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LEGGENDE: Santa Maria del Giudice e il Diavolo

16 giugno 2014

di Bartolomeo Di Monaco
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Sulla strada nuova che porta a Pisa, prima di attraversare il Foro di San Giuliano, sorge l’antico paese di Santa Maria del Giudice, che deve il suo nome, a partire dal XII secolo, ad una famiglia di origine longobarda. Il paese, infatti, come si legge in Guglielmo Lera: “Lucca, città da scoprire” (Maria Pacini Fazzi Editore, 1975), si chiamò S. Maria Ley Judicis, ossia S. Maria di Leo Giudice, trasformatosi poi in “del Giudice”, dal nome del Giudice imperiale Leone, che vantava altresì ampi possedimenti nei territori di Massa Pisana e di Sorbano. Ma le sue origini risalgono molto più indietro nel tempo, se già nel X secolo troviamo eretta la vecchia pieve di S. Crispina e S. Giovanni, mirabile esempio di romanico pisano-lucchese. Il paese, nel XIII secolo, rappresentò un solido baluardo di difesa contro le incursioni pisane, fino a quando non furono abbattute le sue fortificazioni da Uguccione della Faggiola, signore di Pisa, che, insieme con quelle di Santa Maria del Giudice, fece distruggere, nel 1314, torri e castelli dell’intero comprensorio lucchese.

Prima di Santa Maria del Giudice, sorge un altro paese altrettanto vetusto e nobile, San Lorenzo a Vaccoli. Anche in questo caso si fa discendere il nome da un’antica famiglia longobarda, i Vaccolesi, ai quali si deve, come scrive Guglielmo Lera nel libro sopra citato, “la primitiva costruzione della pieve vecchia di S. Maria del Giudice e quella di altre chiese vicine.” Secondo Pietro Giovanni Mei, che ha dedicato al paese un bel libro, “Vacule” (Maria Pacini Fazzi Editore, 1992), il nome resta di origine incerta. Egli scrive che il termine Vacule, da cui poi Vaccoli, appare per la prima volta in una “pergamena conservata nell’Archivio Arcivescovile di Lucca, datata settembre 713 – giugno 714”.

Tutta la vallata che si distende tra i due paesi era dedita all’agricoltura e alla pastorizia. In particolare la vite, il frumento, il granoturco, la segale, l’orzo e l’olivo vi crescevano in abbondanza, talché la zona era ricca di molini e di frantoi. Dai vicini monti, specialmente il Penna e il Croce, si estraeva il marmo, con il quale si costruivano palazzi e chiese. La grande lastra di marmo che si può ammirare nella basilica di San Frediano, a sinistra dell’altare, proviene da una delle cave di quel tempo. Vi è legata una leggenda secondo la quale, essendo enorme il macigno, i cavatori non riuscivano a sollevarlo, cosicché intervenne San Frediano che, come scrive il Mei, riuscì “a farlo caricare sopra un carro trainato da due giovenche non domate e trasportarlo a Lucca.” Anche San Lorenzo a Vaccoli ha la sua chiesa antica, intitolata a San Lorenzo e San Valentino, di cui si rinvengono tracce in un documento dell’anno 719. Fu “totalmente riedificata” (così scrive il Lera nel libro sopra ricordato) nel XII secolo e, prosegue il Lera: “La chiesa attuale è di recente costruzione”.

Ricca di acque, la vallata celebrava molte feste in luoghi dove esse più abbondavano, come intorno alla fontanella che si trova vicino alla vecchia pieve di Santa Maria del Giudice, o nei pressi del Monte Faeta, ricco di selve di castagni, dove i paesani si radunavano nella ricorrenza di San Bartolomeo intorno, anche qui, ad una sorgente. Erano occasioni di spensieratezza e di allegria, in cui nascevano amori quando passeggeri quando destinati a durare.

Ma la vallata era percorsa anche dalla paura. La strada che univa (e unisce ancora) i due paesi correva sotto monte e, prima che si costruisse la strada nuova, era la sola che conduceva a Pisa. Bisognava attraversare, a quel tempo, il “Passo di Dante”, che ancora oggi esiste e si riconosce per un busto che ritrae il grande fiorentino, opera dello scultore Vittorio Michelotti, morto nell’aprile del 1973, da tutti conosciuto con il soprannome di Boccio. Lungo l’asse di questa vecchia strada, e nelle stradicciole limitrofe, sono accaduti diversi omicidi. Una sera di tempesta, un giovane, fidanzato con una bella ragazza, incontra la sua amante che, rimasta incinta, gli spara. Un marito uccide la moglie per gelosia, essendo convinto che lo tradisse. Vicino alla villa Michelotti, davanti ad un vecchio pozzo, un giovane viene accoltellato mentre attinge acqua.

Perché accadono questi crimini è difficile a dirsi, se non ricollegandoli alle leggende che imperversano nella piccola e raccolta vallata.

Una di queste riguarda una buca, una specie di cratere, che si trova a Santa Maria del Giudice, in cui si dice che un tempo venissero gettate le carogne di animali. Ebbene, pare che certe notti di tempesta, ne escano lamenti e mugolii che fanno raccapricciare la pelle, e il passante fugge via terrorizzato. Tra i due paesi si trova una casina dal tetto spiovente, ora dipinta di bianco, ma un tempo di color rosso, nella quale ogni tanto si avverte la presenza dei fantasmi, e si odono strani rumori. Qualcuno racconta addirittura di aver visto, prima di giungere al passo di Dante, il famoso linchetto, lo spiritello lucchese che si diverte a fare dispetti, alla storia del quale lo studioso Carlo Gabrielli Rosi ha dedicato ben quattro volumi. Come pure si dice che, sempre sulla strada per andare al passo di Dante, intorno ad un piccolo fossato, qualche volta si odono strani suoni come provenienti da invisibili campanellini. Si resta lì, affascinati dal suono, immobili, come incantati, cercando di capire da dove nasca quella ammaliante musica. Nessuno, però, fino ad oggi, ha saputo spiegarne il mistero.

Che la zona sia particolarmente avvolta da un alone di magico e di soprannaturale lo conferma una lastra di pietra che s’incontra lungo la strada che conduce alla Spelonca, antico romitaggio agostiniano, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Lì vicino, lungo il Monte Faeta, si notano i resti di un analogo e antico romitorio, detto di S. Pantaleone. Ebbene, su questa pietra sono rimaste incise le impronte di uno strano cavallo bianco, che la tradizione vuole fosse montato dal Diavolo. Perché proprio il Diavolo? Che ragione aveva di passare da lì? La ragione c’era, eccome!, e stava proprio nella presenza della Spelonca. Tra i monaci, infatti, ve n’era uno, di cui si è perso il nome, che aveva fama di santo. Dalla vallata, ma anche dal versante pisano, salivano molti pellegrini a visitarlo e a chiedere grazie. Nei giorni di festa, era lui che teneva l’omelia durante la Messa, e il luogo a malapena riusciva a contenere l’enorme afflusso di visitatori. Ancora oggi, visitando la Spelonca, si può notare come dal soffitto cada ogni tanto una goccia d’acqua (come avviene nel vicino e diroccato Eremo di Rupecava, anch’esso abitato un tempo dai monaci agostiniani). Si racconta che il monaco, al termine della Messa, si recasse in quel punto e invitasse i più bisognosi a sostare sotto la goccia. Recitava con loro una preghiera e molti, nei giorni seguenti, dichiaravano di sentirsi meglio in salute e sereni.

Il Diavolo, però, non era affatto contento di ciò che accadeva alla Spelonca. Tutto quel fervore religioso lo irritava. Allora si metteva lungo la strada e, assumendo varie sembianze, o emettendo, invisibile, strani rumori, cercava di scoraggiare la gente dal salire lassù. Ma la presenza del santo era più forte, e il numero dei pellegrini non solo non calava, ma si accresceva, così che il Diavolo decise di tentare un’impresa più ardita, tale da spaventare i pellegrini e indurli a rinunciare a visitare il santo.

Tra le donne che salivano lassù, c’era una ragazza timorata di Dio, nota e stimata in paese. Il Diavolo l’aveva già notata nei giorni precedenti e ne aveva ammirato la intatta e rara bellezza che, unita alla pia devozione, faceva di quell’anima un bocconcino davvero prelibato. Così, un giorno, prese le sembianze di un bellissimo giovane e, in groppa ad un cavallo bianco, seguì la folla. Ritto sul suo superbo corsiero ascoltò senza battere ciglio tutto il sermone del monaco, mai, però, perdendo di vista la ragazza, che se ne stava in mezzo alle amiche, assorta nella preghiera. Finita la Messa, la folla si avviò sulla strada del ritorno, dopo aver salutato, come al solito, il santo, che sempre si tratteneva sul prato fino a che non vedeva scomparire l’ultimo pellegrino. Poi, lentamente, rientrava nella Spelonca, ritirandosi in preghiera con gli altri monaci.

Ma quella volta non aveva fatto in tempo a voltarsi che un giovane tutto trafelato lo raggiunse, gridando che un cavaliere aveva assalito una delle ragazze e cercava di portasela via in groppa al suo cavallo. Non si sa come accadde, ma il monaco aveva appena finito di udire le ultime parole che già correva lungo il sentiero e sembrava avere le ali ai piedi, giacché raggiunse subito la folla e scorse la giovane che ancora si dibatteva tra le braccia del cavaliere, che non riusciva a issarla sul suo cavallo. La gente se ne stava come annichilita, Qualcuno che aveva cercato di intervenire, si sentì fiaccato improvvisamente nelle forze, cadendo a terra; altri non riuscivano a spiccicare una sola parola; le donne non facevano che gridare, ma non riuscivano a muovere un passo per aiutare la ragazza, che ancora si dibatteva e gridava.

– Tu sei il Diavolo – disse il monaco al cavaliere. – Ora ti riconosco.

E tracciò nell’aria con la mano destra il segno della Croce. Fu in quel momento che sulla pietra dove si posavano gli zoccoli del cavallo, che se ne stava nella posizione eretta agitando le zampe anteriori, si sentì uno sfrigolio e poi l’urlo terrificante del Diavolo che, abbandonate le sembianze del bel giovane, ora appariva in tutta la sua mostruosità. Lasciata cadere a terra la giovane, gridò:

– Non credere di avermi vinto. Tornerò per ucciderti.

I suoi piedi caprini batterono violentemente contro i fianchi della cavalcatura, finché questa non prese la corsa dileguandosi tra i boschi.

Un’altra leggenda vuole invece che il Diavolo, spazientito da quell’afflusso di pellegrini, decidesse di affrontare direttamente il monaco per ucciderlo.

Così, una sera che il frate si trovava lungo il sentiero e recitava le sue preghiere, il Diavolo gli comparve innanzi nelle vesti di un bel giovane, che recava sulle spalle un fagotto, come se si trovasse in viaggio. Il suo intendimento era quello di affiancarsi al monaco, passeggiare con lui per un buon tratto, e poi, conquistate la sua fiducia e la sua amicizia, ucciderlo, facendolo precipitare lungo una scarpata.

Ma non ci volle molto al santo per riconoscere che dietro quelle sembianze si nascondeva il Diavolo, e ciò avvenne proprio quando il giovane calpestò quella pietra. Un rumore strano, uno sfrigolio, si levò nel silenzio della notte. Il Diavolo rimase sorpreso, ed anche impaurito, giacché avvertì che Dio stava per intervenire a favore del monaco, e cercò di sbrigarsi a togliere i piedi dalla pietra, ma non fu così svelto da impedire al monaco di accorgersi che sulla pietra erano rimaste incise le impronte del giovane, che non erano di un essere umano, ma simili a quelle di una capra.

– Tu sei il Diavolo – gli disse. – Ora ti riconosco. Allontanati da me!

Vistosi scoperto, il Diavolo gli saltò subito addosso, cercando di conficcargli i suoi artigli intorno alla gola, ma il monaco si sentì investito di una tale forza che riuscì a scagliare il Diavolo molto lontano. Ne udì poi le grida e le urla di rabbia, e soprattutto sentì che diceva:

– Non credere di avermi vinto. Tornerò per ucciderti.

Passò qualche anno e del Diavolo non si seppe più nulla. I pellegrini continuarono a salire alla Spelonca e ad incontrare il santo, che, però, di lì a qualche anno morì. A poco a poco la Spelonca, come altri romitaggi, venne abbandonata e di queste storie si sarebbero perse le tracce se non ci fossero state a ricordarla quelle strane orme impresse sulla pietra.

È molto probabile che il Diavolo passi di lì ancora oggi, ogni tanto, non solo per ricordare lo scontro che ebbe con il monaco, ma anche per prevenire che nuovi eremiti tornino ad abitare la Spelonca, richiamando, con ciò, di nuovo, folle di pellegrini all’ascolto della parola di Dio. Nel recarsi lassù, lungo la strada, non manca, quale ammonimento, di lasciare i segni della sua presenza, come, appunto, il suono dei campanellini, o il rumore dei fantasmi dentro la casina rossa, o i lamenti provenienti dal cratere dove venivano gettate le carogne di animali.

È solo in questo modo che si può spiegare la particolare sensibilità del luogo alle manifestazioni straordinarie e soprannaturali di cui ancora oggi la gente racconta di essere testimone.


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