Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: Esplorare Kafka: appunti su La Condanna

2 gennaio 2010

di Daniela Toschi

La caverna che l’opera geniale ha scavato a fuoco nel nostro
ambiente è un bel posto per collocarvi il nostro debole lume.
Franz Kafka 

La frase in apertura, che rivela quali aspettative Kafka esigesse dallo scrivere, compare significativamente nei suoi diari il 12 settembre 1912, pochi giorni prima della celebre notte (quella tra il 22 e il 23 settembre) nella quale lascia ‘irrompere’ in sé La condanna, racconto che pare segnare uno spartiacque nella sua produzione letteraria. Questa coincidenza temporale sembra dimostrare che Kafka si sentiva spinto a produrre un’opera con precise caratteristiche.

E infatti l’immagine della caverna scavata a fuoco nel nostro ambiente ben si adatta a rappresentare l’effetto che produce La condanna e in generale l’opera Kafkiana, e ci indica la modalità con la quale è possibile affrontarla: esplorandola.

Numerosi sono i cunicoli aperti dal testo kafkiano. Per procedere senza perdersi appare opportuno compiere un’esplorazione sistematica, procedendo dalla notte in cui è stato scritto per poi esaminare avvenimenti e circostanze che l’hanno preceduta, infine affrontando prudentemente le stratificazioni di materiale biografico, culturale e archetipico che possiamo individuarvi, nonché i rimandi che il racconto evoca, non da ultima la coincidenza tematica col concetto dell’Edipo che contemporaneamente un altro ebreo assimilato e mitteleuropeo (Sigmund Freud) andava sviluppando.

L’eccezionalità di questo racconto risiede nel fatto che in esso Kafka, a partire da elementi biografici facilmente rintracciabili, affronta un problema universale, che per semplice utilità possiamo definire l’antinomia “Padre-Figlio”, e questo in un momento storico in cui gli ambienti culturali e scientifici si arrovellavano intorno ad esso, e lo fa con una potenza che a un secolo di distanza possiamo definire insuperata e con una credibilità che si mantiene inalterata a fianco del declino di quella formulazione (l’Edipo) con cui Freud ha, per anni, monopolizzato tale tematica.

Ma eccezionale è anche il modo in cui questo testo viene alla luce: “La condanna” osserva Tatossian, “contrassegna il Durchtruch (irrompere) della scrittura in Kafka”[1].  E ancor più eccezionale è il fatto che egli abbia lasciato nei suoi Diari  tracce precise di questa irruzione.

23 settembre. “Questo racconto, La condanna, l’ho scritto nella notte tra il 22 e il 23, dalle dieci di sera alle sei del mattino, in un fiato. Non riuscivo quasi a ritirare dalla scrivania le gambe irrigidite dallo star seduto. Sforzo spaventevole e gioia di veder svolgersi davanti a me la narrazione e di procedere navigando in un mare. Più volte portai questa notte il mio peso sulle spalle. Tutto si può osare, per tutti, per le più lontane trovate è pronto un fuoco nel quale muoiono e risorgono. L’aria che diventa azzurra, fuori della finestra. Un carro che passa. Due uomini attraversano il ponte… Spenta la lampada al chiaro del giorno. Lievi dolori cardiaci. La stanchezza scomparsa intorno alla mezzanotte… La vista del letto intatto come se lo avessero portato in questo momento … Soltanto così si può scrivere, soltanto in una simile continuità, con una così completa apertura del corpo e dell’anima…”

Pochi mesi dopo annota: “E’ uscito da me come un vero e proprio parto coperto di muco e lordura.” E a Max Brod confessa: “Sai cosa significa l’ultima frase? Quando l’ho scritta, avevo in mente una violenta eiaculazione.” Il che ci ricorda la jouissance di cui parlava Van Gogh, segno inequivocabile che un’opera è finita, realizzata, completata. Il che a sua volta ci ricorda Kafka mentre legge il racconto a casa dei Baum: “Avevo le lacrime agli occhi. Conferma che il racconto era superiore a ogni dubbio”.

La condanna rappresenta insomma la grandiosa espulsione della potenzialità creativa dello scrittore in tutta la sua vitale completezza. Pur accennati negli scritti precedenti, lo stile inequivocabile di Kafka e la caratteristica del suo genio (che forse consiste proprio nella capacità di gettare lo sguardo dove nessuno riesce) esplodono in una sola notte insonne; esplosione che, se si tiene conto di una serie di elementi biografici e del loro concatenarsi di significato, pare rivelarsi la naturale conclusione di un periodo della sua vita straordinariamente denso di avvenimenti che ne costituiscono l’ ideale incubazione.

Vale la pena annotare alcuni di questi avvenimenti, che insieme al quadro contestuale che si può delineare ci aiutano a comprendere elementi del testo che rischiano altrimenti restare oscuri e di apparire incongruenti:
 

–          Due giorni prima, il 20 settembre, Kafka aveva inviato la prima lettera a Felice[2], conosciuta a casa dell’amico Max Brod il 13 agosto, e, mentre scriveva il racconto, era in trepidante attesa della risposta.

–          La  festività ebraica di Yom Kippur (“il giorno del perdono” delle festività ebraiche autunnali) cadeva, quell’anno 1912, nella notte tra il 20 e il 21 settembre, lo stesso giorno della prima lettera a Felice e solo due giorni prima della stesura del racconto.

–          La settimana precedente ricorreva il compleanno del padre ed era stato festeggiato il fidanzamento della sorella Valli.

–          L’estate dello stesso anno aveva intrapreso con  Max Brod uno stimolante viaggio a Weimar, cui Kafka si riferiva come “il viaggio di Talia” (Weimar era chiamata la città delle Muse). Oltre a permettergli di respirare aria di Goethe, questo viaggio fu l’occasione per incontrare a Lipsia i suoi futuri editori, Ernst Rowohlt e Kurt Wolff, con i quali pubblicherà la sua prima raccolta, Contemplazione.

–          Circa un anno prima (ottobre 1911) iniziò ad appassionarsi del teatro yiddish e maturò un rapporto di amicizia con l’attore Jizchak Löwy, grazie al quale entrò in  contatto con l’ambiente e la cultura ebraica orientale. Il confronto col patrimonio ebraico tradizionale, di cui gli ebrei orientali erano rimasti gli unici depositari, fu vitale per Kafka. Secondo Max Brod, è evidente che l’amico russo che compare in La condanna si ispira a Löwy.

La decisione di fidanzarsi con Felice ci rammenta l’atteggiamento ambivalente e sofferto di Kafka nei confronti del vincolo matrimoniale. Molto è stato scritto sul ruolo che Hermann Kafka, figura di padre schiacciante, ha avuto al riguardo. Molto più complessa e articolata è verosimilmente la questione, sceverata a lungo da Kafka stesso, nella quale pesa anche la sua necessità (obbligo) di realizzarsi univocamente come scrittore.

Pare chiaro tuttavia che il fidanzamento rappresenta uno dei punti chiave di La condanna, una sorta di hybris, un collocarsi allo stesso livello del padre, una competizione dalla quale deriva una tremenda punizione. Facile, all’apparenza, un’intepretazione psicanalitica del testo. Ma, come Kafka stesso ci ammonisce: “Colui che ha da dire solo quello che dice la psicanalisi, dovrebbe tacere”.

E’ casuale la coincidenza della stesura di La condanna con le festività ebraiche autunnali? 

Il clima del giudizio supremo incombente, che avviene annualmente secondo la tradizione ebraica, non può non avere una qualche influenza sullo stato d’animo di chi, credente o no, viva comunque a contatto con la comunità ebraica. Come si evince dalla Lettera al padre, anche gli ebrei meno osservanti si recavano in Sinagoga in occasione di tali festività. Inoltre i temi del giudizio, della colpa, della condanna, pervadono Kafka in maniera evidente e costante al di là del suo atteggiamento nei confronti della religione. Possono essere attribuiti solo ad un carattere depressivo? Significativo il fatto che più di un autore abbia rilevato che alcune tra le opere kafkiane più importanti siano state scritte tra il mese di Elul e le festività autunnali.

La coincidenza temporale col “giudizio” sposta forse la vicenda padre-figlio su un piano religioso? George Bendeman, il protagonista del racconto, ci fa pensare al “pericolo dei pii” e al figlio buono della parabola del figliol prodigo. Il Dio degli ebrei è il dio di un popolo “errante” (in entrambi i sensi del termine) che potrebbe non accontentarsi di un’obbedienza stereotipata e succube. Non dimentichiamo che Kafka in quel periodo meditava sulla religiosità degli ebrei orientali (chassidici) contrapposta a quella dell’ebraismo ortodosso rabbinico e dell’ebraismo “occidentale”.

Ed è un puro caso che la prima lettera a Felice (e quindi la decisione del fidanzamento) rechi la data del giorno di Yom Kippur?

Al di là dell’atteggiamento niente affatto semplice che Kafka aveva con la sua religione, ne subiva comunque l’influenza. Decidendo di fidanzarsi il giorno di Yom Kippur, ovvero accettando il precetto fondamentale del matrimonio e della procreazione, Kafka riallacciava un patto con Dio e con la sua comunità, e, senza dubbio, assecondava un imperativo paterno.
 

E all’opposto, con grande sconcerto e incredulità del lettore, nel racconto La condanna il fidanzamento di Georg Bandemann con la signorina di buona famiglia Frieda (la somiglianza del nome è casuale, si premura Kafka di scrivere a Felice), come pure l’aver portato avanti con successo gli affari di famiglia e lo stesso prendersi cura amorevole del padre, scatena da parte di quest’ultimo un verdetto di morte, una “condanna” talmente potente che Georg non esita ad eseguirla da sé medesimo.

Siamo nell’assurdo? Non necessariamente. Siamo nella realtà vista con occhi che colgono contemporaneamente ciò che accade in superficie e ciò che accade in profondità. Ci si accorge di questo quando, leggendo, ci sentiamo sballottati da un ambiente reale, esterno, ad uno interno, a un paesaggio della mente; quando nel letterale sentiamo affiorare un simbolico altrettanto o forse più consistente, come quando vediamo il padre trasformarsi davanti ai nostri occhi in  terribile imago paterna. Oppure quando dubitiamo della stessa esistenza dei personaggi: l’amico di Georg esiste? O è una parte di lui, o del padre, o addirittura fa parte di una amalgama padre-figlio?

“Mi hai coperto bene?” chiede il padre a Georg. Ma zugedeckt ha il duplice significato di ‘coprire’ e di ‘seppellire’. Ogni singola parola pesa, va meditata, scandagliata nella sua etimologia. Non ci sono ragionamenti che possano farci da guida, solo scene e immagini. E anche quando nel diario dell’11 febbraio 1913 prende nota “di tutti i rapporti che gli si sono chiariti nel racconto” non ci offre, di fatto, che altre immagini da esplorare:

 
 “L’amico è il collegamento tra il padre e il figlio, la cosa più grande che hanno in comune.”

“Georg fruga con piacere sensuale in questo possesso comune, crede di avere il padre dentro di sé.”

“Ora lo sviluppo successivo del racconto mostra come dalla cosa comune, dall’amico, venga in primo piano  il padre e si metta di fronte a Georg come antitesi.”

“Georg non possiede niente. La sposa non essendoci ancora state le nozze non può entrare nel circolo sanguigno padre-figlio e viene facilmente scacciata dal padre.”

“Tutte le cose in comune sono ammucchiate intorno al padre. Georg le sente come estranee, resesi indipendenti da lui, non abbastanza protette, e soltanto perché lui stesso non possiede altro che la vista del padre, la condanna che gli preclude interamente il padre agisce così profondamente in lui.”

 
Enunciati di difficile interpretazione, ma “l’amico è il collegamento tra il padre e il figlio” potrebbe farci pensare che l’amico di quel periodo (Löwy) ricordi  a Kafka la giovinezza di ebreo orientale di suo padre. L’interesse di Kafka per gli ebrei orientali è forse cercare qualcosa in comune col padre, il quale spesso gli parlava della sua infanzia/giovinezza eroica contrapposta alla sua vissuta nella bambagia. C’è un gioco di identificazioni, forse di introiezioni (crede di avere il padre dentro di sé).

Potrebbe essere fuorviante asserire che il racconto rispecchi, semplicemente, i difficili rapporti tra Kafka e suo padre. Questi possono, al massimo, rappresentarne l’occasione (o meglio, una delle occasioni). Ma è indubbio che un importante elemento che in La condanna trova espressione è proprio la costellazione familiare di Kafka. Fin troppo si è detto sul suo difficile rapporto col padre Hermann, dettagliatamente illustrato nella Lettera al padre. Ma si coglie un altro aspetto altrettanto importante, ossia la presenza di una madre spesso assente e, soprattutto, sottomessa al padre, al quale dispensava in quantità le sue cure materne, a scapito addirittura dei figli. In La condanna appare chiaramente: “hai tradito nostra madre”. Il “nostra madre” è ripetuto più volte da parte del padre, il quale peraltro decade, come il testo esplicitamente ci comunica, proprio dopo la morte della madre, quasi fosse lei a sostenerne e nutrirne l’autorità. E la morte della madre è l’occasione per Georg si espandersi, di avere successo e di oscurare la figura paterna. Insomma il venir meno della madre offre a Georg un’illusione di autorealizzazione, di avvenuta indipendenza. “Quanto hai tardato a maturare! C’è voluta la morte della mamma.”

“Beninteso ho pensato a Freud” annota Kafka nel suo diario.

“Kafka scriveva come Freud ha sognato? Oppure Freud e gli altri uomini sognano come Kafka scriveva?” si chiede Tatossian a conclusione di una originale comparazione del racconto La condanna col sogno del conte Thun di Freud. E non si riferisce solo agli elementi onirici inseriti nello stile narrativo.

Il rapporto padre-figlio, pietra portante del pensiero di Freud, si sviluppa e prende campo in coincidenza temporale con La condanna. Non può passare inosservato il fatto che la stesura di questo racconto avviene poco dopo la pubblicazione della terza (e più diffusa) edizione dell’Interpretazione dei sogni (quella del 1911).  Totem e Tabù, in cui Freud approfondisce il problema del rapporto Padre-Figlio, risulta addirittura contemporanea alla stesura e all’edizione di La condanna (1912-1913). Dopo tre anni (1915) Freud scriverà Lutto e Melancolia, nel quale per la prima volta si accenna a relazioni oggettuali interne, a parti scisse, all’istanza della condanna morale (che anticipa il super-io che ancora non è stato concettualizzato). Elementi che pare di rintracciare chiaramente nella Condanna, e sui quali la psicanalisi cominciava appena a balbettare.

Dunque Tatossian ha paragonato La condanna al sogno del conte Thun, (che Freud stesso fece nel 1898 e che descrisse ne L’interpretazione dei sogni) riscontrando in entrambi una struttura tripartita: “nel sogno come nel racconto due sottomissioni inquadrano la vittoria effimera e derisoria del Figlio sul Padre”.  

Infatti:

1)      La condanna si apre con un figlio sottomesso e devoto, che, nel rispetto delle regole, porta avanti l’attività del padre e si fidanza con una ragazza di buona famiglia.

2)      Il figlio si prende cura del vecchio, gli rimbocca le coperte, ma anche ne decide il destino, ne prende il posto, trionfa su di lui.

3)      Il padre (o meglio, la potente imago paterna), si erge per schiacciare il figlio ed emettere la condanna; Il figlio si sottomette al volere del padre.
 

Uno schema analogo si riscontra nel sogno di Freud. L’occasione del sogno è una circostanza reale in cui egli incontra alla stazione il  Conte Thun (allora presidente del Consiglio). A causa del sopraggiungere di un altro importante funzionario governativo, a Freud viene sottratto il proprio scompartimento e gli viene assegnato ad un vagone senza toilette.

1)      Nella prima scena onirica, complessa, Freud si trova a subire l’autorità politica del conte Thun  (sottomissione ad una figura autoritaria).

2)      Freud si trova poi ad assistere un vecchio invalido e cieco da un occhio (come suo padre negli ultimi anni di vita), e lo aiuta porgendogli l’orinale. Ciò rappresenta un trionfo sul padre e un ribaltamento della posizione padre-figlio (nel commento Freud ricorda un episodio in cui suo padre lo aveva rimproverato per enuresi notturna).

3)      Si sveglia imbarazzato col bisogno di urinare in un vagone senza servizi, che gli è toccato per la sua mancanza di autorità rispetto al funzionario delle ferrovie.

Naturalmente sia il sogno che il racconto sono molto più complessi. La seguente affermazione di Freud, che compare proprio a margine del sogno del conte Thun, può tra l’altro fornire un utile caveat a chi si accinge a leggere (e cercare di comprendere) Kafka: “Il fatto che i significati dei sogni siano disposti in strati sovrapposti costituisce uno dei più delicati ma anche dei più interessanti problemi dell’interpretazione dei sogni. Chiunque dimentichi questa possibilità andrà facilmente fuori strada e arriverà a fare affermazioni insostenibili…”

In entrambi i casi ci si può chiedere cosa si stratifica nella figura del padre e del figlio, o meglio nell’amalgama padre-figlio, che, nel caso del sogno di Freud, include anche il Conte Thun (ovvero l’autorità politica).

E’ necessario presupporre una molteplice stratificazione di senso quando si legge un testo kafkiano, ed anche la Condanna non si sottrae a questa regola.  Da qui la spinta a ricercare i molteplici elementi che vi confluiscono in nodi inestricabili, così come avviene col materiale onirico.

 
Altre analogie tra Kafka e Freud rendono significativo questo racconto e addirittura consentono all’opera letteraria del primo di gettare luce sulle origini del pensiero scientifico del secondo.

 Freud e Kafka hanno in comune l’appartenenza a famiglie di ebrei assimilati che hanno spezzato i legami con la tradizione religiosa ma vivono questa emancipazione come perdita e sradicamento. Seppure diversi sotto molto aspetti, Joseph Freud ed Hermann Kafka hanno un atteggiamento ambivalente riguardo alla tradizione e al nuovo contesto di vita, e soprattutto hanno aspettative ambivalenti rispetto ai figli: debbono iperassimilarsi o mantenere fede alle loro radici? “Defraudati della tradizione, della Legge, dell’autorità, Sigmund e Franz esprimono la mancanza dell’antico codice l’uno cercando una verità scientifica che si ponga a nuovo dogma, l’altro esplorando, con le sue opere letterarie, il vuoto lasciato dal ritrarsi di Dio.”

Possiamo a questo punto chiederci quale influenza abbia avuto su Kafka (e in particolare sulla stesura della Condanna) il pensiero freudiano e psicanalitico in generale.

Secondo Binder la ricezione della psicanalisi da parte di Kafka comporta due periodi nodali, quello dal 1911 al 1913 e quello che inizia nel 1917. Dunque la Condanna è stata scritta nel primo periodo della ricezione psicanalitica da parte di Kafka.

Non è noto se e in quale misura Kafka abbia letto le opere di Freud (che non compaiono, a quanto risulterebbe, nella sua biblioteca) ma è certo che in quel periodo le teorie di quest’ultimo erano diffuse e ampiamente dibattute negli ambienti colti della mitteleuropea.

Non si può liquidare il significato della Condanna con una spiegazione nel senso dell’Edipo freudiano. Ma intravediamo nel testo elementi che ci offrono l’opportunità di rivedere e di ampliare questo concetto, perché è evidente che Kafka non vuole illustrare una semplice situazione edipica come quella che la psicanalisi offriva in quel periodo e che ha imposto per molti anni, come un dogma: la competizione col padre per la madre.

Kafka illustra una situazione molto più complessa. Come ci avverte Max Brod, infatti, questo è un racconto che può facilmente ingannare, poichè “a prima vista pare piuttosto chiaro dal punto di vista psiconanalitico, ma al secondo e terzo sguardo diviene sempre più velato nel suo significato”. Il Padre del racconto è un padre ambivalente, come abbiamo visto per quanto riguarda Hermann e Jacob?

Hermann e Jacob vivono in una perenne situazione di ambivalenza per quanto riguarda la religione e per quanto riguarda le aspettative che nutrivano nei confronti dei figli, ai quali trasmettono una tradizione che si ritiene morta, inutile, ed una terra straniera in cui affondare le loro radici. Questa non è una situazione privata di Freud e Kafka: è la situazione di tutti gli  ebrei assimilati nell’impero austro-ungarico. Incerti sulla via da seguire, i figli hanno tre strade: l’iperassimilazione, il sionismo, il socialismo. Kafka, nel corso della sua vita, le prende in considerazione tutte e tre, ma non sceglie, non ne è convinto (solo poco prima della sua morte esprimeva il desiderio di stabilirsi in Palestina con Dora, l’ultima fidanzata, appartenente ad una famiglia in vista di ebrei orientali).

Il quadro non sarebbe completo senza aggiungere che il conflitto padre figlio non era esclusivo degli ebrei assimilati: esso contraddistingue l’era industriale e l’ambiente della mitteleuropea (la Kakania di cui parla Tatossian riferendosi a Musil). La scoperta dell’Edipo, seppure ad opera di un ebreo, è avvenuta in Kakania, e più precisamente a Vienna, nel 1897 (a questa data risale la prima formulazione con questo termine, in una lettera di Freud a Fliess del 15 ottobre).  E come osserva Tatossian l’ordine Kakaniano si organizzava attorno alla figura paterna carismatica dell’imperatore; tale ordine sociale non era sufficiente a fondare l’ordine dell’individuo, ovvero a risolvere il problema della sua identità, che, è noto, è un problema che verte sul rapporto padre-figlio, figlio successore e rivale del padre. Figli passionali, padri tolleranti, sul modello dell’imperatore, che nello stesso anno della formulazione dell’Edipo  accolse con benevolenza i pittori che si ribellarono all’accademia e fondarono lo jugendstil. Il manifesto creato da Klimt per la prima esposizione include la lotta tra Teseo e il Minotauro (che illustra la ribellione dei giovani cretesi al tributo imposto dal Minotauro; non a caso Freud nel toro vede un archetipo paterno.) Quella della secessione è una rivolta edipica, tutto sommato amabile e ben riuscita. Ma altre rivolte avvengono lo stesso anno, in cui si verificano tumulti antisemiti, ma anche anticechi e antitedeschi. Il confluire finale di tutti questi in movimenti antisemiti creò certo uno shock e gravi problemi per l’identità ebraica. Ed è da aggiungere che Francesco Giuseppe (che pure aveva emancipato gli ebrei nel 1849) nel 1897 aveva dovuto cedere alle ragioni politiche ed eleggere a borgomastro a Vienna un antisemita, Karl Luger.

 
A conclusione di queste note su uno dei più significativi racconti di un autore che riesce a stratificare nelle sue opere elementi fortemente individuali ed altri talmente universali da trascendere sé stesso, il suo ambiente e la sua epoca, ci possiamo chiedere, con Tatossian: La condanna esprime una nevrosi personale e/o familiare, o la nevrosi sociale dell’Ebreo occidentale? Oppure, estendendone ancora oltre i significati, essa rappresenta “l’incarnazione dell’insicurezza generale dell’essere umano”, rivelatrice di una “struttura universale – in qualche modo aprioristica” connaturata al rapporto genitore-figlio?”

Freud continuerà, nel corso della sua vita, ad approfondire questa tematica che evidentemente lo coinvolge profondamente (rapporti ambivalenti col padre, rapporti ambivalenti con il paradigma culturale ereditato? Ed è da tener presente che ogni rapporto dotato di ambivalenza crea un legame impossibile da sciogliere o allentare) e infatti negli ultimi anni della sua vita col saggio-romanzo storico (nemmeno lui sa come chiamarlo) L’uomo Mosè e il Monoteismo riprende qualcosa che in Totem e Tabù non aveva ancora risolto: la tematica dell’uccisione del padre da parte dei figli e il conseguente senso di colpa. Ma il problema padre-figlio non si risolve, perché l’imperativo paterno (“Sii come me, ma se sei come me ti uccido, sei morto, non hai vita propria”) non lascia scampo. Questa, forse, è la grande intuizione che irruppe in Kafka quella notte tra il 22 e il 23 settembre 1912.

 



[1] Arthur Tatossian, Edipo in Kakania, Bollati Boringhieri ed, 1988, pag. 80.
[2] Documentata da un eccezionale carteggio (centinaia di lettere), la relazione con Felice Bauer, ebrea berlinese, si interrompe definitivamente nel 1917, a pochi mesi dal programmato matrimonio, a causa della malattia di Kafka che questi ritiene, in un certo senso, provvidenziale. Così si esprime Max Brod a questo proposito: “L’incapacità di Kafka di trovare una via di uscita fu, da allora in poi, dovuta principalmente alla sua malattia, che, derivata dalla crisi della sua anima, o almeno fortemente stimolata da essa, si era sviluppata in un male che aveva il suo proprio effetto indipendente, grave, devastante, alla quale infine Kafka dovette soccombere.”


Letto 16016 volte.


5 Comments

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 2 gennaio 2010 @ 23:24

    Pagina densa di alti concetti e di rielaborazioni critiche profondamente articolate in ordine ad un autore tutt’altro che di agile interpretazione. Il significato delle sue opere ed in particolare di quella presa in esame viene affrontato con significativo spessore, con grande lucidità di analisi e con assoluta competenza, sebbene, come più volte giustamente evidenziato nell’ampia relazione, siano molteplici le stratificazioni del pensiero kafkiano e non facilmente traducibili. In effetti, già il rifarsi del grande scrittore boemo alla filosofia esistenzialista di Kierkegaard ed il suo legarsi, in qualche modo, seppur non sempre parallelo, alla psicanalisi freudiana, ci porta all’evidente difficoltà di comprensione del suo complesso pensiero. Gli scritti di Kafka ci porgono una testimonianza dell’uomo contemporaneo spesso allucinante, per cui l’uomo stesso viene a trovarsi come imprigionato ed isolato in un universo che gli rimane non sempre comprensibile. Il realismo kafkiano, sconfinando frequentemente nell’immaginario ed a volte nello strano, ci consegna prospettive visionarie e quasi vaneggianti. Tutto ciò, unito (o anche causa?) alla radicale concezione ebraica ed al rapporto difficile, ambivalente col padre, lo porta a costruire una rappresentazione angosciosa della solitudine in cui si dibatte l’uomo.

    Un elogio vivo va sicuramente all’autrice di questo straordinario “pezzo”. Ella dimostra non solo una eccezionale conoscenza dell’immenso e complesso Kafka, ma anche e soprattutto un grande amore (lo definirei così) per quello stesso autore.

    Gian Gabriele

  2. Comment by Bianca Stefania Fedi — 4 gennaio 2010 @ 15:47

    Sì! Pezzo straordinario, lucido, consequenziale, coerente.
    Sai che cosa mi hai fatto venire in mente? Che uno come Kafka, uno che cerca il “puro e l’indistruttibile” e che lo sente dentro il proprio cuore come un imperativo del vivere, al di là della morale, solo giosamente e dolorosamente umano, non può che scegliere la condanna. Anche il Cristo l’ha fatto*)

  3. Comment by daniela toschi — 4 gennaio 2010 @ 19:42

    Ringrazio Gian Gabriele e Bianca Stefania. 
    Approfitto per far presente che mi sono stati fatti notare due errori :
    1)Il termine tedesco che è stato tradotto con “irrompere” è  Durchbruch (e non Durchtruch)
    2) l’edizione italiana di “Edipo in Kakania” di Tatossian, curata da Riccardo Dalle Luche e pubblicata su Bollati Boringhieri, è del 2002 e non del 1988.
    Scusate!

  4. Comment by Marisa Cecchetti — 4 gennaio 2010 @ 20:58

    Il pezzo di Daniela è preciso, completo, risponde alla passione con cui in questi anni lei ha scavato dentro le opere e il pensiero di Kafka, di cui è veramente una conoscitrice profonda. 

  5. Comment by clelia ciriminna — 14 gennaio 2010 @ 18:31

    Ardua è l’esplorazionedel labirinto kafkiano di cui non è facile disegnare la mappa . Daniela con perizia scientifica ma anche con profondo scandaglio umano riesce ad analizzare i percorsi contorti del rapporto padre-figlio,percorsi che se da una parte evidenziano l’assimilazione alla cultura ebraica,dall’altra,scarnificati,mettono a nudo la realtà del conflitto generazionale che ha caratterizzato e che caratterizza le epoche. Daniela ricorre agli strumenti del mestiere e ricama una analisi attenta e minuziosa del rapporto opinionale Kafka-Freud . E’ chiaro che Kafka è un letterato e nel racconto ” La condanna ” privo di ogni logica convenzionale ,mette a punto l’assurdo che sconvolge i piani di rapporto e le concezioni prefabbricate dell’amore. Dentro l’amore si annida la colpa e la colpa scatena quella tempesta improvvisa che nessuna analisi psicanalitica può analizzare teoricamente. L’assurdo kafkiano impera e il figlio sottomesso è l’umile servo che cova l’ipocrita cinismo umano che nomina i rapporti,amicizia,filiazione,ma non ne vive la sostanza. L’elemento onirico freudiano affidato anche alla interpretazione acuta di Tatossian (Edipo in Kakania ) illumina l’analisi straordinariamente eseguita da Daniela e ci fa dubitare se i sogni li sogniamo o siamo sognati dai sogni .  In quella caverna scavata dal dramma di esistere e di coesistere resta ancora “il debole lume ” di Franz Kafka ,il più grande interprete della condanna ad essere uomo.
                                                         clelia ciriminna   

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart