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LETTERATURA: A proposito di “Le anime grigie” di P. Claudel…

25 luglio 2008

di Francesco Improta

Innanzitutto tutto vorrei ringraziare Claudio Alberti, amico e collega, per avermi consigliato di leggere “Anime grigie“.

Francia 1917. Una bambina di dieci anni viene trovata morta in un canale. Il romanzo parte come un’indagine poliziesca, ma a mano a mano che la ricostruzione del delitto procede, la narrazione si trasforma e l’obiettivo stesso del narratore cambia completamente: protagonisti diventano l’umanità, la sua sofferenza spesso immedicabile, la desolata solitudine e la precarietà dell’esistenza, tanto più evidente in tempo di guerra. Il confine tra bene e male, amore e odio, pace e guerra diventa sempre più labile ed incerto. I contorni delle cose e dei personaggi si sfumano, e sul dolore degli uomini prevale o meglio sembra prevalere il sentimento antico della pietà, che consola ed accomuna, anche se purtroppo non riscatta. L’io narrante è il poliziotto del villaggio che, a vent’anni di distanza, ricostruisce queste vicende nella speranza di portare ordine, fare luce nella storia e nel suo proprio passato. E scrive, per mantenersi in vita e poter dire la sua verità. Aiutato dai ricordi dei testimoni, lacerato dal rimorso e dal rimpianto, egli ripercorre quei giorni e gli eventi che li hanno preceduti e seguiti: l’orrore insensato della guerra e quei tragici delitti che non trovano spiegazione, che non hanno motivazione in quanto entrambi espressione del lato oscuro degli uomini.

Quella di Philippe Claudel è la seconda rivelazione, dopo Pierre Magnan, di cui sono debitore ad Alberti. Da tempo non leggevo un romanzo così forte, così vero, così sconvolgente. Pochi scrittori, come Claudel, hanno saputo fermare sulla carta la miseria umana, nell’accezione più ampia del termine, con tale efficacia e verità. È una radiografia, meglio ancora una tomografia assiale computerizzata, che ci consente di vedere nel buio e nel vuoto che ogni essere umano si porta dentro, costringendoci a fare i conti con le nostre paure, le nostre fissazioni, i nostri assurdi riti pubblici e privati. L’ambientazione è perfetta; come tutti i narratori francesi, a prescindere dal linguaggio che usano, verbale o visivo (più andavo avanti nella lettura, più mi veniva in mente lo Chabrol di “Il ta­gliagole“), Claudel riesce a descrivere il paesaggio naturale e umano della provincia con delle sciabolate che lasciano il segno. Personaggi come il pro­curatore, il giudice, il generale, l’insegnante o meglio gli insegnanti (bellissima la figura di Il contro che al rumore dei cannnoneggiamenti prima si tura le orecchie, poi si denuda e cantando la marsigliese strappa la bandiera francese e vi piscia sopra), il padre dell’io narrante e il suo nemico storico che si lanciano le pietre tra le rovine e le macerie, in un paese ormai fantasma, come “Ragazzi della via Paal” un po’ cresciuti con “le fronti rugose e le gambe torte“, sono veramente indimenticabili, si appropriano di uno spazio all’interno della nostra mente e del nostro cuore e sarà difficile se non impossibile farli sloggiare. Alcune pagine sono magistrali: le torture inflitte al piccolo contadino bretone, la pietà sincera del gendarme che monta la guardia e le gozzoviglie del giudice e del generale; oppure la perlustrazione del castello da parte dell’io narrante, che, novello Caronte, ci conduce nel regno dei morti, tra le anime grigie, appunto. Lo stesso colpo di scena conclusivo non serve tanto a scioccare lo spettatore quanto a dimostrare l’assurdità, l’insignificanza e l’inutilità della pietà, cristiana o laica che sia. È una straziante sinfonia di morte che inneggia alla morte e che segna il trionfo della stessa: “… difficile, se non impossibile uccidere i morti e… la morte è all’opera in ogni dove“. Il romanzo è anche una riflessione sulla scrittura, non a caso ad un certo punto si legge: “È doloroso scrivere… fa male alla mano e all’anima“, anche se successivamente in un’intervista rilasciata a un giornalista Claudel ha in parte modificato tale affermazione:

La scrittura può essere un modo di trasformare il dolore, di esorcizzarlo. La scrittura somiglia a una cicatrice, è una pelle nuova che del dolore conserva la traccia“.

Per concludere potremmo dire che “Le anime grigie” è un romanzo che induce a riflettere sulla condizione umana, in maniera esplicita, cruda ed essenziale, ri­velando l’angelo e la bestia, come dice B. Pascal, punto di riferimento obbligato per Claudel, che c’è in ognuno di noi, i tratti sublimi e terribili che fanno parte della nostra natura.

 


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