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LETTERATURA: I MAESTRI: Astratta pietà

13 maggio 2017

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 7 maggio 1969]

Tempo fa, quando mi ven¬≠ne concesso di visitare un pe¬≠nitenziario, la mia simpatia pi√Ļ concreta and√≤ al diretto¬≠re del carcere: uomo libero custodiva (serviva) gli schia¬≠vi. O meglio: fu l’unico che potei giudicare secondo la mia dimensione, nella mia stessa prospettiva, parvenza di libert√†.

Era loquace. Ancor prima di controllare le credenziali, volle mettermi al corrente del ¬ę problema del giorno ¬Ľ, l’in¬≠stallazione di un impianto radio. Varcando il cancello di ferro avevo notato un grup¬≠po di operai ¬ę borghesi ¬Ľ, su certe scale, intenti a far bu¬≠chi nel muro? E un tizio, col panama, in piedi, vicino alle scale? Quello era l’ingegnere. In capo a due giorni l’impian¬≠to avrebbe dovuto funziona¬≠re in modo perfetto: Sua Ec¬≠cellenza il direttore generale delle carceri sarebbe venuto da Roma per assistere alla ce¬≠rimonia dell’inaugurazione; i detenuti avrebbero cantato in coro inni sacri.

*

Sua Eccellenza, dopo ave¬≠re visto e giudicato ogni co¬≠sa, avrebbe sentenziato ¬ę mol¬≠to bene ¬Ľ, o ¬ę abbastanza be¬≠ne ¬Ľ, o qualcosa di altrettan¬≠to sbrigativo. Ma l’uomo che mi stava dinanzi pareva in¬≠fantilmente agitato: ¬ę La ra¬≠dio in carcere √® un soffio di vita nuova; per√≤ mi preoccu¬≠pa parlare dal mio studio at¬≠traverso gli amplificatori ¬Ľ. Bisognava rassicurarlo: ¬ę Se la caver√†. Nei film america¬≠ni, il prestigio dei direttori di carcere si basa soprattutto sull’abitudine di parlare ai detenuti per radio ¬Ľ. ¬ę Non in¬≠tendo esagerare ‚ÄĒ arross√¨; ‚ÄĒ piuttosto far√≤ in modo che gli uomini ascoltino qualche buo¬≠na trasmissione, per esempio musica, e le cronache delle partite di calcio ¬Ľ. Aveva la tristezza, il calore dei napole¬≠tani, con uno sguardo scon¬≠fitto. Nessuno gli vietava la ¬ę franchigia ¬Ľ, naturalmente, ma in pratica non usciva che per un’oretta, dalle otto alle nove di sera. Era lontano dal¬≠la famiglia, perch√© il trasfe¬≠rimento lo aveva colto all’im¬≠provviso qualche mese prima. Uno dei suoi figli studiava in un collegio di Napoli, un buon collegio all’antica, il che costava parecchio. Una dome¬≠nica, andato a trovare il ragazzo, gli era stato impedito di vederlo perch√© quello, col¬≠pevole di una monelleria, si trovava in cella di punizione. Siamo cos√¨ spesso soli. Simile al comandante di un vascello da guerra, il direttore consu¬≠mava i pasti da solo, sebbene le guardie gli avessero riser¬≠bato il posto di capotavola al¬≠la loro mensa.

La giornata trascorreva lenta nelle ragg√®re, fra un can¬≠cello che si apriva e uno che si chiudeva: dieci minuti di ispezione al primo reparto, quindici minuti di ispezione all’altro reparto, e la conta, e il rancio, e via fino a notte.

I secondini sfilavano le chia¬≠vi dalla cintura con gesti logori, le serrature stridevano sempre allo stesso modo. Non c’era secondino il cui volto non denotasse una vecchia consunzione, forse la mala¬≠ria. I quattro che sorveglia¬≠vano il cammino di ronda, col fucile a tracolla e le giubbe arroventate, si muovevano con passi di automi. Chi avesse sostato lungo la via che co¬≠steggiava il carcere, un’ama¬≠ra via di campagna, avrebbe veduto quegli automi sul tetto, al sommo dell’edificio calci¬≠nato di bianco: nessun altro segno si svelava dell’al di l√†.

I reclusi non erano condan¬≠nati all’ozio. Il primo ¬ę labo¬≠ratorio ¬Ľ, quello della mani¬≠fattura tessile, aveva una sua fama: i suoi lenzuoli andava¬≠no a corredare le brande dei reclusi di mezza Italia, e an¬≠che i letti dei secondini. Gli uomini sedevano presso i telai, nel frastuono che li as¬≠sorbiva. Il direttore, il cap¬≠pellano e io sostammo in fon¬≠do allo stanzone, col capo-guardia incaricato di aprirci la porta. Quando i tessitori ci videro e si alzarono in piedi i loro sguardi erano servili. Il direttore interrog√≤ qualcu¬≠no, dandogli del voi; gli interlocutori stavano a capo chino, goffi, senza smettere di sorridere. Davanti al prete si inginocchiavano e gli bacia¬≠vano la mano con ostentazio¬≠ne. Mi avevano informato che in maggioranza costoro nutri¬≠vano simpatia per il comuni¬≠smo, presumibilmente perch√© lo ritenevano ancora ¬ę rivolu¬≠zionario ¬Ľ; comunque, giac¬≠ch√© i cappellani sono stati sempre remunerativi, ero pre¬≠parato allo spettacolo del gi¬≠nocchio a terra. Non mi aspet¬≠tavo che anch’io sarei stato oggetto di ossequio. Invece il primo recluso sul quale posai gli occhi si irrigid√¨ sull’attenti e mi salut√≤ portando di scat¬≠to la mano destra alla fronte. Questa del saluto militare era una consuetudine, non un obbligo del carcere. Le cose stan¬≠no ancora cos√¨?

Dopo il padiglione dei tes¬≠sitori, visitammo quelli dei calzolai, dei falegnami, dei meccanici. Se rivolgevo a qual¬≠cuno domande non imperso¬≠nali il direttore si adombrava, richiamandosi al regolamento. Nessuno dei reclusi, a giudizio del funzionario, meritava uno studio approfondito: si tratta¬≠va per lo pi√Ļ di omicidi e ra¬≠pinatori volgari. Erano gene¬≠ralmente giovani, in buone condizioni di salute. Molti avevano i capelli lunghi, per¬≠sino impomatati. Tranne i meccanici, guardinghi attorno alle loro macchine, tutti par¬≠lavano con compiacimento del lavoro che li occupava. Un fa¬≠legname mi intrattenne sulle meraviglie del mobile-bar che stava costruendo su commis¬≠sione privata. Un altro, il pi√Ļ petulante, fabbricava portasi¬≠garette con trecciole di paglia multicolore.

Visitammo i dormitori, l’in¬≠fermeria, la cucina; e poi le docce, alle quali i reclusi era¬≠no avviati ogni quindici gior¬≠ni. Not√≤ il direttore: ¬ę Io cre¬≠do alla pulizia corporale co¬≠me mezzo di elevazione dello spirito. Il regolamento prescri¬≠ve che i detenuti vengano ra¬≠si una volta alla settimana ma la maggior parte di loro, ades¬≠so, preferisce farsi sbarbare due volte ¬Ľ. A parte ci√≤, la legge istituiva per il carcere un giudice di sorveglianza, magistrato di carriera con l’in¬≠carico di ¬ę osservare la vita dei reclusi da un punto di vi¬≠sta pi√Ļ elevato ¬Ľ. Domandai al direttore chi fosse il giu¬≠dice di sorveglianza del suo reclusorio. ¬ę Non ricordo co¬≠me si chiami ‚ÄĒ disse ‚ÄĒ sta a Roma e non l’abbiamo an¬≠cora veduto ¬Ľ. Le cose conti¬≠nuano ad andare cos√¨?

Un carcere √® un luogo di pena sotto molti aspetti: an¬≠che chi vi si aggiri per mez¬≠za giornata, come visitatore scortato e ossequiato, riceve una sua condanna. La mia fu quella del disamore, giac¬≠ch√© l’alienazione dei detenuti mi respinse, e nessuna retori¬≠ca mi salv√≤. La mia giacula¬≠toria di piet√† fu astratta, pro¬≠nunciata a fior di labbra. Ma qualche volta ripenso ad un ragazzo, nella falegnameria del carcere, al quale domandai perch√© si trovasse in prigione. Aveva diciott’anni. Due an¬≠ni prima un giudice lo aveva condannato stimandolo colpe¬≠vole di avere assassinato il patrigno ma concedendogli le attenuanti generiche in quan¬≠to il patrigno usava malmena¬≠re la madre del reo. Il diret¬≠tore del carcere e lo stesso comandante delle guardie si dichiaravano convinti della sua innocenza. La mia pena √® anche questa, allora: ricor¬≠dare quel ragazzo come un simbolo, non come un’ammonizione.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart