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LETTERATURA: I MAESTRI: Apollinaire sarebbe rimasto Apollinaire?

14 luglio 2016

di Pascal Pia (Pierre Durand)
[da “La fiera letteraria”, numero 50, giovedì, 12 dicembre 1968]

Parigi, dicembre

E’ passato esattamente un mezzo secolo dalla morte di Guillaume Apollinaire, sopraggiunta l’antivigilia del­l’armistizio, al calare della notte. Un buon numero di persone assistette il 13 novembre 1918 ai suoi funerali, ce­lebrati in Saint-Thomas-d’Acquin, e se alcuni tra i suoi, migliori amici mancavano, o trattenuti nell’esercito lontano dalla capitale o colpiti essi stessi dall’epidemia di spagnola, la maggior parte di quanti avevano po­tuto recarsi a rendergli l’estremo sa­luto seguì la sua bara fino al cimitero di Père-Lachaise.

Si notò la presenza, in quella folla, di scrittori, direttori di riviste, pittori, amatori d’arte e anche di giornalisti, che non si erano scomodati per neces­sità professionale, ma piuttosto per deferenza verso un compagno di lavo­ro che stimavano molto, condividesse­ro o meno il suo amore per la novità in letteratura e nell’arte.

Le immagini che ci si facevano al­lora di Apollinaire erano ben più di­sparate di quelle correnti oggi, che tuttavia sono ancora assai diverse fra loro. Il tempo, valorizzando l’opera del poeta, ha ombreggiato alcuni aspet­ti del suo personaggio, che ormai pre­sentano forse un interesse soltanto relativo, ma a cui la gente che entra­va in commercio con lui, come diceva Rouveyre, prestava una certa atten­zione.

L’atteggiamento nei confronti di Apollinaire, non degl’intimi di più vecchia data, ma degli amici o dei colleghi che non erano tra i suoi fami­liari, è stato spesso dovuto a ragioni che non riguardavano i meriti che la posterità gli ha man mano riconosciu­to. Quando, nel gennaio 1915, Paul Léautaud, sapendolo semplice soldato a Nimes, nel reggimento d’artiglieria dove si era arruolato, gli scrive: « Mi spiace di sapervi senza dubbio privato di molte cose » e, benché disoccupato aggiunge: « Vi metto nella lettera un piccolo, piccolissimo, veramente pic­colo biglietto. Non ringraziatemi. Mi vergogno di fare così poco, con la ve­ra e grande amicizia che nutro per voi », non credo che si debba imputa­re questo gesto al ricordo della felice sorpresa da lui provata nel 1909 alla lettura della Chanson du Mal Aimé.

Léautaud, cinque anni più tardi, non aveva certo dimenticato il bel poema che Apollinaire gli ha dedica­to, ma per incitarlo a testimoniare al povero soldato un affetto simile a quello ch’egli riservava di solito ai ca­ni randagi e ai gatti affamati, occorre­va qualcosa di diverso da un’ammira­zione per i versi di Alcools. E’ certo che l’arruolamento di Apollinaire per la durata della guerra non costituiva, a giudizio di Léautaud, un atto di cui si dovesse elogiare il poeta. Vi avreb­be piuttosto scorto una di quelle sciocchezze che commettono a volte anche gli spiriti più raffinati, allorché, disorientati, confusi o accecati dagli avvenimenti, arrivano a mettere da parte tutto il loro senso critico.

Accozzaglia di oggetti da bazar

Allora, a che cosa attribuire la sol­lecitudine insieme sincera, timida e discreta di Léautaud? Per parte mia, sarei incline a riconoscervi l’effetto della connivenza profonda che suscita quasi inconsciamente tra uomini di cuore e di spirito, il sentimento d’es­sere dei respinti fin dalla nascita. Léautaud. bambino senza madre, Apollinaire nato da padre sconosciuto erano fatti non per comprendersi in ogni circostanza ma per attirarsi l’un l’altro. E poi, probabilmente Léautaud non avrà considerato senza una punta di stupore i vagabondaggi, gli acci­denti e i sussulti di questo poeta, qua­si sempre simile al proprio destino.

Non si potrebbe dire che, da vivo, Apollinaire non abbia avuto la sua leg­genda. Si facevano, circa le sue origi­ni, il suo passato e il miscuglio di dati che si divertiva a confondere, ipotesi più o meno contraddittorie, che sparse dalla voce pubblica, finivano per offri­re ai creduloni e ai malvagi una scelta variata di certezze. L’articolo che Georges Duhamel consacrava nel 1913 ad Alcools e al suo autore illu­stra a sufficienza la malevolenza ver­so Apollinaire di taluni ambienti let­terari — « Mercure de France », ab- baye de Créteil — in cui, non man­cando di certi elementi di critica, non si sarebbe dovuto misconoscere l’ori­ginalità del poeta al punto da ritener­lo un imitatore di Max Jacob e persi­no di Henri Hertz, che forse non ave­va mai letto e la lettura del quale, sia detto di passaggio, è assai poco av­vincente.

Duhamel paragonava l’opera di Apollinaire a un accozzaglia d’oggetti da bazar messi insieme da un rigattiere che unisse l’astuzia di un ebreo le­vantino, l’impudenza di un avventu­riero e l’insolenza di un facchino. Che Duhamel sia stato sinceramente ostile alla poetica apollinairiana, non vi è dubbio. Che d’altronde abbia nutrito per la poesia in genere un amore che le muse non avranno gran che con­traccambiato, è senz’altro possibile. Ma non penso che i paralleli che sta­biliva, a detrimento di Alcools, tra Apollinaire, Max Jacob e Hertz gli siano stati suggeriti dalla lettura com­parata di questi tre poeti. Nel 1913, Max Jacob non aveva pubblicato qua­si nulla e Henri Hertz non brillava di uno splendore più vivo di oggi. Se Duhamel li ha nominati entrambi, non credo di sbagliare ipotizzando che i discorsi tenuti in sua presenza da Max Jacob ve lo avessero spinto.

Max Jacob non ignorava che Apollinaire, figlio di un’italo-polacca cattolica nulla aveva di un ebreo levantino, ma roso dall’invidia e dalla gelosia, tutte le volte in cui ha sostenuto o sussurrato che il suo amico aveva sangue ebreo, s’ingegnava con questo a farlo passare per un personaggio ambiguo e rinnegante la propria razza.

Altre dicerie che non si accordava­no gran che col sospetto di giudaismo facevano di Apollinaire il bastardo ora di un prelato ora di un curato di Monte Carlo. Questo, sembra, diverti­va abbastanza il poeta che, se non si vantava d’esser figlio di vescovo o di abate, non cercava nemmeno di smen­tirne la favola. Non gli spiaceva trop­po suscitare commenti stravaganti. Non vi ha trovato inconvenienti se non nel corso della faccenda dei furti commessi al Louvre da Géry Piéret, quando la scempiaggine dei rapporti di polizia e la stupidità d’un giudice istruttore lo condussero in prigione. nel mese di settembre 1911. Malgrado però questa disavventura, non ha mai ritenuto del tutto malvagio essere considerato dai contemporanei un ec­centrico sul cui conto la cronaca ac­cumulava inesattezze.

Si sentiva forse persino riconforta­to da una simile reputazione, nella speranza, da lui qua e là confessata, di lasciare un’opera che gli sopravvi­vesse. Riteneva che la gloria non sappia che farsene di esattezze biografiche indiscusse e di date verifica­te, e ch’essa assuma un carattere, es­senzialmente attraverso il calore che dispensa alle immaginazioni.

Lo si sospettava, lo si è persino ac­cusato, di mistificazione, cosa contro cui ha sempre protestato, e in partico­lare scrivendo nel 1913 a Henri Martineau, in seguito a una critica di Al­cools comparsa nella rivista Le Divan: « Non metto mai nulla in burla, né mi sono mai lasciato andare a nessuna mistificazione riguardo alla mia opera o a quelle degli altri ». Cosa non asso­lutamente esatta. Le recensioni che ha pubblicato su La Phalange di alcu­ne opere immaginarie, le cronache maliziose in cui, travestendosi da Louise Lalanne, ha commentato su Les Marges la produzione di alcune scrittrici, risultano effettivamente del­le burle. Rimane il fatto che simili ce­lie nulla avevano di crudele e che non si era in diritto di rimproverargli di essersele permesse. Così come non erano queste che i detrattori di Apol­linaire avevano in mente parlando di lui come di un mistificatore.

Ripopoliamo la Francia

Si trattava per loro di avvilire la sua poesia e diminuire l’importanza dei pittori di cui egli si era fatto il di­fensore, assai prima che il successo li avesse ricompensati. « Come crede­re », dicevano in definitiva « che il si­gnor Apollinaire non si faccia gioco degli altri, quando fa entrare nelle sue ’’poesie-dialogo” frasi sconclu­sionate o immagini d’un contrasto ag­gressivo, quando predica l’arte dei cu­bisti o colloca il Doganiere Rousseau al livello dei maestri i cui capolavori si disputano musei e grandi collezio­nisti? »

L’evoluzione del gusto fa sì che al giorno d’oggi non ci si stupisca più che Apollinaire abbia esaltato il Do­ganiere, Matisse, Derain, Picasso, Brague, Dufv. Si è persino arrivati a cavillare sulle inezie, a rimproverargli d’aver rivolto meno elogi a Juan Gris che a Serge Férat. Kahnweiler, che fu il primo mercante di quadri cubisti e il primo editore di Apollinaire, saluta in lui « il grande poeta del suo tem­po », ma si dichiara « convinto che Apollinaire mancava di rapporti sen­sibili, sensuali con la pittura ».

Senza contestare la competenza di Kahnweiler, devo confessare che Apollinaire mi sembra aver dimostra­to più sensibilità che scienza nei suoi rapporti con l’arte. Gli argomenti a cui è ricorso nelle sue Méditations esthétiques e nelle numerose Chroniques d’arte per giustificare l’interesse ispiratogli dai fauves, dai cubisti e persino dai futuristi, sono spesso piuttosto deboli o mal sviluppati, tut­tavia non si è mai ingannato sul ri­spettivo valore di questi innovatori, e le sue scelte sono quasi sempre state eccellenti. E salvo spiegarsele col ri­corso alle sedute spiritiche, non vedo come negare ad Apollinaire la sensibi­lità che gliele ha dettate.

Per tornare alle mistificazioni che Apollinaire avrebbe commesso, niente forse autorizza di più a nutrire so­spetti di questo genere del suo « dramma surreale », Les Mamelles de Tirésias, rappresentato nel giugno 1917 al (Conservatorio Renée Mauhel rue de l’Orient, a Montmartre. Si sa che nella prefazione scritta un po’ più tardi per l’edizione del lavoro, egli pretende di aver voluto interessare il pubblico a un « soggetto commoven­te », trattandolo con fantasia. Questo soggetto era il ripopolamento del­la Francia, seriamente compromesso dalla morte di più di un milione di uo­mini nel pieno dell’età.

Sarebbe stato difficile prendere sul serio quel suo « dramma ». Nondimeno, in una lettera indirizzata a un amico all’indomani della rappresentazione, si lamentava che la stampa inveisse « contro un lavoro che tenta di cam­biare lo spirito del Paese e di farlo de­cidere a ripopolarsi ».

« Già nel gennaio 1917, in una delle cronache aneddotiche ch’egli trasmet­teva al Mercure de France, aveva de­plorato che il Paese contasse troppo poche donne in stato di gravidanza, aggiungendo: « Occorre avere molti fi­gli per la felicità del focolare e della nazione. Vorrei che i soldati, e prima di tutto gli ufficiali, prendessero l’abi­tudine di fare il saluto militare alle donne incinte ».

Cercava in questo modo di farsi benvolere dalle autorità? L’ipotesi non è da scartare senza un esame. Gravemente ferito nel marzo 1916, non aveva sollecitato di essere rifor­mato e poteva quindi venire inviato, come sottotenente in una guarnigione distante dalla capitale. Gli erano state necessarie alcune raccomandazioni per restare a Parigi. Aveva ottenuto di essere assegnato alla Direzione del­le relazioni con la stampa, al ministe­ro della Guerra, poi presso il gabinet­to del ministro delle Colonie. Ciò aiu­ta un po’ a comprendere le dichiara­zioni, d’un conformismo inatteso in lui, contenute nei suoi ultimi articoli e nella conferenza ch’egli tenne sullo spirito nuovo, nel novembre 1917, al teatro Vieux-Colombier.

Qualcosa di forte nasceva in me

Nel 1913, in un manifesto futurista, aveva detto « m… » a Edgar Poe, Walt Whitman e Baudelaire, dei quali ha preteso piĂą tardi di non aver cono­sciuto per lungo tempo che i versi contenuti nelle antologie. Per fare scusare gli oltranzismi del suo mani­festo, ha sostenuto d’altronde di non avervi voluto screditare i maestri cui dedicava quella grossolanitĂ , ma solo rivendicare la libertĂ  di non seguirli. Il fatto si è che all’epoca del suo pro­clama futurista, propendeva al moder­nismo spinto, contenuto nella mag­gior parte delle poesie raccolte all’ini­zio di Calligrammes. Ma, quantunque si sia vantato presto di « non cono­scere piĂą il vecchio gioco dei versi », non è mai stato indifferente al fascino di certi poeti fedeli, come MorĂ©as, al­la prosodia tradizionale.

I nuovi arrivati che, a partire dal 1917 salutarono in lui un maestro, non erano, neppur loro, ostili per sistema a forme cui si erano adattati parecchi poeti che essi riverivano: Baudelaire, Mallarmé, il Rimbaud del Bateau ivre. Ma la loro infatuazione andava soprattutto alle poesie più sbrigliate di Apollinaire. In un libriccino in cui rievoca i propri ricordi de­gli anni della prima guerra, Philippe Soupault sottolinea l’impressione che produssero in lui, la prima volta che li lesse nella rivista Nord-Sud, pubbli­cata da Pierre Reverd, quei versi di Apollinaire che sarebbero presto stati raccolti in Calligrammes:

Ta langue
Le poisson rouge dans le bocal
De ta voix.

« Rilessi quei versi » egli scrive « e – compresi che tutt’a un tratto qualcosa nasceva in me, qualcosa di forte e che mi avrebbe sostenuto a lungo ».

Gli applausi dei suoi cadetti non potevano che accentuare la propen­sione di Apollinaire a discostarsi dai sentieri battuti. I discorsi tenuti in privato a Reverdy, Paul Dermée, An­dré Breton, Philippe Soupault, la sua collaborazione alle piccole riviste rite­nute d’avanguardia: L’Elan, sic, nord-sud, sembravano effettivamente con­fermare il suo amore per la sorpresa e la novità. Così si capisce come i suoi giovani ammiratori siano stati qualche poco sconcertati da certi pas­saggi della sua conferenza al Vieux- Colombier, dove lo spirito nuovo si trovava unito al « senso del dovere che spoglia i sentimenti e ne limita o piuttosto ne contiene le manifestazio­ni ».

La condotta di Apollinaire lo pre­servava evidentemente dai frizzi che si sarebbero attirati, usando lo stesso linguaggio, un poeta o un romanziere che non avesse mai servito sul fronte. Apollinaire, nel 1917-18 poteva, alla lettera, dire qualsiasi cosa. Aveva ri­schiato la morte e, alla vista del suo pallore malsano, della sua enfiagione, la pesantezza dei suoi movimenti, lo si intuiva gravemente malato.

Sulla scia di Pierre Benoit

Avrebbe ancora scritto poesie para­gonabili alle migliori di Alcools e di Calligrammes, se fosse vissuto più a lungo? Uno degli ultimi articoli da lui pubblicati fu l’elogio dell’ode dove Charles Maurras ha cantato la vitto­ria della Marna. Vi si felicitava con Maurras per aver fatto rimare il plu­rale col singolare, per essersi accon­tentato di rime povere e non avere evitato lo iato, come se fosse un me­rito, per un poeta patito del classici­smo, levarsi dalle costrizioni che il classicismo comporta. Nelle facilità che si era concesso Maurras, egli ve­deva audacie degne di quelle che ono­rano « la tradizione delle lettere fran­cesi ». Arrivava al punto di paragona­re Maurras a Ronsard, ancorché la so­la somiglianza che si possa rilevare tra i due sia quella d’essere stati en­trambi duri d’orecchio.

Secondo André Billy, Apollinaire, invecchiando, sarebbe appartenuto all’Accademia francese, « o più proba­bilmente all’Accademia Goncourt ». A quanto so io, egli non ha mai espresso di simili ambizioni. Quelle da lui pro­clamate erano sensibilmente più ele­vate, e una delle sue poesie di Calli­grammes, intitolata Les Collines, di­mostra che fin dal 1917 e forse già dal primo o dal secondo anno di guerra, egli giudicava di averle raggiunte:

Je dis ce qu’est au vrai la vie
Seul je pouvais chanter ainsi
Mes chants tombent comme des grai­nes
Taisez-vous tous vous qui chantez
Ne mêlez pas l’ivraie au blé.

Dubito che, malgrado la superbia, questa strofa si sia prestata al ridico­lo. Calligrammes, nella sua novità, si caratterizzava già per un tono grave attenuato appena dalla fantasia grafi­ca delle composizioni in versi figurati e dalle bizzarrie prese a prestito da ciò che i combattenti del 1914-1918 chiamavano discorsi da « bouthéon ».

Mi sono accinto a definire qui la si­tuazione di Apollinaire mezzo secolo fa, al momento della sua morte. Pre­sentava tanto pochi vantaggi che il poeta, per assicurarsi il sostentamen­to, doveva dividersi fra un gabinetto ministeriale e molte redazioni di gior­nali. Il successo di Koenigsmaìk di Pierre Benoit gli aveva dato l’idea di comporre anch’egli un romanzo di av­venture, per il quale avrebbe utilizza­to i ricordi lasciatigli da un anno di soggiorno in Germania.

Non rimpiangiamo troppo che la morte gli abbia impedito di scrivere La Dame des Hohenzollern, che avrebbero edito i suoi amici Briffaut, e di cui questi avevano già fatto dise­gnare la copertina. Le doti di Apollinaire non erano quelle di un roman­ziere. Come prosatore, si trovava più a suo agio col racconto e la novella. Quanto al poeta, sappiamo che cosa ne è avvenuto. Non si è prossimi a di­menticarlo. Senza di lui, la poesia del ventesimo secolo apparirebbe povera.

 


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