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LETTERATURA: I MAESTRI: Amata dalla massa

3 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 29 luglio 1970]

Ragazzina, la civetteria mi è cresciuta dentro come una di quelle punte che si abbar­bicano in una crepa su un cornicione e poi, dopo pochi mesi, sono diventate un arbu­sto e se vai a tirarle fuori sco­pri che hanno la radice piĂą lunga di loro. Ero ancora una ragazzina seria, mettiamo, a novembre, all’inizio dell’anno scolastico; a giugno, per le vacanze, ero giĂ  così civetta che quasi mi stupivo io stessa di esserlo tanto. A novembre ero stata una di quelle sco­lare fredde e sapute che sembrano delle vecchiette; a giugno dimenavo i fianchi, sporgevo il petto, lanciavo oc­chiate a destra e a sinistra, ri­devo senza motivo, posavo apposta la mano sul ginocchio per metterlo in mostra. Ma, soprattutto, pensavo agli uo­mini. O meglio, sentivo che ci pensavo: il pensiero non c’era come riflessione, come calcolo, come giudizio; ma c’era il sentimento che, qual­siasi cosa facessi, quel pen­siero non mi abbandonava mai.

Forse è giunto il momento di descrivermi, anche perchĂ©, descrivendomi com’ero allora, potrò far comprendere meglio il cambiamento che è soprav­venuto in seguito. Ero, dun­que, una ragazza di bellezza trionfale e risplendente, e al tempo stesso quieta, dolce, se­rena. Una vitalitĂ  densa e vo­gliosa mi gonfiava la persona come fa la linfa ad un frutto maturo. La sentivo, questa vi­talitĂ , nel lustro e nel movi­mento dei capelli, nella dila­tazione luminosa delle pupil­le, nell’inutilitĂ  radiosa del sorriso, nel rigoglio prepoten­te del seno, nell’ebbrezza che mi saliva al cervello ad ogni passo che muovevo. Natural­mente sapevo di essere bella; ma non ero affatto consapevo­le di far di tutto per mettere in mostra la mia bellezza. Cre­devo, per esempio, in buona fede, di seguire la moda. In realtĂ  la gonna piĂą corta, la scollatura piĂą profonda, la ve­ste piĂą aderente erano sem­pre le mie.

*

Basta, pensavo agli uomini e se la moda l’avesse voluto, non avrei esitato ad andare in giro nuda; ma un bacio che è un bacio, a diciott’anni, non l’avevo ancora dato. Strano a dirsi, perchĂ© ero nata in una famiglia tradizionale ed ero stata allevata per il matrimonio, non desideravo sposarmi. La mia aspirazione, invece, era, o almeno così mi sembrava, il lavoro. Desideravo lavo­rare; e questo desiderio di ren­dermi utile socialmente si con­fondeva con il desiderio tutto fisico che, secondo gli uomini, si esprimeva nelle forme del mio corpo. Il pensiero del la­voro è diventato ben presto ossessivo, come si dice che sia il pensiero dell’amore. Ho pre­so il diploma di stenodattilo­grafa, ho studiato il francese e l’inglese, ho frequentato dei corsi per diventare interprete. Finalmente, sono riuscita ad ottenere un posto di segreta­ria, in una agenzia di pubbli­citĂ .

Subito ho fatto, come si di­ce, colpo. Il direttore mi ha detto un giorno; « Susanna, tu sei una pubblicitĂ  ambulan­te ». Ho domandato ingenuamente: « Di quale prodotto? ». E lui: « Di te stessa ». Non ho capito troppo bene, ho cre­duto che alludesse alla mia pur sempre fortissima civette­ria e ho arrossito. Questo di­rettore era un bell’uomo alto e robusto, con due soli difet­ti: era completamente calvo e teneva le spalle curve, quasi avesse la gobba. Naturalmen­te, si è innamorato di me, ma in maniera gentile e rispetto­sa, secondo il suo carattere. Mi sono rifiutata alle sue in­sistenze; e un giorno non sa­pendo piĂą cosa dirgli, mi è venuto fatto di dargli questa spiegazione: «Tu, Ettore, mi piaci, ma non piĂą degli altri. Se amassi te, non avrei poi piĂą nessun motivo di non ama­re chiunque ».

*

Con l’idea di farmi piacere, di lì a qualche tempo il di­rettore mi ha messo nel car­tellone pubblicitario di un co­stume da bagno di nuovo tipo. Fotografata a colori, me ne stavo semplicemente ritta, le braccia e le gambe leggermen­te aperte, su uno sfondo bian­co. Il petto e la pancia spor­gevano; la testa era tirata in­dietro. Il costume aveva la particolaritĂ  di essere insieme traforato sul seno e rinforza­to sul ventre; così che quello che non si vedeva chiaramen­te, in compenso era messo in forte rilievo. A dirla in breve, era un cartellone indecente; e infatti ha avuto un grandissi­mo successo. Si vedeva dap­pertutto; sullo sfondo bianco, ci scrivevano frasi oscene e parolacce oppure ci facevano disegni irriferibili. Mi dispia­cevano l’indecenza del cartel­lone e le volgaritĂ  che la gen­te ci scriveva e ci disegnava? Sì e no. A ben guardare, quel­lo che non mi era ancora av­venuto nella vita, era avvenu­to, invece, di colpo, in quel cartellone: mi ero, per così di­re, offerta con decisa civette­ria; e la mia offerta aveva tro­vato una risposta altrettanto decisa. Quelle scritte e quei disegni stavano lì a dimostrare che un rapporto si era creato, che era stato felice e che era stato consumato fino in fondo. D’altra parte, sapevo che c’è una maniera di essere teneri con le parolacce e con le crudezze. Nelle scritte e nei disegni del mio cartellone c’e­ra, appunto, questo genere di tenerezza.

Ma il cartellone, stranamen­te, ha ammazzato la mia ci­vetteria. Ho spesso riflettuto sulla contemporaneitĂ  dei due avvenimenti: il successo del cartellone e la morte della ci­vetteria. Non c’era dubbio che tra le due cose ci fosse un nesso: ma era difficile dire quale. Smaniosa, vogliosa, an­siosa di piacere agli uomini, anzi a tutti gli uomini, non mi era mai venuto in mente che avrei potuto piacere non a quei pochi che mi accadeva di incontrare per strada o tra la gente che frequentavo; ma ai milioni di maschi di una intera cittĂ . Ora questo, ap­punto, era avvenuto. Quel car­tellone era una civetteria, per così dire, di massa; e aveva provocato un amore di mas­sa. Ma, al contrario di quan­to avviene nell’amore tra due individui, l’amore di massa non ha avuto sviluppi, si è fermato a quel solo cartellone e alla sola stagione che è du­rato il successo del cartellone. Il mio direttore, sempre per conquistarmi, mi ha messo in due altri cartelloni ancor piĂą procaci del primo, se era pos­sibile, ma senza alcun succes­so. Al tempo stesso mi sono accorta che trasferendosi dal mio corpo al cartellone, la civetteria aveva perduto il ca­rattere inconscio che me l’aveva resa così disinteressata e inebriante, simile ad un gio­co vertiginoso. Era diventata semplice, grossolana lusinga. Forse per questo ho cessato di essere civetta: mi vergognavo, cosa che, prima del cartello­ne, non era mai avvenuto. Oppure, chissĂ , tutta la mia vitalitĂ  era defluita dal mio corpo reale al corpo fotografato; e adesso, anche se l’aves­si voluto, non avrei piĂą potuto essere civetta come un tempo.

Vagamente spaventata da tanti cambiamenti, mi sono af­frettata ad accettare finalmen­te l’amore del direttore per il quale, del resto, nutrivo un sincero affetto. La prima vol­ta non è stato un fiasco ma quasi; e ho letto nel suo viso la delusione di trovarmi così fredda, così impacciata, così distante. Tanto diversa, insom­ma, da come apparivo. Ma mi voleva bene ed io gli volevo bene. Ho lasciato la mia fa­miglia e sono andata a vivere in un quartierino di due stanze, nei pressi della sede dell’agenzia. Era un appartamen­to vuoto; ma, stranamente, non sono riuscita ad arredarlo. Mi sono limitata a comprare una branda e una seggiola. Per i vestiti c’erano gli armadi a muro. In cucina, avrei voluto metterci una tavola e un paio di seggiole, ma non ce l’ho fatta. Quando mangiavo, me ne stavo in piedi, con il piatto in mano, presso la finestra; oppure, piĂą raramente ci por­tavo la seggiola che tenevo in camera da letto e poi, finito di mangiare, la rimettevo al suo posto.

*

Lavoravo molto, l’agenzia prosperava, i cartelloni con le belle ragazze si moltiplicava­no. Il direttore, nonostante la mia assoluta freddezza, era più che mai innamorato e, fuorché abbandonare la mo­glie, avrebbe fatto qualsiasi cosa per me. Quanto a me, co­me ho già detto, provavo per lui affetto e forse anche tra­sporto fisico; ma sentivo che i nostri rapporti diventavano ogni giorno più essenziali. Nel­l’ufficio non gli parlavo più che a monosillabi; a casa, quando veniva a trovarmi, non gli parlavo affatto. Ma l’ascol­tavo, magari gli sorridevo. Poi, però, veniva un momento in. cui prendevo la sua giacca, l’aiutavo a infilarla e, in un certo mio modo dolce e gen­tile, lo mettevo fuori della porta. Questo momento è ve­nuto sempre più presto. Alla fine le visite del direttore so­no durate soltanto pochi mi­nuti; e poi, di comune ac­cordo, sono cessate del tutto.

Una forza irresistibile, or­mai, mi spingeva a recidere tutti i legami che mi tratte­nevano all’esistenza. Oltre a ridurre l’amore a pochi minu­ti, ho pian piano diminuito il cibo. Ritta in piedi presso la finestra, guardando con oc­chio trasognato alla mia brut­ta strada di moderno quartiere piccolo-borghese, mangiavo un paio di forchettate di spaghet­ti oppure un po’ di riso bol­lito, più raramente un pezzet­to di carne. Ma non finivo quasi mai il pasto; giunta a metà del piatto, mi si strin­geva lo stomaco e allora ro­vesciavo quel che restava nel bidone delle immondizie. Non uscivo più che per andare al­l’agenzia; la sera rifiutavo qualsiasi invito per la cena o per lo spettacolo e me ne stavo a casa, tutta sola, a guardare la televisione.

La mia vita cambiava nel senso di ridursi sempre più; e così la mia persona. Ero stata quasi formosa; adesso ero magra, piatta, spianata. La mia faccia si era fatta triangolare, tirata, tesa, con grandi occhi dilatati senza languore e grande bocca come assetata, senza sensualità. Ero ancora bella: forse, secondo il gusto moderno, più bella di prima; ma mi sentivo mor­ta. Il direttore si è presa un’altra amante, una ragazza che lavorava, all’agenzia, nel­la mia stessa stanza. L’ho ap­provato, gli ho chiesto se vo­leva che mi cercassi un altro impiego. Buono e ancora in­namorato, si è gettato ai miei piedi piangendo, dicendomi che mi amava e che avrebbe fatto qualsiasi cosa purché tornassi ad amare la vita. So­no rimasta.

*

Un giorno sono andata sola, nella mia utilitaria, al mare. Ad un crocicchio, mi sono imbattuta nel famoso cartel­lone con il costume da bagno e allora ho fermato la mac­china e mi sono guardata. Ho pensato che guardavo il car­tello con nostalgia e con ram­marico come le donne anziane guardano alle fotografie  di quando erano giovani. Ma io non ero vecchia, avevo appe­na ventisei anni. Il cartellone era sbiadito, graffiato, strac­ciato. In un angolo c’era scritta una di quelle parolacce che, come ho già detto, si possono anche dire per tenerezza; e mi sono sorpresa a mormorare: « Magari fosse vero ». Poi ho proseguito fino al mare, in un punto non tanto frequentato della spiaggia. Era una bella giornata, con il cielo azzurro, luminoso e senza una nube. Ma sotto questo cielo, per via dei rifiuti di non so quale fabbrica, il mare era giallo scuro con riflessi neri. Sono rimasta male perché, a dire il vero, ero andata al mare per morire. Sarei andata avanti nell’acqua fin dove non si toc­cava e poi mi sarei lasciata annegare. Non era un suicidio, era un ritorno alla vita dalla quale mi ero, chissà come, di­staccata. Ma in un mare così, il ritorno alla vita in forma di morte per acqua, non era pos­sibile. Sono rimasta a lungo a guardare questo mare giallo e nero e poi me ne sono tornata in città.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart