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Letteratura: Carlo Sgorlon: “I sette veli”

30 dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo, del 1986, era uscito in una stesura più ampia quattro anni prima in friulano con il titolo “Il Dolfin”.

È un altro dei pochi romanzi scritti in prima persona e può essere definito un romanzo di formazione. Il protagonista è Fausto Ferrero, un ragazzo orfano di padre, (“tenente valdese”, alpino morto durante una scalata prima che lui nascesse), e vive in un paesino del Friuli dal nome immaginario, Tesis. Appartiene ad una famiglia benestante, proprietaria “di boschi, di prati e di una segheria.” A badare a tutto pensano la madre Jole e il factotum Basilio. In casa c‘è anche la nonna Emma. Il ragazzo è seguito e soddisfatto in tutti i suoi desideri, essendo considerato l’erede della proprietà, il Delfino, come si diceva in Francia per il figlio del Re. L’inizio è avvolto da un alone favolistico, “luminoso e dorato.”. Siamo alla notte del 12 dicembre, quando, secondo le abitudini del luogo, santa Lucia porta i suoi doni, allo stesso modo di Babbo Natale e della Befana. Fausto attende il suo regalo, un’automobile a pedali, ed è al colmo dell’emozione.

È la felicità di un ragazzo che vive in una famiglia in cui i ricordi, anche di coloro che non ci sono più, riempiono le giornate. Il passato non se n’è mai andato e si ha la sensazione che nella casa non se ne andrà mai; vi ha fatto il suo nido qualunque cosa riservi il futuro.

Sebbene sembri, grazie alla scorrevole scrittura e ai ricordi fasciati di magia, un libro facile, esso non lo è e Fausto è un giovane a cui niente sfugge di ciò che passa sotto i suoi occhi. Anche lo strano rapporto tra la nonna Emma e la madre Jole (“Quando Jole stava in casa, Emma di solito era muta come una tomba.) è osservato e annotato da Fausto per ricavarne riflessioni che avranno importanza per la sua formazione. Ad esempio il concetto della disgrazia, che ha colpito la famiglia con la morte misteriosa del padre. Ad essa pensa spesso come “fosse un essere materiale.” Sul finire della storia troveremo: “Sentii che la disgrazia si era avvicinata di nuovo alla mia casa, come una volpe che venga a spiare un pollaio”.

È la nonna Emma a narrargli storie tenebrose, che lo affascinano. Lo fa soprattutto ai piani bassi della casa, nelle “cucine affumicate”, quando Jole è assente, che di natura è allegra e forse ha anche qualche spasimante, essendo ancora una bella donna: “portava sempre vestiti colorati, a fiori, con ampie gonne a pieghe, che si gonfiavano quando si voltava all’improvviso o quando compiva qualche brusco movimento, Emma invece vestiva sempre di nero.”. Emma è la vera custode delle memorie della casa, che ha avuto tempi più fastosi, e della valle: “In tempi lontani essa era stata proprietaria di tutta la valle e di quelle vicine.”. Al modo, cioè, di un’antica vestale che attenda a che il fuoco acceso agli dèi non si spenga. Fausto se ne accorge quando scopre che la notte non dorme e gira per la casa; vigila soprattutto sulla camera del suo sposo Oreste, già ghermito dalla morte. Quello è il suo fuoco che non si deve spegnere.

Ma che cosa c’è allora tra Emma e sua figlia Jole? Quale mistero ha alzato tra loro una barriera? Lo scopriremo venendo avanti nella lettura, ma intanto Sgorlon ha introdotto nel ragazzo il dubbio che vi siano forze incontrollabili che agiscono sugli uomini. È il primo inquietante movimento in direzione del passaggio dall’adolescenza alla maturità. Narratori italiani che si sono occupati della formazione, l’Italia ne ha avuti più di uno e tutti bravi. Mi viene in mente, tra essi, Romano Bilenchi che fece uscire nel 1940 il suo “Conservatorio di Santa Teresa”, ma devo dire che Sgorlon, abituato alla confidenza intima con la natura, con l’universo e con l’uomo, vi mette qualcosa che scende in profondità, collegando la maturazione di Fausto con l’alone di stupore e di mistero che aleggia intorno a lui (si veda la bella leggenda del giovane di Corvaro). I racconti della nonna Emma “avevano un fascino oscuro, che esaltava il lato sconosciuto del mio spirito, cui piaceva scendere nelle grotte e nelle tenebre.”. E più avanti: la zona “notturna e tenebrosa del mio spirito, quella sulla quale avevano signoria soprattutto i racconti della nonna.”.

Per rendersi maggiormente conto dell’ambiente che agisce intorno alla crescita di Fausto è opportuno, a questo punto, fare una più lunga citazione, che mostra peraltro la bravura dello scrittore friulano: il vento “inventava fischi e stridi modulati. Lo sentivo ululare, soffiare, adirarsi, cambiare continuamente la propria voce. Di giorno si poteva anche dimenticarsi di esso, ma di notte diventava il vero signore della valle. Strappava via dai camini il fumo appena uscito e lo disperdeva con violenza, faceva sbandare in volo le cornacchie come fossero foglie secche. Incurvava gli alberi come fossero schiavi sottomessi, e gettava il suo mantello svolazzante sopra case e boschi, per tutta l’ampiezza della valle, dal Clap Grant a Corvaro. Faceva oscillare gli scuri come avessero chissà quale febbre, o il ballo di san Vito.”.

In Fausto fa la sua presenza una certa ripugnanza ad accettare la crescita. Succede quando a Jole, la madre, domanda della morte e del perché i morti non tornano a visitare la famiglia. Le risposte della madre non lo soddisfano, soprattutto nel punto in cui lei gli rivela che ai morti succede quello che succede ai ragazzi una volta divenuti adulti, i quali abbandonano per sempre i giochi dell’infanzia. Ma Emma, la nonna, è sorpresa nella sua camera a parlare con il nonno Oreste, che pure è morto da tempo ed è privo di corporeità: “Così le due affermazioni quasi si neutralizzavano, si bloccavano, senza riuscire a distruggersi a vicenda.”. Gli fa capire, infatti, la nonna che “I morti non potevano tornare, qualunque ne fosse la ragione, ma da dove si trovavano, dalla loro regione invisibile e beata potevano influire in vari modi sulle cose.”. Non è difficile rinvenire in questa frase una eco delle ossessioni che furono di Edgar Allan Poe. Un’analoga eco la ritroveremo nel ballo dato, nel finale, in occasione della festa per la guarigione di Jole.

Al contrario della nonna, Jole, con la sua allegria, con la sua energica voglia di fare, a Fausto dà l’impressione di voler scongiurare la morte. Avrebbe preferito, come era accaduto ad una trisavola, restarsene ammalata in un letto, piuttosto che morire: “Per lei la morte era una presenza piratesca e rapinatrice, una usurpatrice calata nel cuore della vita, sempre in agguato, come un gatto in cerca di cibo.”.

Sgorlon ci vuol dare l’immagine di due donne che interpretano, dinanzi ad un ragazzo, in modo diverso la morte. Emma la considera ancora una presenza, sebbene nelle forme incorporee dei morti; Jole la teme poiché non intravvede per i morti alcuna forma di ritorno e perché si aspetta ancora molto dalla vita: pareva che “fosse in attesa che qualche evento inaspettato si verificasse dentro le nostre mura.”.

Qui occorre ricordare che Fausto, quando aveva pochi anni, vedeva frequentare la casa da un certo capitano Anselmi e soprattutto da un uomo “dall’orologio d’oro”; quest’ultimo vi aveva introdotto tanti giocattoli “bizzarri”. Si capirà, anche se non sarà mai detto in modo esplicito, che si deve alla loro presenza di allora quella specie di incomunicabilità tra Emma e sua figlia Jole.

L’autore introduce anche questo elemento molto sensibile nell’esperienza formativa di Fausto. Come pure quella dei rumori che egli comincia, non più distratto da quelli della sua casa, a udire dall’esterno, ad esempio: il fischio del treno, oppure i carbonai che con i loro barrocci scendono dalla montagna per la provvista del legname da fornire alla vallata, essendo prossimo l’inverno.

Ciò che Fausto riesce a sapere dentro le mura di casa non lo soddisfa più: “Avevo già sviluppato da tempo che tutto ciò che era di provenienza ignota e misteriosa i grandi lo facevano venire dal cielo. Troppo comodo.”. Ma accanto alla gioia che procura scoprire certe verità, come quella relativa alla nascita dei bambini oppure relativa alla provenienza dei regali portati nella notte di santa Lucia, Fausto prova anche la malinconia per una perdita mitica e fantastica che sarebbe stata per sempre.

Sta diventando più grande e lo stupore dei primi anni comincia a cedere il posto al dubbio e infine al ragionamento: “Mi sembrò di aver perduto qualcosa di importante, di aver abbandonato un posto in cui avevo trascorso tutta l’infanzia, per raggiungerne un altro, ormai fuori di essa.”. Si sente come “il burattino di legno che Pinocchio abbandona per diventare un ragazzo.”.

Un giorno decide di saltare la staccionata e il primo ragazzo che incontra è Martino, che qualche volta era già venuto a fargli compagnia. Martino appartiene ad una famiglia povera, ma Fausto ha modo di constatare, parlando con lui, e poi invitandolo a casa sua, che la povertà non esclude la saggezza e l’intelligenza, e Martino sapeva tante cose più di lui ed inoltre custodiva dentro di sé sensibilità insospettate: “Accanto a lui il mondo si apriva e si dilatava come un ventaglio.

Ogni tanto lo spazio della narrazione si apre a qualche leggenda, come quella della strega Elisa, bruciata sulla piazza di Rains, o alle favolose narrazioni del pellegrino Efrem che, cristiano, era stato nel Medio Oriente e ne esaltava paesaggi e abitudini. Sgorlon non rinuncia mai al senso in lui innato del mito e del fantastico. La formazione di Fausto s’imbeve anche di questi elementi giudicati dall’autore fondamentali: “Respirai anch’io l’odore di stalla dei caravanserragli, i cuoi e i tappeti dei bazar.”.

C‘è sempre qualche filo rosso che unisce i romanzi di Sgorlon, e questo della leggenda e del mito è uno dei suoi “fuochi d’artificio” principali. Si ha sempre di più la sensazione che un tale romanzo di formazione sia stato scritto dall’autore come se lo riguardasse o ne fosse la suggestiva ambizione. Entrano in gioco perfino i Cavalieri della Tavola Rotonda e la loro ricerca del Sacro Graal, che avviene anche, e non a caso, “per boschi, valli e montagne, per luoghi simili alla mia vallata”. E ancora: “La venuta del pellegrino aveva potentemente contribuito a irrobustire in me l’idea che esisteva un mondo invisibile, accanto a quello che vedevo e toccavo.”.

Una caratteristica dei personaggi di Sgorlon, siano essi uomini o donne, è l’alta statura. Sono rari quelli che non ne sono dotati. Come sono rari quelli che mancano di un forte carattere. Che significa? Molto probabilmente che l’autore affida alla loro corporatura un ruolo di partecipazione e di protagonismo assimilabile a quello potente della natura e del mistero.

Anche Mafalda, la prostituta che al solo vederla risveglia in Fausto, che ora ha quasi dodici anni, la sensualità “Era una donna alta, con la carnagione scura e i capelli neri e lunghi, abbandonati con disordine sulle spalle.”. È vedova, sui trent’anni, ed “era una donna bella, forse più bella di Jole”. La sua casa è frequentata dai soldati della caserma di Rains, il paese dove fu bruciata, secoli prima, la strega Elisa: “Il mio orizzonte si allargava, e io passavo in zone sempre più ampie e più mature dell’esistenza.”.

La scoperta della sessualità coinvolge anche il suo pensiero sulla madre, rimasta vedova giovanissima. Il ricordo dei due uomini, in particolare, che avevano frequentato la casa quando lui era ancora piccolo, e poi si erano del tutto allontanati, ossia l’uomo dall’orologio d’oro e il capitano, che forse era stato un superiore del tenente valdese, suo padre, alle caserme rosse, gli fa pensare che forse c‘era stato qualcosa tra questi uomini e sua madre, donna ancora bella e desiderabile. Li aveva amati o li aveva respinti?

Ad ogni passo avanti che Fausto fa nel percorso della sua crescita, nuovi interrogativi si presentano (“una serie di indovinelli”, come a Edipo), e tutti lo mettono alla prova, che può superare o esserne travolto: “Questi pensieri mi fecero arrossire violentemente, come se mi avvicinassi a un fuoco acceso.”.

Difficile trovare, almeno nella letteratura del Novecento italiano, un percorso di formazione così scavato in profondità e appassionante come questo. Sgorlon ne esamina gli sviluppi in Fausto gradino per gradino, facendoci capire che non è mai facile arrivare al termine dell’ascesa.

Per esempio, ogni volta che assiste con la madre alla Messa, si pone il dubbio “se Dio ascoltava ciò che veniva detto, ciò che la gente gli chiedeva, o se le parole si perdevano nell’aria della chiesa e non raggiungevano nemmeno il soffitto. Una cosa era certa, che non rispondeva.”.

Quando si trova davanti alla morte della nonna, è affascinato dalla possibilità che, grazie alla fede del pellegrino Efrem, possa ripetersi il miracolo di Lazzaro, ma conclude: “Il tempo delle resurrezioni era definitivamente passato. L’epoca in cui vivevo era troppo squallida e comune perché ci fosse un altro profeta come quello che aveva sconfitto la morte.”. E poco dopo, ecco arrivare la sensazione che un nuovo gradino sia stato conquistato: “Confusamente capii che era finita un’altra epoca della mia vita e che io ero mutato.”.

Con essa nasce più irruenta la convinzione di essere in attesa di un qualche evento che avrebbe illuminato la sua vita.

In questo romanzo il tempo dell’attesa non poteva non svolgervi un ruolo significativo e vi si coglie quei momenti presenti in tante infanzie in cui, non conoscendo il futuro, lo si disegna secondo le proprie illusioni. Fausto, non solo ne è colto, come da un demone (“dàimon”), ma gli corre incontro con entusiasmo. Vi sono in questi momenti echi goethiani, che richiamano il capolavoro del grande artista di Weimar: “Avevo sempre la sensazione di sorridere a qualcosa che stava davanti a me, indecifrabile, semisepolta e mascherata, fra cento cose insignificanti. Passavo il tempo in continua, fiduciosa attesa del momento rivelatore, verso il quale mi sentivo proiettato. Avevo la nitida sensazione di essere un capo, o meglio di essere destinato a diventarlo.”.

Martino, appena più grande di lui, resta, fino ad un certo punto, il compagno prediletto che lo accompagna, sempre remissivo, lungo i suoi itinerari materiali e fantastici. Poche volte lo richiama alle crudezze e ai limiti della realtà. Però è la sua frequentazione ad aprirgli gli occhi sulla presenza nel mondo di tante ingiustizie: “Non v’era alcun motivo perché io avessi tanto di più di Martino o degli altri ragazzi di Tesis.”.

Ma la conoscenza finalmente del capitano Anselmi, che era stato uno spasimante della madre (i genitori lo avrebbero preferito al tenente valdese, ma scoprirete che l’ostilità muta di Emma per la figlia Jole non nasce solo da questa scelta contraria alla volontà dei genitori), smorza in lui le idee di grandezza e di conquista. Il capitano, infatti, si schiera per principio a favore dei vinti e contro i popoli e i loro comandanti che hanno distrutto o tentato di distruggere un’altra civiltà.

È una improvvisa novità che entra nell’esperienza di Fausto, che ora ha sedici anni: “tante prospettive mutarono totalmente.”. La formazione di un uomo, dunque, quasi mai è lineare e predestinata. Basta poco per imprimerle una direzione di marcia diversa. È il momento in cui apprende che anche quella della sua valle sta per essere un civiltà vinta, e Sgorlon imprime, a questo punto, al suo personaggio il timbro di una voce già predisposta ad accogliere lo spirito da lui profuso in tante opere: “Perciò mi piaceva tutto ciò che era primitivo, popolare, arcaico.”. È il tema che dominerà il romanzo dell’anno successivo, il 1987: “L’ultima valle”.

Ma il capitano non si limita ad insegnargli questo. Gli racconta la verità sulla strega Elisa, che fu bruciata non perché fosse una strega, ma perché era una donna bella e gli uomini non arrivavano a spiegarsi perché non riuscivano a toglierle gli occhi di dosso. Il pensiero della donna come parte essenziale ed insostituibile dell’universo è un altro dei temi cari a Sgorlon, e lo introduce nel percorso di formazione del giovane Fausto: “La donna mi attirava con mille richiami. Era come il nord al quale si rivolgeva continuamente l’ago della mia bussola.”.

Sgorlon registra puntigliosamente tutte le mutazioni che avvengono nell’età dell’adolescenza. Fausto non è più attirato dalle fantasticherie dei primi anni, ma da aspetti della vita che si affacciano per la prima volta, ma già rivelano la loro importanza per l’avvenire: “Mi resi conto che crescere, diventare adulto, significava continuamente staccarsi dai sogni, pronunziare degli addii, agitare dei fazzoletti in segno di saluto.”. Martino è il primo ad abbandonare l’età dei giochi. Deve cominciare a lavorare in una falegnameria. Fausto non ha più vicino a sé il suo compagno e confidente. Ha un moto di smarrimento che lo accompagnerà per qualche tempo. Poi all’orizzonte si farà sempre più concreta l’immagine di Geneviève, la giovane nipote del capitano, più grande di lui di due anni, che sarebbe arrivata di lì a poco. Una donna, dunque, la cui fama però è preceduta da “una notte mancante”. L’anziana madre del capitano gli narra, infatti, che la ragazza, a Parigi dove viveva, una notte era rincasata tardi, insospettendo gli zii che la ospitavano: “la fredda brina della delusione si era presto posata su di me. Ero stato preceduto da un altro.”. A Parigi aveva anche partecipato ad un ballo di pittori (era una pittrice) e si era presentata con un abito trasparente, velato.

Così la sua convinzione di essere un Delfino, un predestinato, s’infrange: “dovevo rivedere tutte le idee coltivate per anni sulla mia alta destinazione.”, e compare un sentimento a lui sconosciuto: la gelosia. E non solo quello; troveranno spazio nella sua anima anche l’ira e la delusione, rendendosi conto, il giovane, di quanto potere stia racchiuso nella figura di una donna: “L’evento tanto atteso della mia adolescenza si era manifestato, ma diversissimo da come l’avevo sognato.”.

Il percorso della formazione di Fausto, che ora ha diciotto anni, è compiuto: tra illusioni e delusioni, tra felicità e disperazione, tra realtà e sogno: “Appeso per anni e anni a una coda di aquilone, mi ero lasciato trasportare da essa come un foglio colorato che vibra nell’aria.”.

Questa è – ci fa capire l’autore – “la nostra umana avventura”.


Letto 2027 volte.


1 commento

  1. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 30 dicembre 2014 @ 14:28

    Ho ricevuto da Daniela Marcheschi, noto critico letterario, il seguente commento, che desidero rendere noto:
    “Ottimo! Sono contenta che si ricordi un amico e uno scrittore vero. Grazie di questo lavoro”.

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Bart