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LETTERATURA: Antonio Beltramelli: “L’ombra del mandorlo”, 1923

8 Giugno 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Dopo la Grande Guerra, Giorgio Randa, trentadue anni, si era ritirato a vita solitaria in una casa sul monte, presso l’Alpe di San Pellegrino. Aveva trascorso giorni di solitudine per dimenticare il mondo, ma ora – non erano trascorsi che due mesi – si era stancato. Lo avevano preso la malinconia e il desiderio di non essere più solo. Dall’incipit si capisce che ci troviamo davanti ad un autore figlio del tempo: “Ora la solitudine del monte non gli aveva dato riposo nessuno, e tutto ciò ch’egli si era ripromesso della calma di una vita ritirata fra le selve e le fonti, non aveva ottenuto.”. Un incipit sotto tono, almeno agli occhi di un lettore di oggi.

Il libro che ho sottomano ha, su una di quelle pagine grosse e spugnose che caratterizzavano le edizioni di allora, la firma autografa forse del suo primo proprietario, una donna, Maria Giordano, e porta, sotto il nome e sempre autografa, anche la data, 1 marzo 1927. Mi sono domandato che sensazione la occupasse durante la lettura. Prendono posto nella mia fantasia le donne di quegli anni in cerca ansiosa di un sentimento che facesse dimenticare i dolori della guerra. Forse questa letteratura sognatrice e malinconica ha un debito con essa; è il compenso per un mondo di affetti frantumato dai suoi rumori e dai suoi lutti. C’era da far fronte ad un dopo guerra che “non era né felicità né riposo, ma turbamento e minaccia.”.

Giorgio riceve dall’amico Alfredo Didimo una lettera e parte per la Tunisia, “terra dei palmizi, delle moschee e del segreto islamico”. A Tunisi vive una ragazza di cui tutti sono innamorati, Frek-el-luz, che significa il cuore della mandorla. È una donna perduta; al momento è l’amante di Alfredo.

È, questo, un altro romanzo ambientato fuori dell’Italia, intriso di esotismo che in quegli anni attraeva e faceva sognare. Giorgio si prova ad immergersi in quel mondo per ritornare a vivere: “Egli sarebbe entrato nel giardino dell’Oriente come un neofita.”. Ne subisce il fascino e il suo ingresso nella casa della ragazza è descritto con scrittura fascinosa e sensuale, che pare aver mutato strada da quell’avvio, ed ora si sia voltata a spargere intorno profumi e colori di un mondo tanto diverso da quello occidentale, ricco di suggestioni e segreti: “Troppo era già il profumo nella tepida stanza e uno stanco languore teneva i sensi raccolti nel desiderio di una voluttuosa dimenticanza. L’essere si svuotava di ogni altra volontà che non fosse la più prossima e la più intensa.”. Significativa la danza di Frek-el-luz descritta nel capitolo III: “Solo il capo restava perfettamente immobile e in ciò consisteva sopratutto, secondo il gusto orientale, la sua sapienza di danzatrice. S’ella avesse avuto un bicchiere ricolmo d’acqua, sul capo, non ne sarebbe uscita stilla, sebbene le anche, le reni, il ventre di lei, si contorcessero a richiamare le immagini più lubriche; ad eccitare la concupiscenza più forsennata.”.

A Giorgio, l’amico Alfredo ha destinato Ambretta, “fanciulla esile e gentile”, di vent’anni, dal passo molle e dinoccolato, originaria dell’isola di Madera. Nella descrizione che viene fatta di lei, noi scopriamo una qualità dell’autore: quella di porsi di fronte ad essa come un pittore si pone davanti alla tavolozza, facendo emergere con graduali e minuti segni il ritratto. La descrizione di Salah ben es Sa’ad, un cencioso pellegrino che cammina “appoggiandosi alla sua lunga asta.”, può essere presa ad esempio. Ne diamo uno stralcio: “Era scalzo, aveva ignude le magrissime braccia e, sulla testa, solamente i suoi lunghi capelli lanosi e scarruffati i quali, per non aver mai saputo l’orma del pettine né l’ombra dell’acqua, si eran ridotti ad una ripugnante immondizia e, ritti come lische, o avvolti come serpentelli, ospitavano, nei loro fortilizi, una numerosissima colonia di pidocchi.”. Ancora: “spettrale. Le braccia ridotte al nodo del gomito; la pelle che s’incavernava e si aggrinziva sul crudo ossame; orrende le ginocchia sulle gambe scarnite; i piedi enormi.”. Sono, queste, qualità indubbie di Beltramelli che lo avrebbero reso miglior narratore se fosse vissuto lontano dalle atmosfere sentimentali e decadenti del tempo. Quando fa il ritratto della madre di Ambretta, donna Cristina Ramòn y Galdi, “Cattolicissima e osservante fino allo scrupolo.”, il pensiero va a donna Prassede del Manzoni. E il marito don Vincenzo, succube “della matrona imperante”, ci ricorda don Ferrante: “Egli sentiva e sopportava la vastità morale e materiale della sua legittima nonché cattolicissima consorte. Lasciava fare. Bisognava vivere.”. Sicuramente Beltramelli sa di questa dipendenza e vi si cimenta con un certo gusto.

Veniamo a sapere che donna Cristina aveva destinato Ambretta al convento, ma la figlia si era ribellata, non avendone la vocazione. Così questa giovane si affaccia al mondo piena di desiderio e di curiosità. Si cerca di darle marito, ma lei vuol fare di testa sua, dimostrando di avere mantenuto il suo carattere ribelle che aveva da bambina. Il promesso sposo, un cugino (“Pepé Ramòm y Escudo, barone o baronetto”), se ne ritornerà a casa scornato: “Donna Cristina, quel giorno, diminuì di tre chilogrammi.”. Ambretta si era dimostrata “più forte della madre.”. S’innamora invece di Giorgio: “raggiunsero gli ultimi confini della vita.”. Questa sfida tra Ambretta (“Ella non era e non sarebbe stata mai disposta a farsi mercanteggiare come una cosa.”), e sua madre offre l’opportunità all’autore di mettere in risalto e sotto critica la situazione di una giovane che, a differenza dei maschi, doveva in tutto e per tutto soggiacere alla volontà della famiglia: “Così si tramanda l’onore di letto in letto, per la legge e il buon costume, poco importando che una povera anima muoia, che, una giovinezza sfiorisca in uno sterquilinio, che, del più sacro diritto di una creatura, si faccia strame, in un catro, al sonno di un qualsiasi porco.”. E anche per quanto riguarda Iddio fa un’affermazione forte per quel tempo: “Iddio è una forza e una volontà. Il Vangelo di ciò che Egli voglia o non voglia, non l’ha dettato a nessuno.”. Il romanzo sempre più si rivela ispirato dal concetto di emancipazione, non solo della donna, ma anche di altro, come ad esempio, delle consuetudini e credenze religiose: “Prima che ne avesser fatto mercato, voleva esser compiuta nell’uomo prescelto. Ben sapeva che il darsi all’amore, così, voleva dire aver varcata la tradizione millenne, essersi posta a un terribile sbaraglio, date le idee dell’ambiente nel quale era cresciuta e viveva.”. L’influsso dannunziano è evidente e si ha perfino la sensazione che Beltramelli spinga per andare oltre, allorché, ad esempio, indugia sull’offerta che fa di sé Ambretta all’amato Giorgio. E dopo: “Risero, corsero. Non erano stati mai tanto vicini; non mai così fanciulli, né una tenerezza maggiore era sorta mai fra di loro.”. Pur in mezzo a queste arditezze per il tempo in cui furono scritte, e ciò nonostante, famiglia e madre sono anche da questo autore venerati come fondamentali per il bene della società, di cui restano il fulcro. A proposito delle madri scrive: “Avevano imparato, da giovinette, a sorridere, a sopportare, a perdonare e questo fecero poi che furono nonne; fin che se ne ritornarono a Iddio benedicendo.”.

La figura di Ambretta cresce sempre più: “ella appariva diversa, rompeva o conchiudeva un ciclo, si manifestava come una individualità distinta.”; “Conveniva stroncare l’impaccio della consuetudine; la pastoia della tradizione.”.

Lo scontro violento con la madre, il confronto di due volontà forti e la sua resistenza, divengono temi centrali e universali. Nemmeno si pensa più al teatro della azioni, a quella bianca Tunisi dove vivono i personaggi; un tale scontro appartiene alla vita ovunque essa si batta per affermarsi. La storia è anche la celebrazione dell’amore, quello non convenzionale imposto dalle “consuete volgarità della supina tradizione”, sibbene quello autentico e spontaneo che nasce fra due anime che coltivino, come direbbe Goethe, le stesse affinità elettive: “Egli arriva dal silenzio, in qualche secreta ora del mondo, ed ha il suo profondo pudore.”. È lo stesso amore che a conclusione del romanzo compirà il miracolo: “Tu sei bianca ma bella, giovinezza d’amore! E ritorni!… E ritorni!…”.


Letto 129 volte.


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Bart