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LETTERATURA: Alì, boma ye!

13 luglio 2009

di Marco Vignolo Gargini

   Il caldo non svapora l’entusiasmante attesa di questa notte africana che ci parla ancora di mani strette nel guanto di pelle della nobile arte del pugilato, e narra la favola dei jab, swing, hook. Stavolta c’è da collocare per sempre nella geografia del mondo un paese quasi sconosciuto, farlo diventare il centro della terra, per una notte mostrarlo come luogo privilegiato prescelto per l’Evento.
   I due duellanti si affrontano e non sono in campo neutro: al favorito viene riservato un trattamento assai freddo, quasi sprezzante, non perché i pronostici sono tutti a suo favore, ma per l’antipatia della sua figura. Chi è dato perdente invece gioca travolto dall’abbraccio d’amore di un popolo che gli grida: «Boma ye!». Lui è il fratello nero che torna dal paese della sopraffazione, sgrana gli occhi e urla come i suoi antenati, ma per dire: «Non mi hanno abbattuto con le loro fruste, non ce l’hanno fatta a degradarmi come fossi l’ultimo degli uomini. Loro hanno fallito l’ennesimo tentativo di ridurmi alla schiavitù. E allora, eccomi. Guardate il mio viso: è bello, si fonde nella notte e splende, penetra con il suo aspetto fiero il buio denso. E il mio corpo è fatto per danzare sotto la luna, per scattare, correre, dimenare armoniosamente le braccia, scacciare gli spiriti maligni quasi a nascondere le loro brutte facce implacabilmente pallide. Io mi batto contro la morte!»
   Inizia la rappresentazione della lotta tra i due “mondi”: il primo nasce a Marshall, nel Texas, e veste i panni dell’ex carpentiere, dell’ex muratore che vince una medaglia d’oro e sventola una piccola bandiera a stelle e strisce rassicurando la classe media, e la sventola alle Olimpiadi di Città del Messico, le Olimpiadi della protesta del Black Power, del capo chino, del pugno chiuso, dei piedi nudi sul podio. Il secondo vede la luce a Louisville, nel Kentucky, sotto le spoglie del figlio di un grafico pubblicitario. È tranquillo, non soffre la fame, ma piange, mio Dio, piange a dirotto perché qualcuno ha rubato la sua bicicletta, il suo orgoglio di bambino di 12 anni. Ma il poliziotto che raccoglie le sue lacrime e la sua denuncia lo prende sotto il braccio e gli suggerisce di difendere ciò che è suo, di difendersi. E sei anni dopo, in mezzo alle architetture che gli architetti non sono riusciti a rovinare, in mezzo alla folla che discende dalla stessa che s’estasiava di fronte al mirmillone, al reziario numida, quel bambino di diciotto anni vendica il furto, l’affronto, con l’oro olimpico.
   I due ori non splendono allo stesso modo: da una parte c’è un brillio più carico, più intenso, più avvolgente che ammalia e seduce, e dall’altra una pesantezza che storna, non incanta, consiglia la diffidenza.
   Si affrontano finalmente. Adesso sono chiamati a rispondere. E il mondo li guarda.
   Il primo atto dello scontro è la danza virile contrapposta alla forza mobile, dall’impatto non armonico. Così la sveltezza dell’agile ballerino è una sintesi di energia, dinamismo e grazia. Impressiona questa provocazione espressiva. Ma la potenza che percuote si lascia sorprendere solo per poco, e reagisce, assale, mette alle corde l’avversario irridente, e lo tempesta con colpi alla figura, replica alle frasi pungolanti e alla morsa degli arti che intrappolano riversando un campionario mostruoso di violenza.
   «Alì, boma ye!»
   «Le sue mani non possono colpire ciò che i suoi occhi non possono vedere» ha affermato il capolavoro umano prima dell’incontro, ma Angelo Dundee ha paura dopo i tre minuti iniziali, trema per le sorti del suo gioiello.
   Il secondo atto è una replica della furia precedente: si rinnova la carica implacabile, assurda, sfibrante al corpo dell’atleta rintanato, addossato alle corde. Dall’angolo gridano «Che fai? Allontanati! Quello ti massacra!», ma il sorriso diventa più potente di questa sconsiderata aggressione fisica, perché sussurra all’avversario «Puoi fare meglio di così», e sa che non è vero. Solo impeto, cieco furore, un jab alla mandibola e altro accanimento. La rabbia è il peggior nemico di chi combatte, essa svuota, rende vulnerabile, mette l’organismo alla mercé del dispendio fisico. 
   «Alì, boma ye!»
   Serpeggia il dubbio. Oscuri pensieri di disfatta e ansia nel timore di sentirsi traditi dalla speranza.
   Il terzo atto riafferma tutto con una variante: adesso l’irruenza dell’attaccante scorge un resistenza inaudita, si direbbe quasi insostenibile. Sembra di pestare un tasto che non riecheggia alcun suono. Il silenzio intontisce e ammonisce. Il texano mena, si agita, e sta a poco a poco scomparendo. Al limite dell’ultima battuta l’incassatore geniale scocca il suo dardo infuocato: è l’avvertimento. Ora si gioca allo scoperto.
   «Alì, boma ye!»
   Drew “Bundini” Brown rinfresca il viso e il torace del suo campione, ascolta Dundee ripetere le stesse frasi, ma non se ne cura più di tanto. Siamo come in un sogno: accada quel che deve accadere, tanto poi ci si sveglia e tutto finisce.
   Il quarto atto ormai è un copione vecchio, logoro, consunto. Balbetta l’attore, dalla sua bocca escono le stesse tirate, stavolta meno appassionate, e tristi. Il buffone sta demolendo il tronfio re a colpi di facezie. Gioca a farsi maltrattare, mortificare, schiacciare. La strategia è chiara: incitare la collera ad esaurire lo spirito e l’intelletto.
   «Alì, boma ye!»
   Sono quasi le 4.30 del mattino e niente sta succedendo. Chi doveva soccombere è ancora lì, gongolante, ghignante. Chi doveva far sfracelli si chiede dov’è andata a finire la vittoria fulminea.
   La quiete.
   Il quinto atto si apre con due minuti di pura offensiva, la medesima, sempre quella. Il sacco penzolante oscilla saldo e assorbe la vitalità del picchiatore. Sono in molti a non realizzare, continuano a berciare preoccupati. Alla fine della frazione un guizzo porta fuori dal buio delle corde l’illuminato: è l’ultimo, generoso monito.
   «Silenzio. So quel che faccio» zittisce il coach che sbraita, e il coach rimbecca: «Sai cosa stai facendo? Ti stai facendo massacrare».
   «Alì, boma ye!»
   Il sesto atto: disperazione di chi non piega il ferro e si ritrova in mano una sbarra di gomma; smarrimento del toro che sbuffa, raspa e mugugna; le punzecchiature stanno facendo male, sono fisiche e morali, ti dicono che l’aria sta per mancarti. Barcolla il colosso, forse ricorda che nessuno su questa terra può resistere in eterno.
   The Rumble in the Jungle, il rombo nella Giungla non si ascolta se non con palpiti interni, ci vorrebbe lo stetoscopio per avvertirlo, ed è la tragedia dell’umanità accorgersi che il suono della vita noi non lo sappiamo udire.
   Il settimo atto pare un riepilogo prima dell’esecuzione. Non c’è più vigore nel duello, solo un vantaggio da parte di chi ha speso meno, pur avendo subito maggiore violenza. E qui è sufficiente accendere una candela per illuminare e illuminarsi, basta una luce tremula di fronte all’oscurità di un impianto che ha consumato tutte le sue riserve energetiche.
   «Alì, boma ye!» 
   Archie Moore è esperto, prevede possibili disgrazie, e consiglia il suo atleta, però viene raggiunto da un oracolo che sentenzia: «Tranquillo, vecchio mio. È tutto finito».
   L’ottavo atto ha gli occhi pesti del furioso che si sbriciola. La forza sprecata vacilla contro la costanza persistente. The Greatest, il più Grande, apre finalmente la porta, esce dalla stanza dov’era rimasto recluso e si lascia trasportare dentro l’altra stanza. Lì c’è il tesoro. Improvvisamente, dopo aver tastato il muro, avanza e sferra due colpi con il destro. Il forziere sente di star per cedere alla precisione del martello, per questo si gira, quasi per fuggire, ma un altro colpo, sinistro, lo immobilizza… Con un gancio destro, con una sintesi di fermezza, immensità e altissimo ingegno, il texano è piegato, abbattuto, e una lenta caduta, un accartocciarsi incredibile, decreta la sua fine. Non si alzerà.
   «Alì, boma ye!»
   E Alì riceve impassibile l’Osanna dei ventimila. Ha vinto.
  

   Kinshasa, Zaire, Stadio 20 maggio, 30 ottobre 1974, ore 4.00 a.m., Muhammad Ali batte George Foreman per K.O all’ottava ripresa e conquista per la seconda volta il titolo di campione del mondo dei pesi massimi.
 

PALMARES DI MUHAMMAD ALI (1960-1981)

 

  1. 29 ottobre 1960 Tunney Hunsaker – Louisville Kentucky V PT 6 
  2. 27 dicembre 1960 Herb Siler – Miami Beach Florida V KO 4
  3. 17 gennaio 1961 Anthony Esperti – Miami Beach Florida V KO 3 
  4. 7 febbraio 1961 Jim Robinson – Miami Beach Florida V KO 1
  5. 21 febbraio 1961 Donnie Fleeman – Miami Beach Florida V KO 7 
  6. 19 aprile 1961 Lamar Clark Louisville Kentucky V KO2
  7. 26 giugno 1961 Duke Sabedong Las Vegas Nevada V PT 10 
  8. 22 luglio 1961 Alonzo Johnson Louisville Kentucky V PT 10
  9. 7 ottobre 1961 Alex Miteff Louisville Kentucky V KO 6 
  10. 29 novembre 1961 Willie Besmanoff Louisville Kentucky V KO 7
  11. 10 febbraio 1962 Sonny Banks New York New York V KO 4 
  12. 28 febbraio 1962 Don Warner Miami Beach Florida V KO 4
  13. 23 aprile 1962 George Logan Los Angeles California V KO 6 
  14. 19 maggio 1962 Billy Daniels New York New York V KO 7  
  15. 20 giugno 1962 Alejandro Lavorante Los Angeles California V KO 5
  16. 15 novembre 1962 Archie Moore Los Angeles California V KO 4
  17. 24 gennaio 1963 Charlie Powell Pittsburgh Pennsylvania V KO 3
  18. 13 marzo 1963 Doug Jones New York New York V PT10 
  19. 18 giugno 1963 Henry Cooper Londra Inghilterra V KO 5 
  20. 25 febbraio 1964 Sonny Liston Miami Beach Florida V KOT 7 TITOLO MONDIALE
  21. 25 maggio 1965 Sonny Liston Lewiston Maine V KO 1 TITOLO MONDIALE
  22. 22 novembre 1965 Floyd Patterson Las Vegas Nevada V KO 12 TITOLO MONDIALE
  23. 29 marzo 1966 George Chuvalo Toronto Canada V PT 15 TITOLO MONDIALE
  24. 21 maggio 1966 Henry Cooper Londra Inghilterra V KO 6 TITOLO MONDIALE
  25. 6 agosto 1966 Brian London Londra Inghilterra V KO 3 TITOLO MONDIALE
  26. 10 settembre 1966 Karl Mildenberger Francoforte Germania V KO 12 TITOLO MONDIALE
  27. 14 novembre 1966 Cleveland Williams Houston Texas V KO 3 TITOLO MONDIALE
  28. 6 febbraio 1967 Ernie Terrell Houston Texas V PT 15 TITOLO MONDIALE
  29. 22 marzo 1967 Zora Folley New York New York V KO 7 TITOLO MONDIALE
  30. 26 ottobre 1970 Jerry Quarry Atlanta Georgia V KO 3
  31. 7 dicembre 1970 Oscar Bonavena New York New York V KO 15 
  32. 8 marzo 1971 Joe Frazier New York New York P PT15 TITOLO MONDIALE
  33. 26 luglio 1971 Jimmy Ellis Houston Texas V KO 12 
  34. 17 novembre 1971 Buster Mathis Houston Texas V PT 12 
  35. 26 dicembre 1971 Jurgen Blin Zurigo Svizzera V KO 7
  36. 1 aprile 1972 Mac Foster Tokyo Giappone V PT 15 
  37. 1 maggio 1972 George Chuvalo Vancouver Canada V PT 12
  38. 27 giugno 1972 Jerry Quarry Las Vegas Nevada V KO 7 
  39. 19 luglio 1972 Alvin Lewis Dublino Irlanda V KO 11
  40. 20 settembre 1972 Floyd Patterson New York New York V KO 8 
  41. 21 novembre 1972 Bob Foster Stateline Nevada V KO 8 
  42. 14 febbraio 1973 Joe Bugner Las Vegas Nevada V PT 12
  43. 31 marzo 1973 Ken Norton San Diego California V KO 12
  44. 10 settembre 1973 Ken Norton Los Angeles California V PT 12
  45. 20 ottobre 1973 Rudy Lubbers Jakarta Indonesia V PT 12
  46. 28 gennaio 1974 Joe Frazier New York New York V PT 12
  47. 30 ottobre 1974 George Foreman Kinshasa Zaire V KO 8 TITOLO MONDIALE
  48. 24 marzo 1975 Chuck Wepner Cleveland Ohio V KO 15 TITOLO MONDIALE
  49. 16 maggio 1975 Ron Lyle Las Vegas Nevada V KO 11 TITOLO MONDIALE
  50. 30 giugno 1975 Joe Bugner Kuala Lumpur Maleysia V PT 15 TITOLO MONDIALE
  51. 1 ottobre 1975 Joe Frazier Quezon City Filippine V KO 14 TITOLO MONDIALE
  52. 20 febbraio 1976 Jean-Pierre Coopman Hato Rey Portorico V KO 5 TITOLO MONDIALE
  53. 30 aprile 1976 Jimmy Young Landover Maryland V PT 15 TITOLO MONDIALE
  54. 24 maggio 1976 Richard Dunn Monaco Germania V KO 5 TITOLO MONDIALE
  55. 28 settembre 1976 Ken Norton New York New York V PT 15 TITOLO MONDIALE
  56. 16 maggio 1977 Alfredo Evangelista Landover Maryland V PT 15 TITOLO MONDIALE
  57. 29 settembre 1977 Earnie Shavers New York New York V PT 15 TITOLO MONDIALE
  58. 15 febbraio 1978 Leon Spinks Las Vegas Nevada P PT15 TITOLO MONDIALE
  59. 15 settembre 1978 Leon Spinks New Orleans Louisiana V PT 15 TITOLO MONDIALE
  60. 2 ottobre 1980 Larry Holmes Las Vegas Nevada KO 11 TITOLO MONDIALE
  61. 11 dicembre 1981 Trevor Berbick Nassau Bahamas V PT 10

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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Alì, boma ye! — 13 luglio 2009 @ 17:41

    […] Continua Articolo Originale:  Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Alì, boma ye! […]

  2. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 13 luglio 2009 @ 22:31

    Riemerge vivido uno degli incontri di pugilato più entusiasmanti, che ci riporta due atleti di grandissima levatura. Uno, forse, il più grande di tutti i tempi, per l’immensa classe e la potente eleganza del suo combattere. Si rivive, quasi vedendolo ed assaporandolo, quel momento di grande pugilato, attraverso un linguaggio sostenuto, vibrante, “implacabile”. L’incalzo espressivo ben testimonia il dualismo tra i diversi modi di combattere e la dicotomia esistenziale tra i protagonisti. Nel serrato procedere dell’incontro, affiorano sentiti i momenti trascorsi, che hanno portato i due contendenti a percorrere sentieri diversi, diverse realtà oggettive di formazione. Si manifesta, nella spettacolarità di un grande momento sportivo, una raffigurazione profonda dell’essere, che ha caratterizzato i protagonisti, in modo particolare il più grande, come a sostenere un riscatto meritato
    Gian Gabriele Benedetti

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart