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LETTERATURA: I MAESTRI: Angelo mio

6 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, martedì 13 maggio 1969]

Mi alzo dal letto e vado al­la finestra a vedere che tempo fa. Il nostro appartamento sta all’ultimo piano di un palaz­zo. In cima alla collina dei Parioli. Dalla finestra vedo, di solito, le case su palafitte, i cavalcavia di cemento del Villaggio Olimpico. Dico « di solito » perché, a quanto pare, la finestra, questa notte, si è abbassata di sei piani. Era la finestra di un attico; ora è, palesemente, la finestra di un primo piano. Invece del Vil­laggio Olimpico dall’alto, scor­go, a livello dei miei occhi, un giardino con aiuole, vialetti ghiaiati, tronchi di pini, siepi di pitosfori. Un giardino come di villa al mare. Allora, pian piano, come rottami informi di un naufragio che emergano alla superficie del mare, ecco affiorano alla mia memoria i ricordi: l’analista che mi par­la, seduto su una seggiola mentre io l’ascolto distesa su un sofà… che mi parla per mesi, per anni… il salotto, in casa nostra, inondato della lu­ce di un sole irreale e mio marito che va su e giù, gri­dando, mentre io lo guardo, sprofondata in una poltrona… mio marito al volante di una macchina; io gli seggo accan­to, inebetita, catatonica; Robertino, il mio figlio tredicen­ne, sta seduto dietro… l’arrivo a Fregene; la cameriera e la cuoca sono già lì, sotto la ve­randa, ad aspettarci; scarica­no le valigie; io vado a chiu­dermi nella mia camera, la stessa alla cui finestra ora mi affaccio… Dunque tutto chiaro: sono a Fregene, in una villa di affitto, per rimettermi in salute da una lunga e gra­ve depressione nervosa. L’ana­lista mi ha raccomandato di dormire, riposare, passeggiare, soprattutto occuparmi di mio figlio. Mio marito è tornato a Roma. Ma mio figlio è rimasto a Fregene con me, ed io, appunto, debbo occuparmi di lui.

*

Detto e fatto. Mi volto, attraverso di corsa la stanza, apro la porta, irrompo nel­l’atrio. La portafinestra è spa­lancata, ci vado, mi affaccio sulla veranda. Qualcuno sta seduto in una seggiola a sdra­io, un libro in mano. È un uomo molto piccolo, dalle spalle strette e dalle gambe corte, coi piedi che non gli giungono a terra. Oppure, più probabilmente, è un ragazzo. Lo guardo e noto che mi rassomiglia. Ha i capelli neri e ricci come me, la fronte spor­gente e gli occhi azzurri come me. il naso ricurvo e la bocca tumida come me. Gli occhiali dalle lenti spesse gli danno un’aria professorale; ma si vede benissimo che non ha più di tredici o quattordici anni. Penso che quando un ragazzo rassomiglia tanto ad una donna più vecchia di lui, è molto probabile che egli sia figlio di quella donna. E così arguisco che, dopo tutto, quell’uomo molto piccolo, che poi è un ragazzo, deve essere mio figlio Robertino. Qualche cosa den­tro di me mi dice che questa maniera di riconoscere il pro­prio figlio non è molto orto­dossa ma, infine, ci sono poi davvero altre maniere più si­cure? Grido, sollecita: « Ro­berto, Robertino, andiamo a passeggio ».

È un ragazzino; ma ditemi se i suoi gesti non sono quelli di un vecchio. Continua a leg­gere per un poco, quindi alza gli occhi, mi guarda al diso­pra delle lenti. Dice: « Ah ti sei svegliata, finalmente! Lo sai che ore sono? Le tre ».

« Su vieni a fare una pas­seggiata ».

« Sì, ma non prima che tu ti sia vestita ».

« Vestita? »

« Già. non ti accorgi che sei in camicia? »

Diavolo, è vero. Sono in ca­micia e per giunta in camicia da notte di velo trasparente e tutto spiegazzato. Fuggo, gri­dandogli: « Vengo subito. In­tanto preparati »; e torno in camera. Mentre in gran fret­ta mi vesto alla meglio, mi pongo con ansietà la questio­ne: e vero, sono riuscita, gra­zie alla somiglianza, a stabi­lire con sicurezza relativa che quel ragazzo è mio figlio; ma il più resta ancora da fare; debbo adesso occuparmi di lui cioè gettare tra me e lui il ponte di un rapporto qualsia­si; come debbo regolarmi? Mi dico che per una madre tradi­zionale, all’antica, il problema non esisteva; bastava quello che allora si chiamava amore materno, cioè un miscuglio di attaccamento animalesco e di ignoranza crassa. Ma una madre moderna come me, ovvia­mente, non può ricorrere al­l’amore materno; allora che fare? Ricordo a questo punto che l’analista ha sempre ribattuto sul chiodo che tra me e Robertino c’è sicuramente un legame di specie edipica; e mi dico che, dopo tutto, in mancanza di meglio, mi conviene accettare francamente questo legame. Ma in che mo­do? Ci penso con intensità e infine arrivo alla formula seguente; io debbo comportar­mi come una madre moderna che finga di essere una madre all’antica che finge di essere una madre moderna. Complicato, nevvero? Tanto complicato che non mi rendo conto neppure di quello che sto fa cendo. Ero in camicia da not­te un momento fa nella mia camera; eccomi adesso, in mi­nigonna e calzamaglia, in un viale della pineta di Fregene, insieme con Robertino.

*

Su su, tra i cappelli roton­di, verdescuro dei pini, il cielo appare rannuvolato, tetro. L’aria è umida, ronzante come per miriadi di invisibili mo­scerini. Dietro i cancelli, le ville si affacciano mute, con tutte le finestre chiuse. Nessu­no passa per i marciapiedi er­bosi; nessuno sull’asfalto pie­no di crepacci. È la stagione morta, ancora; Fregene è de­serta. Sbircio mio figlio che mi cammina allato, in silen­zio. È basso, occhialuto, con la fronte sporgente e un ciuffo superbo sulla fronte, lo sto­maco in fuori, le gambe corte.

Penso che somiglia ad un pic­colo sufficiente, borioso petto­ruto tacchino. Non importa, l’analista mi ha ordinato di occuparmi di lui e io debbo farlo. Gli domando ad un trat­to con voce flautata: « Rober­tino, sei contento di passeg­giare con la tua mamma? ».

« Intanto ti prego di dire: madre e non mamma. No, non sono contento ».

« Perché, tesoro mio? »

« Non chiamarmi tesoro. Stavo leggendo un libro e mi hai costretto ad interrompere la lettura ».

«E che leggevi di bello, amor mio? »

« Non chiamarmi amor mio. Leggevo il libro delle cita­zioni di Mao ».

« Lo sai, topino mio, che semmai dovresti ripassare il libro di storia. Sei deboluccio in storia, gioia ».

Questa volta non dice nul­la. Pare offeso. Insisto carez­zevole, insinuante: « Così, bambino mio, non sei conten­to di avere una mammina gio­vane, carina, ben vestita? Pre­feriresti che fosse brutta, anzianotta, stracciona? ».

« Ti ho già detto di non di­re mamma ma madre ».

« Lo sai, gattino mio, per­ché sei così seccato? »

« Non sono seccato ».

« Sì, luce dei miei occhi, tu sei seccato perché sei geloso di tuo padre ».

Lo vedo gonfiarsi di di­sprezzo: « Io geloso di quel­l’individuo? ».

« Tuo padre non è un indi­viduo, creaturina mia ».

« E che cos’è allora? »

« Tante cose, omettino mio. Ma per te, purtroppo, è so­prattutto mio marito. Lo sai perché dico: purtroppo? »

«Non lo so né m’interessa di saperlo ».

« E perché non t’interessa, anatroccolo bello? »

« Perché sono casi privati, personali, individuali ».

« E che cosa ti interessa al­lora, tombolino mio? »

Sta zitto un momento e poi risponde con gravità: « Voglio darti un consiglio. Invece di andare dall’analista e spende­re tanti soldi, cerca di libe­rarti della tua individualità ».

« E in che modo, frugoletto mio? »

« Amando il popolo ».

« Ma tu lo ami il popolo, angelo mio? »

« Si capisce che lo amo ».

*

Che mi succede? Sono stata sinora la madre moderna che finge di essere una madre all’antica che finge di essere una madre moderna. Tutto ad un tratto, ecco, mi viene una collera terribile. Raccolgo un grosso ramo secco per terra, lo brandisco contro mio figlio e urlo: « Non è vero, non è vero, tu non ami il popolo, lo dici per difesa. Tu non ami il popolo, ami me ».

La mia voce deve essere terribile, così il mio aspetto.

Lo vedo indietreggiare, quindi darsela a gambe. Scappa, si volta indietro a guardarmi, scappa ancora, scompare. Eccomi sola. Mi calmo ad un tratto, getto via il ramo, riprendo la passeggiata.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart