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LEGGENDE: Nicodemo

21 giugno 2010

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]  

Molti secoli fa, al tempo della dominazione longobarda (VI-VIII secolo), Lucca era una città potente e i suoi confini si estendevano addirittura fino alla Maremma.

L’Ozzeri che ancora oggi attraversa il mio paese di Montuolo[1] era grande come un fiume, più grande dello stesso Serchio che avrebbe invece avuto più fortuna nel corso dei secoli seguenti.

Vi erano intorno alla città boschi e foreste e non vi mancavano né legname per costruire case e barche né cacciagione.
Anche l’Ozzeri donava con molta prodigalità ai pescatori che sedevano sulle sue rive o lo navigavano con le loro agili imbarcazioni.

In quel tempo viveva a Montuolo un uomo di nome Nicodemo, il quale abitava una piccola casetta nel luogo che ancora oggi è chiamato “Le cateratte”[2].
Faceva il boscaiolo per conto del suo duca, con il quale però non andava molto d’accordo.
Lui infatti si rifiutava di uccidere gli animali quando il suo signore glielo comandava.
Era però bravissimo in molte altre cose e così il duca, che in fondo in fondo gli voleva un po’ di bene, continuava a tenerlo al suo servizio.
E nemmeno voleva pescare.

Nutriva un gran rispetto per la vita di tutti: uomini, animali, come pure pesci ed anche piante, che abbatteva soltanto quando erano malate o pericolose per il prossimo.

Non aveva figli, e questo era il suo cruccio più grande.
Avrebbe voluto infatti insegnare anche a loro tutto quello che aveva imparato e soprattutto avrebbe desiderato tanto far loro capire il valore delle sue convinzioni, che gli amici guardiacaccia consideravano invece un po’ bislacche.

Ma anch’essi, come il duca, gli volevano bene e sapevano che sempre in ogni circostanza potevano contare sul suo aiuto.
E poiché Nicodemo era uomo robusto, quasi un gigante, e lavoratore infaticabile, bravo a fare ogni cosa, si può immaginare quanto davvero valesse restare in amicizia con lui.
Qualche volta gli portavano anche della selvaggina.

Dopo i suoi primi rifiuti, piano piano, toccando le corde della sua bontà, riuscivano a fargliela accettare e a convincerlo ad assaggiarne un po’.
Ne era sempre contenta, invece, sua moglie, che proprio non sopportava di mangiare verdura e frutta tutti i giorni e lasciava intendere a quei pochi amici che avrebbe gradito ricevere più spesso quelle belle visite.
Ma i compagni sapevano anche che non potevano esagerare con Nicodemo.

Qualche volta era stato invitato al palazzo del duca, in città.
Aveva visto le Mura, le chiese, i begli edifici dalla robusta architettura, tanto differenti dalla sua piccola casa.

Sempre aveva percorso quelle viuzze come imbambolato.
Gli sembrava di stare dentro un sogno!
Quando poi si trovava all’interno del palazzo ricco di ori, vasellame prezioso, arazzi… Esisteva davvero tutto ciò?, si domandava sempre.

Un giorno che vi era andato con sua moglie, ancora giovanissimi, era stata proprio lei a richiamarlo alla dura realtà.
«Siamo nati poveri, noi. Ecco perché ci sembra di sognare. Ma questo che vediamo è tutto vero!»
E aveva preso la mano di Nicodemo e gli aveva fatto toccare ogni cosa che lo meravigliava.
«Senti? È vera!»
E si lamentava della propria condizione. Ma Nicodemo, pur in mezzo a quelle meraviglie, le ripeteva che lui era contento così e che non avrebbe cambiato con altri la propria vita.

Sua moglie ormai lo conosceva e glielo lasciava dire.
Pensava che gli facesse bene all’anima.
Ma lei no, non si convinceva e per il resto della sua vita avrebbe sempre invidiato il duca e i signori come lui e maledetto il giorno che era nata povera.

Però ripensava anche al giorno, questa volta benedetto, in cui aveva visto per la prima volta il suo Nicodemo, bello come un dio, alto, pieno di muscoli, biondo, gentile, generoso.
Era stata sicura allora che non c’era nulla al mondo di più meraviglioso del suo Nicodemo.
E quando lui le chiese di sposarla, quello sì che gli sembrò un sogno bellissimo!

Dopo i primi tempi, però, allorché si rese conto che c’era anche un modo diverso di vivere e le donne belle come lei potevano vestire abiti eleganti, indossare gioielli raffinati, essere lusingate e corteggiate da ricchi signori padroni di castelli e foreste, di fiumi e di molte altre cose meravigliose che esistono a questo mondo, dopo quei primi tempi cominciò a rimproverare al suo sposo di non avere ambizioni, di accontentarsi del poco che la vita gli offriva, mentre il suo aspetto fiero e vigoroso gli avrebbe potuto dischiudere le porte di un’esistenza migliore.
Ma Nicodemo la stava a sentire per un po’, poi se la stringeva tra le braccia sorridendo.
Così, trascorsi gli anni, la donna si rassegnò.

Qualche volta Nicodemo la portava in barca lungo l’Ozzeri e le mostrava quanto bella fosse la natura che circondava la loro povera casa.
Campagne smisurate e foreste e piccoli villaggi si aprivano allo sguardo incantato di lei.
«Tutti i giorni, se vogliamo, possiamo gustare con gli occhi e con il cuore queste immagini» le diceva contento.

Eppoi la faceva scendere e insieme andavano dentro la foresta.
Nicodemo pareva il re di quei luoghi.
Ne conosceva ogni segreto.

Le indicava da dove veniva il canto di un uccello e le svelava il nome. Se incontrava un animale lo chiamava e, meraviglia delle meraviglie, la bestia subito veniva a lui. Nicodemo la toccava, la carezzava e invitava anche sua moglie a farlo.

Ma subito l’animale sospettoso arretrava, e allora Nicodemo gli lasciava intendere che non vi era pericolo.
L’animale tornava a chinare il capo e si offriva alle dolcezze della donna.
E lei doveva ammettere che tutto ciò era davvero molto bello.
Alla palude che sorgeva nel mezzo della foresta, le mostrava infine gli incanti che si nascondevano in quell’acquitrino; e domandava alla donna se le sembrasse giusto che i suoi amici andassero là a cacciare gli uccelli, a rompere l’armonia di quell’esistenza che meritava invece rispetto.

«Se tutti facessero come te» rispondeva un po’ risentita la sposa «come si potrebbe campare andando avanti solo a frutta e verdura?»
Ma Nicodemo non voleva smarrirsi in quelle crudeli elucubrazioni della mente che lo spaventavano.

Era convinto invece che si poteva egualmente vivere e che era mostruoso anche solo pensare che la sopravvivenza dell’uomo dovesse rimanere così strettamente legata alla violenza contro le altre specie.
Tornando a casa quelle sere, sentiva però che sua moglie era stata felice.
Quale prova migliore che era lui dalla parte della ragione?

Un giorno il duca lo manda a chiamare.
«Nicodemo,» gli dice «mi riferiscono che un feroce cinghiale sta facendo strage di selvaggina e nessuno di voi riesce a catturarlo.»
«È così, mio signore.»
«Voglio che tu lo uccida.»
Nicodemo ritorna a casa molto triste. Sua moglie, dopo le prime domande, capisce che non è il caso di insistere e rispetta il suo silenzio.

Nei giorni seguenti, Nicodemo lascia la cura del fiume – la barca resta ferma sull’Ozzeri – e si dedica giorno e notte a perlustrare la foresta.
Quel cinghiale aveva già ucciso molti animali.
Agiva per istinto. Non ne aveva colpa, lo giustificava Nicodemo.
Però quanto dolore provocava la sua crudeltà!
Nicodemo conosceva le tane più nascoste, gli anfratti più segreti.

Gli animali che incontrava sembravano sapere della sua avventura; gli si muovevano intorno mansueti, attendevano la sua carezza. Nicodemo parlava loro con le solite dolci parole.
Qualche animale di nuovo era stato ucciso.

Ne soffriva Nicodemo.
Metteva tutto l’impegno per stanare la bestia, ma questa era più scaltra di lui, si muoveva più agilmente fra le selve. Forse anche lo vedeva, lo spiava e si compiaceva di potergli stare alla pari, anzi di vincerlo.
Incontrava qualche volta un animale ferito.

Si fermava a soccorrerlo. Se poteva lo curava sul posto, eppoi lo lasciava libero di correre. Ma quando la ferita era più grave doveva ritornare a casa, portarlo con sé sulle spalle, assisterlo, affidarlo alla sua sposa.
Anche lei sapeva e vedeva, ora.

Ed ecco che una sera sull’imbrunire, ancora in giro nel bosco in cerca dell’animale, Nicodemo sente la corsa di una bestia, eppoi il suo grido di dolore; ancora la fuga, il fruscio dei rami urtati, e di nuovo la disperata violenza della lotta.
Intuisce, si affretta, corre.
Il terribile cinghiale è là, lo vede! Nero, enorme, le zanne piene di sangue. L’altro è ormai piegato a terra, attende l’ultimo inesorabile assalto.

Ma Nicodemo ha con sé la corda.
Il cinghiale lo guarda, per un momento è incerto se finire la preda oppure caricare l’uomo, o fuggire; e Nicodemo è più rapido, decide in fretta e lancia la corda.
S’inanella sul collo, preciso, il laccio.
Il cinghiale si divincola, intuisce la supremazia del rivale. Il suo grido lacera l’aria. Si fanno attorno gli altri animali della foresta, guardano Nicodemo fiaccare il nemico, renderlo docile. Il cinghiale avverte la sconfitta, la volontà è debole ora, scema la sua violenza.
Nicodemo a poco a poco lo imprigiona nella corda, stringe le sue zampe. La bestia è distesa a terra, rotola; più non si alza. Di nuovo il lamento della sua sconfitta lacera l’aria.
Infine si quieta e si offre al vincitore.

Soltanto ora Nicodemo si avvicina e tocca la bestia.
Questa lo guarda.
Nicodemo la carica sulle spalle e la conduce a casa.
«È enorme!» esclama la moglie quando vede il cinghiale.
Domanda perché non lo abbia ucciso.

Nei giorni seguenti, lo vede costruire una gabbia. Intuisce, sa che il suo sposo non avrebbe mai potuto uccidere il cinghiale.
Il duca viene a sapere.
Manda a dire che è contento di lui, ma non approva quello che sta per fare.
Passano i giorni, e anche i mesi.

Il lavoro di Nicodemo è seguito dagli amici increduli e dallo stesso signore che dalla città manda frequenti messi a cavallo.
Il cinghiale infine è domato.
Nicodemo lo avvicina, può toccarlo, l’animale sta in mezzo agli altri quieto come loro.
Non usa più la sua forza per uccidere.
Il duca non è ancora sicuro; raccomanda prudenza, manda a dire che quella prova è superba, ma il rischio resta grande.
Non sarebbe meglio abbatterlo per la sicurezza degli altri?
Nicodemo è risoluto, e il suo signore, infine, crede in lui.
Dopo qualche tempo, il cinghiale è messo in libertà.
Lo fa di nascosto, Nicodemo; solo qualche amico più intimo è presente la sera che lo lascia andare.
Il cinghiale lo fissa per un attimo, eppoi subito le sue zampe mordono la terra, si lanciano nella corsa.
Non si scorge più, ora; è sparito nella foresta.

Passano alcuni giorni e tutti stanno con trepidazione in attesa di una brutta notizia.
Nicodemo spera con tutto il cuore che l’animale non uccida più.
Trascorre ancora del tempo.
Nessuno riferisce di uccisioni, neppure di ferimenti.
Anche la sposa è in ansia. Nicodemo sa che l’animale, come l’uomo, è dono della creazione. Si può vincere la sua crudeltà.
Infine avverte la certezza. Abbastanza il tempo è trascorso, e ora lo si può dire  che la sua impresa è riuscita!
Il duca lo dice.
E anche gli amici, che lodano il suo coraggio, rispettano la sua fede.
Nicodemo non è più giovane.
Quell’impresa gli pare la più bella della sua vita.

Trascorsero alcuni anni da quell’avvenimento straordinario.
Ed ecco che un giorno si sparge la notizia che il duca, anche lui già avanti con gli anni, sta malissimo, e di lì a qualche settimana muore.
Tutta la città e il contado assistettero al suo funerale.
Nicodemo vi andò con la sua sposa.
Davanti al bel palazzo una gran folla, come non si era mai vista, piangeva il duca. Ricordava la sua bontà e le buone opere che aveva compiute.
Anche Nicodemo rammentò le volte che il duca era stato molto indulgente con lui.
Tornò a rivedere la città.
Non era cambiata.
Nicodemo sentiva di preferirle ancora la sua casetta in mezzo al bosco, ma doveva ammettere che Lucca possedeva uno straordinario fascino ammaliatore.
Dalle sue stradette, dalle sue piccole piazze che si aprivano improvvise circondate dai bei palazzi, sentiva salire il profumo di una intimità e di una quiete rassicuranti.
Tutte le volte che vi era stato era ritornato a casa con l’animo colmo di suggestioni.
Così avvenne anche quel giorno, e in modo davvero tutto speciale perché fu l’ultima delle sue visite.

Infatti Nicodemo di lì a poco morì.
Lo trovò sua moglie una mattina davanti all’uscio di casa rimasto spalancato. Era disteso a terra, appena uscito per andare nel bosco.
Già morto.

La sposa si disperò di quell’addio mancato, di non essersi trovata davanti a lui a colmare i suoi occhi, a riscaldarlo con la sua presenza.
Che cosa avrebbe voluto dirle in quegli ultimi istanti il suo Nicodemo?
Mentre piangeva e se lo stringeva al cuore, era lei ora che parlava con lui.
Alla sua sepoltura vennero ad assistere alcuni amici, molto pochi per la verità.
La bara stava deposta davanti alla fossa, in mezzo ad un grande silenzio.
Nel cuore della sposa c’era tanta tristezza; si rammaricava delle molte assenze degli amici, che pure avevano ricevuto tanto da lui.
«La vita è anche questa, colma di ingratitudine» pensava.

Ed ecco accadere qualcosa all’improvviso, proprio mentre la bara sta per essere calata nella fossa.
Gli uomini hanno già imbracato il legno con le corde, stanno per sospendere la bara nel vuoto, quando da dietro gli alberi ecco che spuntano decine e decine di animali, e sopra di loro volano gli uccelli della foresta.
Avanzano lentamente.
Davanti a tutti sta il cinghiale nero.
Gli uomini si spaventano.
Depongono la bara a terra e restano in attesa.

La sposa invece non teme.
Ha intuito, e va loro incontro. Giunta davanti al cinghiale si china; l’animale si ferma.
La donna lo accarezza. Si avvicina anche agli altri; ha gesti di gratitudine per loro.
Piange.
È diventato vecchio il cinghiale. A fatica, da solo, prosegue ora verso Nicodemo.
La donna sa che è venuto a morire con lui.



[1] Si veda il racconto: “Montuolo e la storia di Ulderico e Laurina”

[2] Qui anticamente l’Ozzeri s’immetteva nel Serchio. Le cateratte furono fatte costruire dal grande architetto lucchese Lorenzo Nottolini (1787-1851) per evitare che, in occasione di inondazioni, le acque del Serchio rigurgitassero nell’Ozzeri, provocando gli allagamenti delle pianure.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart