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LETTERATURA: I MAESTRI: Antonio Barolini. Nuovi buffi di provincia

18 giugno 2016

di Geno Pampaloni
[da “La fiera letteraria”, numero 26, giovedì, 23 giugno 1968]

ANTONIO BAROLINI
L’ultima contessa di famiglia
Feltrinelli, pagine 312, lire 2300.

A seconda del taglio con cui li si guarda, i racconti di memoria che An­tonio Barolini ha raccolto ne L’ultima contessa di famiglia possono apparire, di volta in volta, ammodernati bozzet­ti alla toscana, oppure ritratti di strampalati e sottilmente disperati nuovi « buffi » disegnati sullo sfondo della provincia veneta, oppure, come anche si è detto, un nuovo genere di crepuscolarismo. Ma tutto questo, a chi guardi bene, appartiene a un gene­re di definizioni e distinzioni letterarie che rischiano di fallire la mira per la non connivenza nel bersaglio. Per il Barolini la letteratura, come forse niente altro nella vita, non è tanto un « fare » quanto un € essere ». Se c’è scrittore, e poeta, per il quale i proble­mi formali sono, nel profondo, secon­dari, questi è lui. Direi che egli pensa, e sente, che la qualità artistica, ai suoi scritti, quando essi la conquistano, viene data, secondo la parola evangeli­ca, « in sovrappiù ». E gli viene data non per la corrispondenza a un model­lo       precostituito di bellezza, ma per la fatica vitale e disinteressata che egli ha messo nel vivere ciò che scrive; nel vivere, intendo dire, scrivendolo.

Questa spinta volontaristica, così importante nell’ispirazione del Baroli­ni, ha peraltro un suo contrappeso nell’ambito stesso della sua visione poetico-religiosa; un contrappeso es­senziale, giacché, mancando esso, man­cherebbe allo scrittore la radice di quel suo felice anarchismo, di quel suo amabile spirito libertario che lo distinguono da ogni altro. Se la poesia dunque è, innanzitutto, sentimento e ricerca della poesia; per converso la vita, nel suo insieme e in ogni istante, è, come egli ha scritto, « una riserva per la miracolosa pesca del Cristo », e ogni comunità, ogni uomo, « vive della sua epifania, della sua promessa e del­la sua lieta novella di speranza ». Che significa questo? Che, nel momento in cui noi cerchiamo, Dio ci ha già trova­ti, per suo conto, e da sempre.

Ecco individuati, credo, i due limiti tra i quali si tende la poesia del nostro scrittore; da un lato, il momento in­quieto della ricerca, della coscienza d’essere coinvolto in un itinerario al cui termine sta una rivelazione (e an­che la poesia è rivelazione); dall’altro lato sta il nostro essere vissuti, il no­stro essere rivelati, brandello, ognuno, della « inconsutile veste del Cristo, tratta a sorte ai piedi della Croce ». Il ricercare e l’essere scelti, il nostro vo­lontarismo al bene e il tollerante, talo­ra malizioso e sempre insondabile di­sporsi della Grazia, sono due momenti che in realtà non hanno apporto; ma il poeta, questa sentinella del mistero cristiano, è là all’erta sugli spalti a ce­lebrare la miracolosa familiarità degli affetti umani con gli inconoscibili, af­finché la gioia dell’attesa non sia im­pari, e anzi coincida, con la gioia dell’« epifania ».

Monte di pietĂ  di affetti

Umano e divino, sulla terra, posso­no, ai suoi occhi, familiarmente scam­biarsi le parti. Egli è il custode e il ga­rante, se così posso esprimermi, tanto della libertà umana nella selva degli errori ove pur filtra la luce della spe­ranza, quanto della libertà di Dio di mostrarsi là dove e come più impensa­tamente gli accada. Egli è lieto e sen­suale, disinibito e carnale: ha assunto su di sé il rischio della prova della mi­sericordia e possiamo dire della conni­venza di Dio. Il modo più eloquente, e più intenso, con cui il poeta può rivol­gersi a Dio (e che mi sembra renda ra­gione di questa lunga premessa) è quello usato nella « Preghiera del 1964, in un’ora di morte »: o sconosciu­to, che « sei ».

Chi abbia la sensazione che siamo andati troppo oltre, a proposito di un libro, tutto sommato, di racconti pro­fani e realistici, legga ora queste penetrantissime, definitive linee scritte da Eugenio Montale. Dopo aver rilevato la sicurezza del Barolini descrittore, la sua perfetta visualità sugli oggetti, egli scrive: « In Barolini gli oggetti trasudano memoria, e sono quasi un Monte di Pietà di affetti e di significa­ti, un deposito di pegni solo recupera­bili da chi presenti polizze che voglio­no dire dolore, dispersione, fatica e so­prattutto caparbia volontà di soprav­vivere ». Perfetto. Io aggiungerei sol­tanto che in quel monte dei pegni ove l’uomo presenta le sue polizze, il vero depositante, per Barolini, è Dio stesso.

A un simile tipo di poetica, che è esistenziale e religiosa prima di essere letteraria, lo scrittore è arrivato per gradi, e, più che sviluppando le pre­messe giovanili della sua narrativa, che erano d’ordine naturalistico, vi è arrivato attraverso l’esercizio della poesia. Direi che è rimasto tal quale il naturalismo di fondo, che tanto bene si concilia con il suo cattolicesimo (po­sitivismo sublimato e se del caso rove­sciato nel silenzioso assurdo della provvidenza); solo che ha perduto ogni pesantezza deterministica, le pre­messe sono sganciate dalle conseguen­ze, nella libertà di essere degli uomini e delle cose è compresa ogni filosofia.

Così il suo contatto con la realtà è rimasto colorito, pieno, goduto, di tipo tradizionalmente realistico; ma al tem­po stesso ha acquistato di aria e di lie­vità, e come un sovrasenso gentile. Le dimensioni, il « fiato » dello scrittore sono rimasti quello che erano; ma la qualità è nobilitata in una prosa che non si esaurisce mai in se stessa. Gli giova ancora benissimo quel linguag­gio « medio » una volta così bene ana­lizzato da Pasolini, e magari fattosi più colloquiale, più disteso; ma perché ora si colloca agevolmente sui due re­gistri, il realismo e l’« epifania », il grottesco e il memento, l’allegria del vivere e la responsabilità del vivere, gli oggetti da descrivere e le « poliz­ze » da riscattare. Non avremmo, in­somma, oggi, questo scrittore così fe­dele senza forzature alla sua « gaia gioventù », così elegante nei suoi va­gabondaggi tra le cose e le memorie, tra le persone e le ombre, se egli non avesse sempre meglio chiarito a se stesso le proprie urgenze spirituali.

Una casa a New York

A me piace molto, ad esempio, dei racconti de L’ultima contessa di fami­glia, « Una casa in America » che apre il volume. Mi sembra che il contrap­punto giocoso tra la parte del buratti­naio e quella del burattino sia presso­ché perfetto. In terra di alienazioni, appunto in America, il tocco dello scrittore riduce gli aspetti più proble­matici dei rapporti e delle convivenze umane a innocenti manie, a fuggevole gioco di umori. Non c’è niente, nella nostra letteratura di questi anni, di più leggiadramente e persuasivamente anticonsumistico del tema virgiliano- cristiano della fuga, che non lo abban­dona mai: « Mi strappai di dosso le inutili e morte radici e, portando con me quelle vitali, me ne andai per il mondo, in nome della fresca speranza che mi era cresciuta dentro e che sen­to nuova e alacre e costruttrice di co­se buone ». Ecco il nostro Antonio gi­rare con sua moglie attorno a New York in cerca di casa; di una casa che, come Dio, « sia ». Ed ecco la sfilata delle macchiette, proprietari, mediato­ri, familiari, ecco le baruffe domestiche, ecco il colorito racconto buffo in­gentilito dal veneto ciacolar baroliniano. Poi infine la casa è trovata, e poi dopo qualche anno anche un’altra, an­cora più bella, forse troppo bella, tan­to che gli dà turbamento, lo fa sentire « un Adamo che, presto o tardi, per aver mangiato la fetta di una mela proibita e aver tradito la sua primiti­va innocenza, sarebbe stato cacciato da quel suo non duraturo paradiso ter­restre ». Ma il cuore è rimasto nella prima casa, ombrata da antichi alberi, « protettiva, confidente, solida, vasta », senza eccesso alcuno nella misura del­la felicità, che ha, quando è vera e profonda, la sua parte di pudore. In primo piano, nel racconto, c’è l’aned­dotica, il fraseggio dell’ironia. Ma sul fondo c’è una carità che va al di là delle immagini, e che il poeta riveste della sua ingenua malizia. Senza che mai il simbolismo si affacci scoperto, c’è tuttavia in ogni pagina questo bat­tere alterno della ricerca e della rive­lazione, del viaggio e della pace a mi­sura dell’uomo, in cui a me pare di ri­conoscere il più autentico dono del Barolini.

Parecchi altri racconti « italiani » del libro si raccomandano per la rico­struzione, arguta e sobria, di singolari figure sullo sfondo familiare della so­cietà vicentina e veneziana. Dalla zia Marietta (« La zia del ’48 ») divenuta, come un personaggio palazzeschiano, bella a 80 anni; così stramba e matta che i parenti devoti, dopo la sua mor­te, dicevano che bisognava « aiutarla con molte messe » per risparmiarle un po’ di purgatorio; la quale nel 1854 aveva osato dire a due ufficiali tede­schi che passeggiavano in piazza, di sollevare la spada, perché « non è de­gna di toccare il suolo d’Italia ». Sino al professor Pitarelli (« L’omino del pe­pe »), nella cui casa disabitata l’autore fu nascosto per qualche tempo in periodo clandestino (un po’ come il protagoni­sta de Le notti della paura, 1967); e al quale, vincendone la taccagneria su­perstiziosa, egli ruba un pizzico di pre­zioso pepe nero delle Indie, per cuo­cersi una bistecca prodigiosamente ve­nuta a rompere il suo digiuno di reclu­so.

Ho citato due dei racconti migliori. Non dirò che tutti siano di uguale feli­cità; e toglierne qualcuno probabil­mente avrebbe più giovato che nuo­ciuto al libro. Nel quale tuttavia il Ba­rolini è riuscito a far rivivere tutta una serie di ritratti e di ambienti, il cui motivo principale è quello della parsimonia spinta sino ad oltre l’ava­rizia, della crudele limitatezza di oriz­zonti spirituali; e che lo scrittore vede peraltro con bonomia, senza la frusta del moralista, e se mai con una sorri­dente pietà non priva di malinconia per la luce favolosa che nell’infanzia accompagnò quei ritratti « di fami­glia » e che ora talvolta punge tenera­mente nella memoria. Lo scrittore vuol darci, sia chiaro, il suo « tempo perduto », sebbene un’immagine della vita che sorge dall’infanzia e lo accom­pagna nella sua nuova realtà di uomo.

Infine, c’è, al culmine della riuscita, « La grande schidionata del cugino Ca­nal ». Ormai tutti lo sanno, e non c’è bisogno (né spazio) per ripeterlo: un racconto da antologia.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart