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LETTERATURA: I MAESTRI: Asturias. Il glossario dell’uomo di mais

9 luglio 2016

di Francisca Perujo
[da “La fiera letteraria”, numero 49, giovedì, 7 dicembre 1967]

MIGUEL A. ASTURIAS
Uomini di mais
Rizzoli, pagine 376, lire 2800.

Gli dei crearono l’uomo di pasta di mais e gli misero in bocca un grano della stéssa pianta perché potesse so­pravvivere. Così dice la mitologia maya-quichè, e di mais continuano a vi­vere ancora oggi i discendenti di que­gli uomini.

Vennero, dopo, le diverse culture che fiorirono nell’America centrale e meridionale, venne il grandioso Vec­chio Impero e poi quello Nuovo, ven­nero i nahuatl di tutte le famiglie, vennero gli incas e tanti altri; e, per ultimi, giovani e forti — ultimo impe­ro indigeno — gli aztecas. Con la con­quista spagnola si ebbe il dominio della religione cattolica: la evangelizzazione degli indios per farli diventare anime del Signore. S’insegnava con il catechismo il latino e lo spagnolo a dei popoli che non potevano sostituire la propria religione (tutti gli dei che servivano per ognuna delle cose di cui l’uomo ha bisogno) con i dogmi della religione cristiana, impenetrabili ed estranei a loro. Si costruivano chiese cristiane sopra i templi indigeni, si di­struggevano i codici che raccontavano le antiche tradizioni, la storia di quelli che popolavano le terre conquistate, si bruciavano i libri sacri che racchiu­devano la religione, tutta la saggezza degli antenati.

Vennero poi i secoli della Colonia e gli uomini continuarono ad alimentar­si di quel mais con cui gli dei li ave­vano fatti, continuarono a seminare e a curare la pianta, unica loro ricchez­za, conservando sotto forme di civiltà cristiana, che prese lì peculiari carat­teristiche, la ricca tradizione di miti, di leggende, di superstizioni, mante­nuta viva nei rapporti con le loro cose, con le loro bestie, con gli altri uomini, nel loro mondo immutato. E dopo, l’indipendenza dalla Spagna, ma per loro non cambia niente.

Grosse differenze tra di loro certo ce ne sono: da Estrada Cabrera — proto­tipo di dittatore latino-americano la cui figura è stata magnificamente ado­perata dallo stesso Asturias per El senor Presidente — a Ubico, a Castillo Armas, all’attuale regime di Mendez Montenegro; ma siano sottili o grosse le caratteristiche che differenziano co­loro che governano, per gli uomini di mais è sempre lo stesso. Quelli sono i ricchi, per cui tutto è diverso: « Così lei potrà darsi ai begli amori! Amare è il piacer suo, compare Goyo, e amare con soldi è meglio che amare senza! L’amore e la povertà, dicano quello che vogliono in contrario, non vanno affatto d’accordo. L’amore è lusso e la povertà che lusso può avere? Amor di povero è sofferenza. Amor di ricco è un grosso spasso! ». Loro, i poveri, si esprimono in un linguaggio la cui ric­chezza si accresce con le parole deri­vate dalle lingue d’origine e con alcu­ne formate a metà con lo spagnolo.

Dietro Asturias c’è tutto questo. C’è l’approfondita conoscenza del Popol Vuh, di Los Chilames, di Rabinal Achi, c’è la dimestichezza con le rap­presentazioni e coi colori dei codici maya. Si sentono e si vedono negli Uomini di mais, nella maniera di rac­contare pregnante di reiterazioni, con frequenti onomatopee.

Non è soltanto una maniera di nar­rare. E’ la trasposizione del clima del­la cronaca primitiva. La cosmogonia dell’uomo maya si manifesta nei miti sempre presenti agli uomini, nel mon­do magico, surreale che appare nei loro discorsi attraverso i quali mostra­no la loro psicologia.

Accanto e assieme a questo mondo sovrappopolato d’immagini mitiche, c’è nel libro di Asturias quello dei conta­dini del Guatemala. E’ sempre lo stes­so mondo, solo che in certe parti si manifesta con più forza il primo e in altre appare il secondo, più accessibile e con meno riferimenti remoti; in verità solo meno denso a momenti, in cui le immagini cedono ai personaggi quotidiani, non perciò meno intensi. Così appare la storia di Maria Tecun, soprattutto nello sviluppo della vita di Goyo Yic, che cercandola svolge di­versi mestieri; e così troviamo le de­scrizioni —- rappresentazioni bisogne­rebbe dire — delle fiere di paese, lus­so della vita degli uomini di mais, la presenza della Chiesa nelle loro vite; i loro rapporti con la giustizia e con loro che curano l’ordine, anche loro tristi e spogliati; coperti dai loro vestiti da soldato: invece il tutto è do­minato ancora dal mito. La storia di­venta leggenda e la leggenda realtà.

La presenza della cosmogonia maya incarnata in diversi personaggi della vita paesana e contadina, il linguaggio lirico del mito e .la parlata dell’uomo della campagna, con le canzoni popo­lari di ricca tradizione adoperate per caricare ancora di piĂą l’ambiente; .”or­mano un tutto che nel suo sviluppo creano un senso plastico del tempo. Il tempo diventa statico, rotondo, con la plasticitĂ  della cronaca primitiva; co­me è statico il mondo degli uomini di mais. Nella ricreazione dei miti maya nei contemporanei, discendenti di quella ricca cultura, Asturias cerca le origini, le sue origini; quelle degli uo­mini la cui vita racconta.

Per l’uomo antico, invece, quella narrazione impregnata di contenuti magici è la logica espressione di un mondo chiuso dentro la cerchia della religione, unico mondo immaginabile e possibile. Il maya viveva dentro una cultura che gli era propria e si espri­meva nelle forme che gli erano conge­niali. Anche se questo è il loro passa­to presente, anche se questo è vivo in tante reminiscenze, gli uomini di mais oggi sono altro. Il cerchio è oggi il mondo chiuso al rapporto dell’uomo con la terra, unico rapporto che può avere l’uomo che vive di essa e per essa, così chiuso come per il maya po­teva essere il mondo religioso, e intor­no al quale tutto si congiura perché non si apra. Così in Asturias è una maniera di fare letteratura che può correre il rischio di essere ricreazio­ne sovraccarica, passato.

Il linguaggio degli uomini di mais ha arricchito la letteratura in lingua spagnola. Questa lingua che Asturias adopera volutamente, che riflette l’am­biente dell’uomo della campagna dei Paesi dell’America Latina, richiede addirittura un piccolo glossario per i lettori di lingua spagnola. E’ uno dei fenomeni che hanno caratterizzato la nuova voce del romanzo in lingua spagnola ma in uno spagnolo diverso, quello che il popolo indigeno ha con­servato del castigliano classico al qua­le si è aggiunta una infinità di. parole delle lingue aborigene. Accanto a que­ste si sono formate nuove parole, metà di radice spagnola, metà delle lingue originarie americane, senza contare la quantità di vocaboli comu­ni che si adoperano lì con altri signi­ficati. Questo glossario segna in Astu­rias la volontà di divulgare questa ric­chissima lingua che permette una pre­cisazione e una concretezza altrimenti irraggiungibili e che esprime quel­l’ambiente meglio di nessun’altra. Come lui l’hanno adoperata Gallegos, Guiraldes, Ciro Alegria, per citare i più rilevanti.

Asturias scrisse Uomini di mais nel ’48, quando si pubblicava II signor Presidente. Il tempo sembra statico anche nel Guatemala. Se i tempi sono cambiati dalla situazione che diede ispirazione al Senor Presidente, sono cambiati ben poco. Meno spigoli, meno evidenti, altre forme. Il lontano e grandioso passato della mitologia maya-quiché che così intensamente fa rivivere Asturias, non è che passato. Il Guatemala è popolato da tanti uo­mini di mais; sono gli uomini che l’or­ganizzazione di destra « La Mano Nera » protetta dal potere costituito, assassina tutti i giorni per mantenere viva la paura, un’altra forma di mito, il terrore, perché sia sempre più dif­ficile rompere il cerchio; perché la United Fruit possa ricuperare quello che ha investito in quel piccolo Paese. Certi uomini di mais si sono raggrup­pati, per disperazione, come nel libro di Asturias e nelle stesse montagne, negli stessi paesini e nelle stesse selve che lui ci descrive organizzano la guerriglia per lottare contro il potere costituito. Dicono che adesso le cose sono un po’ cambiate dal tempo di Ca­stillo Arras. Sarà che forse non sono cambiate per tutti. In Europa si parla sempre di più dei Paesi latino-ameri­cani. Si parla del Premio Nobel a uno dei massimi scrittori venuti da lì que­sto secolo, attuale ambasciatore del go­verno del Guatemala a Parigi. Si parla anche delle guerriglie, e di un uomo come Guevara: alcuni sono uomini di mais, altri no. Alcuni restano indietro inghiottiti dal passato, altri lottano contro la selva per aprire nuovi sen­tieri in cui l’uomo sia padrone dei miti.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart