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LETTERASTURA: I MAESTRI: Enrico Emanuelli. Autoritratto a memoria

25 giugno 2016

di Geno Pampaloni
[da “La fiera letteraria”, numero 14, giovedì, 4 aprile 1968]

ENRICO EMANUELLI
Curriculum mortis
Feltrinelli, 162 pagine, lire 1600.

In limine al suo libro postumo, Cur­riculum mortis, Enrico Emanuelli ci lascia un’amara definizione pubblica di se stesso: « narratore deluso, bor­ghese anarchico, silenzioso arrabbiato, e infine viaggiatore per conto terzi ». Trovo qui la traccia di una stupida querelle che ha infastidito per tutta la vita il lavoro di Emanuelli (e cui ho il rimorso di avere anch’io contribuito): la contrapposizione cioè di giornali­smo e letteratura, considerati come due territori non comunicanti: « narra­tore deluso » e « viaggiatore per conto terzi » ne sono l’estrema testimonian­za. Né lui né molti di noi abbiamo avuto la forza di liberarci del tutto da certe distinzioni formali e di ricono­scere semplicemente che per un vero scrittore tutto è « dentro » la lettera­tura.

Ora sappiamo che lo sospettava, e che gli bruciava; ma in vita ha sempre evitato di proclamarlo; nelle cose che lo riguardavano, aveva sempre il timo­re di varcare il confine che separa la sinceritĂ  dalla cattiva educazione; glie ne mancava la spavalderia; prevaleva sempre il pudore. Questo libro che, non soltanto perchĂ© è stato pubblicato dopo la sua morte, ha un timbro testa­mentario, è stato costruito anche per dimostrarlo. Il pudore ha ripiegato nell’amarezza. Le pagine introduttive hanno un timbro lirico, una movenza autobiografica a lui inconsueti; e attor­no vi convergono, « rapide come frec­ce » (Piovene), le testimonianze di un’emozione vitale che valgono come l’incancellabile veritĂ  e poesia di un’e­sperienza. Curriculum mortis contiene « le occasioni » dello scrittore Ema­nuelli.

D’altra parte, la contraddizione che in termini estrinseci si focalizzava nel­le incerte nozioni di letteratura e gior­nalismo era, in lui, piĂą profonda; e trovava echi tenaci. Il suo primo rac­conto, Memolo (1929) analizzava l’im­possibilitĂ , per il protagonista, di tro­vare le parole di una lettera d’amore, di operare il salto qualitativo verso la « veritĂ  ». C’è in quelle lontane pagine il presentimento dell’ermetismo: la poesia (questa era la tentazione segre­ta) aveva i connotati dell’ineffabile, la parola trovava il suo limite nella ve­ritĂ . Il problema era giĂ  posto in ter­mini allusivamente ultimativi. Ed era proprio questo tipo di fedeltĂ  a un « altrove » dalla storia che gli faceva accettare, per convenzione, come « mi­nori » i suoi sondaggi sulla realtĂ  che pubblicava sui giornali. Quello che ri­maneva dei suoi viaggi, nella sua pagi­na, era essenziale, preciso, documenta­to, ma sempre allusivo ai « sentimen­ti », emblematico di un’altra dimensio­ne della realtĂ . Trovo in un vecchio ri­taglio del lontano 1942 (su Tempo). « Soltanto a chi giunge alla istintiva scoperta dei sentimenti, il mondo mo­rale degli uomini appare di una veritĂ  senza limiti, non classificabile nemme­no in sede filosofica, e risolvibile sola­mente in termini di poesia o di roman­zo… Al di lĂ  dei sentimenti è un’arida terra lunare; e manca la sostanza adatta a raggiungere una qualsiasi va­liditĂ  verso la nostra coscienza e con­tro il tempo… Oggi si mette piĂą cura nell’evitare i sentimenti che non nel la­sciarli maturare dentro di sĂ©; e penso che le vecchiaie tristi siano proprio di coloro che durante la vita hanno cer­cato di difendersi, con una saggezza che si rivela egoismo e vigliaccheria. In quanto agli scrittori, ognuno porta la sua salvezza in se stesso ed è inuti­le indicare una qualsiasi strada ».

Mi pare che in queste linee sia de­finita con grande chiarezza quella che sarà una volta per tutte la ricerca di Emanuelli, la sua « tensione » verso un esercizio dello scrivere che trovava legittimità soltanto in una verità lette­raria, cui è riservata la capacità di ac­cogliere nella sua pienezza la cono­scenza del « mondo morale degli uomi­ni ». Egli in sostanza era così rispetto­so verso la realtà perché, anche quan­do scriveva « da giornalista », il suo dovere ultimo era « adoperarla », di at­traversarla, di coglierne il senso secon­do un ordine interiore.

Il suo giornalismo era così limpido perché lo scrittore, dietro, era consa­pevole della complessità del vero re­portage finale. Contrariamente all’o­pinione dell’idealismo e dello spiritua­lismo correnti, secondo la quale la realtà effimera nasconde una verità ferma, l’empirico-religioso Emanuelli sapeva che la realtà, invece, è un dato, e la verità è imprevedibile, cade solo casualmente sotto la nostra indagine, e solo per vie misteriose diviene accessi­bile alla nostra coscienza. Si leggano le righe finali del Curriculum (« sap­piamo che ogni destino si può capovol­gere come con una pedata si rivolta un sasso, mettendo al sole quello che stava in ombra»), e in questa profes­sione antideterministica si potrà intui­re il suo rovescio, la sorpresa di una verità sempre attesa, sino all’« ultimo foglietto del calendario personale ».

Al pari di molti uomini della sua ge­nerazione, egli univa un’educazione ’ laica, di vena illuministica, a un pro­fondo sentimento esistenziale. Non si tratta più neppure, ai giorni nostri, di una contraddizione, ma di una ferita, di una condizione a sua volta esisten­ziale. Tutto il lavoro di Emanuelli si svolse sotto tale doppio registro, che non era professionale, ma appartene­va al suo modo di essere. Non si trat­tava dunque di un’opposizione di « ge­neri » tra giornalismo e letteratura, ma di una dialettica tra letteratura della realtà e letteratura della verità. Oggi non so se Emanuelli sarebbe sta­to disposto ad accettare una definizio­ne di questo tipo; negli ultimi tempi egli si era volto a modi più moderni di ricerca, abbandonando gli schemi della sua prima educazione letteraria.

Ma a me sembra che il suo ultimo li­bro stia a confermarla.

Perché mai, ci chiediamo, egli si è risolto, in Curriculum mortis, a com­porre una sorta di antologia, ideale e definitiva, del suo peregrinare nel mondo, a disegnare con le figure della memoria un ritratto, di se stesso? Per­ché questo bisogno di comporre di sua propria mano l’immagine di sé da affi­dare al futuro, questo bisogno di for­nire da solo le prove « autentiche » della sua vita, quasi a sfatare un equi­voco, a correggere un’imprecisione? Il Piovene scrive, in una pagina vera­mente bellissima che accompagna il volume: « Dai viaggi aveva ricavato, oltre gli articoli, i libri che tutti ricor­dano. Ma qui tutto ritorna sotto diver­sa luce. L’osservatorio è posto nell’e­stremo punto di arrivo ».

La morte sarebbe dunque il protago­nista destinato di questo libro? Mi permetterei di non accogliere troppo alla lettera il suggerimento. Lo stesso Piovene aggiunge subito dopo che « bi­sogna guardarsi dal ricondurre il libro a una nuova versione del vanitas vanitatum e a una riscoperta che la vita è cenere. Non fosse che per ragioni stilistiche ». E qui consento senza ri­serve. Io non trovo che in queste pagi­ne sia prevalente il passo d’addio, il presentimento della morte. Piuttosto, il senso di una resa di conti, il bisogno di un ordine, la dura prova di un in­ventario. In altri termini, Emanuelli non intendeva qui, a mio parere, mi­surare né la propria vita né tanto me­no la vita in generale; ma piuttosto, in primo luogo, la resistenza della verità. Non passa in rassegna se stesso e la propria biografia, ma le figure del pro­prio lavoro. E’ per loro che chiede udienza al cospetto del tempo al di là del calendario. Non intende ripetere l’assurda prova fatta da Uno di New York, tornando nella città della giovi­nezza, cioè illudersi di poter rivivere le proprie illusioni, incarnarsi nei propri fantasmi. I brani di vita che racco­glie per il suo autoritratto non li rac­coglie per affidarli alla memoria, ma per strapparli a essa con gesto netto, in qualche modo professionale. La sua non è un’operazione nostalgica e cele­brativa, ma rivendicativa, e per qual­che aspetto polemica.

I personaggi, i luoghi, i libri che impongono il Curriculum, non sono qui radunati come compagni di una sera di malinconia, in un anonimo al­bergo, tra conoscenze di un’ora, da­vanti a un bicchiere di whiski; ma so­no se mai una difesa contro quella malinconia, in nome del loro esistere confitti in una pagina meno effimera di quel convegno in terra d’alienazione. Curriculum mortis non è un libro di rinuncia, ma un appello di superstiti. Vuole rappresentare ciò che è inconsutile in una vita che si consuma.

Noi siamo, certo, turbati dal fatto di avere ricevuto queste pagine (e con questo titolo!) dopo che Emanuelli non era più tra noi. Ma non è necessa­rio fermarsi alla lectio facilior. A me pare legittimo leggerle come pagine di un libro scritto con vitalità piena, che ritorna su un discorso usato e bru­ciante. Alla delusione della vita oppo­ne la resistenza della pagina, matura­ta tra gli ammonimenti del mondo morale: là dove non manca « la sostan­za adatta a raggiungere una qualsiasi validità verso la nostra coscienza e contro il tempo » (per riprendere le sue parole giovanili). Sarei quindi portato a leggere questo libro meno in chiave psicologica e più come profes­sione di fede letteraria.

L’estremo punto di arrivo ove, se­condo il Piovene, è posto l’osservato­rio, può essere, secondo Emanuelli, non la morte, ma la poesia. Anche lo scrittore è un personaggi, natural­mente, ha le sue crisi, la sua parte di viscerale e di straziato: ma lo soccorre un’altra parte di sé, quella che ha ten­tato il viaggio da realtà a verità. E scrive così le sue « occasioni », per usare una parola chiave della cultura entro cui Emanuelli si era formato ed entro cui occorre continuare a leggere quello che ci ha lasciato.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart