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LETTERATURA: 77, LE GAMBE DELLE DONNE. IL MIO COMPLEANNO

14 Gennaio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Quando nel gioco della Tombola esce il numero 77, chi lo ha estratto commenta quasi sempre: “Le gambe delle donne”.

Beh, oggi le gambe delle donne sono con me, e mi tengono allegra compagnia. Compio infatti 77 anni; in verità li compirò stasera alle ore 22, essendo nato in quell’ora in una casa di San Prisco (Caserta), dove attualmente vive la mia cara cugina Maria Merola. Era in tempo di guerra e mia madre (i miei già abitavano a Lucca, mio padre ci venne nel 1930) andò a partorire a casa dei suoi genitori. A quel tempo l’indirizzo era (oggi è cambiato): Via Cavacone, 2.  Ho messo in calce due foto della stanza dove nacqui.

Sono felice della mia vita trascorsa? Ho qualche rimorso? Nessun rimorso, e sono felice, poiché ho accumulato un grosso tesoro, che è quello dell’affetto della mia famiglia: di mia moglie, dei miei tre figli e dei miei cinque nipoti. Senza di loro mi sarei smarrito.

Anche a riguardo della mia passione di scrivere e raccontare sono contento. I miei amici mi perdoneranno se faccio un bilancio delle opere a cui ho affidato  me stesso.

– Per primi  voglio mettere tutti i libri che ho scritto per i ragazzi: “Storie del piccolo Oro”, un bambino eterno inviato sulla Terra per sconfiggere il male; “Il nonno racconta. Lucca. Favole e leggende”; “Le favole di nonno Bart”. Altri racconti sono sparsi in qua e là.

Poi ci sono i romanzi, i racconti e i saggi e questi che seguono sono quelli a cui tengo di più:

– “Lucchesia bella e misteriosa”: raccoglie 50 leggende, molte delle quali sono d’autore, ossia create da me, come dono alla città di Lucca. Un’opera che non ha precedenti. Ringrazio Rugiada Salom Ferretti e la sua squadra di disegnatori, che ne hanno illustrate alcune nei volumi che stanno pubblicando a fumetti sulle leggende lucchesi.

– “Scrittori lucchesi”. Nel prossimo aggiornamento (sarà la terza edizione), una sessantina di autori della nostra provincia saranno presi in considerazione analizzando una o più delle loro opere. Anche questo sarà un lavoro senza precedenti.

– “Narrativa minore sotto il Fascismo”. Una raccolta di saggi (ancora una volta senza precedenti). Vi analizzo le opere di quaranta autori che nell’era fascista ebbero grande successo ed oggi sono praticamente dimenticati.

– “Il Risorgimento visto dal ‘Conciliatore’ toscano del 1849“. Contiene cronache originali del tempo (le possiedo), praticamente rare e forse anche sconosciute. Fa rivivere il Risorgimento come se pure noi fossimo presenti. Cito, solo per fare due esempi, gli avvenimenti che riguardano la caduta della Repubblica romana e gli scontri con i soldati francesi guidati dal generale Oudinot, e il viaggio alla volta dell’esilio a Oporto di Carlo Alberto.

– “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi“. L’unica opera esistente che analizza tutti i romanzi di questo grande scrittore del Novecento.

(Ci sono anche le raccolte di saggi: “Quaranta letture. Percorsi critici nella letteratura italiana contemporanea”; “Quarantatre letture. Il Sud nella letteratura italiana contemporanea”; “Generazioni a confronto nella letteratura italiana”; “Uno sguardo sulla letteratura straniera di ieri e di oggi”; “Letture sparse tra vecchio e nuovo”, vol. primo e vol. secondo).

Di seguito metto alcuni giudizi sulle mie letture espressi via via nel tempo dal grande critico letterario Giorgio Bárberi Squarotti, scomparso nel 2017:

“Carissimo Bartolomeo, hai scritto, questa volta, una quasi completa monografia su Sgorlon: soprattutto il saggio Il trono di legno è esemplare. (Giorgio Bárberi Squarotti, Torino, 9 febbraio 2004)

“Caro Bartolomeo, la tua lettura del romanzo mirabile di Sterne è, come sono, del resto, tutte le tue pagine critiche, intelligente e acuta.” (Giorgio Bárberi Squarotti, Monforte d’Alba, 16 luglio 2004)

“Carissimo Bartolomeo, … Ho letto i tuoi nuovi saggi, molto impegnativi e ardui: quello che dici di Tomasi di Lampedusa, di Silone e di Satta è molto persuasivo e sapientissimo.” (Giorgio Bárberi Squarotti, Torino, 27 novembre 2004)

“Carissimo Bartolomeo, … Insomma, sei sempre più bravo. Sei diventato il migliore lettore-critico della più nuova e antica narrativa del nostro novecento, riproponendo autori dimenticati nel modo più degno. ” (Giorgio Bárberi Squarotti, Monforte d’Alba, 10 luglio 2005)

“Caro Bartolomeo, il tuo saggio su Aracoeli è uno dei più efficaci e persuasivi interventi critici sul romanzo della Morante: è perfettamente equilibrato fra commento e interpretazione nella sua compiutezza e ricchezza di scrittura. (Giorgio Bárberi Squarotti, Torino, 10 febbraio 2006)

“Le tue ‘letture’ di Silvio D’Arzo e di Quarantotti Gambini sono esemplari. Te ne sono grato.” (Giorgio Bárberi Squarotti, Torino, 15 aprile 2006)

“Caro Bartolomeo, la tua lettura di Pizzuto è perfetta per misura, acutezza e verità: Contini e Segre ne furono entusiasti in modo esagerato e un poco grottesco, mentre, a distanza di tempo, tu hai saputo cogliere il significato e i limiti dello scrittore siciliano. Il tuo saggio è fra i migliori che tu abbia scritto.” (Giorgio Bárberi Squarotti, Torino, 24 novembre 2006).

– “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile“, in cui ho mescolato una storia d’amore con la malsana politica degli anni 1995 e 1996. A distanza di così tanti anni, è diventato un documento storico per la precisione dei dati politici ivi contenuti. Oggi i contenuti di molte di quelle mie note sono stati dimenticati dagli storici e solo nel mio libro si possono ritrovare: essi raccontano la verità.

– “Mattia e Eleonora“. Un anziano che ama Lucca scopre una Lucca sotterranea, che ancora vive con il suo fascino immortale. Da questo libro è nata una manifestazione cittadina. Scrivevo il 16 agosto 1999 al Presidente della Cooperativa Turistica Lucchese Massimo Santoni:

“Gentilissimo Dott. Santoni,

Non so se ci conosciamo di persona, ma sento l’obbligo di ringraziarLa per avermi ricordato nella Sua intervista apparsa sotto il titolo “Palazzo Pfanner riaperto parte con il piede giusto” su La Nazione del 15/8.

Ho ricordato più volte nei miei scritti una Lucca medioevale che torna a vivere, in particolare nel mio lungo racconto “Mattia e Eleonora” del 1992, recensito su La Nazione dal compianto Cesare Viviani.

Il fatto che qualcuno, come Lei, sia stato così gentile da ricordarsene, e soprattutto così tenace da realizzare l’idea, mi riempie il cuore di gioia e di riconoscenza.

Buon lavoro, e grazie!

Distinti saluti.”

– “La scampanata“, una storia ambientata a Lucca durante la seconda guerra mondiale, che mette in risalto una usanza praticata nei confronti delle donne che tradivano i mariti in guerra o prigionieri in Germania.

– “Caro Papà, Caro figlio“, una storia d’amore e di altruismo. Un libro che mi ha dato tanta felicità nello scriverlo. Vinse quando era ancora inedito, nell’anno 2000 il 1° premio ex-aequo del 14° Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi”, nella sezione speciale “Omaggio a Carla Gronchi” riservata alle opere di alto contenuto umano e sociale. Questa la motivazione:

È un romanzo che suscita profonda commozione perché riassume l’intimo travaglio di un genitore che dopo avere sempre seguito passo dopo passo il figlio, fino al suo conseguimento della laurea in medicina, se lo vede scomparire improvvisamente e senza alcun motivo apparente per una destinazione sconosciuta.

Arriverà poi, dopo molto tempo, una lettera (“Caro papà”) a chiarire il mistero. Una lettera proveniente da una lontana e semisconosciuta isola del Pacifico, dove il giovane medico si è rifugiato per appagare la sua vocazione: quella di aiutare i deboli, gente abbandonata a se stessa senza alcun aiuto, in condizioni ambientali difficili.

Il padre vince l’intima pena e instaura così un rapporto epistolare con il figlio, confortandolo con la sua comprensione e la sua solidarietà.

Un rapporto che si sviluppa nel segno dell’amore e della confidenza: il giovane conosce una collega, come lui dedicatasi a questa missione umanitaria, e la sposa. La nuova famiglia avrà un figlio, che in seguito il padre spedisce in patria dal nonno, perché lo faccia studiare e lo educhi a quei principi e a quei valori che in passato sono stati ispirati a lui stesso. Un’educazione da portare avanti non in esclusiva, ma alternativamente con la famiglia dei consuoceri, affinché anche quest’ultimi trovino motivo di conforto nella vicinanza del ragazzo, capace di lenire il dolore latente per la figlia lontana e praticamente perduta.

Una storia che si concluderà tragicamente per il medico, vittima della propria missione, ma che non intaccherà il clima di fede e di speranza che l’opera del defunto è stata capace di suscitare.

– “Celeste“. Mia moglie ed io allevammo un rondinina caduta dal nido e, nell’incredulità di alcuni (dicevano che non si può allevare una rondine), riuscimmo a farla volare e a restituirla al suo mondo.

Poi vengono gli otto gialli, usciti raccolti nel titolo “La rabbia degli uomini“, che hanno come affascinante cornice la città di Lucca. Sono stati scritti tutti all’insegna del piacere e del divertimento. Il primo giallo, “Giacomo e Ada”,  lo scrissi nel 1993 e nacquero in quella occasione le figure del commissario Luciano Renzi e del suo assistente Alessandro Jacopetti. Figure che non si dimenticano per la simpatia che da essi emana (scrivevo il 12 aprile 1999: “Quello che, come autore, posso dirvi, e che i miei due personaggi principali, il commissario Luciano Renzi e il collaboratore Alessandro Jacopetti, sono pezzi unici, di cui vado fiero, difficilmente imitabili.“). Ho scoperto solo di recente che qualche anno prima nella celebre serie de “La piovra”, nella quarta, del 1989, dove il commissario Corrado Cattani  (interpretato dall’insuperabile Michele Placido) muore, appare fugacemente un commissario che si presenta con il nome di Renzi (senza alcun prenome). Di questi gialli ho cari: “Le tre sorelle”, “Lo sconosciuto”, “Gigolò”, “Giulia”.

“La rabbia degli uomini” vinse nel 1999 il Primo premio speciale per il romanzo giallo al 13° Concorso letterario internazionale “Giovanni Gronchi”, di Pontedera, con la seguente motivazione:

«Nella quarta di copertina viene posta al lettore una domanda: “Si può scrivere un giallo che abbia la complessità di un romanzo?”. Non abbiamo incertezze a rispondere che Bartolomeo Di Monaco ci ha provato e ci è pienamente riuscito.

Nella scia dei più famosi autori, Di Monaco crea dei tipici personaggi – investigatori come il commissario Luciano Renzi e il suo più stretto collaboratore Jacopetti, con i quali il lettore entra subito in sincronia come se li avesse conosciuti da sempre.

In linea con le esigenze del “giallo”, l’autore riesce a creare suggestive atmosfere, affrontando fra l’altro anche temi di carattere sociale, proiettando addirittura alcune scene nel terzo millennio, e facendosi leggere di un fiato in un emozionante crescendo di emozioni.»

Così ne scrisse la professoressa Giuseppina Luongo Bartolini sulla rivista Sìlarus, n° 212; novembre – dicembre 2000:

(Omissis) Contiene alcune storie e vicende che seguono un percorso indicativamente problematico e portano i titoli de: “Le tre sorelle”; “Lo sconosciuto”; “Gigolò”; “Giacomo e Ada”; “Michele”; “I coniugi Materazzo”; “Giulia”; “L’usuraio”. Comune denominatore, sul piano della scrittura, rimane il gusto della parlata lucchese. Ed un modello ideale di donna “passionale e intrigante”, secondo l’affermazione dello stesso autore, soprattutto “perché tale è il modello di donna che è racchiuso nella mente anche troppo suggestionabile del simpatico Jacopetti”. In realtà, le donne che l’autore, in genere, prende a modello sono Maria ed Esterina, le mogli cioè dei due protagonisti: il commissario Luciano Renzi ed il suo attendente Alessandro Jacopetti.

Inoltre, egli tiene a sottolineare: “come pure un modello positivo è rappresentato dalle loro famiglie”. E non manca di far rilevare al lettore che il “filo rosso” che unisce queste difficili storie è, però, un altro: il disagio sociale ed esistenziale che attraversa il nostro tempo. In effetti, lo stile asciutto ed incisivo di Bartolomeo Di Monaco colpisce per sua aderenza alla realtà del quotidiano. Egli riesce ad inquadrare, con pochi cenni, ambienti e personaggi che assumono la fisionomia della familiarità. D’altra parte, tutto accade, pagina dopo pagina, in quel di Lucchesia. Il fascino della terra toscana a cui l’autore assegna l’omaggio generoso della sua produzione, si dimostra in ogni inquadratura, angolo di mondo, edificio che sarà scena e ribalta di intimidazioni, violenza e fatti di sangue, passione. L’autore chiarisce che ha tentato di avviare un procedimento innovativo all’interno del romanzo “giallo” inserendovi tematiche di ordine sociale ed aprendo ai particolari più caratteristici dell’ambiente in cui si sviluppano le vicende.

Anche l’affinamento stilistico, d’altra parte, risente della maturità raggiunta dall’autore. Le descrizioni centrano i momenti più pregnanti, il dialogo si rapporta al tempo ed al luogo degli incontri e rivela l’abilità dello scrittore di far coincidere fatti e parole, mentre lo scandaglio psicologico si dipana con semplice naturalezza. In queste otto storie, egli vuole offrire al lettore la possibilità di trascorrere, in un crescendo carico d’emozione, otto serate in buona compagnia. E si incontrano, allora, le tre sorelle assassine per amore, la donna di mondo che si adagia, ignara, nei pericoli di un vissuto sconvolto, fratello e consanguinei destinati al delitto. (Omissis).

Ho scritto anche poesie, tra le quali mi piace ricordare: quella dedicata alla mia città e intitolata “Lucca”, e quella dedicata a mia moglie Raffaella, l’amata compagna della mia vita,  intitolata “Tu mi rimproveri”. A riguardo della poesia Lucca, mi scrisse il professor Guglielmo Lera:

Grazie (omissis) per aver dedicato a me ‘Lucca’, poesia non solo traboccante d’amore per la città, ma bella e incisiva nelle sue riflessioni. (omissis)“.

(Lo so, ho composto una specie di “coccodrillo”, chissà perché mi è venuto di farlo).

 

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Bart