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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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LETTERATURA: Bartolomeo Di Monaco: L’ex bancario che nei libri cerca il mondo

8 aprile 2018

di Flavia Piccinni
(da “Il Tirreno”, domenica 8 aprile 2018)

Dopo aver incontrato Bartolomeo Di Monaco, un ripiano della libreria nel mio studio è dedicato esclusivamente ai suoi libri. Quest’uomo dall’aria gentile è infatti autore di svariati volumi, tutti accomunati da uno sguardo originale e netto sulla realtà, e più spesso sulla letteratura. Una carrellata di volumi dalle copertine chiare, che affrontano la vita come se fosse una lettura o, piuttosto, un romanzo. E “La scampanata” – pubblicato da Marco Valerio nel 2003, pp. 140, ambientato a Lucca – è forse una sintesi azzardata, della vita stessa di quest’uomo che alla letteratura ha dedicato la sua vita: un intreccio fra la “Storia degli uomini tutti, e quella minima e atroce che si accanisce su tutti noi”.

Non mi sorprende affatto, dunque, che Di Monaco per raccontarmi della sua vita risponda così: «Cito – mi racconta – da un mio lavoro, Omaggio a San Prisco. “Sono venuto al mondo in un piccolo paese vicino a Caserta: San Prisco.

Quando nacqui, i miei genitori vivevano già a Lucca; mio padre vi era arrivato nel 1930, prendendovi la cittadinanza esattamente il 29 ottobre di quello stesso anno. Si sposò con mia madre il 17 aprile 1939 e a Lucca nacque il primogenito Giuseppe nel maggio del 1940, come pure il terzogenito Mario, nel marzo del 1946. Io sono il mediano, nato nel 1942.

Era di gennaio, un freddo gennaio, e mia madre si trovava a San Prisco, dove si era trasferita sin dai primi di dicembre per partorire me presso la sua mamma Maria – essendo in tempo di guerra. Nacqui il 14 di quel mese gelido nella casa dei miei nonni materni. Dopo 40 giorni mia madre fece ritorno a Lucca in treno. Con me erano anche mio padre e mio fratello Giuseppe”. Dunque sono lucchese, anche se resto legato al Sud, da cui provengono i miei genitori. Ho studiato ragioneria presso l’Istituto Tecnico Francesco Carrara, che a quel tempo aveva sede in Via Fillungo, e mi sono diplomato nel 1961. Ho lavorato in banca, presso la Cassa di Risparmio di Lucca, ma sin da giovane ho cominciato ad amare i libri».

Il suo primo ricordo è legato alle favole di Andersen («un mondo che si apre e non ha re­gole e confini»), mentre l’ulti­mo a “L’Angelo del Liponard” di Mario Tobino («La sua scrittura  così piena di anacoluti e di invenzioni sintattiche, mi fece capire che un autore può avere una sua personale visione del­la scrittura e attraverso di essa esprimersi al meglio») e a “Il trono di legno” di Carlo Sgorlon («gli ho dedicato un libro, la vedova per ringraziarmi mi ha inviato un romanzo del ma­rito in cinese»). Nei libri Di Mo­naco cerca il disvelamento di «un mondo tutto da scoprire e ricco di sorprese». Un mondo che lui prova a penetrare e che nelle sue recensioni-letture cerca di svelare.

«Voglio andare contro un metodo cristallizzato di fare critica letteraria. Spesso al lettore sfugge il contenuto della storia raccontata, e io cero di accompagnarlo secondo il mio stile». Uno stile che ha avuto il placet di grandi nomi, come Giorgio Bárberi Squarotti, no­to studioso di letteratura italia­na. Di Monaco a Lucca ha dedi­cato molte attenzioni, dall’o­monima poesia al libro “Scritto­ri Lucchesi” (Tra le righe libri, 2016), a “Lucchesia bella e mi­steriosa. Favole e leggende”, uscito per la prima volta nel 2007 e di prossima edizione per Maria Pacini Fazzi. «Lucca – mi spiega – è una città non so­lo di musicisti, ma anche di scrittori. Penso a Fabio Geno­vesi, Giampaolo Simi, ma an­che Francesca Duranti e Pia Pe­ra, prematuramente scompar­sa. Penso a Vincenzo Pardini, che unisce alla sua innata bra­vura anche le stigmate della nostra terra, ed è modesto, per niente attratto dal successo, conduce una vita riservata, lon­tano dalle mode e dal chiasso cortigianesco».

I tratti distintivi della lettera­tura lucchese diventano «l’a­more, la raffinatezza romanti­ca verso la natura, verso gli ani­mali, la dissacrazione, il giallo, il gioco e lo sberleffo, l’indagi­ne sociale. Non ci manca nulla: e ciò denota la fertilità di que­sta terra che sa dare ispirazio­ne, volontà, forza, resistenza, ostinazione e coraggio». E Di Monaco Lucca, e l’entroterra, lo conosce benissimo: «L’ho scorrazzato in lungo e in largo, dedicandogli otto gialli. La veri­tà è che senza Lucca, non avrei potuto scrivere nulla. Lucca è sempre cornice e ad un tempo cuore di tutto il mio lavoro».

Di Lucca ama soprattutto le Mura («chi vi passeggia ne vie­ne stregato»), le strade strette e le piazze. «Eppure – continua – mi piacerebbe che la città e la periferia fossero più sicure e più pulite. L’immondizia ab­bandonata non si può tollera­re. Non può essere solo il citta­dino a segnalare, dovrebbero esserci delle figure preposte al controllo. Spesso poi, quando il cittadino evidenzia i proble­mi, non viene esaudito e perde solo tempo e pazienza. Manca poi un serio controllo del terri­torio. I ladri si muovono con sfrontatezza, certi di farla fran­ca. Ormai si è tracciata una li­nea di divisione piuttosto netta tra il passato e il presente. La ri­servatezza tradizionale, la gelo­sa intimità se ne sono andate fuori dalle Mura, forse per sem­pre. Non so dire se sia un bene o un male. Sono arrivato a 76 anni e sono condizionato dalla nostalgia. Vorrei tuttavia che ai giovani fosse ricordato il passa­to, che è stato suggestivo e no­bile. Spero di vedere in futuro una Lucca pulita e sicura. Mi addolora quando vedo che l’in­curia e l’inerzia contaminano la sua bellezza e il suo fascino»

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Di seguito l’intervista originale, che per ragioni di spazio Flavia Piccinni ha dovuto riassumere (con bravura):

Intervista a Bartolomeo Di Monaco, a cura di Flavia Piccinni (29 marzo 2018)

 

Mi racconti sinteticamente la tua formazione e vita (dove hai vissuto, studio, luoghi, ecc.)

Cito da un mio racconto, “Omaggio a San Prisco”: “Sono venuto al mondo in un piccolo paese vicino a Caserta: San Prisco. Quando nacqui, i miei genitori vivevano già a Lucca;  mio padre vi era arrivato nel 1930, prendendovi la cittadinanza esattamente il 29 ottobre di quello stesso anno. Si sposò con mia madre il 17 aprile 1939 e a Lucca nacque il primogenito Giuseppe nel maggio del 1940, come pure il terzogenito Mario, nel marzo del 1946. Io sono il mediano, nato nel 1942. Era di gennaio, un freddo gennaio, e mia madre si trovava a San Prisco, dove si era trasferita sin dai primi di dicembre per partorire me presso la sua mamma Maria – essendo in tempo di guerra. Nacqui il 14 di quel mese gelido nella casa dei miei nonni materni. Dopo 40 giorni mia madre fece ritorno a Lucca in treno. Con me erano anche mio padre e mio fratello Giuseppe”.

Dunque sono lucchese, anche se resto legato al Sud, da cui provengono i miei genitori. Ho studiato ragioneria presso l’Istituto Tecnico “Francesco Carrara”, che a quel tempo aveva sede in Via Fillungo, e mi sono diplomato nel 1961. Ho lavorato in banca, presso la Cassa di Risparmio di Lucca.

Quando hai cominciato ad amare i libri?

Sin da giovane. Di solito succede così a chi poi si mette a scrivere. La lettura di romanzi spinge a scriverne, o a tentare di scriverne. Ho ancora gli scritti adolescenziali che componevo a lapis su quaderni a righe con la copertina nera. Non c’erano le copertine lussureggianti di oggi.

Qual è il primo ricordo legato ai libri che hai?

Le favole di Andersen. Le favole mi hanno sempre affascinato. È un mondo che si apre e non ha regole e confini. La fantasia vi corre spensierata. Ho scritto molte favole nella mia vita. Dieci di esse sono uscite prima di Natale per l’editore lucchese Tra le righe libri: “Le favole di nonno Bart”.

E l’ultimo?

Intanto devo dire che un libro che ha segnato il mio modo di scrivere è stato “L’Angelo del Liponard” di Mario Tobino. La scrittura di Tobino, così piena di anacoluti e di invenzioni sintattiche, mi fece capire che un autore può avere una sua personale visione della scrittura e attraverso di essa esprimersi al meglio. Più tardi scoprirò anche la efficace sobrietà stilistica di Remo Teglia, il narratore altopascese (medico come Tobino), del quale scrissi su Nuovi Argomenti, n. 34 del 2006, l’ultimo uscito sotto la direzione di Enzo Siciliano. Ma il ricordo più vivo di un libro che mi colpì ed è rimasto nella mia mente riguarda “Il trono di legno” di Carlo Sgorlon, che considero uno dei più grandi narratori del Novecento. Ho letto tutti i suoi romanzi e gli ho dedicato un libro in cui li prendo in esame, nel mio consueto stile di lettura-recensione. È intitolato: “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi”, edito nel 2015 da Marcovalerio, Torino. È un libro che non ha precedenti. Per ringraziarmi, la vedova di Sgorlon, la Sig. Edda Agarinis, mi inviò in regalo il romanzo del marito “Il filo di seta” tradotto in cinese.

Cosa cerchi in un libro?

Mi avvalgo della mia esperienza (modesta) di narratore. Scrivendo alcuni dei miei romanzi, mi sono potuto rendere conto che all’autore si aprono, non previsti, percorsi che si trova costretto a frequentare, illuminati da una ispirazione improvvisa, i quali ne interrompono altri intrapresi o vi si intrecciano. Ossia: quando si inizia a scrivere un romanzo ci si avventura in un mondo tutto da scoprire e ricco di sorprese. Ebbene, è questo mondo che provo a penetrare e che nelle mie recessioni-letture cerco di svelare al lettore.

Lucca ti ha mai ispirato?

A Lucca ho dedicato una poesia: “Lucca”, che il compianto professor Guglielmo Lera considerò tra le più belle che avesse letto dedicate alla città. Gli chiesi se potevo dedicargliela e, datomi il suo consenso, così feci. Posso dire che Lucca, di cui conosco ogni angolo e ogni segreto avendola scorrazzata in lungo e in largo nel corso della mia infanzia, adolescenza e giovinezza (vi ho vissuto i miei primi ventotto anni), è la costante ispiratrice del mio lavoro. Ho scritto otto gialli (sono stato, credo, il primo a scriverne ambientati nella città) che hanno per protagonista il commissario Luciano Renzi (a quel tempo mi era sconosciuto il politico Renzi) insieme con il suo collaboratore Alessandro Jacopetti. Sono gialli anche divertenti, un po’ alla maniera dell’ispettore Jacques Clouseau, creato dalla fantasia del regista Blake Edwards. Uno dei mie romanzi a cui più tengo, “La scampanata”, del 2003 (Marcovalerio editore), che dagli amici Mauro Cristofani e Alessandro Scarpellini è stato trasformato anche in testo teatrale, è ambientato a Lucca, nel tempo dell’ultima guerra mondiale, come l’altro “Cara Anna”, del 1996 (riedito da Tra le righe libri nel 2015). Così pure “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”, del 2001, un robusto romanzo, in cui è inserita la cronaca politica dei tempi del governo Dini, che addirittura è ambientato a Montuolo, il paese in cui vivo. A Montuolo è ambientato anche il giallo “Le tre sorelle”. Un romanzo che, a mio avviso, meriterebbe di essere conosciuto è “Caro papà, Caro figlio”, del 2002 (Prospettiva Editrice), che narra di una famiglia della campagna lucchese che non sa dove si trovi il figlio andato lontano, il quale un giorno manda ai genitori il proprio, Anthony, affinché sia educato da loro. Vi è espressa una filosofia di vita che amo, e una dedizione al prossimo che desidererei fosse patrimonio di ciascuno di noi. Un giorno ricevetti una lettera da una insegnante inglese, Giorgia Aitken, la quale, a proposito di “Caro papà, Caro figlio”, mi scriveva: “penso sarà onorato di sapere che il Suo racconto viene utilizzato come testo di lettura e di esercitazione di lingua italiana in Inghilterra”.

Senza Lucca, non avrei potuto scrivere nulla. Lucca è sempre cornice e ad un tempo cuore di tutto il mio lavoro. Credo che mi scorra nel sangue come linfa munifica, che si è congiunta al sangue meridionale dei miei genitori. Lo ritengo un connubio fortunato.

Quali sono le cose che ti piacciono di Lucca?

Le Mura. Non c’è dubbio che sono il simbolo della città, che è sempre stata raccolta, intima. Non ne esistono eguali al mondo. Chi vi passeggia ne viene stregato. La poesia “Lucca”, che ho ricordato, ne parla sin dal principio. Poi le sue strade strette e le sue piccole piazze. In uno dei miei primi romanzi, “Mattia e Eleonora”, uscito con Maria Pacini Fazzi nel 1992, ho immaginato una Lucca sotterranea, che conserva personaggi e monumenti che furono del passato. Lucca, perciò, per quanto mi riguarda, è immortale, eterna. Nulla si consuma, ma se ne va a vivere nella città sotterranea. Dentro le Mura è difficile scegliere che cosa piaccia di più. Lucca è un unicum, un gioiello in cui sono incastonate gemme preziose. È il tutto che genera la sua rara e splendida bellezza.

Quali le cose che le rimproveri?

Mi piacerebbe che la città e la periferia fossero  più pulite. Mi è capitato di portare alcuni miei parenti venuti da Londra nella sortita del baluardo Santa Croce. Quando siamo usciti nel prato che si collega alla piattaforma di San Frediano, nel fossato che scorre lungo lo zoccolo delle Mura abbiamo visto tre sedie di plastica gettate come immondizia. Mia moglie ed io, davanti ai nostri parenti meravigliati, abbiamo provato una grande vergogna. Così succede nella periferia. Nel mio paese di Montuolo non mancano mai sacchetti di immondizia abbandonati ai margini della strada. Restano lì a macerare. Nessuno se ne occupa. I cittadini protestano, ma sono poco ascoltati. Su Facebook ho letto delle proteste che alcuni muovono all’Amministrazione comunale. Sono d’accordo con loro. Il problema è serio. Il Comune o il Sistema Ambiente dovrebbero affidare ad una persona l’incarico di fare periodicamente un giro nella città (comprese le sortite dei baluardi) e in periferia a vigilare e segnalare laddove sia necessario intervenire per eliminare la sporcizia, causata dall’inciviltà di alcuni. Non può essere solo il cittadino a segnalare. Spesso, quando lo fa, non viene esaudito e perde solo tempo e pazienza. Ci deve essere una struttura pubblica che si assuma questo incarico per il bene della città. E poi c’è l’altro grande problema: i furti, diventati pressoché quotidiani. I ladri si muovo con sfrontatezza, certi di farla franca. Manca un serio controllo del territorio. Spero di vedere in futuro una Lucca pulita e sicura. È una città che amo e che ha visto svolgersi i momenti più belli della mia vita. Mi addolora quando vedo che l’incuria e l’inerzia contaminano la sua bellezza e il suo fascino.

Quali sono i tuoi nuovi progetti? 

Dopo il libro uscito in questi giorni, “Narrativa minore sotto il Fascismo” (lo si può acquistare solo on line presso marcovalerio.it), attendo che l’editore Maria Pacini Fazzi pubblichi l’aggiornamento, con undici leggende in più, del volume “Lucchesia bella e misteriosa. Favole e leggende”, uscito per la prima volta nel 2007. Ho già consegnato il dattiloscritto e so che ci stanno lavorando. Si tratta di una raccolta di leggende, alcune appartenenti alla tradizione e alcune cosiddette di autore, ossia create da me “alla maniera di Michelangelo”. Si sa che Michelangelo affermava che il suo compito era semplicemente quello di estrarre dal marmo la scultura che già vi era contenuta. Accade anche a me di vedere un monumento, un paesaggio, un oggetto, una figura umana, e leggervi la leggenda che vi è impressa. Non so come questo fenomeno mi appartenga, ma è così. Faccio un esempio. Alcuni anni fa a casa mia degli operari stavano costruendo la grande pergola che, coperta di glicini, fa bella mostra di sé in primavera. Uno di questi mi parlò della Torre Sandonnini, a Parezzana, Mi incuriosì e andai a vederla. La guardai, ammirai quelle sue finestrelle e i prati che le stavano attorno e avvertii dentro di me la leggenda, che tradussi poi con il titolo: “Parezzana e la Torre Sandonnini”. Così è stato per le altre. È qualcosa di magico che accade. Una visione ed una immaginazione che si accompagnano ad una felicità indescrivibile.

Hai scritto molti libri di “letture sparse”. Ecco, c’è un autore che avevi letto e di cui avevi intravisto il grande successo?

Mi viene in mente Teresa Ciabatti. Tutti si erano scagliati contro il suo libro di esordio pubblicato da Einaudi: “Adelmo, torna da me”, del 2002. A me era parso un buon libro e ne scrissi, difendendolo. L’autrice mi ringraziò e invitò me e mia moglie alla prima del film che, qualche tempo dopo, ne fu tratto. Non andai a causa della mia pigrizia e del mio essere restìo ad uscire dal mio mondo casalingo. Teresa Ciabatti mi aveva scritto: “Caro e gentile Bartolomeo, ho letto la recensione che lei ha fatto sul mio libro. Cosa dire? sono profondamente commossa. Ha detto delle cose meravigliose che terrò sempre nel cuore”. Anche Eraldo Baldini mi scrisse: ” Caro Bart, ho trovato la tua bella recensione di “Gotico rurale”. Come sempre sei stato molto gentile nei miei confronti (omissis). Grazie anche di aver recensito il libro della mia simpaticissima amica Teresa Ciabatti, che ha avuto pessima critica, ma che anche a me è piaciuto molto”.

Cosa caratterizza “le letture di Bart”?

Quando Giulio Mozzi (per me, tra i viventi, l’autore di racconti più importante della nostra letteratura insieme con il nostro amatissimo Vincenzo Pardini) mi offrì uno spazio sulla sua rivista on line “Vibrisse” (tuttora attiva), ci furono delle osservazioni sul mio modo di affrontare la lettura del romanzo. Intendevo andare contro un metodo cristallizzato di fare critica letteraria. Quando ne leggevo, mi rendevo conto che si scriveva di tante cose ma sfuggiva al lettore il contenuto della storia raccontata. Quella recensione poteva essere trasferita, cioè, con qualche accomodamento, anche ad un altro romanzo. Invece desideravo che essa fosse carne della carne di quel preciso romanzo e il lettore la ricevesse e la imprimesse nella sua memoria come tale. Finalmente si cominciò a capire. Gaetano Cappelli, che ha pubblicato con Mondadori quel meraviglioso romanzo “Parenti lontani”, e che oggi pubblica con Marsilio, mi scrisse: “In effetti, caro Bart, georgia ha ragione. Mi pare tu abbia proprio inventato un nuovo genere di critica. Qualcosa che è di più di una recensione e che porta il lettore per mano nella conoscenza di un libro e magari di uno scrittore”. Del resto in tutti questi anni, a partire dal duemila, quando mi giunse una sua lettera inaspettata, ho avuto come guida il professor Giorgio Bárberi Squarotti, morto nella primavera del 2017. Ho scambiato con lui in questi diciassette anni, almeno un centinaio di lettere in cui mi dava consigli, anche di letture interessanti e giovevoli, e mi faceva confidenze su certi autori. Bàrberi Squarotti è stato uno dei maggiori studiosi della letteratura italiana, ha scritto così tanti mai saggi fondamentali che si ha difficoltà a enumerarli. L’ultimo suo libro è uscito poche settimane prima della morte, ed è intitolato: “Il cannocchiale barocco” edito per i tipi del mio stesso editore Marcovalerio di Torino. Una volta mi scrisse: “Caro Bartolomeo, il tuo saggio su Aracoeli è uno dei più efficaci e persuasivi interventi critici sul romanzo della Morante: è perfettamente equilibrato fra commento e interpretazione nella sua compiutezza e ricchezza di scrittura”. In un’altra lettera mi stupì con questa affermazione, che, ovviamente, mi fece piacere: ” Caro Bartolomeo, la tua lettura di Pizzuto è perfetta per misura, acutezza e verità: Contini e Segre ne furono entusiasti in modo esagerato e un poco grottesco, mentre, a distanza di tempo, tu hai saputo cogliere il significato e i limiti dello scrittore siciliano”. Giorgio Bárberi Squarotti mi onorò anche di una sua testimonianza sul mio lavoro, che si trova in apertura del mio libro “Letture sparse”, volume secondo, in cui si legge: “Le “letture” di Di Monaco sono sempre esatte, cordiali, sicure, maestrevoli. Sono la vera dimostrazione del significato e del valore della narrativa di centotrent’anni almeno. È una lezione mirabile, anche perché queste “letture” sono sempre animate, virali, fervorose, pronte, e mai danno il senso della ricapitolazione o dei monumenti funebri. Anzi, siamo di fronte a una lunga sequenza di esplosioni di vita”.

Altre personalità a cui devo molto sono lo scrittore lucchese Vincenzo Pardini, che reputo un grande scrittore che meriterebbe di essere meglio conosciuto, e il professor Antonio Romiti, che mi incoraggiò quando muovevo i primi passi.

Come racconteresti i cambiamenti dell’attività letteraria e culturale a Lucca?

Nella mia raccolta “Scrittori Lucchesi”, edita da Tra le righe libri nel 2016 (un aggiornamento di “Leggiamo insieme gli scrittori lucchesi”, uscito con Maria Pacini Fazzi nel 2008) ho scritto che Lucca è conosciuta quale città della musica grazie alla fama mondiale di Giacomo Puccini (Puccini è conosciuto più di Dante: tanti conoscono Puccini e non Dante ma chi conosce Dante conosce anche Puccini), però è anche una città di scrittori, alcuni di fama nazionale e fondatori di riviste prestigiose come Arrigo Benedetti (“L’Europeo” ed altre), Umberto Fracchia (“La fiera letteraria”), Mario Pannunzio (“Il Mondo”). Un tempo il professor Felice Del Beccaro, che insegnò alla Sorbona di Parigi, fondò e diresse (poi con Mario Tobino e Arrigo Benedetti) una rivista prestigiosa, “Rassegna lucchese”, e si avvalse di collaboratori insigni, soprattutto francesi ma pure di altre nazionalità. Ospitò anche racconti di Vincenzo Pardini (che già era stato scoperto da Enzo Siciliano), alle sue prime e già promettenti prove. Il Teatro del Giglio ospitava compagnie d’opera e compagnie teatrali con stagioni che vedevano un grande concorso di spettatori. Si trattava di grandi avvenimenti che coinvolgevano la città. Alcune compagnie avevano preso l’abitudine di venire ad esordire a Lucca, poiché il pubblico della nostra città era considerato raffinato ed esigente. Un successo a Lucca, dava la sicurezza sulla riuscita dell’opera su tutto il territorio nazionale. Oggi tutto ciò è scomparso o ridotto ai minimi termini. Le esigenze moderne hanno aperto le porte a kermesse di più ampie e chiassose esibizioni, come il Summer festival e i Comics, che riescono a radunare migliaia di persone, e durante le quali l’intera città è presa d’assalto. Si è tracciata una linea di divisone piuttosto netta tra il passato e il presente.  La riservatezza tradizionale, la gelosa intimità se ne sono andate fuori dalle Mura forse per sempre. Non so dire se sia un bene o un male. Sono arrivato a 76 anni e sono condizionato dalla nostalgia. So, però, che bisogna fare i conti con il trascorrere del tempo e con le nuove esigenze che l’oggi reclama. Vorrei tuttavia che ai giovani fosse ricordato il passato, che è stato suggestivo e nobile. Per quanto mi riguarda, insieme con alcuni amici, diedi vita il 5 febbraio 1993 a quella che più tardi si chiamò, in onore del compianto concittadino Cesare Viviani (grande autore vernacolare), l'”Associazione culturale Cesare Viviani”, tuttora attiva e che quest’anno compie venticinque anni. Essa tiene da allora riunioni tutti i mercoledì alle ore 17 (un tempo il martedì), nella casermetta sopra Porta Santa Maria (conosciuta anche come Porta Giannotti), ospitando autori e artisti di ogni genere. Attualmente ne è presidente Martino De Vita, aiutato da alcuni collaboratori, tra cui primeggia la brava Andreina Manfredini. Sono presenti a Lucca anche altre associazioni, tuttavia mi sono limitato ad indicare questa, non solo perché ha rappresentato un momento importante della mia vita, ma anche perché il suo scopo è quello di far conoscere il mondo dell’arte e di avviarvi chi ne avverta la vocazione.

Cosa caratterizza la narrativa lucchese?

Non ho fatto in tempo a dare alle stampe “Scrittori Lucchesi”, che già altri scrittori si sono affacciati all’orizzonte. Lucca, in questo senso, mantiene fede alla tradizione che ho ricordato, ossia di essere una città non solo di musicisti, ma anche di scrittori. Se intendiamo Lucca come provincia abbiamo uno scrittore giovane che si sta affermando con romanzi pubblicati da Mondadori, come l’ultimo: “Il mare dove non si tocca”, uscito nel 2017. Si chiama Fabio Genovesi, di Viareggio. Da tempo ha raggiunto notorietà nazionale un altro viareggino, Giampaolo Simi, che dopo aver pubblicato con Einaudi, ora pubblica con Sellerio. L’ultimo suo libro, “La ragazza sbagliata”, è uscito l’anno scorso. Poi ci sei tu, Flavia, che ormai, pur essendo nata a Taranto, considero una scrittrice lucchese che ha raggiunto fama nazionale. Il tuo libro “Bellissime” sta furoreggiando, ma siccome sei tu che mi intervisti, non voglio dire di più. Lucca ha anche una scrittrice che ha vinto molti premi letterari, Francesca Duranti. Fu lucchese di fama nazionale anche Pia Pera, prematuramente scomparsa. Tuttavia lo scrittore che secondo me unisce alla sua innata bravura anche le stigmate della nostra terra è Vincenzo Pardini. Ho potuto constatare che è conosciuto in particolare da raffinati intenditori di letteratura, ossia da coloro che, insieme al contenuto della storia, sanno apprezzare anche lo stile in cui è narrata. E lo stile di Pardini si riconosce al primo suono delle sue sillabe. Modesto e non per niente attratto dal successo, conduce una vita riservata, lontano dalle mode e dal chiasso cortigianesco. Averlo come lucchese ci fa onore. Non cito altri scrittori che stanno emergendo, e me ne scuso, augurando a tutti il successo sperato.

Quella che emerge da questa variegata composizione di autori è una letteratura che ha vari segni che vanno dall’amore verso la raffinatezza romantica, verso la natura, verso gli animali, alla dissacrazione, al giallo, al gioco e allo sberleffo, all’indagine sociale. Insomma, non ci manca nulla: e ciò denota la fertilità di questa terra che sa dare ispirazione, volontà, forza, resistenza, ostinazione e coraggio.

Uscendo dalla narrativa, Lucca può vantare altre due personalità di spicco, note in campo nazionale: Daniela Marcheschi, fine critico letterario e Paolo Buchignani, storico del Fascismo.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart