Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (16)

30 gennaio 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

La seconda è una poesia-testamento, in cui gli accenti, ora sofferti, ora accorati, ora fieri, consegnano a “Coloro che verranno” il quadro di anni veramente “bui”. Questa lirica, che può essere considerata il compendio di un’intera vita, si chiude – cosa insolita per Brecht – con una preghiera. Si tratta più precisamente di un invito ad essere “comprensivi”, rivolto a chi – in un futuro in cui “l’uomo sia di aiuto ad un altro uomo” – è chiamato a giudicare uomini ed eventi. Sarebbe, a dire il vero, difficile per chiunque, a conclusione di una poesia che contiene un’analisi così minuziosa e documentata di un periodo tra i più turbolenti della storia tedesca, essere severo o peggio avventurarsi in un giudizio di condanna per coloro che avevano in qualche modo subìto il Nazismo, non avendo nel loro DNA i geni dell’eroe… Ma tutta la poesia, che si articola in tre parti, si presta ad una serie di riflessioni. La prima parte, interamente dedicata alle condizioni storico-sociali in cui il poeta è stato costretto a vivere e ad operare, si conclude con una confessione disarmante: quella di non essere stato “saggio”, perché l’essere saggio, che nell’accezione comune significa far finta di non vedere e quindi di non prendere atto delle circostanze della vita, garantendosi così una sorta di vile neutralità, è una condizione che non gli appartiene. Egli, al contrario, non ha potuto fare a meno di dare sempre ascolto alla sua natura di ribelle, di individuo che non è riuscito mai ad accettare nè compromessi né tanto meno soprusi e per questo ha pagato. La seconda parte è più specifica, impregnata com’è dell’esperienza maturata a Berlino, in una città dilaniata da lotte civili e alla fine letteralmente occupata dalle squadracce naziste. Ma proprio questa seconda parte è illuminata da due versi di incredibile potenza. Al rimpianto di non aver saputo o potuto fare di più, segue una rivendicazione, che squarcia la sofferta pacatezza del tono cui fino a quel momento era stata improntata la poesia. Quel “Ho potuto solo poco” potrebbe sembrare ispirato a falsa modestia, ma, immediatamente dopo, il secondo verso chiuso da una speranza che per lui è già una luminosa certezza, basta a suggellare l’impegno di un’intera vita: “I potenti senza di me si sarebbero sentiti più sicuri. Questo ho sperato”. La terza parte è più pacata, sembra per certi versi scontare la foga e la fermezza che avevano contraddistinto finora la poesia. Adesso i destinatari di questa confessione accorata sono i posteri, quelli che hanno avuto la fortuna di scampare agli anni orribili del nazismo e non sapranno mai cosa significhi essere costretti a stare sempre con la valigia pronta. La felice espressione “cambiando più spesso Paesi che scarpe” dà l’esatta dimensione di una vita precaria, randagia, braccata e di conseguenza sempre esposta al pericolo di un’estradizione. La poesia si chiude con un dolente rimpianto per non essere riusciti a costruire i presupposti per l’amabilità, traduzione inadeguata per la parola tedesca “Freundlichkeit” che contempla anche gentilezza e amicizia. Quello che comunque turba più di ogni altra cosa è l’accorato appello di essere giudicato con indulgenza, con cui Brecht affida ai posteri il giudizio definitivo sulla sua vita e sulle sue opere.

An die Nachgeborenen (A coloro che verranno), 722 – 1938 –

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
Significa insensibilità. Chi ride
La notizia atroce non l’ha
Ancora ricevuta.

Che tempi sono questi, quando
Una dissertazione sugli alberi è quasi un delitto
Perché comporta un tacere su tanti crimini!
Colui che attraversa tranquillo la strada
Non è di sicuro raggiungibile per i suoi amici
Che sono in difficoltà?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
Ma credetemi è solo un caso. Nulla
Di quello che faccio mi autorizza a sfamarmi.
Per caso sono risparmiato. (Quando la mia fortuna
mi abbandona sono perduto.)

Mi si dice: mangia e bevi! Sii felice di
poterlo fare!
Ma come posso mangiare e bere, quando
Il mio bicchiere d’acqua manca all’assetato?
Eppure mangio e bevo.

Sarei volentieri anche saggio.
Sui vecchi libri c’è cosa significa saggio:
Tenersi lontani dalle dispute del mondo e il poco tempo
Senza timore trascorrere
Farcela senza violenza
Conciliare male con bene
Non soddisfare i propri desideri, ma dimenticarseli
Ciò viene considerato saggio.
Tutto questo non riesco a farlo:
È vero, vivo in tempi bui!

II

Nelle città venni al tempo del disordine,
Quando a regnare era la fame,
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
E mi ribellai assieme a loro.
Così passò il tempo
Che sulla terra mi era stato assegnato.
Il mio pane lo mangiavo tra le battaglie.
Per dormire mi stendevo in mezzo agli assassini.
Facevo all’amore senza badarci
E la natura la guardavo con impazienza.
Così passò il tempo
Che sulla terra mi era stato assegnato.
Ai miei tempi le strade si perdevano nella palude.
La lingua mi ha tradito al macellaio.
Ho potuto solo poco. Ma i potenti
Si sarebbero sentiti senza di me più sicuri, questo ho sperato.
Così è trascorso il tempo
Che mi era stato concesso sulla terra

III

Voi, che emergerete dal diluvio
Che ci ha travolti, pensate
Quando parlerete delle nostre debolezze
Anche al tempo buio
Cui siete scampati.

Abbiamo attraversato, cambiando più spesso Paesi
che scarpe, le guerre di classe, disperati
Quando là c’era solo giustizia e nessuna indignazione.

Eppure lo sappiamo bene:
Anche l’odio contro la bassezza
Deforma i tratti del viso.
Anche la rabbia contro l’ingiustizia
Rende roca la voce. Ahimé, noi
Che avremmo voluto preparare il terreno per l’amabilità
Non siamo riusciti ad essere amabili.

Voi però, quando sarà giunto il momento
Che l’uomo sia d’aiuto all’altro uomo
Pensate a noi
Con indulgenza.

Intanto continuano gli sporchi “affari” di Hitler e dei suoi accoliti. Risolta la faccenda degli ebrei con lo scandaloso Pogrom di Berlino, che aveva scosso ed inorridito un’Europa fino ad allora colpevolmente “distratta”, adesso è la volta della Cecoslovacchia, destinata a subire una fine analoga a quella di cui era stata vittima qualche anno prima l’Austria. Il 15 marzo 1939 le truppe tedesche entravano a Praga. Subito dopo in un delirio di onnipotenza Hitler faceva il suo ingresso trionfale a Memel, in Lituania (22 marzo). Il balzo sulla Polonia, già deciso da tempo con piani precisi inviati alla Wehrmacht, fu questa volta bloccato dalla Gran Bretagna e dalla Francia finalmente accomunate dalla stessa fermezza. Per rispondere a questo accerchiamento delle potenze occidentali, Hitler crede giunto il momento di rafforzare l’alleanza con quello che si era dimostrato lo Stato politicamente a lui più vicino. Con la firma di un nuovo patto con l’Italia, il famigerato “patto d’acciaio”, firmato a Berlino il 22 maggio 1939, si delinea un connubio tra dittatori disposti a tutto pur di far prevalere le loro deliranti ideologie. Ma a sconvolgere le coscienze di tanti nazisti e di molti comunisti doveva essere di lì a poco l’innaturale patto decennale sottoscritto da quelli che sarebbero dovuti essere i nemici mortali sullo scenario europeo. La notte del 23 agosto, a Mosca, nelle sontuose sale del Cremlino, Ribbentropp e Molotov firmavano un patto decennale di non aggressione. Per motivi di convenienza politica, calpestando ogni residuo di moralità veniva sancita un’intesa che metteva a nudo la spregiudicatezza di due dittatori, quello nazista e quello comunista, capaci di strumentalizzare ogni cosa per i loro fini.

Willy Brandt, dal suo esilio norvegese, apprende con costernazione la notizia del “patto del diavolo” e commenta amaramente: “Che i due Paesi si sarebbero potuto alleare in modo duraturo, non lo credevamo; per questo non c’era bisogno di particolare acume, né per quanto riguardava il fascismo tedesco, né per quanto rigurdava il bolscevismo russo. Il fascino che l’Unione Sovietica aveva esercitato anche sulla sinistra non comunista era svanito. La Spagna e i processi di Mosca erano già abbastanza, con la Finlandia e con il patto con Hitler si raggiunse il massimo. Nessun calcolo, neppure quello di guadagnar tempo, poteva giustificare ciò che negli anni 1939 e 1940 non riuscivamo neppure ad immaginare nei dettagli, dai colloqui sulla divisione del mondo fino agli accordi segreti, che comprendevano la estradizione di alcuni avversari – comunisti – di Hitler. Il patto del diavolo ebbe ripercussioni decisive per quanto riguardava il chiarimento nella emigrazione di sinistra. I comunisti, come da istruzioni, erano ammutoliti e si erano giocato quel poco di credito residuo. Allora abbiamo scritto: chi difende la politica di Stalin non può essere un partner.” (da “Erinnerungen”, Ricordi).

Assicuratesi le spalle ad est, Hitler può adesso tornare a rivolgere con successo la sua attenzione alla Polonia e, così come aveva fatto con l’Austria, provoca alla fine di agosto un incidente, dovuto unicamente a uomini delle SS con addosso divise dell’esercito polacco. Questa aggressione camuffata gli offriva quel pretesto da tempo cercato per una guerra lampo, concretizzatasi con l’occupazione di Danzica (1 settembre 1939). Davanti a questa ulteriore, inaudita azione di becera prepotenza non si poteva più restare indifferenti e finalmente l’Inghilterra, cui subito dopo si unì la Francia, inviava la dichiarazione di guerra.

Willy Brandt, di servizio domenica 3 settembre alla redazione del giornale “Arbeiderbladet” di Oslo, ascolta costernato alla radio il discorso del Primo ministro inglese, Chamberlain. Abituato com’era alla arrendevolezza dimostrata in più di un’occasione dalle potenze occidentali nei confronti dell’aggressività di Hitler, stenta a credere in quella presa di posizione così decisa. Assieme al redattore capo e al responsabile per la politica estera decidono di far uscire un numero straordinario del quotidiano, cercando di tranquillizzare i lettori con la tesi che probabilmente si trattava di “una guerra di nervi”. Lo stato d’animo dei socialisti in esilio era tuttavia tormentato dal dilemma: rimanere fedeli alla battaglia ormai decennale contro Hitler e augurarsi la sua sconfitta, anche se ciò significava al contempo la distruzione della Germania?

Intanto la campagna polacca continuerà e sarà brevissima. Dopo una strenua resistenza Varsavia si arrende e viene trionfalmente occupata dall’esercito nazista. Era il 27 settembre 1939.

Brecht è semplicemente atterrito dall’irresistibile avanzata della Wehrmacht e intuisce che presto, risolta la questione orientale, sarebbe toccato proprio a quei Paesi che gli avevano offerto asilo politico. Sa perfettamente che la sua situazione da precaria potrebbe da un momento all’altro diventare drammatica, essendo tra i primi nella lista dei ricercati, per non aver mai cessato di attaccare e mettere in ridicolo Hitler e la sua gentaglia. Egli, conoscendo meglio di ogni altro la natura umana, è perfettamente convinto di essere o di poter diventare una preda appetibile per coloro – e sono nel frattempo tanti – che, catturandolo e consegnandolo alle SS, aspiravano ad essere riconosciuti “benemeriti” del Regime nazista. Già nel marzo 1939 aveva abbandonato la Danimarca, accettando un invito dalla Svezia, un Paese che si era dimostrato particolarmente ospitale nei confronti di tanti emigranti tedeschi. In questo periodo soffre come non mai per la condizione di braccato, che sente sul collo il fiato dei criminali nazisti. La lirica finisce inevitabilmente per portare i segni inequivocabili di questa sofferenza:

Schlechte Zeit für Lyrik (Tempi cattivi per la lirica) 743, – 1939 –

Lo so bene: solo chi è felice
È amato. La sua voce
La si ascolta volentieri. Il suo volto è bello.

L’albero contorto nel cortile
Rimanda al cattivo terreno, ma
I passanti lo chiamano storpio
Eppure a ragione.

Non vedo le verdi imbarcazioni e le giulive vele del Sund.
Di tutto questo vedo solo reti dei pescatori dai fili spezzati.
Perché parlo solo del fatto
Che la padrona di casa quarantenne cammina curva?
I seni delle ragazze sono caldi come una volta.

Nella mia canzone una rima
Mi sembrerebbe quasi una spavalderia.

Dentro di me si combattono
L’esultanza per il melo in fiore
E l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.
Ma solo i secondi mi spingono alla scrivania.

A procuragli non pochi rimpianti e molta sofferenza è anche l’innocente serietà con cui il figlioletto, già contagiato dalle battaglie di impegno sociale portate avanti dal padre, comincia ad occuparsi delle questioni del mondo. Questo ragazzo, che ha dovuto per forza di cose condividere quella vita fatta di precarietà e di fughe, non ha di certo avuto possibilità di vivere una fanciullezza di giochi e di svaghi. E questa “colpa” è difficile da rimuovere, anche per un padre abituato ad essere sempre in prima linea:

Schlechte Zeit für die Jugend (Tempi cattivi per la gioventù), 744 – 1939 ? –

Invece di giocare nel boschetto con i coetanei
Il mio piccolo figlio siede curvo sui libri
E le cose che legge più volentieri
Sono i raggiri degli operatori finanziari
E le battaglie dei generali.
Quando legge la parola che le nostre leggi
Vietano ai poveri e ai ricchi di
dormire sotto i ponti
Sento la sua risata felice.
Quando scopre che lo scrittore di un libro
è corrotto
Si illumina la sua giovane fronte. Io approvo questo
Eppure volevo avergli potuto
Offrire una fanciullezza in cui egli
Andasse a giocare coi coetanei nel boschetto.


Letto 7317 volte.


1 commento

  1. Comment by bertoncini salvatore — 17 marzo 2011 @ 21:12

    Tenere la cultura sotto controllo è lo sport più praticato dai regimi;vedi cosa succede nei regimi militari nell’Africa di oggi.Mosca e Berlino hanno storie passate di identica atrocità e Mosca non ha ancora perso il vizio.
    Rabbrividisco al pensiero che il (anche in Italia)terribile 1938 è il mio anno di nascita!
    La graffiante,acuta ironia di Brandt sulle “responsabilità”degli Ebrei rende onore al rappresentante di una Germania “diversa”dalla “normale”Germania del1938
    Caro Nino,troppe distrazioni hanno preso il sopravvento sulla mia voglia di scrivere ma,come vedi sono ancora vivo!

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart