo Meschi.
Le Porte di Lucca sono attualmente sei: Porta San Pietro del 1566; Porta Santa Maria (o Borgo Giannotti) del 1593 e Porta San Donato del 1629. Queste tre sono le più antiche. All’interno di Porta San Donato si può vedere un’altra Porta (detta Porta San Donato vecchia, oggi sede di un Ufficio turistico) e alcuni resti di mura. Ciò è dovuto al fatto che quella prima costruzione si dimostrò non stabile nel suo tratto di cortina, per cui fu abbandonata.
Porta Elisa, la quarta porta, fu fatta costruire da Elisa Baciocchi nel 1811; Porta Vittorio Emanuele (conosciuta come Porta Sant’Anna) nel 1911 e Porta San Jacopo nel 1931. Di recente sono state restaurate ed aperte le cosiddette “sortite”, previste dagli antichi costruttori per poter uscire di nascosto dalla città in caso di assedio.
Per impedire l’apertura di Porta Sant’Anna, e quindi il taglio della cortina, intervennero, ma ovviamente senza successo, sia Giovanni Pascoli che Gabriele D’Annunzio.
Anche le Mura, che sono diventate luogo di passeggio tra i più frequentati dai Lucchesi, hanno ispirato poeti e narratori, come è accaduto al bel monumento di Ilaria del Carretto.
Questa che segue è la loro leggenda.

Accadde tanti e tanti secoli fa che Giove, convocati gli Dei dell’Olimpo, dichiarasse, con sorpresa generale, che non avrebbe mai più messo piede sulla Terra. Il motivo? Le sue scappatelle – disse proprio così – arrecavano ogni volta un grande dispiacere alla sua adoratissima sposa, e perciò era giunto il momento di non farla più soffrire. Come si può facilmente immaginare, Giunone non riusciva a credere alle proprie orecchie, infine si dimenò tutta contenta sul trono dorato e non nascose davanti a quell’assemblea straordinaria la sua immensa felicità.
Guai, però, a fare certe promesse!
Infatti, passa oggi, passa domani, ecco che Giove cominciò ad annoiarsi e a convincersi che non era giusto che il padrone del mondo fosse ridotto a condurre un’esistenza tanto miserabile. Così, un bel giorno, convocò presso di sé Giunone e le confidò che non ne poteva proprio più di quella vita, e lei per prima, se veramente lo amava, doveva capire che sarebbe potuto diventare addirittura pazzo se non avesse riconquistato la sua libertà. Quella segregazione era durata abbastanza, e ora era tempo di ritornare alle dolci abitudini che lo avevano reso tanto felice.
«Mi avevi giurato che ti saresti dimenticato della Terra» gli rispose risentita lei, che aveva creduto alla sua promessa.
Quegli anni, infatti, erano trascorsi molto felici, e Giunone aveva ricevuto mille attenzioni dal potente marito.
Oh, lo si vedeva bene che le altre donne, con certe occhiate e certe moine, cercavano di insidiarle lo sposo, ma lui si mostrava a tal punto insensibile ai loro corteggiamenti che non c’era bellezza che riuscisse a rivaleggiare con lei.
Ora, però, Giove era diventato irrequieto, nervoso, irascibile; e Giunone conosceva bene quei segni, sapeva che erano quelli i sintomi che precedevano le sue scappatelle!
Dopo quella confidenza, perciò, prese di nuovo a sorvegliarlo, sia di giorno che di notte.
Si sforzò anche di apparire più bella che mai, chiese consiglio ad alcune ninfe del mare, cosparse il suo corpo di rari unguenti e profumi, si adoperò di mostrarsi allegra anche se era triste, si fece suggerire da Cupido le frasi amorose più seducenti e infine, con la consapevolezza di una moglie che sa di dover badare a troppe rivali, si mise l’animo in pace e attese.
Giove, infatti, non se n’era stato con le mani in mano, e aveva pensato bene di inviare sulla Terra, in gran segreto, due suoi fidatissimi messaggeri: Apollo e Venere.
«Da voi esigo un lavoro del tutto speciale. Dovete trovarmi la donna più bella della Terra, e guai se Giunone verrà a sapere di questa missione.»
Alla partenza, che avvenne di notte, lui stesso volle accompagnarli di nascosto e raddoppiò le sue raccomandazioni:
«Non vi darò pace se fallirete.»
Nei giorni seguenti, non fu possibile a nessuno di scambiare una sola parola con Giove.
Divenne ancora di più insopportabile, irrequieto, iracondo.
Solo Cupido aveva udienza presso di lui, e Giove gli domandava consiglio e s’informava se c’erano state novità nell’arte della seduzione.
Confabulavano per delle ore. Giunone osservava tutto questo in gran segreto, e correva subito incontro a Cupido quando era lasciato libero di andarsene. Si appostava per parlargli di nascosto!
«Riferiscimi che cosa ti ha detto» lo aggrediva.
«È un segreto che non posso svelare» rispondeva il bimbo, che era furbo più di Mercurio[3].
«Dimentichi chi sono io?»
«È lo stesso Giove che me lo proibisce.»
«Parla marmocchio! O andrò su tutte le furie» rompeva ogni indugio, incollerita, la donna.
E allora Cupido le rivelava con malizia solo alcune parti del suo colloquio con Giove, ma le altre più interessanti le teneva ancora per sé, e vedeva bene che Giunone si inquietava e soffriva!
«Tu non mi dici tutta la verità.»
«Lo giuro!» faceva lui, e si voltava per andarsene.
Ma Giunone l’afferrava per un braccio e si metteva a guardarlo fisso negli occhi.
«Non ci credo» continuava a ripetere, strattonandolo senza alcun riguardo.
C’erano dei giorni che quella tiritera andava avanti per delle ore!
Intanto Giove stava coi piedi sui carboni ardenti. Erano trascorsi vari giorni e non aveva ancora ricevuto notizie dai suoi messaggeri.
«Ah, se avessi inviato Mercurio e Cupido!» si lamentava.
Trascorse inutilmente altro tempo.
Giove ora domandava notizie qua e là ostentando indifferenza. Ma tutti invece già sapevano e si burlavano di lui.
Avvicinandosi a Diana, che al mattino si esercitava con il suo arco nel vicino boschetto, le domandava notizie di Venere con malcelata noncuranza.
E Diana, come tutti gli altri Dei, si divertiva a tenerlo sulle spine.
«Venere? Non si è più vista da quel giorno che se n’è andata. E nemmeno si è più visto Apollo. Non si saranno per caso innamorati di qualcuno sulla Terra? Allora sì che ce ne vorrà di tempo prima di poterli rivedere quassù!»
«Se sono scesi sulla Terra, come si mormora» gli diceva Bacco quando Giove andava a trovarlo apposta nella sua vigna «temo che non ritornino più. Sulla Terra, tu lo sai bene che ci sono mille tentazioni che fanno gola anche a noi Dei dell’Olimpo.»
Andò perfino a far visita a Vulcano, sebbene non riuscisse a sopportare tutto quel fuoco che avvampava nella sua fucina.
Ma quando ne uscì, non aveva cavato da quell’uomo scorbutico se non risposte spigolose e cattive.
Solo con Mercurio riusciva a scaricare la sua tensione. Infatti, lo scaltro uccisore di Argo, il terribile mostro dai cento occhi, sapeva prenderlo in giro con tale grazia e furberia che anche Giove rideva dei propri difetti.
«Lo sanno tutti del delicatissimo incarico che hai loro affidato, e forse lo sa anche Giunone, poiché da qualche giorno non rivolge più la parola ad alcuno di noi.»
«Dove si saranno mai cacciati quei due balordi?» s’inquietava Giove. «Ah, se avessi inviato te!»
«Vedrai che tutto andrà bene anche questa volta.»
«Sapessi quanto soffro, mio diletto Mercurio!» sospirava infine Giove, allontanandosi.

Venere e Apollo in effetti stavano facendo scrupolosamente il loro dovere, e sebbene si rendessero conto che di tempo n’era passato abbastanza, pur tuttavia sapevano che era meglio procedere con cautela piuttosto che deludere il potente Giove. La donna che avrebbero scelto per lui doveva essere senza alcun dubbio la più bella e perfetta della Terra. Ci avrebbe pensato altrimenti Giunone a svelare il loro inganno, se avessero avuto troppa fretta di concludere la loro missione!
Si erano stupiti che nel mondo ci fossero così tante donne belle.
In più di una occasione si erano trovati sul punto di credere di avere tra le mani il gioiello che cercavano.
Talune erano addirittura più belle di Venere; lei stessa lo aveva riconosciuto, e si era affidata al buon gusto e all’esperienza di Apollo per un più approfondito giudizio.
Poi, alla fine, avevano riscontrato un piccolo, e qualche volta davvero insignificante difetto, e la mente era andata subito alla sospettosa Giunone, che senza alcun dubbio lo avrebbe scoperto da sé e rivelato al suo sposo.
Non c’era niente di più terribile che ingannare Giove sulle qualità di una donna ed incorrere nella sua ira!
Così Apollo e Venere ogni volta riprendevano il cammino alla ricerca d’un’altra bella giovane in tutto degna di lui.
Arrivarono finalmente in Italia, e presto furono a Roma che, con la sua potenza militare, proprio in quegli anni stava conquistando il mondo.
«Da qui non ce ne andremo senza la nostra compagna» disse sicuro di sé Apollo.
Quindi si misero a spiare in ogni casa, in ogni palazzo; anche dei tuguri visitarono, poiché avevano sentito decantare che a Roma pure tra la povera gente si trovava qualche bellezza rara.
Furono più di una volta sul punto di riuscire nell’impresa anche in questa città. Ma alla fine se ne dovettero partire a mani vuote.
Altre città attraversarono, altri paesi, altre campagne, perfino sui monti si arrampicarono i due infaticabili mèssi dell’Olimpo, finché giunsero a Lucca.
Questa città, a quel tempo molto, molto piccola, la si poteva scorgere tutta in un sol colpo d’occhio adagiata sulle rive del Serchio, se si arrivava dalla cima di una delle sue colline che la circondano.
Apollo era molto stanco e, vedendola da lassù (la bella collina di Farneta da dove addirittura si possono scorgere e Lucca e Pisa insieme!), confidò a Venere che avrebbe fatto volentieri a meno di scendere a visitarla.
«Sono poche case,» le disse «non troveremo niente di interessante. Riposiamo qui per questa notte, e domattina molto presto proseguiremo verso nord.»
Venere invece avvertiva in cuor suo un fremito insolito, una curiosità tutta speciale per quella città, e implorò il compagno di fare un ultimo sforzo e di scendere con lei quella collina.
«Riposeremo laggiù» lo rassicurò.
Si avviarono lungo il pendio e presto giunsero alle prime case.
Erano soprattutto contadini e pescatori le prime persone che incontrarono.
Domandarono loro chi fosse il padrone di quelle terre e appresero che in quel luogo era stanziata una centuria romana, e proprio al centurione faceva capo ogni cosa della città.
Sulle rive del fiume trovarono una piccola locanda che faceva al caso loro.
Entrarono e si accomodarono ad uno dei tavoli apparecchiati proprio in mezzo alla stanza. Intorno c’era altra gente, soprattutto soldati, ma anche pellegrini che si trovavano in viaggio per Roma o diretti a nord, anche oltre le Alpi.
Chiacchieravano volentieri tra loro, e l’oste, un omaccione bello grosso, li osservava mangiare e li serviva soddisfatto.
Tutti notarono, senza però riconoscerla, la presenza di Venere. Cominciò così un mormorio che dai primi tavoli piano piano si estese agli altri.
Ammiravano la sua bellezza e specialmente i soldati non mancavano di rivolgerle qualche ammiccamento.
Venere si divertiva, abituata com’era a queste cose; e ancora se ne compiaceva e si sentiva enormemente lusingata.
Le giunse però, all’improvviso, un commento quasi impercettibile, appena sussurrato, che ella, da femmina attenta e vanesia qual era, intese subito. Si mise in allarme quando capì che qualcuno diceva:
«Ne abbiamo anche noi di donne belle come quella» e quel tale, che era seduto poco distante da lei, si chinò a bisbigliare all’orecchio di un compagno.
Il quale fu subito pronto a rispondere ad alta voce:
«Hai proprio ragione! Pare anche a me che questa abbia il naso troppo piccino. Bisognerebbe vedere le sue gambe, però. Le gambe sono la cosa che conta di più in una donna.»
«Però non dimenticare che anche un bel faccino e due occhi intriganti hanno la loro importanza. E questa donna mi pare che abbia i più begli occhi della Terra» rispose uno che era magro come un uscio.
«E il seno dove lo metti?» s’intromise un altro che se ne stava un po’ più lontano e giocava ai dadi con altri tre compagni. «Questa mi sembra che non ne abbia poi molto da mostrare.»
«Ah, un bel seno mi fa impazzire» commentò subito uno di quei tre giocatori, senza voltarsi e gettando i dadi.
L’oste si avvicinò allora a Venere, e con tutta la delicatezza di cui era capace, le mormorò all’orecchio che forse quella locanda non era adatta a lei, e le suggerì di recarsi al centro della città, vicino al palazzo del centurione, dove c’era un altro albergo più confacente al suo rango.
«Mi sembrate due ricchi forestieri, e questo non mi pare posto per voi.»
«Non ti devi preoccupare, brav’uomo» lo rassicurò Venere, lasciandolo esterrefatto. «Mi piace ascoltare questa gente» sorrise.
Quelli che udirono e poterono vedere la faccia sbigottita dell’oste, scoppiarono in una grande risata e batterono le mani all’indirizzo di quella sconosciuta che aveva il coraggio, ma anche la buona creanza, di restare con loro. Venere li ringraziò con un cenno del capo; quindi si alzò e mostrò tutta intera la sua bella figura.
«Lo pensate davvero che ci possano essere donne più belle di me?» domandò con malizia. E mosse con la sua arte ammaliatrice qualche passo, dimodoché tutti poterono ancora una volta ammirarla.
«Ti chiediamo scusa, signora» fece uno che stava proprio in fondo alla stanza «ma abbiamo donne bellissime nella nostra città, e più d’una può starti a paragone.»
«Ne siete proprio sicuri?» sussurrò Venere, e assunse una di quelle pose incantatrici che avevano fatto cadere ai suoi piedi gli uomini più potenti della Terra.
«Una addirittura è anche più bella di te!» si fece coraggio un altro, che doveva essere un mercante, e lo gridò ad alta voce.

Era quello che Venere voleva sentirsi dire.
«Ah, forse questa volta ci siamo!» pensò, e lo fece intendere con un’occhiata al suo compagno, che se n’era stato per tutto quel tempo zitto zitto ad ammirarla. Erano rarissimi, infatti, i casi in cui quella bella femmina non avesse fatto centro con le sue moine. Poteva tenere testa non solo ad una centuria, ma ad un’intera legione di soldati!
Non ci volle perciò molto per scucire quelle bocche, che già avevano voglia di parlare da sole, e così Venere e Apollo appresero che una certa Lavinia, moglie dello scrivano Tiberio, che abitava non molto lontano dalla locanda, era la donna che la superava in bellezza; sicuramente era tra le donne più affascinanti del mondo, e forse addirittura proprio la più bella.
«È probabile che il nostro viaggio si compia qui» bisbigliò ad Apollo, che era tutto contento di riuscire in quell’impresa che avrebbe meritato chissà quanti elogi e ricompense da Giove.
Andarono quindi a letto assai soddisfatti, e quella notte dormirono come non era più accaduto da moltissimi anni.
Al mattino, il canto del gallo li svegliò molto presto.
Scesero le scale e trovarono l’oste già alzato e, insieme con la moglie, una grassona ciarliera e simpatica, stava tagliuzzando gli odori e le verdure occorrenti per la zuppa di quel giorno.
«Oggi cuciniamo la nostra specialità. Vengono apposta molti clienti per assaggiarla. Ci piacerebbe che rimaneste con noi.»
I nostri viaggiatori ringraziarono, ma confidarono all’oste che proprio quella stessa mattina erano sicuri di poter fare ritorno a casa.
«Il nostro viaggio è finito» disse tutto contento Apollo.
Quindi s’incamminarono nella direzione che era stata loro indicata, e giunsero così alla casa di Tiberio, il quale a quell’ora era già uscito per il suo lavoro.
Prima di bussare, curiosarono attraverso una bassa finestra che dava proprio in cucina. Non videro nessuno, ma restarono in attesa finché entrò una giovane che teneva la gonna sollevata e infilata nella cintura della vita, così da sentirsi più libera nei movimenti e poter sbrigare meglio le numerose faccende domestiche.
Venere capì subito che era quella la femmina che stavano cercando. Apollo confermò col capo che era pienamente d’accordo con lei.
Tutti elettrizzati, felici, decisero quindi di bussare.
Quando la poverina si vide davanti Venere e Apollo, che avevano l’aspetto di ricchi viaggiatori, rimase sbigottita.
«Cerchiamo proprio te» principiò a dire Venere con voce rassicurante.
La donna li fece entrare, e una volta che furono seduti, Venere, per farla corta, riuscì a convincere Lavinia a spogliarsi.
«Stiamo cercando la donna più bella del mondo, e quando l’avremo trovata, ella riceverà una tale ricompensa che non dovrà più preoccuparsi del suo avvenire.»
Aggiunse poi altre cose che stuzzicarono a tal punto la vanità di Lavinia, che questa in tutta fretta si tolse gli abiti e si lasciò ammirare da quei due singolari giudici.
«Sei davvero bella» le diceva ogni tanto Venere, mentre le toccava i seni, e chiedeva anche il parere di Apollo.
Il viso di Lavinia era d’una bellezza incomparabile, e quel naso era così perfetto che davvero aveva ragione il soldato a dire che quello di Venere non poteva stargli a paragone. Gli occhi poi avevano il colore del mare ed i neri capelli le scendevano lungo la schiena con leggere, soffici ondulazioni. Le gambe avevano la perfezione che già Venere aveva ammirato quando Lavinia s’era mostrata la prima volta in cucina. Erano superbe. Perfino i piedi emanavano un loro fascino incantatore!
Apollo concluse che non ci poteva essere nessun’altra donna più bella di quella, e che quindi era giunto il momento di annunciarle il premio che le spettava.
Lavinia intanto s’era empita di frivolezza e di piacere a sentire tutti quei complimenti, e quando giunse il tempo di rivestirsi:
«Visto che mi avete esaminata da cima a fondo e che mi trovate degna del vostro premio, ora ditemi di che si tratta» non si trattenne dal chiedere, non nascondendo tutta la sua curiosità di femmina.
«Sarai per una notte la sposa dell’onnipotente Giove» le rispose subito Venere, immaginando i salti di gioia che avrebbe fatto quella donna.
«La sposa di Giove?!» esclamò invece tutta delusa e indispettita Lavinia, meravigliando i due visitatori «Ma io mi credevo che tante belle monete d’oro sonanti fossero il premio per me!» E il suo viso si avvampò.
Venere stava per svenire; prese fiato per riaversi dallo stupore.
«Ma come!» intervenne Apollo «È un grande onore riservato a pochissime donne della Terra!»
«Non per questa che avete davanti!»
«È una bestemmia bell’e buona!» esclamò preoccupato Apollo.
«Bestemmia o non bestemmia, le cose stanno così» cominciò ad infuriarsi Lavinia.
«Ferma, ferma!» gridò Venere, parandosi il volto con le braccia, quando vide che la donna stava brandendo una scopa e si avventava su di loro.
«Non finisce qui!» minacciò Apollo che, afferrato per un braccio la sua compagna, riuscì finalmente a trascinarla fuori da quella casa.
«Tu non hai idea di quello che può farti Giove» gridò quando fu in strada.
«Ci saranno bastonate anche per lui; e quando lo verrà a sapere mio marito, le bastonate saranno doppie!» rispose Lavinia, affacciandosi sull’uscio.
Non ci fu nulla da fare.
Apollo e Venere si convinsero così che avevano trovato davvero la donna più bella della Terra, e che quindi potevano ora interrompere il loro viaggio e fare ritorno all’Olimpo; solo però che questa donna era anche la più cocciuta tra quelle che avevano incontrato, e non c’era alcun dubbio che non ci stava proprio a giacere con Giove!
Chi avrebbe avuto il coraggio di dirglielo?
Era la peggiore risposta che potevano portare al padrone del mondo!

Mogi mogi lasciarono la città e, questa volta usando le loro arti divine, rapidamente raggiunsero l’Olimpo.
Di nascosto, per non farsi udire da alcuno, s’introdussero nelle stanze di Giove.
«Siamo qua» bisbigliarono.
Giove intuì al volo com’erano andate le cose.
«Avete fatto fiasco, fannulloni! Avete speso tutto questo tempo per non concludere nulla!» e già stava per lanciare fulmini e saette contro di loro, quando Venere si fece coraggio e…
«L’abbiamo trovata la donna che fa per te!» disse in tutta fretta, prevenendo a tempo l’ira di Giove.
«E allora? Che aspettate? Dov’è questa donna? Perché me la nascondete? Portatela subito qua!»
E quando Venere, tutta tremante, gli rivelò la verità, e cioè che Lavinia lo aveva anche sbeffeggiato, e non voleva proprio saperne di lui, immaginatevi quello che successe per tutto l’Olimpo!
Lampi, tuoni, grandine, tempeste di vento, nubifragi, grida mostruose percorsero il cielo in lungo e in largo, e ciascuno degli Dei, ovunque si trovasse, qualunque cosa facesse, si fermò atterrito. Capirono tutti che una punizione terribile si stava rovesciando sulle teste sventurate di Venere e Apollo, rei di aver fallito l’impresa.
Giunone fu la prima ad accorrere e, sebbene nessuno volesse dirle niente, intuì la verità.
«Che ti serva di lezione! Era ora che qualche pollastrella ti dicesse di no.»
«Taci, vecchia scimmiona!» le rispose Giove, imprecando anche contro di lei. «Stai certa che quella giovinetta pagherà cara la sua superbia. E lo voglia o no, la porterò nel mio letto.»
La notizia di quello smacco si diffuse con la rapidità del fulmine e la città di Lucca e il nome di Lavinia furono per giorni e giorni sulla bocca di tutti gli Dei dell’Olimpo.
Giove passò notti terribili, e durante il giorno non riusciva a sopportare gli sguardi di nessuno. Vi leggeva il dileggio, il sarcasmo, l’ironia.
Decise quindi di agire con la massima celerità per porre fine a tutto quel clamore che recava grave pregiudizio alla sua fama.
Intanto, Lavinia aveva confidato a Tiberio quel che le era capitato.
Tiberio l’aveva rimproverata per aver ceduto alle lusinghe di quei due visitatori straordinari, ma si era anche compiaciuto del rifiuto che aveva saputo opporre alla loro sfacciata proposta. Si sentì orgoglioso di quella donna assennata e bella.
Ma ora si doveva correre ai ripari, poiché certamente quelle minacce non erano state pronunciate invano.
Eppoi, non lo sapevano tutti che Giove era vendicativo?
Si confidarono pertanto con degli amici. Tiberio ne parlò anche con il centurione, e tutti lodarono il comportamento di Lavinia che aveva difeso, con il suo rifiuto, la dignità di tutte le donne del mondo. Se ce ne fosse stato bisogno, l’intera popolazione l’avrebbe aiutata!
Tiberio e Lavinia tornarono a casa soddisfatti delle assicurazioni ricevute dagli amici e da tutta la città e ripresero a vivere i loro giorni serenamente.
Vollero anche documentarsi sulla vita di Giove; e così Tiberio, che era uno scrivano e quindi aveva libero accesso ai molti manoscritti che si trovavano presso il palazzo del centurione, si convinse ancora di più che non si doveva abbassare la guardia dopo quel fatto che era accaduto, e prima o poi Giove si sarebbe fatto vivo per prendersi la sua rivincita.
E infatti una sera, quando meno se l’aspettavano e Lavinia era sul punto di andare a letto a raggiungere il suo sposo, ecco che sentono picchiettare alla porta.
Lavinia avverte subito Tiberio, che si alza e va lui stesso ad aprire.
Davanti alla porta stava un bellissimo cigno tutto bianco che, con il suo atteggiamento, lasciava intendere di voler entrare.
«Avrà fame» ebbe compassione Lavinia, che era subito accorsa a vedere anche lei, pronta a prestare tutte le cure necessarie a quell’animale.
«Altro che cigno tutto bianco e bisognoso di cure!» esclamò invece Tiberio, che aveva rammentato qualcuna delle sue letture «Questo qui è Giove in persona, furbo e maledetto!» e subito raccolse dietro l’uscio il bastone che aveva preparato e giù botte da orbi a quel delicato e superbo volatile.
Il quale non ristette sulla porta più di tanto. D’un lampo svanì e fece ritorno all’Olimpo, dove tutti poterono vedere Giove coperto di ferite e di bernoccoli. Perfino l’occhio aveva tumefatto!
Rise, gonfia di soddisfazione, l’inquieta Giunone, che si precipitò comunque in camera sua a cercare le bende con cui medicare il povero sposo.
«Non è finita qui!» esclamava inviperito Giove, mentre Giunone gli fasciava quasi tutto il viso e il tronco.
«Lascia perdere, ti dico. Quella donna non fa per te.»
«Non è ancora nata la femmina che può resistermi!»

Lavinia, intanto, ora stava in guardia anche di giorno, e quando il marito andava al lavoro, lei o usciva insieme con qualche amica, o se ne restava sprangata in casa. Aveva sigillato perfino le finestre, e non apriva più a nessuno fintanto che non ritornava il suo Tiberio.
Una sera, sentirono di nuovo qualche rumore sospetto.
Si alzò Tiberio, guardò dappertutto, spalancò la porta, ma non notò niente di particolare.
Quando però si rinchiuse in camera con la sua Lavinia, ecco che da sotto la porta vide strisciare ed avanzare nella stanza una piccola, piccolissima serpe, che si diresse in tutta fretta verso il loro letto.
Lavinia, quando se ne accorse, cacciò un urlo. Ma Tiberio aveva già preso quel suo bastone ed anche questa volta ne menò a destra e a sinistra, così tante  che mancò poco che quella serpe non rimanesse schiacciata sul pavimento.
Giove ebbe bisogno ancora una volta delle cure amorevoli della sua Giunone.
«Non ne hai abbastanza?» continuava a dirgli mentre lo medicava.
«Prima o poi dovrà cedermi!» ribatteva il signore dell’Olimpo.
Al terzo tentativo fallito, Giove si risolse di prendere un’altra strada, perché si convinse che quella era più che consumata, dato che ormai tutti sapevano dei suoi mascheramenti, i quali erano diventati, perciò, il segreto di Pulcinella.
Così decise di farla rapire da una spedizione di suoi soldati al comando nientemeno che dell’invincibile Marte.
Ne parlò con il superbo eroe, e a questi non parve vero di essere impiegato in un’operazione che aveva tutta l’aria di potergli meritare delle grandi ricompense.
Furono in tutta fretta allestiti i preparativi necessari e formato alla fine un bel drappello di soldati, addestrati di tutto punto.
Calarono dunque sulla Terra e arrivarono alla città.
Si presentarono davanti alla casa di Tiberio di primo mattino.
La gente si era fermata ad osservare quello strano drappello di soldati sconosciuti. Ora si accalcava intorno a loro.
Quando Tiberio venne alla porta e aprì l’uscio, subito lo richiuse alla svelta, rendendosi conto di ciò che stava realmente accadendo, e si mise a gridare a squarciagola:
«Aiuto! Aiuto! Sono venuti a rapire Lavinia!»
Marte dette immediatamente l’ordine di forzare la porta.
«Dobbiamo entrare a tutti i costi. Svelti, svelti! Non perdiamo tempo.»
Stavano per eseguire quel comando i suoi soldati, quando la gente si rese finalmente conto del pericolo in cui si trovava la loro bella concittadina.
«Vogliono portarsi via la nostra Lavinia!» urlò uno, scagliandosi contro il primo soldato che si era mosso.
Di lì a poco, tutti gli altri fecero altrettanto e si gettarono inferociti su quel piccolo manipolo di forestieri.
Marte si batteva tenacemente e teneva testa a sette o otto persone da solo, con invidiabile coraggio e anche con molta destrezza. Ma non altrettanto capaci erano i suoi compagni che, essendo abituati alla vita pacifica e oziosa dell’Olimpo, mal riuscivano a scansare sassi e pugni di quella plebaglia.
Alla fine accorsero in aiuto di Lavinia anche i soldati della guarnigione romana, e a quel punto non ci fu proprio più niente da fare per Marte e i suoi compari.
Senza onore, ma anche senza alcuna titubanza, misero le gambe in spalla e d’un botto non si seppe più niente di loro: spariti, ingoiati dall’aria.
«Torneranno, purtroppo» disse alla gente il povero Tiberio, mentre ringraziava tutti per il coraggio e la solidarietà dimostrati.
«Si vogliono portare via la mia Lavinia. Che diritto ha Giove di compiere questa nefandezza?» E si lamentava con la Dea Fortuna che ancora una volta s’era schierata dalla parte del più forte e mostrava di non curarsi affatto della sua umiliazione.
«Verranno più numerosi, e allora dovremo cedere» e di nuovo ringraziava la città per il soccorso ricevuto ma, piangendo, non nascondeva la sua disperazione sentendo la sconfitta vicina.
«Non è ancora detta l’ultima parola!» gridò a tutti il centurione che, facendosi largo tra la folla, ora si trovava proprio davanti alla porta della casa di Tiberio.

Guardò Lavinia, che s’era avvicinata al suo sposo e lo abbracciava, anche lei piangente, e le promise ad alta voce che tutta la città avrebbe fatto resistenza, e lui metteva a disposizione l’intera centuria per la riuscita dell’impresa.
«Per prima cosa dovremo erigere delle difese» suggerì ai suoi genieri.
E così in un batter d’occhio, chiamati in aiuto tutti i muratori, i manovali, i fabbri, i falegnami e ogni altra specie di operai che si trovava nella città, fu dato inizio alla costruzione di una cinta muraria, che circondò la casa di Tiberio e quelle di molte altre famiglie attorno.
L’operazione si concluse in pochi giorni, tanto febbrilmente ciascuno si adoperò per portarla a termine nel più breve tempo possibile.
Quando fu finita, tutti si compiacquero del lavoro compiuto.
Furono messe delle sentinelle alle tre porte della muraglia, ed anche la dimora della bella Lavinia fu sorvegliata notte e dì da un nutrito drappello di guardie.
Così, quando Marte tornò coi suoi soldati deciso a farla finita una volta per tutte, trovò a sbarrargli la strada quella muraglia imprevista.
«Abbattetela!» fu l’ordine perentorio che diede ad alcuni dei suoi.
Ma al momento di avvicinarsi, ecco che un nugolo di lance piomba addosso a quegli sprovveduti, i quali subito, senza pensarci su due volte, fanno immediatamente marcia indietro.
Li sprona ad insistere, Marte, con voce tuonante; e ordina anche agli altri che sono rimasti nelle retrovie di sostenere l’assalto, ma dalle porte sbucano infine dei fanti romani così ben equipaggiati ed usi alla guerra, che tutto l’esercito di Marte d’un solo colpo si squaglia e se la dà a gambe levate. E Marte stesso, anche lui, il fiero vincitore di molte battaglie, questa volta li precede tutti quanti, spaventato dalla caparbia resistenza della città!
Furono inseguiti e alla fine, come quella prima volta, i fuggitivi non trovarono di meglio che dileguarsi nell’aria e comparire con la coda tra le gambe al cospetto dell’onnipotente Giove.
Il quale li rimproverò ferocemente, e soprattutto se la prese con Marte, definendolo codardo e indegno della sua fama.
Ci volle molto tempo perché la profonda ferita inferta all’orgoglio di Giove si rimarginasse.
«Nessuno mi ha mai trattato in questo modo» si lamentava. «Mai nessuno mi ha fatto fare una tale misera figura.»
E così, mentre a Lucca si festeggiava la splendida vittoria conseguita dalla città, Giove scoppiava in un pianto dirotto, vedendosi costretto a rinunciare ormai per sempre alla bella Lavinia.
Di quel pianto resta ancora oggi il ricordo.
Qualcuno infatti sostiene che quelle lacrime caddero proprio nel territorio lucchese e formarono i due laghetti che ancora si possono ammirare: l’uno ha nome Sibolla e l’altro Massaciuccoli.
I lucchesi non rinunciarono mai più a quelle mura, che furono le prime di Lucca.
Esse furono ampliate continuamente, irrobustite secondo i tempi, e infine anche illeggiadrite.
Oggi, chiunque venga a visitare la città, le può vedere ed ammirare.
Quelle Mura sono lì, magnifiche e imponenti, a ricordare tanta parte di storia lucchese, ed anche quella lontana e superba avventura di Lavinia, la bella sposa che diede scacco matto a Giove.

NOTE
[1] Lucca ebbe alla fine degli anni ’50 del secolo scorso un Prefetto letterato, Giovanni La Selva, autore di una traduzione in rima de “I fiori del male” di Charles Baudelaire e di un volume di liriche, alcune delle quali molto belle. Una di esse è dedicata alle Mura di Lucca e porta il titolo di:
Mura di Lucca
Mura di Lucca, solitarie mura,
sorelle del silenzio, il cuore mio
da voi si parte e non sa dirvi addio
senza provare come una trafittura.
Quando in petto m’ardeva il gran desio
d’un più libero mondo, con che cura
cercaste d’allegrar la mia clausura
donandomi qualche attimo d’oblio!
Orfanelli talor piagnucolosi
i miei pensieri li portaste in giro
lungo i baluardi e i parapetti erbosi,
e lor mostrando or questo ora quel fiore
ne mutavate il pianto in un sospiro
ed il sospiro in palpito d’amore.
[2] Guglielmo Lera, nel suo “Lucca, città da scoprire” (Maria Pacini Fazzi Editore, 1975) ricorda l’assedio, andato fallito, dei fiorentini nel 1430 che, “su progetto di Francesco Brunelleschi, ricorsero al tentativo di affogare la città con le stesse acque del Serchio.” Augusto Mancini in “Storia di Lucca” (G. C. Sansoni Editore, 1950; e Maria Pacini Fazzi Editore, 1975) al cap. XVII scrive che “Il 10 dicembre 1813 Lord Bentink sbarcava a Viareggio senza trovare resistenza circa mille soldati […] Lucca non aveva che qualche centinaio di soldati e non si pensò a difesa: un colpo di cannone – l’unico cannone della colonna e l’unico colpo che provassero le mura – forò la porta S. Donato“. Fino a poco tempo fa il buco prodotto dalla palla di cannone era ancora visibile sulla prima volta interna della porta, in alto a sinistra di chi entra nella città. Oggi risulta malamente coperto, mentre sarebbe stato assai meglio lasciarlo com’era a ricordo dell’episodio. Soltanto con la Seconda Guerra Mondiale, la città fu sottoposta al cannoneggiamento da parte dei tedeschi che si ritiravano nella Val di Serchio. Molti tetti della città furono colpiti, e perfino la Cattedrale. Un episodio legato a questo bombardamento è ricordato da Valerio Giorgi in “Ricordi di guerra e di pace“, volume I, la preziosa raccolta di testimonianze curata dallo studioso lucchese Carlo Gabrielli Rosi. Il Giorgi così racconta, a pag. 322: “Una vicenda che ricordo ancora con particolare dolore, avvenne sopra la Porta di S. Maria sopra la quale io mi trovavo con una pattuglia della quale faceva parte anche Braschi. Era un uomo più grande di me di qualche anno, già sposato, che si era volontariamente unito alla Formazione Bonacchi per dare anche il suo personale contributo. I tedeschi che si trovavano nella Val di Serchio, sparavano col cannone e con dei mortai verso Lucca. Ricordo che, verso l’una o le due di notte, un proiettile colpì un albero vicino a noi e che una scheggia piccolissima si infilò alla gola del Braschi. Era di sentinella, seduto contro il muro. Rimase immobile e sul primo momento non ci accorgemmo neppure che era morto. Il segno della ferita era minutissimo.
[3] Nel Libro primo dei “Carmi” di Orazio è contenuta una bellissima composizione dedicata a Mercurio, in cui si ricorda anche la simpatia che Apollo nutriva per lui (“Quand’eri bimbo Apollo si provò/a spaventarti con tremende voci/se non gli riportavi le giovenche/da te rapite/con inganno, ma rise nell’accorgersi/che gli avevi sottratto la faretra.“), Orazio: “Tutte le opere“, Sansoni Editore, traduzione di Enzio Cetrangolo, 1968.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart