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LETTERATURA: Helena Janeczek: “La ragazza con la Leica”

17 agosto 2018

Un romanzo che va oltre la sua protagonista
di Bartolomeo Di Monaco

Il mio interesse per questo romanzo non è nato per la ragione che ha vinto due premi letterari importanti nel 2018, il Bagutta e lo Strega, bensì a causa di alcuni minimi contatti avuti con l’autrice tramite quella piattaforma di cui ormai pochi possono fare a meno, che è Facebook, la quale, nata nel 2004 per gli studenti,  si è rapidamente diffusa in tutto il mondo ed ha arricchito il suo ideatore Mark Zuckerberg. Conoscevo la Janeczek per aver letto suoi interventi su “Nazione Indiana”, una interessante rivista on line, però niente di più. Ma da qualche tempo mi sono trovato a raccogliere il suo “mi piace” e anche qualche commento, ogni volta che ho pubblicato le foto dei miei cinque nipoti. Così mi sono detto: Questa autrice ha un’anima sensibile, al punto che non nasconde la sua gioia quando incontra delle immagini belle, quali possono essere, e anzi sono sempre, quelle dei bambini. Voglio conoscerla meglio.

La Janeczek ha scritto già altri libri, e non è nuova ai premi letterari: quando esordì nel 1997 con “Lezioni di tenebra”, edito da Mondadori, ricevette il Premio Bagutta per l’Opera Prima. Seguirono: “Cibo”, nel 2002, “Le rondini di Montecassino”, nel 2010 e “Bloody Cow” nel 2012.

Nata a Monaco nel 1964, vive ormai da molti anni in Italia e scrive nella nostra lingua.

“La ragazza con la Leica” è del  2017. Ha un precedente: “Gerda Taro: una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola”, di Irme Schaber (nata in Germania nel 1956), tradotto in italiano dall’originale tedesco del 1994 da Elena Doria per DeriveApprodi, Roma, 2007. A lei farà omaggio l’autrice nella parte finale dedicata ai ringraziamenti.

Abbiamo a che fare, dunque, con una storia vera, quella della fotoreporter Gerda Taro (il suo nome era Gerta Pohorylle), nata a Stoccarda (“educata in Svizzera e rifinita nei salotti rivoluzionari di Lipsia.”) da una famiglia polacca ebrea il 1 agosto 1910 e morta a Brunete il 26 luglio 1937 in un grave incidente durante la guerra civile spagnola degli anni 30 (“guerra eroica e criminale”), schiacciata da un carro armato mentre faceva il suo lavoro. Era salita sul predellino di una vettura, che fu urtata da un carro armato amico e finì sotto i suoi cingoli, restando gravemente ferita. La sua morte tragica (“un’allodola scomparsa a Brunete che non cesserà mai di far udire il proprio canto.”) mi ha richiamato alla mente quella del maggiore inglese Neville Darewsky, chiamato Temple, impegnato nella Resistenza italiana a fianco dei partigiani. Anche lui era salito sul predellino di un camion: “Il camion incrociò un carro agricolo e si spostò di colpo sulla destra, verso un muro. Temple rimase schiacciato.” (da “I figli dell’Aquila” di Giampaolo Pansa).

Ripercorriamola insieme la vita di questa eroina, a braccetto con l’autrice.

Sappiamo già della sua morte; certe donne, certe ragazze, combattenti per la rivoluzione che si esercitavano a sparare, la commentano: “E poi quella straniera che – lo capivi subito – era stata una senyoreta dalle manine morbide, e avrebbe potuto restarsene a Parigi a immortalare le attrici e mannequin elegantissime, e invece era venuta a fotografare loro che imparavano a sparare sulla spiaggia.”. L’autrice crea subito un’aurea di mito intorno a Gerda e ci fa intendere che stiamo per entrare nella Storia dalla porta principale, da quella, cioè, davanti alla quale si è disposti a dare la propria vita per la libertà. La dittatura si consuma e si corrode soprattutto quando la combattiamo attraverso la propria morte.

Subito dopo, lo stile muta e si apre al racconto, in cui la memoria si libera della fascinazione del passato e si fa presente. Siamo più avanti con gli anni, a Buffalo, negli Usa. È il 1960 e abbiamo di fronte uno degli spasimanti della bella Gerda, sin da quando erano ragazzi in Germania, il dottor Willy (Wilhelm, ma da quando è in America si fa chiamare William) M. Chardack, cardiochirurgo, che si era, nei confronti di Gerda, “accontentato del ruolo di cavalier servente”. Per la sua tozza figura era soprannominato dagli amici e da Gerda, “il Bassotto”. Non poteva vincere, di certo, la concorrenza di un altro giovane, “intelligente, bello, sportivo”, Georg Kuritzkes (“era palese che Gerda fosse parecchio innamorata di Georg e del suo mondo.”). Ed è proprio lui, medico a Roma per la FAO e l’ONU, che dà il via alla storia, telefonando dall’Italia al vecchio amico per congratularsi di una sua invenzione, “epocale”: la messa a punto di un apparecchio (il “pacemaker impiantabile”) che aiuta il cuore sofferente. Ti daranno il Nobel, gli dice Georg.

Ci troviamo davanti ad una scrittura dalle molte efflorescenze, che spuntano all’improvviso, alcune crescono, altre si preparano a gemmare. Prende forma una pianta giovane che si fa osservare per questa sua ansia di crescita, per questo forte desiderio di conquista e di conoscenza. A guardarla, si provano contentezza e stupore; se ci avviciniamo e allunghiamo il braccio per staccarne una foglia o un fiore, essa ci distrae con una nuova efflorescenza. Gerda appare e scompare; è, più che un volto, una scintilla. O come il picchiettare della pioggia sui vetri. La rievocazione della sua vita a Parigi ha un tale movimento che ci fa pensare a quello della sua Remington con la quale si guadagna la vita come dattilografa (“La nostra Gerda suona la Remington come uno Steinway”).

L’uomo che riuscirà a conquistarla e a farle amare la fotografia e il mestiere di reporter di guerra, è forse colui che è stato il migliore in questo campo, conosciuto con il nome di Robert Capa (alias Endre Friedmann detto Bandi), un esule ungherese, “simpatico attaccabottoni di Budapest, con la testa arruffata e un francese ridicolo”,  il quale gli regalerà la Leica del titolo, la quale, prima che gliela donasse, “finiva ogni due per tre al banco dei pegni.”, tanto erano bucate le mani di lui. Il romanzo ci anticipa che André (così lo chiamano a Parigi) morirà in Indocina, nel corso di un suo servizio, morto sul lavoro allo stesso modo della sua Gerda.

Il lettore si trova catapultato in vari ambienti e in epoche differenti, tutte unite dalla personalità di Gerda, la ragazza dagli occhi verdi e dal carattere ribelle ed esuberante che provoca ammirazione e fascino. Questo andirivieni nello spazio e nel tempo, a differenza di quanto accade in altri autori, dove i confini sono nettamente segnati, ha la sua peculiarità nello stile di cui si è parlato prima. Non c’è distacco, però, ma osmosi. Ciò che in un primo tempo potrebbe apparire di ostacolo alla lettura, presto diviene il filo conduttore della storia narrata, e va ad incidere perfino sulla personalità della protagonista, la quale è tutta intrisa di questa speciale tessitura. Difficile per ogni altro autore che voglia raccontare di Gerda Taro, disegnarla allo stesso  modo in cui appare nel romanzo della Janeczek. La Gerda della Janeczek è simile ad un volto che nasca dalla mano di un pittore cubista, che ce la offre e ad un tempo ce la nasconde per lasciarla ricercare e completare dalla nostra immaginazione. Del resto, il dottor Chardack, nel ricordare gli anni in cui la conobbe, aveva notato che la giovane, intravista per la prima volta dal finestrino di un tram a Lipsia, aveva “la capacità frustante di sfuggirgli, e non a lui soltanto.”. Dobbiamo molte delle apparizioni di Gerda al dottor Chardack, il quale ne ravviva il ricordo nei momenti in cui è libero dal lavoro. La sua mente va ad incontrarsi spesso con la ragazza (“un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi.”): “E poi c’era lei, la giovane donna che aveva avuto per la testa soltanto un berretto all’ultimo grido, e che si era trasformata in combattente in un arco di tempo ristrettissimo.”. Che cosa sarebbe stata oggi? Chardack è il fochista di questa parte del racconto, il personaggio che ne consente il movimento. Un po’ come Pierre Bezuchov nel romanzo “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj.

Gerda sta vivendo e attraversando i fermenti di un nazismo sempre più invasivo. La cerchia delle sue amicizie, tra cui un giovane Bertolt Brecht già famoso, gravita in un’area di opposizione clandestina, ma infervorata dalla passione politica e dal desiderio della libertà: a Parigi, dove Gerda si trova frequentando gli “emigrés tedeschi”, le discussioni “si riaccendevano ovunque: nelle associazioni e nelle redazioni in esilio, nelle ex caserme adibite a dormitori per l’accoglienza dei profughi, in fila alla préfecture o nelle mense solidali dove socialdemocratici e comunisti stringevano la stessa scodella sbeccata dei primi smarriti esponenti della borghesia ebraica.”.

La figura di Gerda continua a presentarsi a grappoli; Chardack dà ogni tanto, con il suo ricordo, delle pennellate: “Il Bassotto [ricordiamoci che è il soprannome di Chardack] gli aveva invidiato solo la moto Zündapp sulla quale Gerda a un certo punto aveva cominciato ad arrampicarsi per fare opera illecita di volantinaggio. Si era meravigliato che la gelosia non si facesse viva quando la vedeva stringersi alla schiena di Sas con un «a dopo!» e poi svanire sulla Pfaffendorfer Strasse in pendenza come per una scampagnata.”; “La fantastica ragazza di Stoccarda non era ancora abituata a sistemarsi a gambe accavallate sul parquet della mansarda di Geor Kuritzkes (…) Il collo sottile le si allungava sotto il caschetto alla garçonne perfettamente addomesticato, le labbra ridefinite in rosso si stringevano in una linea da scolaretta attenta, gli occhi mandavano lampi di sdegno, baluginii intermittenti che rimestavano il verde dei fondali.”; “in motocicletta di notte a fari spenti per attaccare volantini nelle periferie di Lipsia”; “La piccola Gerda nel costume alla marinaretta, il piccolo seno che svanisce tra le righe, la bocca aggricciata, sembra un bambino che non si può toccare.”. Anche gli spostamenti nel racconto, come ad esempio quelli tra Lipsia, Parigi, la Spagna, sono come pennellate che vengono impresse sulla tela all’improvviso, e si rivelano necessarie e tempestive per l’appuntamento visivo con la storia e la figura di Gerda. A mano a mano che si procede nella lettura, ci accorgiamo che le atmosfere, gli indugi, talune messe a punto hanno qualcosa a che vedere con il Marcel Proust de “Il tempo perduto”. La Janeczek si prende, per raccontare, tutto lo spazio che vuole, non ha fretta, e il suo sguardo è sempre intento a frugare nelle emozioni, nelle penombre, nei recessi e nei brillii di una società che, scossa dai desideri di libertà di quegli anni lontani, ancora non è riuscita a dispiegare tutto il suo valore. La città di Buffalo, dove vive Chardack, ha un filo rosso con Lipsia, con Parigi, con Brunete. Così come ce l’ha Roma dove vive Georg, o il Colorado dove vive il fratello di Georg, Soma, o la Svizzera dove si è ritirata Ruth Cerf, l’amica di Gerda. La ragazza con la Leica (una macchina “così ‘disarmante’ nella sua piccolezza.”), ha sparso nel mondo il suo seme di libertà, la sua ansia di vivere.

Il ruolo di Chardack si esaurisce nella prima parte che porta come titolo il suo nome. Passa le consegne a Ruth, che diventa la protagonista della seconda parte (il libro è composto di tre parti). Abbiamo finito di fare i conti con i ricordi di un innamorato e ci apprestiamo a seguire quelli della sua migliore amica, con la quale Gerda spartiva la camera di qualche hotel (“due ragazze belle e spensierate insieme, illuminate l’una dall’altra.”; “assomigliavano ad una Garbo e una Dietrich di provincia.”). Sappiamo già che avremo a che fare con un confronto tutto al femminile e che ciò ci sarà utile per perfezionare un ritratto che non può essere completo se disegnato solo da una mano maschile. L’autrice vi si immette con la stessa flemma che abbiamo conosciuto, l’occhio continua ad essere curioso e indagatore, non perde mai di vista ciò che circonda tanto Ruth che Gerda. Janeczek sa riversare la realtà sui personaggi trasformandola al modo degli impressionisti. Cubiste e impressioniste sembrano le maniere che meglio contornano e definiscono la sua scrittura.

Ruth si avvale, al contrario di Chardack, di una intelaiatura prismatica con linee che toccano vari personaggi (ad esempio, Chim e Kati Horna, Paul Nizan, Melchior, Csiki Weisz, Sas, Fred e Lilo Stein – anche Fred ha una Leica, ricevuta come “dono di nozze”, da cui non si separa mai; a lui si deve la bella foto scattata al Café du Dôme, in cui si vedono Gerda e André seduti ad un tavolo “di uno dei più celebri ritrovi di Parigi.”, e a lui saranno dedicate molte pagine finali, e su quella foto si solleveranno molti interrogativi) i quali hanno fatto parte del gruppo frequentato da Gerda; sono vari fili che insieme vanno a comporsi infine nel rapporto tra Gerda e Robert Capa, nato dapprima da una consonanza nell’allegria e nella spensieratezza e poi confluito nell’innamoramento. Qualche notizia nuova arricchisce la figura della protagonista: è rimasta incinta una volta e, a Parigi, ha abortito: “era andata a farsi cavare il seme che le avrebbe gonfiato la pancia.”. Non ha indecisioni, Gerda, è volitiva, sa quel che vuole e quel che fa; la sua giovinezza ha già in sé tutta la maturità della donna. Era stata anche imprigionata, a Lipsia, dalle SA (Sturm Abteilungen-squadre d’assalto), forze paramilitari della prima ora, organizzate e guidate dal comandante Ernst Rohm. Gerda dirà: “gli sbirri non concepivano che una con le scarpette in tinta con l’abito di seta potesse essere una rossa rabbiosa.”. Ruth la ricorda intrepida anche in carcere: “intrepida e smaliziata, come avesse distribuito sigarette e cantato hit americane alle detenute, fino a quando, da estranea guardata di traverso («oca infiocchettata» dovevano aver pensato di lei anche in prigione), era diventata addirittura una capobanda.”.

Il carattere di Gerda come rivoluzionaria del tutto speciale, che sa accompagnare e coniugare il suo pericoloso impegno politico alla gioia di vivere, in questa seconda parte si fa più evidente ed incisivo, come se quel disegno che l’autrice ha appena cominciato s’imponesse da solo per disvelare accenti e colori altrimenti nascosti. È una Gerda che sta assumendo i contorni di una leggenda: “agile come un levriero, tenace come il pellame, e qualche volta dura come l’acciaio. (…) Vivere a tutti i costi, ma non a ogni prezzo, Gerda lo desiderava più di tutti loro messi insieme. E infatti superava i vincoli e gli ostacoli frapposti a quel desiderio con un impulso irrefrenabile, uno slancio che solo la mole d’acciaio di un cingolato era riuscita a stritolare.”. La morte tragica di questa eroina (Ruth ricorderà di quando accompagnò Capa “a Tolosa a prendere Gerda, o quello che di Gerda era rimasto.”) è il rosso colore che fa da fondale al ritratto che l’autrice ci sta consegnando; esso è presente sempre e ci ricorda che si può sacrificare una vita splendida per un ideale di libertà. Leggenda e simbolo si mescolano nel personaggio di Gerda: “con le ultime parole ha chiesto se i suoi rullini erano intatti.”. Il grande fotografo di guerra Robert Capa (ossia André Friedmann), non può superarla, nonostante che il suo istinto rivoluzionario possa rammentarci (ma in questo l’autrice ci trattiene un po’) quello di personaggi divenuti mito, come il Che. Capa in questo romanzo vive del riflesso di Gerda: “è sempre stato più fragile di Gerda.”. Anzi, la morte della donna amata lo scioglie in lei. Erano vissuti insieme due anni. Del loro rapporto aveva detto: “Eravamo una persona sola, un corpo solo.”. Nella terza parte troveremo scritto: “C’era l’eco di un rispetto straordinario intorno a lei, un’eco lusinghiera in cui riverberavano doti e caratteristiche che Georg conosceva bene, ma amplificate in un’aurea leggendaria.”.

Ruth è colei che più cerca di entrare in Gerda, di capirne la natura. È stata sua amica, l’ha ammirata, ma si domanda se sia mai arrivata a conoscerla: “eccelleva nel conservare i bei modi, la facciata. Sorridi e scherzi, conosci la tua parte, sei allenata a farlo da una vita. Quale uomo si insospettirebbe davanti ad una ragazza spensierata? Basta apparire e fare finta di niente. Resistere è fare finta di niente, resistere è recitare.”. Gerda, una predestinata?: “si era addestrata ben prima di avventurarsi come un soldato su un campo di battaglia.”. La riflessione di Ruth rappresenta uno snodo significativo per illuminare la personalità di Gerda; essa d’un lampo ci appare come una specie di Giovanna d’Arco dei nostri tempi (stessa lotta per la libertà, stessa morte tragica), la cui missione era già nel suo destino sin dalla nascita.

A farci da guida nella terza parte sarà Georg Kuritzkes, che con Gerda ha avuto una relazione, soffiandola a Chardack. È il personaggio che, con quella telefonata proprio a Chardack, ha dato il via alla storia di Gerda.

Siamo tornati al 1960, come nella prima parte, ma questa volta ci troviamo a Roma dove Georg si è stabilito da tempo. Gira per la città con una Vespa, come Gregory Peck in “Vacanze romane” (del 1953, diretto da William Wyler), il famoso film interpretato insieme alla bella e brava Audrey Hepburn. Si apprende qualche notizia in più su Georg: è stato in Italia da giovane, ha studiato a Firenze, Milano, Torino e Napoli: “ha imparato a distinguere perfino i dialetti.”.

Ciò gli ha consentito, quando era in Spagna, di poter parlare facilmente con gli italiani, i quali “si erano portati dietro le loro parlate popolari.”.

“Un giorno, tornando da una ricognizione (…) gli era apparsa Gerda. Strappandosi il berretto basco e scuotendo forte la zazzera imbiondata” lo aveva riconosciuto. “Era arrivata il giorno prima, sul tardi. L’avevano accolta nella casita che serviva da quartier generale e sistemata su una delle due brandine della stanza riservata al comando.”. Georg e Gerda sono stati innamorati l’uno dell’altra; i ricordi di Georg sono intrisi di questo amore, che ha avuto, quando erano studenti a Lipsia, momenti di tenera bellezza (il “piacere del loro stare insieme.”; “Non era mai stato così felice, Georg Kuritzkes, e non lo sarebbe mai più stato.”). Quella di Georg è una voce diversa dalle altre due che abbiamo ascoltato. La stessa scrittura si ammanta di un alone di dolcezza che qui è pressoché costante e dà alla pagina morbidezza e calore: “Di mattina si lasciavano sul suo portone, la sera Georg passava dalla Springerstrasse e aspettava che Gerda scendesse.”. Certe vibrazioni dei sentimenti, in questa terza parte si sono accentuate, mettendo in risalto comportamenti ed emozioni che fanno emergere la femminilità di Gerda, qui più donna che guerriera: “Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somigliava alle borghesi né alle proletarie (…) Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque”). Berlino è il palcoscenico intrigante dell’amore tra Georg e Gerda.

Con Georg, che continua a girare per Roma in Vespa e qualche volta in bici (troviamo pagine descrittive molto belle. Altre pagine descrittive molto belle riguarderanno la Napoli povera degli anni Trenta, che ci ricorderanno un po’ Malaparte), ci viene data la possibilità di collegarci agli avvenimenti che interessarono il mondo intorno agli anni Sessanta, lontani quindi dalla guerra di Spagna; lo sguardo si allarga, dunque, e ci fa partecipi delle inquietudini, delle miserie, delle tirannie che caratterizzarono dappertutto il XX secolo.

Gerda (“che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.”) era facile ad innamorarsi, aveva lasciato il primo fidanzato tedesco Pieter Bote (aveva “dato il benservito al grande importatore di caffè”), per stare in compagnia del bassotto Chardack, poi era toccato a Georg, poi a Capa e infine ad un giornalista americano Ted Allan, che avrebbe voluto portarla in America. Ma preciserà Capa a Georg: “la sola cosa che Gerda amava senza riserve non eravamo io e te e nessun altro, ma tutti quelli che impegnano le loro vite contro il fascismo, erano la Spagna e il suo lavoro al fianco del popolo spagnolo.”. La femminilità di Gerda è fatta di amore e di impegno.

Attraverso la figura di un ex-partigiano, Mario Bernardo, che ora si interessa di cinema, facciamo anche una incursione nella guerra civile in Italia. Ne parlano insieme Georg e Mario, e l’autrice traccia così un filo rosso con le due guerre di liberazione più importanti di quella tragica storia europea. Si avverte la densa cappa nera del nazifascismo che ha violentato l’Europa e si avvertono i sogni, gli istinti, le volontà, il coraggio, la fede di uomini e donne che non si rassegnarono, pronti ad offrire la loro vita per il riscatto dalle umiliazioni e per una nuova rinascita (“l’Italia libera, l’Italia da rifare”). È il momento in cui il romanzo si fa corale e universale. Nella complessiva lettura (dunque anche dopo gli anni della guerra civile spagnola e italiana), incontriamo nomi celebri: Louis Aragon, Dos Passos, Hemingway, Steinbeck, Brecht, Willy Brandt, Picasso, Carlo Levi, Walter Benjamin, Ernst Bloch, Einstein, Neruda, Marcel Duchamp, Simone Weil; sono gli importanti riferimenti che ci guidano verso questo comune sentire di una liberazione attesa e necessaria; e a rendere ancora più significativo questo canto di liberazione è il fatto che i principali protagonisti sono ebrei, a partire da Gerda e da Capa. C’è un momento in cui sono descritti insieme, molto tenero. È Melchior, il marito di Ruth, a farlo: “Sai che a vederli da lontano, quasi della stessa altezza, cioè bassini, somigliavano un po’ a Charlot e Paulette Godard su quella strada di campagna?”. Il film a cui si fa riferimento è il muto “Tempi moderni”, diretto da Charlie Chaplin nel 1936: è la bella e romantica scena finale.

A mano a mano che ci avviamo alla conclusione, ci accorgiamo che il romanzo è diventato un grande affresco dei principali movimenti politici e sociali che hanno caratterizzato gli anni Trenta. Spagna, Francia, Italia, Germania sono il polmone di un universo  smosso da tragici eventi, da sommoventi epocali, da prove immani in cui l’umanità si contorce e grida per una minaccia che si fa sempre più intollerante e da cui è necessario liberarsi per non morire. La storia di Gerda si immedesima con quella del suo tempo. Non solo, ma l’essenza della sua vita si trasmette come vento caldo in ogni parte del mondo: “Il nazifascismo ha creato uno sconfinato campo profughi che un mostruoso spostamento d’aria trasporta da un paese all’altro.”.

Nelle ultime pagine vivremo anche alcuni tentativi di rivolta in Italia degli anni Sessanta (durante il famigerato governo Tambroni, ad esempio). Dirà Georg all’amico Mario Bernardo, commentando le manifestazioni di quegli anni: “Eravamo così anche noi”. Il libro, sia in principio che a conclusione, è arricchito da belle e suggestive fotografie, corredate da notizie, riferimenti e interrogativi importanti.

Siamo giunti alla fine. I tre anfitrioni ci hanno raccontato di Gerda, ognuno ha contribuito a dipingere il suo ritratto. Sappiamo anche che è sepolta a Parigi, nel cimitero di Père Lachaise, e che Alberto Giacometti ha realizzato il suo monumento funebre. Ma a noi non basta. In noi si è creata di lei una immagine tutta nostra. Ci siamo affezionati a Gerda e ci piace pensarla ancora viva con  i suoi capelli al vento e gli occhi verdi. Ci sorride: agitando la sua Leica.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart