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LETTERATURA: I MAESTRI: Autoantipatia

4 settembre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 16 settembre 1970]

Mi sono diventato antipa¬≠tico. L’ho scoperto stamani tutt’a un tratto mentre mi fa¬≠cevo la barba, tempo di me¬≠ditazioni profonde e di pen¬≠samenti. Non √® stata la mia immagine riflessa dallo spec¬≠chio a suscitare in me questo sentimento o a farmene ac¬≠corto: nello specchio, da tem¬≠po immemorabile, mi vedo ma non mi guardo; o piut¬≠tosto mi guardo ma non mi vedo: ho sempre preferito ve¬≠dere e guardare qualcosa di meglio.

Eppoi l’antipatia che sento per me stesso e che mi s’√® rivelata cos√¨, all’improvviso, non √® fisica, ma, quel che √® molto peggio, morale. O Dio, chiss√† quanti e da quanto tempo mi avranno preceduto in questo sentimento tutt’altro che affettuoso verso la mia persona; anzi, se una cattiva coscienza non mi faceva pren¬≠dere lucciole per lanterne, a molti l’antipatia mi √® parso di leggerla nel viso o fra le righe delle lettere che mi scri¬≠vevano. Cos√¨ solitario e schi¬≠vo, scontroso, poco converse¬≠vole, m’avranno giudicato su¬≠perbo (e non lo sono), orgoglioso (e di che mai dovrei esserlo?), attaccabrighe, iro¬≠so, rissoso (e nessuno pi√Ļ di me, in fondo all’anima, ama la pace), tagliente fino all’in¬≠sopportabile di lingua e di penna (questo s√¨, per√≤ senza malevolenza, per mero amor di motteggi: sono toscano). Mi piace tirare di scherma, ecco, non sbudello mica nes¬≠suno; ma intanto i nemici me li faccio lo stesso.

A un’avversione del genere m’ero rassegnato da tempo, e non ci facevo gran caso, anzi, a dire la verit√†, mi ci diver¬≠tivo un mondo: il terribile √® stato accorgermi che anch’io, perfino io, sia pure per altre e purtroppo pi√Ļ fondate ra¬≠gioni, mi sono finalmente as¬≠sociato a quella altrui anti¬≠patia.

*

L√¨ per l√¨, la scoperta m’ha quasi sconvolto: non √® mica una cosa da nulla. E pensare che fino a poco tempo fa mi piacevo, mi compiacevo di me e di quel poco che ho fatto; stavo volentieri in mia com¬≠pagnia, mi volevo un bene dell’anima, m’ero simpatico; apprezzavo certe mie qualit√†, che mi parevano buone, e scu¬≠savo con sottili cavilli certe altre che riconoscevo catti¬≠ve; compativo benevolmente i miei difetti, ero pieno d’in¬≠dulgenza per gli eccessi e le scapataggini che commettevo; non mi dispiacevano neppure taluni miei vizi.

I guai devono essere co¬≠minciati quando, col passare degli anni, sono venute fuori le prime magagne, le prime debolezze; insomma, i primi capelli bianchi spirituali: gli altri, non metaforici, erano gi√† spuntati da un pezzo. Al¬≠lora, tra me e me, mi veni¬≠vano fatti dei paragoni tutt’altro che lusinghieri con quello che ero stato e con quello che ero.

Ero coraggioso, intrepido, temerario. Ricordo che in guerra, ufficiale di collega¬≠mento, per recarmi dalla trin¬≠cea dei fanti, dov’era l’osser¬≠vatorio, al vicino comando di battaglione, piuttosto che an¬≠dar gobboni in un cammina¬≠mento motoso e infangarmi gli stivali e passar poi la notte coi piedi bagnati, preferivo camminare allo scoperto so¬≠pra un argine battuto quasi di continuo dal fuoco nemi¬≠co. Questo, forse, lo rifarei anch’oggi, giudicando un ma¬≠le molto minore la morte che gli incomodi e le malattie. Ma ora ogni tanto m’accorgo di aver paura. Paura di arri¬≠schiarmi a nuoto in un mare corrucciato, che era un tem¬≠po la mia delizia: mi piaceva affrontare le onde, le risac¬≠che, le correnti pi√Ļ impetuose, lottar seco a lungo gagliardamente; paura di attraver¬≠sare una strada corsa da mac¬≠chine impazzite, col pericolo di far la fine del mio amico Giorgio Pasquali; paura di tante piccole cose, paura della miseria.

Ero intrepido anche nella fatica; per quanto grande e lunga mi si presentasse, non la temevo, anzi l’aggredivo con una impazienza spavalda che faceva contrasto con la mia naturale indolenza: ma forse proprio l√¨ stava il me¬≠rito maggiore, com’√® quello di portarsi da bravo avendo pau¬≠ra. Ora, invece, le grosse im¬≠prese dello studio mi sgomen¬≠tano: ci penso, ci ripenso e finisco col non farne di nulla. Sulle prime, dicevo a me stes¬≠so che dipendeva da una su¬≠periore saggezza, da una con¬≠sapevolezza alfine raggiunta della inutilit√† degli studi, inu¬≠tilit√† di questa mia dotta igno¬≠ranza, inutilit√† di tutto. Era invece una paura fisica degli strapazzi, diurni e notturni.

Ero generoso, largo nello spendere. Lo sarei ancora, ma un tempo lo ero fino all’ultimo soldo che mi fossi trovato nelle tasche; ora, prima di arrivare al penultimo, divento d’un tratto avarissimo: √® ancora la paura, questa senile e vile paura che si riaffaccia.

Ero goloso, lussurioso, gran mangiatore, gran bevitore, femminacciolo quanto altri mai. Ed ero (Dio mi perdoni) contento di esserlo, pieno come mi sentivo di sangue gio¬≠vane, caldo di vita. Ora m’av¬≠vio ad esserlo meno, ma non per mio merito, sebbene per una corporal decadenza, for¬≠se perfino per un poco di vi¬≠gliaccheria.

Ero sdegnoso d’ogni patteg¬≠giamento, d’ogni calcolo di utilit√† propria, d’ogni calco¬≠lata prudenza, d’ogni arzigo¬≠golo, d’ogni meschina ambi¬≠zione. E ora, che dovrei es¬≠sere per l’et√† pi√Ļ che mai di¬≠staccato da tutto, indifferente, mi trovo qualche volta incli¬≠nato al compromesso, alla cautela, se v’intraveda qual¬≠che vantaggio, se mi eviti un danno, o soltanto mi scansi qualche fastidio.

*

La conoscenza di questo de¬≠terioramento dev’essersi fatta strada nella mia coscienza con grande ritardo e lentamente, a poco a poco, giorno per giorno; ma era una consape¬≠volezza che mi si depositava nelle parti pi√Ļ inesplorate del¬≠l’anima, senza che io potessi tutta insieme considerare e misurare la mia decadenza. Soltanto stamani, ecco, mi s’√® rivelata intiera d’un tratto e vi assicuro che non √® stata una scoperta piacevole. Una persona mutata in peggio a tal punto non pu√≤ certo riu¬≠scirmi attraente o simpatica; per lei posso provare tutt’al pi√Ļ compassione, ma mescola¬≠ta insieme a una buona quan¬≠tit√† di disprezzo.

Comincio a capire l’insof¬≠ferenza sfoggiata dai nostri giovani contestatori contro chi giovane non √® pi√Ļ: ci chia¬≠mano, in lor linguaggio, ¬ę ma¬≠tusa ¬Ľ o ¬ę marimba ¬Ľ o ¬ę pron¬≠ti per il crisantemo ¬Ľ; ma for¬≠se nel frattempo avranno in¬≠ventato qualche altro e pi√Ļ piacevole vezzeggiativo del ge¬≠nere.

Comincio a capirla proprio per questa insofferenza, per questa antipatia che ho sco¬≠perto in me verso me stesso, come sono divenuto da vec¬≠chio. E quasi ne sarei indot¬≠to a credere che un’antipatia cos√¨ fatta, e in apparenza co¬≠s√¨ singolare, sia ancora un guizzo dell’indomita giovinez¬≠za che fino a ieri non dava segno di abbandonarmi, simile a un fuoco sotto le ce¬≠neri: sotto queste mie ceneri grige.

Gi√†, perch√© d’invecchiare non m’accorgevo e non mi pareva che invecchiare un giorno potessi, come se in questo fossi diverso da tutti gli altri. Soltanto per vezzo, e proprio perch√© non mi sen¬≠tivo di esserlo, mi dicevo qual¬≠che volta, affettuosamente: ¬ę Povero vecchio! ¬Ľ. Oggi scan¬≠so pi√Ļ che posso la mia com¬≠pagnia e la mia conversazione, ma se dovessi ancora aver da fare a trattar con me stes¬≠so (Dio me ne guardi!), cre¬≠do che mi apostroferei in tutt’altro modo; direi: ¬ę Va’ l√†, brutto vecchiaccio ¬Ľ.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart