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LEGGENDE: Montuolo e la storia di Ulderico e Laurina

19 luglio 2010

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]  

Per raggiungere Montuolo, il paese dove vivo, dopo aver visitato la città di Lucca, si deve uscire da Porta Sant’Anna, costruita ai primi del ‘900, e prendere la Via Pisana vecchia, che è parallela, sulla sinistra, alla più  nota Via Sarzanese, la strada diritta che ci compare davanti, appena varcata la porta. La si percorre per circa 5 chilometri finché si trova l’indicazione del paese. 

Montuolo può essere raggiunto anche dalla Sarzanese, ma allora, giunti al principio del ponte sul fiume Serchio (che quindi non si attraversa), denominato Ponte San Pietro, si deve svoltare a sinistra e procedere sulla strada che fiancheggia il lato sinistro del fiume, detta via della Polveriera. Al termine ci si trova già dentro il paese. 

Montuolo ha una storia antica. I primi documenti che ne parlano risalgono all’VIII secolo. Allora si chiamava Flexo, da un’ansa dell’Ozzeri (o Ozzori), il canale – antico ramo del Serchio – intorno al quale si ergeva un piccolo villaggio di agricoltori e di pescatori. A quel tempo l’ansa del fiume, che ora si trova di fronte alla chiesa, passava sul retro, avendo avuto il corso d’acqua varie modificazioni. La chiesa era pievania molto estesa e comprendeva, come si legge in un documento dell’845, paesi limitrofi che col tempo se ne distaccarono, come Cerasomma, Vicopelago, Gattaiola, Pozzuolo, Nave, Sant’Angelo in Campo, Fagnano, ed altri. Il distacco più importante fu quello della Pieve di San Giorgio di Vicopelago, del 989, che si portò con sé i borghi di Pozzuolo, Gattaiola, San Michele in Escheto. 

Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana”, del 1839, riferisce che in un documento datato “Lucca li 9 aprile 970, il Vesc. Adalongo allivella per l’annuo tributo di 15 soldi d’argento a Ildebrando del fu Teuperto la pieve di S. Martino situata nel luogo denominato Flexo”. La pieve di S. Martino altro non è che l’antico nome dell’attuale pieve di Montuolo. Guglielmo Lera, nel suo “Lucca città da scoprire” (Maria Pacini Fazzi Editore, 1975) scrive: “Il più antico documento risale al 738 e ci parla di un luogo abitato e coltivato.” 

Nella “Rivista di archeologia storia economia costume” n. 3 – luglio-settembre 1976 si fa riferimento anche ad un documento di poco posteriore conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Lucca, perg. + M. 71, il quale riferisce che nell’anno 845 ne era pievano “prete Tassimanno qd. Gumpoli, con impegno per se ed i suoi successori nella pievania di rendere annualmente, nel mese di maggio, al Vescovato di San Martino ‘pro suvrascripta pleve’ venti soldi d’argento da dodici denari ciascuno.” 

La stessa Rivista, riguardo al nome di Montiolo (da cui più tardi Montuolo), che “compare per la prima volta nell’anno 1000 in un atto di vendita di terre a vigna ‘in loco et finibus Montiolo prope plebem S. Martini’”, riporta quanto gli abitanti del paese tramandano da tempo immemorabile, ossia che “Originariamente il nome di Montiolo doveva essere attribuito alla sopraelevazione del territorio di Flesso ad oriente della fabbrica della pieve, sul cui culmine si alzava un fortilizio documentato fin dal 1164 in una cronaca pisana.”  

Dedicata, fino al tempo della dominazione longobarda, a San Martino, oggi la chiesa di Montuolo è intitolata a San Giovanni Battista. La modifica avvenne nel X secolo  quando tutte le pievanie lucchesi dotate del privilegio battesimale e cimiteriale ebbero questo nome. 

Nel 1000 scompare anche la denominazione di Flexo e compare quella di Montiolo, da cui poi Montuolo. La ragione sta nel fatto che, a causa delle guerre tra Lucca e Pisa, fu costruito il fortilizio sulla piccola collina (di cui si parla nel documento già citato), intorno al quale si radunò il nuovo borgo. Si deve ricordare che uno dei primi scontri armati tra Lucca e Pisa era già avvenuto proprio a Montuolo nel 1117. Montuolo, infatti, è distante circa due chilometri dal confine con la provincia di Pisa. Nel XII secolo la chiesa e il suo campanile assunsero la forma attuale, e nel XIV secolo la chiesa fu ampliata di due campate e l’altezza del campanile raddoppiata. 

Le guerre con Firenze e soprattutto con Pisa indussero Lucca a dotarsi di torri d’avvistamento e di fortezze di difesa. Al momento del pericolo, la torre di avvistamento interessata accendeva un fuoco che, visto dalla torre più vicina, veniva replicato fino a giungere alle vedette della città, che facevano scattare l’allarme. L’operazione si concludeva assai rapidamente sì che i Lucchesi non poterono mai essere sorpresi dal nemico. Due fortilizi si trovavano anche a Montuolo, considerato punto strategico rilevante. Oltre al fortilizio eretto in cima alla collina (Montiolo), da cui il paese ha poi tratto il nome, un altro fortilizio, un vero e proprio castello, fu costruito sulla vicina collina, di cui si ha notizia in un documento del 1198. Intorno ad esso, che fu chiamato Castel Passerino, sorse un piccolo borgo di contadini, in tutto dipendenti dal castello, Borgo San Bartolomeo, dotato di una chiesina con lo stesso nome. 

Purtroppo, Uguccione della Faggiola, signore di Pisa, riuscì a sconfiggere Lucca nel 1314, entrò in città, ne prese possesso e comandò di abbattere tutte le torri e i fortilizi che si trovavano nel territorio lucchese. Così, mentre non resta assolutamente nulla della Torre eretta sul piccolo colle di Montuolo, pochi sassi segnano oggi il luogo dove si ergeva Castel Passerino. 

A questo proposito, Guglielmo Lera scrive: “Poche furono le terre che ebbero per Lucca un’importanza strategica come questa. Basti pensare che fu dotata di ben due fortezze: quella di Montuolo e quella di Castel Passerino, di cui ci limiteremo a ricordare le distruzioni operate nel 1313 da Uguccione della Faggiola e nel 1336 dai Fiorentini.” 

Come è noto, sarà il grande condottiero lucchese Castruccio Castracani, a cui Niccolò Machiavelli dedicò uno dei suoi libri più famosi, a liberare la città dalla dominazione pisana. Di Castel Passerino, nel 1545 erano ancora visibili la piazza, il muro e il fossato. 

Con l’avvento di Castruccio Castracani e poi della Signoria di Paolo Guinigi (1400-1430) l’importanza strategica di Montuolo venne meno. L’invenzione della polvere da sparo e di conseguenza le nuove armi che ne derivarono, la confinarono ad un ruolo meno significativo. 

Oggi Montuolo è un paese moderno, ormai unito alla città da una serie ininterrotta di paesi, un tempo soggetti alla sua giurisdizione. Il sagrato della chiesa e la piazzetta dove sorge l’antico Bar Cucchena sono i punti in cui la gente si ritrova a giocare e a discutere. Invasa da nuove costruzioni, mantiene ancora intatta, tuttavia, la tranquillità di un tempo e anche la bellezza del paesaggio, che mostra a sud il profilo delle sue dolci colline, tra cui la Romagna, che fu un presidio di resistenza bizantina durante l’occupazione longobarda, e a nord, poco oltre l’Ozzeri, i doppi e maestosi argini adornati da superbe alberature, dopo i quali s’incontra il fiume antico, il Serchio, ricordato da Dante, quel fiume che ha dato nei secoli molto filo da torcere ai Lucchesi. Una leggenda racconta che fu San Frediano (venuto dall’Irlanda, e si dice fosse figlio di un re), vescovo di Lucca nel VI secolo, a deviarne il corso per tenerlo lontano dalla città. 

Sulla collina di Cocombola, dietro casa mia, si trovano ancora, oltre ai resti di Castel Passerino, quelli di un eremitaggio (la Cella di Pietro Rustico) le cui tracce si trovano già in documenti del 1198. Poco distante, oggi sotto il comune pisano di Ripafratta, si trova, ormai in disfacimento, ahimè, l’Eremo di Rupecava (Lupo cavo), la cui costruzione si perde nella notte dei tempi. Si dice vi abbia soggiornato addirittura Sant’Agostino che lì iniziò a scrivere il trattato “De Trinitate”. Quando si arriva all’8 settembre, festa dell’Immacolata, ancora si celebra lassù, in mezzo al folto bosco di castagni, una festa antichissima. La Madonnina, scolpita nel 1326 dal famoso scultore Andrea Pisano, non più conservata nella chiesetta dell’Eremo, fatto oggetto di atti vandalici, viene appositamente condotta sul luogo proveniente dalla chiesa di San Bartolomeo di Ripafratta, dove è custodita per il resto dell’anno. 

Sulla collina di Cocombola sorge anche una sorgente di acque salutifere, che ancora oggi molti vengono a prelevare dai paesi vicini con damigiane e bottiglie. Il luogo è detto Polla del Bongi, dal nome di una celebre famiglia del passato. Una leggenda vuole anche che su quelle colline si trovino le orme del paladino Orlando che, posseduto dalla follia, ne abbaccò con passi prodigiosi le cime. 

Carlo Gabrielli Rosi, nel suo “Il Linchetto”, primo volume (San Marco Litotipo Editore, Lucca, 2000), accenna ad una leggenda che riguarda il mio paese: “Tra la via Vecchia Pisana e la Sarzanese, che passa lungo il poggio del fiume, scorre una strada che collega il paese di Montuolo con quello di Nave. A metà percorso di questa strada che un tempo era chiamata via della Polveriera ed oggi porta il nome di Manrico Ducceschi, c’era una casaccia isolata nella quale tutti dicevano che c’erano gli spiriti dell’Inferno. La mia mamma diceva che quando si doveva passare da quel posto naturalmente di giorno, non ci si fermasse neppure per un secondo e che si incrociasse il pollice delle due mani fra l’indice e il medio.” 

Ma proprio in questo antico paese, ricco di storia, accaddero gli strani fatti che desidero raccontare. Tutto successe subito dopo la guerra, quando le rovine e la miseria affliggevano ancora la gente. A Montuolo abitava in quegli anni un uomo molto ricco, di nome Ulderico; aveva terre, case e denaro in gran quantità; durante la guerra si era ancora di più arricchito, e correva voce che forse non vi era all’intorno alcuno che si potesse dire più fortunato di lui. 

Lui lo sapeva, se ne gloriava e quando passava sul suo calesse godeva al pensiero della molta invidia che riusciva a destare. 

In paese poteva dirsi il padrone. 

Era però avanti con gli anni e da qualche tempo gli era venuto il desiderio di prendere moglie. 

Donne ne aveva avute di ogni specie: bionde, rosse, brune, gialle, nere, grasse, magre. Tutti lo sapevano libertino, e quando in paese si voleva vedere una bella donna, non si doveva fare altro che appostarsi davanti all’uscio della sua casa. 

I più giovani si leccavano le labbra, assaporavano con la fantasia quei frutti proibiti. 

Ma ora, forse per l’età, sentiva il bisogno di avere tutta per sé una donna che lo accudisse, lo comprendesse, con cui confidarsi e alla quale dare la sua fiducia. 

La voleva però anche giovane e bella, poiché si sentiva ancora uomo vigoroso che poteva accontentare in tutto una giovane moglie. 

Ne parlò con gli amici. Alcuni gli davano ragione, poteva permetterselo per tanti motivi e soprattutto perché era ricco e ancora uomo piacente; altri cercavano di farlo desistere: prenditi la donna quando ne hai voglia e sceglila lì per lì secondo il piacere del momento, poi rimandala a casa sua. La moglie è un impiastro, ti gira sempre intorno; e vuol sapere cosa fai, e vuol sapere dove vai, e quando è nervosa e quando è imbronciata e quando non la coccoli abbastanza, e quando non sei contento di lei. Insomma, è un vero tormento che ti metti per casa, gli dicevano. Non sei più libero di fare niente. È gelosa se non la guardi abbastanza, ti fa cornuto se gli stai troppo addosso. 

Ma Ulderico sentiva di averne bisogno e che non doveva essere quel gran male se era vero che la maggior parte degli uomini a questo mondo si sposa. 

Pregò gli amici di aiutarlo nell’impresa; li avrebbe ricompensati con molto denaro. 

E gli amici si misero subito al lavoro; batterono il paese e la città in cerca di una giovane che rispondesse ai desideri di Ulderico. 

Anche lui si dette da fare, e occhiava tutte le pollastrelle che gli capitavano a tiro; ma questa gli pareva troppo vecchia, quella troppo grassa, quest’altra un po’ civettuola, quell’altra troppo musona; insomma più di trenta ne vide da sé e più di cinquanta furono quelle che gli portarono innanzi i compagni, snidate  dalla città e da tutta la campagna. 

Finalmente ecco che un amico un giorno gli dice: 

«Ulderico, oggi ti porto con me a conoscere la tua sposa.» 

«Ne ho viste tante e vedrò anche questa, ma comincio a disperare di trovarne una come m’intendo io.» 

«Son sicuro che questa è la volta buona, caro Ulderico, e ti giuro che se non fossi già sposato, la giovinetta sarebbe la moglie ideale anche per me. Non ha ancora vent’anni, ha un musetto così garbato da incantare perfino i serpenti, occhietti vispi e neri, e una figurina ben modellata da lasciarci piantati gli occhi, una di quelle statuine, ti dico, che ti metti lì a girarle intorno e non ti stancheresti mai di rimirarla. Ma questa, a differenza, è viva e vegeta, e mi hanno detto anche che sa fare di tutto in casa e se prende a ben volere il marito, gli si assoggetta come un cagnolino. Vieni con me Ulderico e non ti pentirai di avermi dato ascolto.» 

Immaginatevi l’anziano libertino a sentire tali descrizioni della ragazza! 

Dette subito ordine di preparare il calesse e se ne partì in tutta fretta con l’amico, diretto a un certo paese non molto distante da lì. 

La ragazza valeva davvero tanta premura. Era così graziosa che si poteva senz’altro dire che nei dintorni ve ne erano pochissime come lei; soltanto che l’amico, d’accordo con gli altri compagni, voleva fare un bel tiro a Ulderico e la ragazza, per la verità, non era affatto quella sposa ideale che il poveretto cercava. 

Aveva tanti mai corteggiatori (e quell’amico era uno di loro) che prima o poi a qualcuno aveva ceduto le sue grazie, e senza pentirsi, giacché la cosa le era piaciuta la prima volta e continuava a piacerle; furba come una volpe, pochi riuscivano a ingraziarsela se lei non voleva, ed erano rari quelli che le potevano stare alla pari in astuzia e malizia. 

Sapeva fare la coccolina quand’era il caso, e sapeva farla tanto bene che sembrava quella la sua vera natura; tirava fuori le unghie, invece, quand’erano in gioco i suoi interessi; le piaceva il denaro ed era attratta dagli uomini che ne avevano. 

Perciò, quando l’amico corteggiatore le narrò il proponimento di Ulderico e descrisse con dovizia di particolari le sue ricchezze, la leggiadra Laurina (questo era il suo nome) si offrì di diventare la moglie tanto desiderata. 

«Dovrai essere dolce come lo zucchero e remissiva come una schiava.» 

«Non troverà di meglio a questo mondo, come è vero che è ricco sfondato.» 

Quando giunsero al paese, perciò, trovarono Laurina bell’e preparata alla parte; infatti stava sciorinando dei panni appena lavati. Canticchiava e l’allegria la rendeva ancora più bella. 

Ulderico dapprima non volle farsi vedere; con l’amico la osservò di nascosto, e Laurina, da furba qual era, sapendosi rimirata, faceva certe moine che Ulderico uscì da quell’appostamento stregato. Aveva il sangue alla testa  e non vedeva l’ora di stringere tra le sue braccia quel corpicino delizioso. 

In quattro e quattr’otto, senza perdersi in preamboli, si presentò alla ragazza e chiese di sposarla. 

Laurina si finse sorpresa e vergognosa; diventò tutta rossa e si nascose il viso con un fazzoletto che stava sciorinando al sole. 

«Sono ancora troppo giovane. Eppoi i miei genitori non mi lascerebbero venir via di casa, ora che il mio aiuto è indispensabile; sono così vecchi…» 

«Discorrerò con loro. Aggiusterò ogni cosa.» 

«Non sono certa di essere una buona moglie.» 

«Lo sarete, di questo garantisco io» intervenne l’amico. 

«Certo che sarete per me una buona moglie. Me ne intendo io di donne» aggiunse Ulderico. 

Dopo un tira e molla che durò per più giorni (i genitori acconsentirono, naturalmente, ma Laurina dichiarava a bella posta di sentirsi indegna) venne combinato il matrimonio, che si celebrò di lì a pochi giorni con un grande accorrere di gente e soprattutto di tutti gli amici di Ulderico, che non vollero perdersi lo spettacolo da loro stessi preparato. 

Ulderico, elegante e impettito, entrò in chiesa con il solo pensiero di potersi poi godere quella mogliettina; Laurina con quello invece di mettere le mani su di un patrimonio che le avrebbe assicurato agiatezza e capricci. 

«Questo vecchio rimbambito, so io come rigirarmelo» pensò, mentre il prete  benediceva le fedi nuziali. 

Uscirono sotto una pioggia di riso, di grida, di applausi. 

Gli amici confidarono a Ulderico di invidiargli quella sposa così fresca e modesta. Fecero, strizzandogli l’occhio, qualche allusione alle gioie che lo sposo avrebbe assaporato quella prima notte. 

Ulderico lasciò intendere che in quel giorno non si sarebbe scambiato con nessun altro al mondo, tanto era felice. 

La notte fu tale e quale Ulderico l’aveva immaginata. 

La sposina non gli fece mancare proprio nulla, ed ora con il tale garbo, ora con la talaltra maniera, riuscì a soddisfare in tutto e per tutto il consumato Ulderico, che fu lieto di trovarsi di fronte ad una giovane che mostrava di non avere alcuna inibizione. 

«Mi aspettavo che tu fossi vergognosa» le disse ad un certo punto, ma lei fu subito lesta: 

«Sei il mio adoratissimo sposo, che amo e che voglio far felice.» 

A Ulderico non passò per la mente dove e come quella pollastrella avesse imparato tanta arte e, da vero sciocco, credette che fosse una felice combinazione della sorte. 

La mattina dopo spalancò le finestre e respirò a pieni polmoni, tutto felice. 

Qualche amico era già sotto ad aspettarlo. 

«Come va, Ulderico?  E che lo domando a fare, si vede bene che stanotte non hai chiuso occhio.» 

«Una vera fortuna, Venanzio. Non mi poteva capitare una sposa migliore.» 

E infatti i primi tempi furono rose e fiori. I due erano visti sempre insieme a passeggio per il paese, una coppia davvero ben assortita. E quando lui era al lavoro, lei restava in casa a sfaccendare, batteva i panni e li stendeva alla finestra, e spazzava, rifaceva i letti, preparava il desinare, accudiva al bel giardino. 

Le notti poi, furono tutte tali e quali alla prima. 

Ulderico si sentiva come stregato dalla donna; ogni volta che la sera gli stava accanto, il sangue si rimescolava, e avvertiva di non poter più fare a meno di lei. 

In questo modo Laurina, a poco a poco, lo ebbe in pugno; le sue grazie la resero padrona anziché schiava e bastava che lei mettesse il broncio per un rimprovero dello sposo, che questi subito cercava in ogni modo di riparare. Le si faceva intorno e non smetteva di piagnucolare finché la donna non lo aveva perdonato. 

Erano queste le migliori occasioni per farsi regalare i doni più desiderati: preziose collane, vestiti, anelli, bracciali, gite di piacere nei posti più belli del mondo, anche luoghi lontani. A volte stavano fuori per mesi e nessuno sapeva dove fossero andati. 

Passò qualche anno e Laurina si era già levata molti capricci; Ulderico non aveva più potere su di lei, anche se credeva di averne. 

Quel corpicino desiderato lo rendeva il vero schiavo dei due. 

Laurina pensò quindi giunto il momento di ricominciare ad avere qualche amante; ricordava il tempo in cui un bell’uomo la faceva innamorare e tornò a cercarne, cominciando da quegli amici di Ulderico che già l’avevano conosciuta. 

Oh, seppe fare tutto così bene di nascosto che nessuno sospettò mai di nulla! 

Ancora andavano in giro insieme i due sposi; ancora, anche se più di rado, Ulderico aveva le sue notti di soddisfazioni. 

Gli amici che si trovarono favoriti dalla bella Laurina, lodavano in cuor loro il giorno in cui avevano avuto l’idea di dare in sposa la giovane al vecchio Ulderico. Ora non dovevano andare lontano per spegnere i loro ardori amorosi! 

Trascorsero altri anni, e mentre Ulderico invecchiava a vista d’occhio, Laurina si faceva sempre più bella e si accresceva il numero dei suoi corteggiatori. 

Ora non si nascondeva più ed era successo anche che s’era portato in casa l’amante, mentre il vecchio era fuori per affari. 

Accadde così che un giorno Ulderico scoprì la tresca. 

Dapprima la sospettò, incontrando qualche volta al cancello uno o l’altro dei suoi amici che usciva da casa sua. 

Qualche saluto furtivo, qualche scusa che apparve posticcia al vecchio, ed ecco che un giorno qualcuno con una confidenza aprì definitivamente gli occhi a Ulderico. 

Non faticò nemmeno molto ad ottenere la confessione di Laurina, anzi questa al primo brontolio del vecchio ammise tutto quanto. 

«Cosa credevi?» rispose inviperita «che mi accontentassi d’un uomo vecchio come te? Guardami, sono molto più giovane e sono ancora bella; ho anch’io i miei diritti. Si vive una volta sola, caro il mio Ulderico.» 

«Bada a come parli.» 

«Parlo, parlo e so quel che dico. Ti faccio mancare forse qualcosa? Hai da lamentarti come marito, o invece non è anche troppo quello che ti do?» 

Sapeva Laurina che tanto l’uomo l’aveva ben accalappiato con le sue moine e quel che gli dava era più che bastevole, e Ulderico ormai non ne poteva più fare a meno. 

«Se non ti va, bisogna che ti accontenti» concluse. 

Il vecchio, che diveniva color paonazzo dalla bile, non ebbe mai il coraggio di dirle che la scacciava di casa e che poteva tornarsene al suo paese a fare la sgualdrina. 

Si sentiva attaccato a lei, avvinghiato dalla lussuria. 

Dove avrebbe trovato, alla sua età, una donna tanto bella, che si sottomettesse ai suoi capricci amorosi? 

Così, dopo i primi mesi in cui era scontroso, brontolone, sempre corrucciato, Laurina, con moine e scherzi sapientemente dosati, riuscì ad accattivarselo di nuovo; lui le sorrise e da quel giorno lasciò correre, non dette più ascolto alle chiacchiere, ai pettegolezzi e pensò che in fondo in fondo era meglio far finta di niente. 

Laurina, per qualche diavoleria, era intanto diventata ancora più bella; vivace nel carattere, furba e attenta, aveva guadagnato nel corpo una bellezza procace, in cui l’occhio del lussurioso riusciva a perdersi in sogni, in smanie. Quando usciva per strada, tutti gli sguardi erano per lei, e Laurina sembrava gustarli uno ad uno, misurarne il calore, l’intensità sul suo corpo. 

Ulderico dovette sopportare ancora di più e un giorno, lui in casa, dovette far finta di niente quando Laurina si chiuse in camera con l’amante! 

Divenne a poco a poco una cosa normale, un’abitudine quasi giornaliera. 

Qualcuno ora lo salutava chiedendo notizie della moglie: «Come sta Laurina, sempre in gamba, eh?» e Ulderico vi leggeva l’intenzione, l’ammiccamento. 

Ma come poteva liberarsi da quella incresciosa situazione? 

Gli amici ormai lo schernivano: 

«Ma che dici Ulderico! Ti lamenti di Laurina, ma se tutto il paese ne parla così bene!» 

«È una donna che ha molte qualità.» 

«Non dice mai di no al prossimo. È sempre pronta a donare.» 

Una notte Ulderico non rientrò a casa; malinconico, scoraggiato, trovò una camera in una locanda lontana dal suo paese, e lì certe volte prese a fermarsi. 

Tentava di liberarsi della donna; starne lontano forse gli avrebbe giovato a prendere una decisione. Però non durava molto il tentativo, poiché l’uomo si sentiva diabolicamente legato a quelle arti amorose. 

E così una notte tornò precipitosamente a casa, ma trovò il suo posto occupato. 

«Tornatene da dove sei venuto» gli gridò da dietro la porta Laurina. 

La mattina dopo ci fu una bella sfuriata. 

«Maledetta sgualdrina. Sei la mia rovina, mi farai crepare anzitempo.» 

E lei zitta, e ogni tanto: 

«Hai finito? Così impari a star fuori la notte; che credevi, che non avessi qualcuno da farmi scaldare il letto?» 

«Tu sia maledetta e sia maledetta questa casa» concluse gridando Ulderico. 

E da quel giorno non uscì più di casa; si arredò una stanza tutta per sé e vi si rinchiuse giorno e notte. 

A Laurina non parve vero. Si sentì autorizzata a far tutto ciò che voleva. E lo fece. 

Ulderico si ammalò presto; e una sera, che era l’ultima della sua vita, mentre Laurina, con accanto l’amante, si era chinata su di lui per sentire se ancora respirava, lo udì bisbigliare: 

«Non ti darò pace, sgualdrina. Per il resto della tua vita, ti farò ricordare di me.» 

Detto questo, spirò, mentre Laurina con un’alzata di spalle si riportava in camera il compare. 

Dopo qualche tempo, cominciarono ad accadere cose strane in quella casa. 

Chi c’era stato e aveva visto raccontava che, mentre egli se ne stava in camera con Laurina, ad un tratto si udivano dei rumori, poi dei passi nel corridoio ben distinti, si apriva la porta della stanza, ma nessuno compariva; i due disgraziati restavano seduti sul letto con gli occhi sbarrati dalla paura; qualcuno strappava loro le coperte e sghignazzava, finché l’amante, alla fine, non scappava mezzo nudo e terrorizzato. 

Solo Laurina restava come inebetita, ricordando le parole del vecchio. 

Il fatto si ripeté molte volte e così tutti seppero che Ulderico tornava la notte a vendicarsi. 

Laurina dapprima non si rassegnò; visitò fattucchiere e stregoni in cerca di un rimedio alla sciagura, ma quando i giovani l’abbandonarono e non vollero più saperne del suo letto, si vide davvero disperata. 

Si adattò ai più anziani, poi ai vecchi soli che non avevano donne da frequentare. Ma anche a questi accaddero quegli straordinari eventi e non resistettero a lungo. 

Per farla corta, Laurina fu costretta a vivere sola, e ogni sera a sentirsi comparire dinanzi l’invisibile presenza, che la tormentava coi dispetti e le paure più atroci. 

Ne morì; e c’è chi dice che quel pomeriggio Ulderico apparve come in carne ed ossa, le si accostò e mentre Laurina emetteva l’ultimo respiro, qualcuno lo sentì esclamare: 

«Finalmente!» 

Da quel giorno, nessuno abitò più la vecchia casa. 

Chi ci aveva provato, raccontava di aver sentito per le stanze muoversi come un filo d’aria e percepito degli strani bisbigli. 

Altri sostennero, invece, che con la morte di Laurina, Ulderico se n’era andato per sempre; tuttavia non una sola persona ebbe più il coraggio di mettervi piede.


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Bart